| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle!
L'Orco sapeva il corso delle stelle;
ma gli erano le donne affatto ignote.
Dica di voi ciascuna, e non m'inganni,
dica via mo', se donna esser mai puote
La donna nulla impara, eppur sa tutto;
non ha scïenza, ma un fatale istinto;
chè ella la prima della Scienza al frutto
l'ardita mano nell'Edenne ha spinto.
Lo porse all'uom; ma all'uom fe' nodo ín gola;
perciò ei solo or va a scuola.
L'Orco ha sessanta secoli sui panni;
or vegga che sa far la semplicina
Un principino manieroso e bello,
come nascer soleano ai tempi andati,
andando a caccia, nel frondoso ostello
si smarrì di alti boschi inabitati.
E camina, camina, ecco pervenne
dell'Orco nostro nel fatal giardino.
Stanco si assise, mentre colle penne
un'aura gli scoteva il crin corvino.
Era un bel giovanetto. Estiva pesca
pareva il viso colorito e bruno:
dal labbro arguto par che il frizzo gli esca,
e un dolce riso che non lede alcuno.
Nell'alta parte dell'oval sembiante
ha del pensier l'altezza e la beltà;
ma nelle rughe delle labbra, errante
gli si legge un desìo di voluttà.
Come da lungi l'Orco ebbel veduto,
corre, e bieco gli grida: «O sciagurato,
perchè sei nel fatale orto venuto?
Sorgi, e mi vieni prigioniero allàto».
E ben gli fu, che andonne prigioniero;
chè egli ancor non sapea qual duro stallo
la prigion fosse, ov'ei senza pensiero
or questo condannava, or quel vassallo.
Umido, oscuro era quel loco; e dopo
che attorno lo girò, sedette incerto:
poscia l'acuto udì strillo del topo
e lo ebbe qual compagno in quel diserto.
Passò una notte, lunga, insonne notte,
ed origlier gli fu gelido masso;
dipoi da lieve luce vide rotte
le sue tenèbre, 'l capo levò lasso.
Levò il capo, ed alto alto un fenestrino
distinse, cui guernìa ferreo cancello;
là sopra arrampicossi, e del mattino
respirò la fragranza e 'l venticello.
Dava quel fenestrino in un cortile
dall'alte mura del castel recinto,
e rimpetto vedea loggia gentile
con molti testi d'ogni fior dipinto.
Ed ei stette là immoto, e con affetto
vedea la luce del nascente giorno
agile caminar da tetto a tetto,
da muro a muro di quel reo soggiorno.
Sola la loggia nell'incerto lume
nuotava ancor dei mattinali albori;
ma il sol di luce già vi versa un fiume,
e illumina la loggia, i testi e i fiori.
Punta dai raggi, dal notturno amplesso
sciolse ogni pianta il delicato ramo:
stormîr le frondi, ed ogni fiore appresso
si aprì, qual bocca che ti dica: «Io ti amo!»
quando tra piante e fiori, e tra la pura
luce che piante e fior desta ed abbella,
di donna apparve una gentil figura
di luce, piante e fior molto più bella.
Bianca la gonna, verde il grembiuletto,
ed il velo del seno ha porporino;
nudo il capo, e di rose ha un bel mazzetto
tra le trecce foggiate a canestrino.
Dagli orecchini, che moveansi come
move il bel capo, uscìan lampi e faville,
che mesceansi al fulgor delle sue chiome,
che mesceansi al fulgor di sue pupille.
La non cammina, no; piuttosto vola,
non vola no, ma in mezzo all'acre ondeggia;
nel pie' brilla il coturno, onde s'invola
soave un'armonia quando passeggia.
Ell'era Ciriegina. — Il giovanetto
se la beve con gli occhi, e una paura,
uno sgomento a quel femineo aspetto
gli si stampa sull'avida figura.
Credea che fosse un angelo venuto
di sua madre commosso alla preghiera,
a trarlo di catene, e dargli ajuto,
e che con gli atti gli dicesse: «Spera!».
