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Vincenzo Padula
L'orco

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II

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

temete l'Orco voi che siete belle.

Non andate mai sole alla campagna;

ei cogliervi potrà dentro la ragna.

E allora?... Ei non è vecchio,

non ha la mia bontà;

tirarvi solo per l'orecchio

sarà contento; ... ma...

 

Udiste poi come bestemmia, come

avversario degli uomini e di Dio,

di questo sempre maledice il nome,

di veder quelli spenti ha in cor desìo?

Perdonatelo, o belle.

Il poveretto ha sì malvagge voglie,

chè Amor non mai gli riscaldò la pelle,

e visse seimila anni senza moglie.

E lo sapete voi, che ti vuol dire

non aver moglie allàto?

Ogni celibe visse in mezzo all'ire,

o un eretico è stato.

Ma datemi a questo Orco una donzella,

e poi state a vedere.

Ma intanto cresce Ciriegina bella

dalle pupille nere.

Che ne avverrà? mi udite,

ed il vostro poter, donne, sentite.

E Ciriegina giunse a quindici anni

nutrita non di latte, ma di brina,

che le farfalle recano sui vanni,

e che l'Orco coglieale ogni mattina.

Ella succhiava i calici dei fiori,

degli alberi le lacrime fragranti,

bevea dell'alba i tepidi vapori

e della sera l'aure mormoranti.

La faccia fresca, paffutella e pura

il colore tenea della cirieggia,

della quale, metà non ben matura

imbianca tuttavia, metà rosseggia.

Un mazzetto credea veder di rose

annodato da due vermigli nastri,

chi vedea quelle due labbra amorose

e quella bocca in cui si specchian gli astri.

Vi aleggia il riso come una farfalla,

come un profumo l'alito ne uscìa,

come querulo rivo che si avvalla

rompere la parola se ne udìa.

La carnagione sua come un velluto

fremere si sentìa sotto del tatto,

mandar come la seta un suono arguto;

parea la spuma che si smaglia a un tratto.

Un'aura che rapito avea ai fiori

mille fragranze e la freschezza ai rivi,

al crepuscolo i tepidi colori,

la morbidezza ai nuvoletti estivi,

un l'entrò nel seno, e 'l sen gonfiossi,

poi in due globi gemelli si divise,

ruote eburnee del carro, in cui locossi

Amor sul fascio dei suoi dardi e rise.

«E' troppo bella! — dicea l'Orco — è bella!

Oh come cresce ben l'erba cattiva!

Ma eternamente mi sarai tu ancella».

Bieco la sogguardava e poi partiva.

Era d'inverno, e la camicia calda

con le sue mani indosso gli versò:

quella mano il solletica, lo scalda;

ebbe un brivido l'Orco e sospirò.

Poscia recando l'arabo legume,

da odoriferi fumi annebbïata,

dondolandosi tutta in suo costume,

ridente comparìa come una Fata!

E mentre che mescea tenendo ad arco

quelle dita che avean cinque pozzette,

s'intese chiuso delle fauci il varco

il povero Orco, ed un sospiro dette.

Piegò il bel collo, mentre gli porgea

la tazza, e un lato del bel seno mostrò:

di mano all'Orco il cucchiairin cadea,

e l'occhio avidamente spalancò.

A raccoglierlo tosto ella s'inchina

arco facendo della docil vita,

larga quanto un anèl la cinturina

mostrando, e nuda la gamba tornita.

Rizzossi sgambettando, e la beltade

dei fianchi in curvo flutto tremolò:

di mano all'Orco allor la tazza cade

ed in mille frammenti si spezzò.

L'Orco era sulle braci: ebbe un pretesto

e lei del danno rabbuffò con ira.

Fermossi in tronco, volse l'occhio mesto

bassa l'Orco la voce e la rimira.

Ma in lacrime ecco ruppe la fanciulla,

e cadde sul sofà col corpo affranto.

Corse l'Orco atterrito, e disse: «E' nulla!

E' nulla!» e le tergea coi baci il pianto.

Ma ella scosse la testa corrivetta,

e con la mano si coverse gli occhi:

la man le prende, tra le sue l'ha stretta,

e l'Orco, l'Orco allor cade in ginocchi.

«Oh! io l'amo, io l'amo, — disse l'Orco. Amore

mi ha confitto tre chiodi entro il cervello».

Poi si vide in ginocchio, ebbe rossore,

lasciò la donna e uscì fuor dal castello.

 

Uscì fuor del castello, andò nell'orto

con gli occhi accessi, con lo crin sconvolto,

sempre sbuffando,

sempre correndo,

siepi saltando,

rami infrangendo:

stanco alfin si fermò,

mestamente sorrise, e poi cantò.

 

«L'Orco in ginocchio? — Oh insania!

A una mortal creatura,

a una rejetta, a un'orfana,

ad una donna impura,

io che sdegnai di Dio

sommettermi al desìo,

io che sdegnai degli angioli

la compagnia fedel!».

 

E qui guardando il ciel

col pugno chiuso un albero percosse;

era un pin di cento anni, e 'l pin spezzosse.

 

«Io che da mille secoli

immobile rimiro

d'amore senza un palpito

gli èsser passarmi in giro;

che vidi i primi canti,

che feano gli astri amanti,

e della prima Femina

l'angelica bealtà».

 

E sì dicendo, già

con la man si battea l'immensa fronte,

contro d'un monte urtolla, e cadde il monte.

 

«Io ch'ò veduto i popoli

dai secoli travolti

entro l'obblìo discendere

con la bestemmia ai volti;

amor, bellezza e gloria

commettere alla storia

vana del nuovo secolo

che immemore passò». [1]

 

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[«Con stupor, con spavento]

la prima Donna rimirâr dal Ciel

gli Angiol beati:

lasciâro il firmamento

a Dio ribelli, ed il funereo vel

squarciâr dei fati.

Lei vide l'uomo, — e morte

e dolore, ed esilio, e povertà

con lei si elesse,

a patto che la sorte

di goder quella fragile beltà

anche si avesse».

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Qui tacque l'Orco, e nel castel rientrò,

e addormentata sopra del sofà

la vaga Ciriegina ritrovò,

ed ei stette a guardar tanta beltà.

«Come è tornita! ei disse: a quindici anni

la donna è un pomo pien di succhi ardenti,

un elastico globo dove i vanni

chiuser mille di vita aure dormenti.

Ma l'uomo al petto se lo stringe, ed ecco

scoppian quell'aure in gemiti e sospiri,

e tra le braccia ahimé! pallido e secco

quel fiore di bellezza avvien che miri.

Come è tornita! un solo giorno è bella

la donna, un sol momento, una sol'ora;

e se un angiolo allor la doppia stella

dei rai ne incontra, un angelo l'adora».

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