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Vincenzo Padula
L'orco

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VI

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

questa vostra pietà vi fa più belle.

Me pur commove il crudo

destin dell'Orco, ed alta in cor mi abbonda

l'ira contro di lei, che d'un mortale

agli amplessi si piacque,

sdegnando un Immortale,

che umile a pie' le giacque.

Pure l'animo mio non resta vinto

da nulla meraviglia:

sentenza antica vuol che per istinto

la donna vede il bene, e al mal si appiglia.

E ciò s'è vero, mi conforta un poco,

che forse voi, di amor lucidi specchi,

dure dei giovanetti al caldo foto,

vi appiglierete a noi poveri vecchi.

Deh! fatelo, per Dio; chè tosto liete

di noi vi chiamerete.

Amor di vecchio è rabbia, è incendio. Un piede

mentre ei pon nell'avello,

fermasi alquanto sopra l'altro, e vede

avidamente della vita il bello.

E 'l bello della vita che gli fugge

in voi lo vede accolto, e con amore

a voi si volge trepidando, e sugge

e sugge, e sugge e sugge insin che muore.

Ma almen muore contento,

e 'l Ciel porravvibell'opra a merto,

chè andar lo fate a Dio senza lamento

fuor da questo deserto.

Ma, o fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

lasso! per me non son le cose belle.

Gran peccator son io,

merto avere nessun ben di Dio.

Peccatore era l'Orco,

ribel, nemico al Ciel, scomunicato;

perciò colei gli disse: «Io non mi corco,

non mi corco con te, muso dannato».

Il principino poi

erasi un buon cristiano,

onde bassando i begli occhietti suoi,

gli disse: «Io ti amo!» e porsegli la mano.

Ahimè! tutto quaggiuso

è fatto ed è disposto per gli eletti,

ed a noi maledetti sempre tocca

tenèr chiusa la bocca, e asciutto il muso.

Perchè, perchè credete

che non si trovin più le belle donne,

le mogli sagge, fide e mansuete,

e quei mariti ch'erano colonne?

E' chiara la ragione, e ognun la vede,

tutto avviene, perchè non ci è più fede.

Al contrario, gli antichi patriarchi

perchè erano di noi meglio credenti,

di mille anni sebbene e mille carchi,

pur non perdeano i denti;

e aveano dieci e venti

giovani mogli, e tutte n'eran liete,

e dopo i mesi nove

(oh che forze! oh che prove!)

vedeansi attorno correre qua, e

quaranta bimbi che dicean papà!

Oh! fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

e che vi giova l'esser nate belle?

In quell'età felice, a dire il vero,

mettea conto per voi sortir la cuna,

e non tra noi, tra noi, che (oh vitupero!)

non bastiam per una.

Ma perdonate, perdonate, o care,

torno la storia mia, torno a contare.

 

Intanto gli amanti sparìano fuggenti

per boschi, per campi, per rive ridenti.

Siccome una frotta dei dolci trasporti,

dei folli pensieri di giovane età,

d'innanzi al lor passo per prati e per orti

spauriti gli augelli volavan qua, .

Fuggìano veloci siccome due rivi

che mescono in valle gli argenti lor vivi,

che s'urtano e lèvansi, e sotto un pudico

lenzuolo di spuma nascondon l'amor,

dei baci scambievoli il murmure amico,

mentre uno nel braccio dell'altro si muor.

Fuggivano i monti lor dietro le spalle

mescendosi al verde dell'umili valli,

calando le cime, sparendo pian piano

siccome memoria di labile età,

siccome saluto di amico lontano,

siccome ricordo dell'Orco che sta.

Ed ora pianure vedevansi innanze

immense siccome le loro speranze,

ed ora due monti che come giganti

parevan levarsi l'un l'altro a baciar,

tra cui, come i secoli irosi e mugghianti,

vedevansi i flutti d'un fiume passar.

E 'l giovan la donna togliendo in ispalla

lo varca animoso, cade o traballa,

intanto che quella con dolce paura

lo piglia pel collo con tenera man,

e chiusa i begli occhi par bianca figura

di sogno piovuto da cielo lontan.

E corron di nuovo per selci pungenti,

per bronchi che addentan lor vesti fluenti.

Il vento dell'uno rapisce il cappello,

dell'altra il coturno s'invola dal pie';

ma ridono entrambi di questo e di quello

seguendo il sentiero che chiamali a .

