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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
questa vostra pietà vi fa più belle.
destin dell'Orco, ed alta in cor mi abbonda
l'ira contro di lei, che d'un mortale
Pure l'animo mio non resta vinto
da nulla meraviglia:
sentenza antica vuol che per istinto
la donna vede il bene, e al mal si appiglia.
E ciò s'è vero, mi conforta un poco,
che forse voi, di amor lucidi specchi,
dure dei giovanetti al caldo foto,
vi appiglierete a noi poveri vecchi.
Deh! fatelo, per Dio; chè tosto liete
di noi vi chiamerete.
Amor di vecchio è rabbia, è incendio. Un piede
fermasi alquanto sopra l'altro, e vede
avidamente della vita il bello.
E 'l bello della vita che gli fugge
in voi lo vede accolto, e con amore
a voi si volge trepidando, e sugge
e sugge, e sugge e sugge insin che muore.
e 'l Ciel porravvi sì bell'opra a merto,
chè andar lo fate a Dio senza lamento
Ma, o fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
lasso! per me non son le cose belle.
Gran peccator son io,
nè merto avere nessun ben di Dio.
ribel, nemico al Ciel, scomunicato;
perciò colei gli disse: «Io non mi corco,
non mi corco con te, muso dannato».
Il principino poi
erasi un buon cristiano,
onde bassando i begli occhietti suoi,
gli disse: «Io ti amo!» e porsegli la mano.
è fatto ed è disposto per gli eletti,
ed a noi maledetti sempre tocca
tenèr chiusa la bocca, e asciutto il muso.
che non si trovin più le belle donne,
le mogli sagge, fide e mansuete,
e quei mariti ch'erano colonne?
E' chiara la ragione, e ognun la vede,
tutto avviene, perchè non ci è più fede.
Al contrario, gli antichi patriarchi
perchè erano di noi meglio credenti,
di mille anni sebbene e mille carchi,
e aveano dieci e venti
giovani mogli, e tutte n'eran liete,
e dopo i mesi nove
vedeansi attorno correre qua, e là
quaranta bimbi che dicean papà!
Oh! fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
e che vi giova l'esser nate belle?
In quell'età felice, a dire il vero,
mettea conto per voi sortir la cuna,
e non tra noi, tra noi, che (oh vitupero!)
non bastiam per una.
Ma perdonate, perdonate, o care,
torno la storia mia, torno a contare.
Intanto gli amanti sparìano fuggenti
per boschi, per campi, per rive ridenti.
Siccome una frotta dei dolci trasporti,
dei folli pensieri di giovane età,
d'innanzi al lor passo per prati e per orti
spauriti gli augelli volavan qua, là.
Fuggìano veloci siccome due rivi
che mescono in valle gli argenti lor vivi,
che s'urtano e lèvansi, e sotto un pudico
lenzuolo di spuma nascondon l'amor,
dei baci scambievoli il murmure amico,
mentre uno nel braccio dell'altro si muor.
Fuggivano i monti lor dietro le spalle
mescendosi al verde dell'umili valli,
calando le cime, sparendo pian piano
siccome memoria di labile età,
siccome saluto di amico lontano,
siccome ricordo dell'Orco che sta.
Ed ora pianure vedevansi innanze
immense siccome le loro speranze,
ed ora due monti che come giganti
parevan levarsi l'un l'altro a baciar,
tra cui, come i secoli irosi e mugghianti,
vedevansi i flutti d'un fiume passar.
E 'l giovan la donna togliendo in ispalla
lo varca animoso, nè cade o traballa,
intanto che quella con dolce paura
lo piglia pel collo con tenera man,
e chiusa i begli occhi par bianca figura
di sogno piovuto da cielo lontan.
E corron di nuovo per selci pungenti,
per bronchi che addentan lor vesti fluenti.
Il vento dell'uno rapisce il cappello,
dell'altra il coturno s'invola dal pie';
ma ridono entrambi di questo e di quello
seguendo il sentiero che chiamali a sè.
Correte, o felici, l'un l'altro vicino:
dell'uom, della donna pur questo è il destino.
Nel fosco deserto che vita si chiama
immemor di padre, di suora o fratel
s'inseguon l'un l'altro con trepida brama,
e cadono stanchi vicino all'avel.
