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Vincenzo Padula
L'orco

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IV

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle!

L'Orco sapeva il corso delle stelle;

ma gli erano le donne affatto ignote.

Dica di voi ciascuna, e non m'inganni,

dica via mo', se donna esser mai puote

semplice a sedici anni!

La donna nulla impara, eppur sa tutto;

non ha scïenza, ma un fatale istinto;

chè ella la prima della Scienza al frutto

l'ardita mano nell'Edenne ha spinto.

Lo porse all'uom; ma all'uom fe' nodo ín gola;

perciò ei solo or va a scuola.

Semplice Ciriegina?

L'Orco ha sessanta secoli sui panni;

or vegga che sa far la semplicina

che tiene sedici anni.

 

Un principino manieroso e bello,

come nascer soleano ai tempi andati,

andando a caccia, nel frondoso ostello

si smarrì di alti boschi inabitati.

E camina, camina, ecco pervenne

dell'Orco nostro nel fatal giardino.

Stanco si assise, mentre colle penne

un'aura gli scoteva il crin corvino.

Era un bel giovanetto. Estiva pesca

pareva il viso colorito e bruno:

dal labbro arguto par che il frizzo gli esca,

e un dolce riso che non lede alcuno.

Nell'alta parte dell'oval sembiante

ha del pensier l'altezza e la beltà;

ma nelle rughe delle labbra, errante

gli si legge un desìo di voluttà.

Come da lungi l'Orco ebbel veduto,

corre, e bieco gli grida: «O sciagurato,

perchè sei nel fatale orto venuto?

Sorgi, e mi vieni prigioniero allàto».

E ben gli fu, che andonne prigioniero;

chè egli ancor non sapea qual duro stallo

la prigion fosse, ov'ei senza pensiero

or questo condannava, or quel vassallo.

Umido, oscuro era quel loco; e dopo

che attorno lo girò, sedette incerto:

poscia l'acuto udì strillo del topo

e lo ebbe qual compagno in quel diserto.

Passò una notte, lunga, insonne notte,

ed origlier gli fu gelido masso;

dipoi da lieve luce vide rotte

le sue tenèbre, 'l capo levò lasso.

Levò il capo, ed alto alto un fenestrino

distinse, cui guernìa ferreo cancello;

sopra arrampicossi, e del mattino

respirò la fragranza e 'l venticello.

Dava quel fenestrino in un cortile

dall'alte mura del castel recinto,

e rimpetto vedea loggia gentile

con molti testi d'ogni fior dipinto.

Ed ei stette immoto, e con affetto

vedea la luce del nascente giorno

agile caminar da tetto a tetto,

da muro a muro di quel reo soggiorno.

Sola la loggia nell'incerto lume

nuotava ancor dei mattinali albori;

ma il sol di luce già vi versa un fiume,

e illumina la loggia, i testi e i fiori.

Punta dai raggi, dal notturno amplesso

sciolse ogni pianta il delicato ramo:

stormîr le frondi, ed ogni fiore appresso

si aprì, qual bocca che ti dica: «Io ti amo

quando tra piante e fiori, e tra la pura

luce che piante e fior desta ed abbella,

di donna apparve una gentil figura

di luce, piante e fior molto più bella.

Bianca la gonna, verde il grembiuletto,

ed il velo del seno ha porporino;

nudo il capo, e di rose ha un bel mazzetto

tra le trecce foggiate a canestrino.

Dagli orecchini, che moveansi come

move il bel capo, uscìan lampi e faville,

che mesceansi al fulgor delle sue chiome,

che mesceansi al fulgor di sue pupille.

La non cammina, no; piuttosto vola,

non vola no, ma in mezzo all'acre ondeggia;

nel pie' brilla il coturno, onde s'invola

soave un'armonia quando passeggia.

Ell'era Ciriegina. — Il giovanetto

se la beve con gli occhi, e una paura,

uno sgomento a quel femineo aspetto

gli si stampa sull'avida figura.

Credea che fosse un angelo venuto

di sua madre commosso alla preghiera,

a trarlo di catene, e dargli ajuto,

e che con gli atti gli dicesse: «Spera!».

Credeala un sogno, cui natura amante

nel notturno riposo abbia sognato,

di Ente novello immagine brillante

che aspettava da lei di esser creato.

Credea che un pensier fosse ed un desìo

di amor, di giovinezza e di beltade,

cui la notte nell'ora che morìo

lasciò vagante sull'aeree strade.

Credea che fosse un nuvoletto bianco

irradïato dall'avverso sole,

che sopra le aure sostenendo il fianco

traesse in alto la cangiante mole.

Ma la fanciulla poi che stette alquanto

a inaffiar colla clessidra i fiori,

certa di esser non vista, un mesto canto

fe' volare dai suoi labbri canori.

 

1

 

«Oh perchè il calice

d'un bel fiorello

non si apre, ed èscene

vago donzello?

nudo, e di brina

tutto stillante,

figlio dell'aura,

figlio del sol?