Correte, o felici, l'un l'altro vicino:

dell'uom, della donna pur questo è il destino.

Nel fosco deserto che vita si chiama

immemor di padre, di suora o fratel

s'inseguon l'un l'altro con trepida brama,

e cadono stanchi vicino all'avel.

Ed ecco un bel colle, sul colle un paese,

e loro a parere son prime le chiese,

che levano in alto le brune campane

quai spettri di morte sull'umil città:

annuncian la sera dicendo: «Domane!

Domane! Domane! Chi mai lo vedrà?».

Il sol che tramonta sui piani e sui campi

dardeggia gli estremi suoi funebri lampi.

Foriera di notte si avanza la stella

cantando: «O mortali, l'amor, che costà

siccome per vento gentile fiammella

si spegne con gli anni, riprendesi qua».

 

«Vedi il paese mio, vedi la reggia»,

disse il principe allora a Ciriegina

che stavagli vicina.

«Di quel poggiuolo appie' che si vagheggia

nella soggetta fonte

coll'alberata fronte,

tu mi aspetta, o gentile: entrar non dèi

qual povera e straniera

nella mia reggia altera.

Coi miei soldati, con gli amici miei

ritornerò tra poco

con giubilo e con gioco».

 

Tacque, baciolla, e andonne; e Ciriegina

si assise piana piana

di sopra alla fontana.

Levasi il velo, e d'aura serotìna

conforta alla frescura

del collo la caldura.

 

Muscoso muricciuol le fea sgabello,

e sotto a lei le linfe

garrivan con le Ninfe.

Poggiava il capo a un elce, e dietro a quello

spungea la luna stanca

qual verginella bianca.

 

Vedea di lato un fosco castagneto,

entro cui si allontana

la via della fontana;

d'innanzi un rio che corre in un canneto,

sul rivo un ponte stretto,

sul ponte un fanciulletto,

 

che sue lattanti scrofe richiamava

che nel loto han costume

voltolarsi del fiume.

Ed ei: «Voh! voh! Zingana mia, gridava,

toh! Majalina, toh!

Monachella, voh! voh!».

 

Di quel fanciul la vista il cor le affanna,

ed oltre il fiume tende

il guardo 've si stende

un campo di sagina. Una capanna

ha in mezzo, e sulla entrata

un asinel che guata.

 

Vibra le stolte orecchie, or zappa il suolo,

ora la breve coda

sui fianchi si disnoda.

Arde di lato il fuoco, ed un pajuolo

sospeso a un travicello

pendea sovra di quello.

 

Poscia vedeva una fanciulla bella,

ma lacera e discinta,

affumicata e tinta,

la quale entro d'ignobile scodella

quel pajuolo versava,

e 'l cibo vil fumava.

 

Allor venia dalla capanna fora

un vecchierello bianco

egro mutando il fianco;

e dietro ad esso un'altra vecchia ancora,

che rideva, e in quel viso

era orribile il riso:

 

poscia una giovin donna, che tenea

sospeso al macro petto

un macro pargoletto.

La famigliuola rustica sedea

avida intorno a quella

vaporosa scodella.

 

E l'uno con livor l'altro guatava,

e con invidia rea

la man che v'intingea,

mentre l'asin col capo soprastava

al vecchierel dimesso

fiutando il cibo anch'esso.

 

Tutto mirava Ciriegina, e 'l core

dalla maninconia

stringere si sentìa:

spettacol di miseria e di dolore

offerto ai suoi bei rai

ancor non si era mai.

 

Oltremodo di quei vecchi l'aspetto

sull'ingenua figura

stampavale la paura.

«Dunque tal pure un giorno il mio diletto

addiverràdicea,

e spaurita piangea.

 

E mirandosi attorno, le parea

veder lugubre velo

sopra la terra e 'l cielo:

ogni esser maledetto a lei piangea,

ed ella si sentiva

come in estrana riva,

 

sola, rejetta, abbandonata, come

immortale Fenice

nata in suol più felice,

che, travolta dai nembi, l'auree chiome

vede rompersi, e scura

farsi sua beltà pura.

 

Ed ecco dalla via del castagneto

giù correre con festa

coi lor barili in testa

due giovanette, e lor veniva drieto

tutto nudo un puttino;

pareva un amorino

 

ignudo, ed ondeggiar l'aura gli fea

sulla persona bella

la sola camicella.