Ed ecco un bel colle, sul colle un paese,
e loro a parere son prime le chiese,
che levano in alto le brune campane
quai spettri di morte sull'umil città:
annuncian la sera dicendo: «Domane!
Domane! Domane! Chi mai lo vedrà?».
Il sol che tramonta sui piani e sui campi
dardeggia gli estremi suoi funebri lampi.
Foriera di notte si avanza la stella
cantando: «O mortali, l'amor, che costà
siccome per vento gentile fiammella
si spegne con gli anni, riprendesi qua».
«Vedi il paese mio, vedi la reggia»,
disse il principe allora a Ciriegina
«Di quel poggiuolo appie' che si vagheggia
tu mi aspetta, o gentile: entrar non dèi
Coi miei soldati, con gli amici miei
ritornerò tra poco
Tacque, baciolla, e andonne; e Ciriegina
di sopra alla fontana.
Levasi il velo, e d'aura serotìna
del collo la caldura.
Muscoso muricciuol le fea sgabello,
e sotto a lei le linfe
Poggiava il capo a un elce, e dietro a quello
qual verginella bianca.
Vedea di lato un fosco castagneto,
entro cui si allontana
d'innanzi un rio che corre in un canneto,
sul ponte un fanciulletto,
che sue lattanti scrofe richiamava
voltolarsi del fiume.
Ed ei: «Voh! voh! Zingana mia, gridava,
Monachella, voh! voh!».
Di quel fanciul la vista il cor le affanna,
un campo di sagina. Una capanna
Vibra le stolte orecchie, or zappa il suolo,
Arde di lato il fuoco, ed un pajuolo
sospeso a un travicello
pendea sovra di quello.
Poscia vedeva una fanciulla bella,
affumicata e tinta,
la quale entro d'ignobile scodella
Allor venia dalla capanna fora
e dietro ad esso un'altra vecchia ancora,
poscia una giovin donna, che tenea
un macro pargoletto.
avida intorno a quella
E l'uno con livor l'altro guatava,
mentre l'asin col capo soprastava
Tutto mirava Ciriegina, e 'l core
dalla maninconia
spettacol di miseria e di dolore
ancor non si era mai.
Oltremodo di quei vecchi l'aspetto
stampavale la paura.
«Dunque tal pure un giorno il mio diletto
ogni esser maledetto a lei piangea,
ed ella si sentiva
sola, rejetta, abbandonata, come
che, travolta dai nembi, l'auree chiome
Ed ecco dalla via del castagneto
due giovanette, e lor veniva drieto
ignudo, ed ondeggiar l'aura gli fea
Le chiuse pugna in bocca si mettea,
e scaldandole al fiato,
Attaccandosi poscia alle gonnelle
delle due giovanette
esclamava con grazia: «O belle, o belle,
Fate, prego, che primo io mi empia quello.
Ed ella mi darà d'un bel randello,
Non abbiam ch'esso solo!».
Glielo empíano le pie; poscia in ispalla
lo assettavan con cura
di quella creatura,
il qual sen parte, e Ciriegina avvalla
sulle due mansuete
mentre in fondo al baril mormora e stilla
1
«Figlia! per quanto la salute hai grata
guarda l'onor delle bellezze tue.
L'onore è una montagna dirupata,
chi ne discende non vi sale più.
Così mi dice mamma, ed io le dico:
2
«La zitelluccia è come la gallina
che solo in suo pollaio vive sicura;
s'esce di casa, uccello di rapina
è l'uomo che l'onor tosto le fura.
Così mi dice mamma, ed io le dico:
3
«Se mai lo incontri sulla via del fonte,
e da ber cerca, non gli dare a bere:
taci, se parla, e china giù la fronte,
e fuggi se col gomito ti fere.
quel tristo ingannatore».
Così mi dice mamma, ed io le dico:
4
«Figlia! tu sei la lepre incauta, ed ello
è cacciator che sa l'arti secrete:
ti mostra un orecchino od un anello,
fuggi, leprotto mio, quella è la rete.
Così mi dice mamma, ed io le dico:
5
«Se a salire in sua casa egli ti appella,
rompiti innanzi il collo che ci vai:
le scale salirai certo zitella,
ma zitella però non scenderai.
Cosí mi dice mamma, ed io le dico:
6
«Se mai ti dice che di me più ti ama,
no 'l creder, figlia mia; son tutti inganni.