 

Per Ciriegina

che ama, ed amante

non ha tra gli uomini,

oh! che consuol!

oh! che consuol!

 

2

 

Piccolo, piccolo

dentro un fioretto

chiuso desidero

quel giovanetto.

Sera e mattina

l'avrei davante:

la mia letizia

saprìa Dio sol.

 

Per Ciriegina

che ama, ed amante

non ha tra gli uomini,

oh! che consuol!

oh! che consuol!

 

3

 

Potrei tenermelo

in dito e in bocca,

or sulla cuffia,

or sulla rocca,

or tra la fina

treccia fragrante,

sul guancial soffice,

sotto il lenzuol!

 

Per Ciriegina

che ama, ed amante

non ha tra gli uomini,

oh! che consuol!

oh! che consuol!

 

4

 

Piccolo, piccolo;

ma poi vorrei

che sotto il fulgere

degli occhi miei,

qual pianta alpina,

viril sembiante

crescendo assumere

potesse a vol.

 

Per Ciriegina

che ama, ed amante

non ha tra gli uomini,

oh! che consuol!

oh! che consuol!

 

5

 

Di poi sciogliendosi

dal seno mio,

in fondo al calice

del fior natio,

la piccolina

forma cangiante

andasse a chiudere

col nuovo sol.

 

Per Ciriegina

che ama, ed amante

non ha tra gli uomini,

oh! che consuol!

oh! che consuol!».

 

Cantò e disparve; e come chi mirato

per lungo ha il viso dell'occiduo sole,

pel cielo il vede poi moltiplicato

ora in color di aranci, or di viole:

così il garzon vedea vagare a nuoto

sopra ogni oggetto quel femineo volto,

e tuttor rimanea tacito, e immoto

come per dare a quella voce ascolto.

Vaneggiò tutto giorno, e benedisse

la solitudin sua, le sue catene;

divenne lieto, e nel pensier si fisse

di amare e posseder cotanto bene.

Venne la sera, e sulla loggia venne

la giovinetta a vagheggiar la sera:

sedè — sul pugno il viso si sostenne,

e al cielo occidental volse la cera.

Le nuvole rossastre e vaporose,

che stavan mollemente in ciel sospese,

spargeano in viso a lei nembi di rose,

e le sue vesti ne apparìano accese.

Guatava il sol cadente, e un vel leggiero

di mesta pace le copria la fronte:

tramontava col sole il suo pensiero,

e cercava con lui nuovo orizzonte;

nuovo orizzonte e nuovo firmamento,

nuovo mar, nuova terra, e gente nuova,

laddove d'un amante udìa l'accento,

d'un uom l'accento, che il suo amor le prova.

Ed ecco, come rosignuol che plora

il che muore e la beltà che passa,

disciolse un canto, un canto che innamora

il principe con voce or alta, or bassa.

 

1

 

«Se un solo sguardo, se un sol sorriso

di lei che amore nel cor mi desta,

questa prigione qual paradiso

splender facesse pel giovin re,

la mia corona porrèile in testa,

ed il mio core sotto il bel pie'!

 

2

 

Trono di avorio parmi il suo seno.

Amor siede con regia vesta.

O amor, deh! scendi; se un giorno almeno

ceder quel loco potessi a me,

la mia corona porrèile in testa,

ed il mio core sotto il bel pie'!

 

3

 

Brilla ed ondeggia come bandiera

dei suoi capelli l'ampia foresta:

ardisco vincere la terra intera

s'ella la spiega dinnanzi a me.

La mia corona porrèile in testa,

ed il mio core sotto il bel pie'!

 

4

 

Trono di regi, trono è di spine;

ma se a dividerlo meco si appresta,

ella bellissima tra le regine,

io felicissimo tra tutti i re:

la mia corona porrèile in testa,

ed il mio core sotto il bel pie'!

 

5

 

Canta, o divina! col dolce suono

l'amor che io chiedo mi manifesta.

Ai miei vassalli la grazia io dono,

ma la mia grazia viene da te.

La mia corona porrèile in testa,

ed il mio core sotto il bel pie'!».

 

Qui tacque il prence; e di quel canto al pari

che lento di eco in eco si perdea,

la giovanetta a passi tardi e rari

nella celletta sua si ritraea.

si voltò per via col capo indietro,

col bel capo sul quale il vel diffuse;

solo ed alquanto dopo l'ampio vetro

stette del suo balcone, e poi lo chiuse.

Venne col novello — e come i fiori

timidamente ad allattar si mise,

il giovin prigioniero apparve fuori,

le rivolse un saluto, e le sorrise.

Gli omeri scosse come impaurita,

e la clessidra dalle man sfuggille;

guardollo a lungo — e l'alma indefinita

e velata apparía sulle pupille.

Non rispose al saluto, e si ritrasse;

poscia pentita che lo avea guardato,

tornò di nuovo, e le pupille basse

tenne, e 'l viso mostrò fiero e turbato.