Le chiuse pugna in bocca si mettea,

e scaldandole al fiato,

dicea: «Che freddo ingrato!».

 

Attaccandosi poscia alle gonnelle

delle due giovanette

tanto polite e schiette,

esclamava con grazia: «O belle, o belle,

vedete, io son piccino,

piccino è l'orciolino.

 

Fate, prego, che primo io mi empia quello.

Che bujo, mamma mia!

Posso cader per via.

Ed ella mi darà d'un bel randello,

se rompo questo orciuolo.

Non abbiam ch'esso solo!».

 

Glielo empíano le pie; poscia in ispalla

lo assettavan con cura

di quella creatura,

il qual sen parte, e Ciriegina avvalla

gli occhi sovr'esso, e dice:

«Quanto l'uomo è infelice!».

 

E così mesta volge la pupilla

sulle due mansuete

fanciulle, le quai liete,

mentre in fondo al baril mormora e stilla

l'onda bruna, tra loro

cantavano a coro:

 

1

 

«Figlia! per quanto la salute hai grata

guarda l'onor delle bellezze tue.

L'onore è una montagna dirupata,

chi ne discende non vi sale più.

L'onore ha un gran nemico

nell'uomo traditore».

Così mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma! dov'è l'onore?».

 

2

 

«La zitelluccia è come la gallina

che solo in suo pollaio vive sicura;

s'esce di casa, uccello di rapina

è l'uomo che l'onor tosto le fura.

La penna in quell'intrico

ella smarrisce e more».

Così mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma! dov'è l'onore?».

 

3

 

«Se mai lo incontri sulla via del fonte,

e da ber cerca, non gli dare a bere:

taci, se parla, e china giù la fronte,

e fuggi se col gomito ti fere.

Guarda con occhio obblico

quel tristo ingannatore».

Così mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma! dov'è l'onore?».

 

4

 

«Figlia! tu sei la lepre incauta, ed ello

è cacciator che sa l'arti secrete:

ti mostra un orecchino od un anello,

fuggi, leprotto mio, quella è la rete.

Per l'onore ogni antico

tesor non ha valore».

Così mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma! dov'è l'onore?».

 

5

 

«Se a salire in sua casa egli ti appella,

rompiti innanzi il collo che ci vai:

le scale salirai certo zitella,

ma zitella però non scenderai.

Ah! sul tuo cor pudico

vegli sempre il Signore!».

Cosí mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma! dov'è l'onore?».

 

6

 

«Se mai ti dice che di me più ti ama,

no 'l creder, figlia mia; son tutti inganni.

Colto l'onore che di coglier brama,

ti sprezza, e ti abbandona tra gli affanni,

qual rosa in campo aprico

ch'à perduto l'odore».

Cosí mi dice mamma, ed io le dico:

«Mamma, dov'è l'onore,».

 

7

 

«L'onore, figlia mia, non sta negli occhi,

nella bocca non sta, non sta nel petto:

alquanto un poco sta sopra i ginocchi,

oltra non dico, chè molto ti ho detto.

Di tuo viso pudico

me lo afferma il rossore».

Così mi dice mamma, ed io le dico:

«Tutto questo è l'onore?».

 

Così cantando se ne gìan per via,

e Ciriegina lacrime dirotte,

vedendo ch'era notte, — ahimè! spargea.

L'animo le struggeacrudo pensiero

di esser colà dall'uom ch'amava tanto

al disonore e al piantoabbandonata.

Ai trascorsi guata — e, rimembrando

suo dolce tempo, piange con dolore

il verginale fiore — ch'à perduto.

E in loco ombroso e muto — nel vedersi

priva di padre e madre, e tanto oppressa,

pietade di stessa — sentì forte.

E bramava la morte — ed un bisogno

provava di cercare oltre la terra

Tale ch'alla sua guerra — desse pace.

E con occhio fugacericercando

le stelle vereconde all'aer bruno,

«Lassuso è certo alcuno!» — ella dicea.

Ma il nome mal sapea — dell'Ente immenso

che sì d'un tratto al suo timido core

per la via del dolore — si svelava.

Chè l'Orco non parlavaunqua di Dio,

e lei cresciuta avea come pagana,

bella, coll'alma vana — e senza fede;

battesmo le diede: — e nondimeno

per l'istinto che al Cielo or la rimorchia

sul terren s'inginocchia, — e prega e prega.