Colto l'onore che di coglier brama,
ti sprezza, e ti abbandona tra gli affanni,
Cosí mi dice mamma, ed io le dico:
7
«L'onore, figlia mia, non sta negli occhi,
nella bocca non sta, non sta nel petto:
alquanto un poco sta sopra i ginocchi,
oltra non dico, chè molto ti ho detto.
Così mi dice mamma, ed io le dico:
«Tutto questo è l'onore?».
Così cantando se ne gìan per via,
vedendo ch'era notte, — ahimè! spargea.
L'animo le struggea — crudo pensiero
di esser colà dall'uom ch'amava tanto
al disonore e al pianto — abbandonata.
Ai dì trascorsi guata — e, rimembrando
suo dolce tempo, piange con dolore
il verginale fiore — ch'à perduto.
E in loco ombroso e muto — nel vedersi
priva di padre e madre, e tanto oppressa,
pietade di sè stessa — sentì forte.
E bramava la morte — ed un bisogno
provava di cercare oltre la terra
Tale ch'alla sua guerra — desse pace.
E con occhio fugace — ricercando
le stelle vereconde all'aer bruno,
«Lassuso è certo alcuno!» — ella dicea.
Ma il nome mal sapea — dell'Ente immenso
che sì d'un tratto al suo timido core
per la via del dolore — si svelava.
Chè l'Orco non parlava — unqua di Dio,
e lei cresciuta avea come pagana,
bella, coll'alma vana — e senza fede;
nè battesmo le diede: — e nondimeno
per l'istinto che al Cielo or la rimorchia
sul terren s'inginocchia, — e prega e prega.
Le mani al sen si lega, — e tutta bianca
parea di bianca cera un simulacro,
mentre fanno un lavacro — gli occhi ardenti.
Ma concetti, nè accenti — non trovando
convenienti per pregare Dio,
vinta da duolo rio — giù si abbandona.
E colla faccia prona — e seco in ira,
vede l'immagin sua nell'onde chiare,
e di avere le pare — una compagna.
Quando per la campagna — ascolta un grido
di disperazïon che fa paura,
e poscia una figura — appare orrenda.
Nera come la benda — in cui si avvolve
la notte sconsolata allor che dorme
una donna deforme — a lei comparve.
Come vanno le larve — levi, levi
secondo dell'avel l'aura le porta,
ella così distorta — movea il passo.
Uno strido, un fracasso — uscìa pauroso
dalle giunture di suo corpo spento
ad ogni movimento — che facea.
Chè il suo corpo parea — fascio incomposto
di aride frasche cui scompiglia il vento,
e ne tragge un lamento — allor che passa.
E quando il guardo abbassa — un bruno lampo
le scaturìa dalla lercia pupilla,
simile alla scintilla — che si mira,
allor che il vento tira — in mezzo a quella
maligna e crassa nebbia che di notte
fuor dall'acque corrotte — alzasi ed arde.
Or mentre torte e tarde — ella segnava
1
o sua non son fattura,
Però, lo maledico,
e maledico in Lui
2
3
è sconsolato.
4
che guardanmi orgogliose
e deridendo.
5
sei tanto brutta! —.
Vorrei quegli astri estinguere,
e sfarla tutta!
6
vorrei del mondo.
se me non ama alcuno?
Se tutto è per me bruno
e non giocondo?
7
dicono tutti allor:
8
ridendo sotto il vel,
Così cantava; e 'l suo quel suon parea
cui fa stuolo famelico di cagne
quando sopra campagne, — in cui battaglia
seguì funesta, smaglia — strepitando
le reliquie dell'armi, e i cranii sfascia
coll'avida ganascia, — e insiem coll'ugne.
Al fonte intanto giugne; — e nello specchio
di quell'acque al mirar di Ciriegina,
mentre il viso declina, — il vago aspetto,
nello stolto intelletto — ecco che ratto
credè che, mercè forse opra d'incanto,
quel viso bello tanto — il suo si fosse.
E trepida si scosse, — e inver la fonte
atti sì strani fea di meraviglia,
inarcando le ciglia, — e aprendo gli occhi,
che in due sonori scocchi — la fanciulla
die' di riso ad un tratto, e quel bel nodo
di riso in vago modo — imita l'eco.
Suso per l'aer cieco — ficca il guardo
la Brutta, e di lei visto il ver sembiante,
le s'inchina davante — e stassi immota.