La caduta clessidra ripigliossi,

ma altra causa ad aver di altro ritorno,

or d'un nastro, or d'un vel colà scordossi,

onde venne ed andò tutto quel giorno.

Venne, ed andò, mai mirollo in viso,

ma folleggiò coi fiori oltre l'usato:

a questo un detto, a quei dispensa un riso,

riso, che avrebbe il Cielo invidiato.

Or un ne strappa e se lo mette in bocca,

ne sfronda un altro, e se lo versa al piede,

oltre l'orecchio una volubil ciocca

or si respinge, e sempre fugge e riede.

Bella lepre così par che s'invole

dal cacciator, ma torna al loco istesso;

fa mille balzi e mille capriole,

e vicina a morir gioca con esso.

Fuman le membra, si riacquatta in valle,

vibra l'orecchia a scosse alterne e rade.

Sparì! — ma no: del colle sulle spalle

vola — del ventre mostra il bianco, e cade.

Un bel mattino, in mezzo ai fior seduta,

come se non l'udisse e no 'l vedesse,

mentre che il giovanetto la saluta

si mise a canticchiar note dimesse.

E l'altro cantò ancor; ma ella fingea

di non udirlo e proseguìa suo canto.

Care astuzie di amor! Ma rispondea

all'altrui note con sue note intanto.

 

1

 

«Di fiori ho una famiglia:

lor madre esser mi piacque.

I fior crescon con l'acque,

larà, larà, larà».

E 'l giovine rispose:

«Cresce coll'acqua il fiore

e crescon più vezzose

le donne coll'amore.

Amore è giardiniero;

fiore è la verginella:

tu diverrai più bella,

se amor ti inaffierà».

Ed ella proseguìa:

«Amor mi piace poco;

i fior muojon col foco,

larà, larà, larà».

 

2

 

«Ma dell'amor la fiamma

foco è di estivo sole:

esso colora e infiamma

le rose e le viole.

Per te sinor la vita

fu la stagion di aprile:

or la stagion gentile

ti aspetta dell'està».

Ed ella proseguìa:

«L'està non mai mi piacque,

i fior crescon coll'acque,

larà, larà, larà».

 

3

 

«Se i fior ti son sì cari,

di me pur abbi amore:

in questi luoghi amari

sono appassito fiore.

Rifiorirei, se avessi

il loco e la fortuna

di quella viola bruna

che sopra il sen ti sta».

Ed ella disse: «O viola,

vanne, ti gitto a terra:

a tutti i fior fo guerra,

larà, larà, larà».

 

4

 

«O viola, io ti ringrazio;

scovri così quel seno

da cui l'occhio non sazio

beve mortal veleno.

Un angolo novello

del seno suo mi mostri,

dove l'avorio agli ostri

accresce la beltà».

Ed ella per dispetto

meglio si chiuse il petto,

e proseguì cantando

«larà, larà, larà».

 

5

 

«Vergin superba e cruda,

deh! pure il sen ti allaccia!

Un verrà che nuda

ti avrò tra queste braccia.

Se io ti amo, invan ti adiri,

o finto è il tuo furore:

il Cielo ha per l'amore

creäta la beltà».

Ed ella porporino

fe' il viso, e col piedino

battè tre volte a terra,

larà, larà larà.

 

6

 

«Se attorno i fior profondi

ogni arte ed ogni amore,

di', quante son le frondi

del tuo più caro fiore?

Innanzi al Ciel lo giuro

che diverrai mia moglie,

se il numer delle foglie

il labbro tuo dirà».

Ma ella le spalle volse

e 'l labbro al riso sciolse,

e s'involò cantando

«larà, larà, larà».

 

E più non venne sulla loggia mai

nell'ora che aspettarla egli solea,

ma inaffiava i fiori allor che i rai

non ancor il mattin bianco spandea.

E la clessidra vi lasciava spesso

come argomento della sua venuta;

per dispetto così diceva ad esso:

«Vi sono stata, e tu non mi hai veduta».

Ardire il prence non però perdea,

ed arte oppose ad arte, e gioco a gioco;

più fuor non venne, cantò, ma stette

chiuso del carcer suo nel muto loco.

E la fanciulla allor nell'ora usata,

nulla curando il sol, nulla la pioggia,

invan spiegò la voce innamorata,

e tornò invano sulla cara loggia.

Correa, danzava sino all'aere bruno,

gittava con fragor giù i testi a terra;

ma invano! non udìa canto nessuno,

vedeva colui che le fe' guerra.

Dolce malinconia le si cosparse

allor sul viso verginale e bianco,

volse gli sguardi verso il cielo, e pianse

d'ira, di amore, e di pietà pur anco.

Di pietà; chè credea quel giovanetto

egro forse in prigione e delirante.

Attese sino a sera, uscì dal letto,

e a visitarlo andò tutta tremante.

 

 


 




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