Credeala un sogno, cui natura amante
nel notturno riposo abbia sognato,
di Ente novello immagine brillante
che aspettava da lei di esser creato.
Credea che un pensier fosse ed un desìo
di amor, di giovinezza e di beltade,
cui la notte nell'ora che morìo
lasciò vagante sull'aeree strade.
Credea che fosse un nuvoletto bianco
che sopra le aure sostenendo il fianco
traesse in alto la cangiante mole.
Ma la fanciulla poi che stette alquanto
a inaffiar colla clessidra i fiori,
certa di esser non vista, un mesto canto
fe' volare dai suoi labbri canori.
1
tutto stillante,
Per Ciriegina
non ha tra gli uomini,
oh! che consuol!
oh! che consuol!
2
dentro un fioretto
quel giovanetto.
l'avrei davante:
la mia letizia
Per Ciriegina
non ha tra gli uomini,
oh! che consuol!
oh! che consuol!
3
Potrei tenermelo
or sulla cuffia,
or sulla rocca,
or tra la fina
sotto il lenzuol!
Per Ciriegina
non ha tra gli uomini,
oh! che consuol!
oh! che consuol!
4
ma poi vorrei
che sotto il fulgere
degli occhi miei,
potesse a vol.
Per Ciriegina
non ha tra gli uomini,
oh! che consuol!
oh! che consuol!
5
Di poi sciogliendosi
dal seno mio,
la piccolina
Per Ciriegina
non ha tra gli uomini,
oh! che consuol!
oh! che consuol!».
Cantò e disparve; e come chi mirato
per lungo ha il viso dell'occiduo sole,
pel cielo il vede poi moltiplicato
ora in color di aranci, or di viole:
così il garzon vedea vagare a nuoto
sopra ogni oggetto quel femineo volto,
e tuttor rimanea tacito, e immoto
come per dare a quella voce ascolto.
Vaneggiò tutto giorno, e benedisse
la solitudin sua, le sue catene;
divenne lieto, e nel pensier si fisse
di amare e posseder cotanto bene.
Venne la sera, e sulla loggia venne
la giovinetta a vagheggiar la sera:
sedè — sul pugno il viso si sostenne,
e al cielo occidental volse la cera.
Le nuvole rossastre e vaporose,
che stavan mollemente in ciel sospese,
spargeano in viso a lei nembi di rose,
e le sue vesti ne apparìano accese.
Guatava il sol cadente, e un vel leggiero
di mesta pace le copria la fronte:
tramontava col sole il suo pensiero,
e cercava con lui nuovo orizzonte;
nuovo orizzonte e nuovo firmamento,
nuovo mar, nuova terra, e gente nuova,
laddove d'un amante udìa l'accento,
d'un uom l'accento, che il suo amor le prova.
Ed ecco, come rosignuol che plora
il dì che muore e la beltà che passa,
disciolse un canto, un canto che innamora
il principe con voce or alta, or bassa.
1
«Se un solo sguardo, se un sol sorriso
di lei che amore nel cor mi desta,
splender facesse pel giovin re,
la mia corona porrèile in testa,
ed il mio core sotto il bel pie'!
2
Trono di avorio parmi il suo seno.
Amor là siede con regia vesta.
O amor, deh! scendi; se un giorno almeno
la mia corona porrèile in testa,
ed il mio core sotto il bel pie'!
3
Brilla ed ondeggia come bandiera
dei suoi capelli l'ampia foresta:
ardisco vincere la terra intera
s'ella la spiega dinnanzi a me.
La mia corona porrèile in testa,
ed il mio core sotto il bel pie'!
4
Trono di regi, trono è di spine;
ma se a dividerlo meco si appresta,
ella bellissima tra le regine,
io felicissimo tra tutti i re:
la mia corona porrèile in testa,
ed il mio core sotto il bel pie'!