Ed una gioja ignota, — ed una sacra
riverenza per lei sente dappoi,
che scorda i mali suoi — mirando quella.
E men brutta, anzi bella — assai la rende
quella quïete ammiratrice e santa
onde bellezza tanta — contemplava.
L'altra a sè la chiamava, — e veramente
sentìa bisogno d'una compagnia,
cui sua ventura ria — narrar potesse.
La Brutta al suol dimesse — avea le ciglia,
e della nuova voce udendo il suono,
si sentiva più buono — il core in seno.
E Ciriegina appieno — i casi suoi
le raccontava, e con parlare accorto
ella le dea conforto, — e sospirava.
Stanca si addormentava — ad essa in grembo,
qual agno bianco che di tigre fera
alla mammella nera — si sospende;
o qual luna che splende — e si riposa
su nuvol negro e dorme, mentre il vento
spinge pel firmamento — e l'uno e l'altra.
Di quella cruda e scaltra — in cor ritorna
e, vista quella pia — così giacente,
trae un coltel quetamente, — e gliel conficca
di croce a forma ove divisa e liscia
la chioma fea una striscia — al capo in mezzo.
Dà un grido, e dopo un pezzo — si scolora
l'infelice donzella, e dall'infido
seno che le fea nido — a terra cade.
La divina beltade — delle membra
ondeggia e trema come velo bianco,
men ratto anela il fianco, — ed ecco more.
Con un pago furore — ed una calma
orribile a mirar stassi la Brutta
tra la Vita la lutta — e tra la Bella.
La mira, ed ecco in quella — un frullo sente
d'ala che vola, e voce dopo un tratto
«Che mal ti aveva io fatto?» — le dicea.
Sbigottisce la rea: — poscia si avventa
sopra la salma dell'uccisa donna,
ma sol la vuota gonna, — e 'l velo trova.
Meraviglia ne prova; — indi si acconcia
sulla trista persona in un momento
il vago vestimento — dell'uccisa.
E brutta in doppia guisa — se ne stava;
quando ecco per la via correre suoni
di carri, di pedoni, — e di destrieri.
Tra mille cavalieri — il re venìa,
tardi bensì, ma non per suo peccato:
lo aveano ritardato — amplessi amici.
Ai prati e alle pendici — il guardo manda,
la rappella più volte, e sol risponde
con lamentevoli onde — la fontana.
Ed ecco quella strana — empia figura
sopra il collo gli gitta ambe le braccia,
lo bacia per la faccia, — e poi gli dice:
«O principe infelice! or non ravvisi
la Ciriegina tua? pur io son quella,
ma lassa! non più bella, — e 'l dì mi grava.
Qui mentre io ti aspettava — giunse l'Orco,
e sua vendetta in me compì fatale,
e mi condusse al quale — in cui mi vedi.
Ecco! io ti prendo i piedi, — e ti scongiuro
che il tuo crudo rifiuto una novella
pena non giunga a quella, — ch'or sopporto.
Mercè! non farmi torto — e ti ricorda
che tu, primiero il verginal mio fiore
cogliendo, eterno amore — mi giurasti».
Tacque; ned è che basti — a me l'ingegno
a dir qual fosse il cor del principino;
color perse il meschino — e sentimento.
Poi con sommesso accento, — alla fortuna
maledicendo che lo avea tradito,
cenna il cocchio, e l'invito — a lei ne dona.
La sformata persona — ella contorce,
sale sul carro, in cor gongola tutta,
e se ne va la Brutta — glorïosa,
pensando: «Alfin son sposa — e son regina,
e sul labbro fatal d'un uomo amato
ho un bacio alfin libato, — e paga or sono.
E 'l dolce unico dono, — onde più corta
par la misera vita, or provo anch'io;
se me 'l negava Dio, — me 'l die' la colpa.
Felice e cara colpa! — altre ben mille
a consumarne apparecchiata io fora:
vince di amore un'ora — inferni cento».
Ed ecco in quel momento — spaventosa,
e solo intesa a lei voce, che a un tratto,
«Che mal ti aveva io fatto,» le dicea.
Al grido ella volgea — gli occhi spauriti
di qua, di là, ma null'alfin vedendo
al prence sorridendo — si avvicina.
Lo bacia, e quegli china — doloroso