Le mani al sen si lega, — e tutta bianca

parea di bianca cera un simulacro,

mentre fanno un lavacro — gli occhi ardenti.

Ma concetti, accenti — non trovando

convenienti per pregare Dio,

vinta da duolo riogiù si abbandona.

E colla faccia prona — e seco in ira,

vede l'immagin sua nell'onde chiare,

e di avere le pare — una compagna.

Quando per la campagnaascolta un grido

di disperazïon che fa paura,

e poscia una figuraappare orrenda.

Nera come la benda — in cui si avvolve

la notte sconsolata allor che dorme

una donna deforme — a lei comparve.

Come vanno le larvelevi, levi

secondo dell'avel l'aura le porta,

ella così distortamovea il passo.

Uno strido, un fracassouscìa pauroso

dalle giunture di suo corpo spento

ad ogni movimento — che facea.

Chè il suo corpo pareafascio incomposto

di aride frasche cui scompiglia il vento,

e ne tragge un lamento — allor che passa.

E quando il guardo abbassa — un bruno lampo

le scaturìa dalla lercia pupilla,

simile alla scintilla — che si mira,

allor che il vento tira — in mezzo a quella

maligna e crassa nebbia che di notte

fuor dall'acque corrottealzasi ed arde.

Or mentre torte e tarde — ella segnava

le vie, così cantava.

 

1

 

«S'è ver, che Dio creato

ha l'uomo a sua figura,

o sua non son fattura,

o brutto è Dio.

Però, lo maledico,

e maledico in Lui

il mondo e l'ora in cui

trista! nacqui io,

 

2

 

i conjugali amplessi

e 'l ventre di mia madre,

in cui mandò sue squadre

il nero inferno.

Dal crin le Furie svelsersi

un angue maledetto,

e 'l poser nell'infetto

alvo materno.

 

3

 

Figlia son dunque a Satana,

a Dio sono ribelle.

Lo adorino le Belle

che à creato!

Sorella mi è la notte,

mi ascondo nel suo velo,

ed esco quando il cielo

è sconsolato.

 

4

 

Amo il male, e piacemi

strugger le belle cose,

che guardanmi orgogliose

e deridendo.

Del mondo, forchè il nero,

m'irridono i colori;

m'irridono anche i fiori,

i labbri aprendo.

 

5

 

E fin le stelle diconmi:

Perchè ti volgi a noi?

bassa quegli occhi tuoi;

sei tanto brutta! —.

Vorrei quegli astri estinguere,

stringer la terra in mano,

con ogni oggetto umano,

e sfarla tutta!

 

6

 

E assieme col Caosse

vedovo di ogni lume

seder sullo sfasciume

vorrei del mondo.

Ah! perchè amar dovrei

se me non ama alcuno?

Se tutto è per me bruno

e non giocondo?

 

7

 

Me non baciò la madre.

Lattante sui ginocchi

mi tenne e chiuse gli occhi

isbigottita.

Se nembo vien, se grandine

si versa con furor,

dicono tutti allor:

— La Brutta è uscita —.

 

8

 

E se fanciullo inférmasi,

la credono malìa

che della Brutta ria

da' rai fu indutta.

E le fanciulle belle,

ridendo sotto il vel,

gridan fuggendo: — Oh Ciel!

Passa la Brutta! —».

 

Così cantava; e 'l suo quel suon parea

cui fa stuolo famelico di cagne

quando sopra campagne, — in cui battaglia

seguì funesta, smagliastrepitando

le reliquie dell'armi, e i cranii sfascia

coll'avida ganascia, — e insiem coll'ugne.

Al fonte intanto giugne; — e nello specchio

di quell'acque al mirar di Ciriegina,

mentre il viso declina, — il vago aspetto,

nello stolto intelletto — ecco che ratto

credè che, mercè forse opra d'incanto,

quel viso bello tanto — il suo si fosse.

E trepida si scosse, — e inver la fonte

attistrani fea di meraviglia,

inarcando le ciglia, — e aprendo gli occhi,

che in due sonori scocchi — la fanciulla

die' di riso ad un tratto, e quel bel nodo

di riso in vago modo — imita l'eco.

Suso per l'aer ciecoficca il guardo

la Brutta, e di lei visto il ver sembiante,

le s'inchina davante — e stassi immota.