5
Canta, o divina! col dolce suono
l'amor che io chiedo mi manifesta.
Ai miei vassalli la grazia io dono,
ma la mia grazia viene da te.
La mia corona porrèile in testa,
ed il mio core sotto il bel pie'!».
Qui tacque il prence; e di quel canto al pari
che lento di eco in eco si perdea,
la giovanetta a passi tardi e rari
nella celletta sua si ritraea.
Nè si voltò per via col capo indietro,
col bel capo sul quale il vel diffuse;
solo ed alquanto dopo l'ampio vetro
stette del suo balcone, e poi lo chiuse.
Venne col dì novello — e come i fiori
timidamente ad allattar si mise,
il giovin prigioniero apparve fuori,
le rivolse un saluto, e le sorrise.
Gli omeri scosse come impaurita,
e la clessidra dalle man sfuggille;
guardollo a lungo — e l'alma indefinita
e velata apparía sulle pupille.
Non rispose al saluto, e si ritrasse;
poscia pentita che lo avea guardato,
tornò di nuovo, e le pupille basse
tenne, e 'l viso mostrò fiero e turbato.
La caduta clessidra ripigliossi,
ma altra causa ad aver di altro ritorno,
or d'un nastro, or d'un vel colà scordossi,
onde venne ed andò tutto quel giorno.
Venne, ed andò, nè mai mirollo in viso,
ma folleggiò coi fiori oltre l'usato:
a questo un detto, a quei dispensa un riso,
riso, che avrebbe il Cielo invidiato.
Or un ne strappa e se lo mette in bocca,
ne sfronda un altro, e se lo versa al piede,
oltre l'orecchio una volubil ciocca
or si respinge, e sempre fugge e riede.
Bella lepre così par che s'invole
dal cacciator, ma torna al loco istesso;
fa mille balzi e mille capriole,
e vicina a morir gioca con esso.
Fuman le membra, si riacquatta in valle,
vibra l'orecchia a scosse alterne e rade.
Sparì! — ma no: del colle sulle spalle
vola — del ventre mostra il bianco, e cade.
Un bel mattino, in mezzo ai fior seduta,
come se non l'udisse e no 'l vedesse,
mentre che il giovanetto la saluta
si mise a canticchiar note dimesse.
E l'altro cantò ancor; ma ella fingea
di non udirlo e proseguìa suo canto.
Care astuzie di amor! Ma rispondea
all'altrui note con sue note intanto.
1
Amore è giardiniero;
fiore è la verginella:
Ed ella proseguìa:
2
Ed ella proseguìa:
3
di me pur abbi amore:
Rifiorirei, se avessi
che sopra il sen ti sta».
4
Ed ella per dispetto
5
ti avrò tra queste braccia.
Ed ella porporino
6
E più non venne sulla loggia mai
nell'ora che aspettarla egli solea,
ma inaffiava i fiori allor che i rai
non ancor il mattin bianco spandea.
E la clessidra vi lasciava spesso
come argomento della sua venuta;
per dispetto così diceva ad esso:
«Vi sono stata, e tu non mi hai veduta».
Ardire il prence non però perdea,
ed arte oppose ad arte, e gioco a gioco;
più fuor non venne, nè cantò, ma stette
chiuso del carcer suo nel muto loco.
E la fanciulla allor nell'ora usata,
nulla curando il sol, nulla la pioggia,
invan spiegò la voce innamorata,
e tornò invano sulla cara loggia.
Correa, danzava sino all'aere bruno,
gittava con fragor giù i testi a terra;
ma invano! non udìa canto nessuno,
nè vedeva colui che le fe' guerra.
Dolce malinconia le si cosparse
allor sul viso verginale e bianco,
volse gli sguardi verso il cielo, e pianse
d'ira, di amore, e di pietà pur anco.
Di pietà; chè credea quel giovanetto
egro forse in prigione e delirante.
Attese sino a sera, uscì dal letto,
e a visitarlo andò tutta tremante.