Ed una gioja ignota, — ed una sacra

riverenza per lei sente dappoi,

che scorda i mali suoi — mirando quella.

E men brutta, anzi bella — assai la rende

quella quïete ammiratrice e santa

onde bellezza tanta — contemplava.

L'altra a la chiamava, — e veramente

sentìa bisogno d'una compagnia,

cui sua ventura rianarrar potesse.

La Brutta al suol dimesse — avea le ciglia,

e della nuova voce udendo il suono,

si sentiva più buono — il core in seno.

E Ciriegina appieno — i casi suoi

le raccontava, e con parlare accorto

ella le dea conforto, — e sospirava.

Stanca si addormentava — ad essa in grembo,

qual agno bianco che di tigre fera

alla mammella nera — si sospende;

o qual luna che splende — e si riposa

su nuvol negro e dorme, mentre il vento

spinge pel firmamento — e l'uno e l'altra.

Di quella cruda e scaltra — in cor ritorna

tosto l'usata crudeltà natìa,

e, vista quella pia — così giacente,

trae un coltel quetamente, — e gliel conficca

di croce a forma ove divisa e liscia

la chioma fea una striscia — al capo in mezzo.

un grido, e dopo un pezzo — si scolora

l'infelice donzella, e dall'infido

seno che le fea nido — a terra cade.

La divina beltade — delle membra

ondeggia e trema come velo bianco,

men ratto anela il fianco, — ed ecco more.

Con un pago furore — ed una calma

orribile a mirar stassi la Brutta

tra la Vita la lutta — e tra la Bella.

La mira, ed ecco in quella — un frullo sente

d'ala che vola, e voce dopo un tratto

«Che mal ti aveva io fatto?» — le dicea.

Sbigottisce la rea: — poscia si avventa

sopra la salma dell'uccisa donna,

ma sol la vuota gonna, — e 'l velo trova.

Meraviglia ne prova; — indi si acconcia

sulla trista persona in un momento

il vago vestimento — dell'uccisa.

E brutta in doppia guisa — se ne stava;

quando ecco per la via correre suoni

di carri, di pedoni, — e di destrieri.

Tra mille cavalieri — il re venìa,

tardi bensì, ma non per suo peccato:

lo aveano ritardatoamplessi amici.

Ai prati e alle pendici — il guardo manda,

la rappella più volte, e sol risponde

con lamentevoli onde — la fontana.

Ed ecco quella stranaempia figura

sopra il collo gli gitta ambe le braccia,

lo bacia per la faccia, — e poi gli dice:

«O principe infelice! or non ravvisi

la Ciriegina tua? pur io son quella,

ma lassa! non più bella, — e 'l mi grava.

Qui mentre io ti aspettavagiunse l'Orco,

e sua vendetta in me compì fatale,

e mi condusse al quale — in cui mi vedi.

Ecco! io ti prendo i piedi, — e ti scongiuro

che il tuo crudo rifiuto una novella

pena non giunga a quella, — ch'or sopporto.

Mercè! non farmi torto — e ti ricorda

che tu, primiero il verginal mio fiore

cogliendo, eterno amore — mi giurasti».

Tacque; ned è che basti — a me l'ingegno

a dir qual fosse il cor del principino;

color perse il meschino — e sentimento.

Poi con sommesso accento, — alla fortuna

maledicendo che lo avea tradito,

cenna il cocchio, e l'invito — a lei ne dona.

La sformata persona — ella contorce,

sale sul carro, in cor gongola tutta,

e se ne va la Bruttaglorïosa,

pensando: «Alfin son sposa — e son regina,

e sul labbro fatal d'un uomo amato

ho un bacio alfin libato, — e paga or sono.

E 'l dolce unico dono, — onde più corta

par la misera vita, or provo anch'io;

se me 'l negava Dio, — me 'l die' la colpa.

Felice e cara colpa! — altre ben mille

a consumarne apparecchiata io fora:

vince di amore un'orainferni cento».

Ed ecco in quel momentospaventosa,

e solo intesa a lei voce, che a un tratto,

«Che mal ti aveva io fatto,» le dicea.

Al grido ella volgea — gli occhi spauriti

di qua, di , ma null'alfin vedendo

al prence sorridendo — si avvicina.

Lo bacia, e quegli chinadoloroso

la fronte, e va pensoso.

 

 


 




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