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Vincenzo Padula
L'orco

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VII

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

voi siete buone, perchè siete belle;

ma le brutte? Oh! le brutte

sono maligne tutte.

Così si dice, eppure

non è così. Se donna, cui bellezza

negò Natura, rea talor si mostra,

la colpa non è sua, la colpa è nostra.

E che far dèe la sconsolata, quando

mira gli uomin devoti

solo alle belle? ad esse

ardere incensi e voti, e tutto in lei

sconoscere gl'ingrati, in lei che spesso

pregio o virtù possiede,

cui nasconde la veste, e non si vede?

Di altro stile son io, donne cortesi,

confessare il dovrò. Giovane, in core

provai pietade per le brutte, ed esse

furon tutto il mio amore;

e se offesa il mio dir non vi facesse,

direi (belle, perdon!), direi ch'io vidi,

a prove chiare tutte,

che più assai delle belle aman le brutte.

E come no? Signora

d'un solo amante, sol di lui si cura,

e serve all'uomo come

serve l'uomo alla donna.

Ch'amor non puote imprigionar coi preggi

della corporea salma

ella ben sa; quindi si studia i freggi

accrescere dell'alma: esser fedele,

esser costante, prevenir le voglie

più leggiere di lui, e quel che accresce

le gioje dell'amore,

la gelosia ch'à in cor, mostrar di fore.

Ed io felice fui; chè voi sapete

che all'anime gentili

il far felice altrui par la più grande

vera felicità. Vedermi tanto

necessario a colei, saper che tutta

la sua pace, il suo riso,

la sua virtude istessa erano l'opra

soltanto del mio amore,

questo è piacer d'ogni piacer maggiore.

Così l'agricoltore

sopra aspro inculto monte

gode in vedere il fiore,

che culto da lui fu;

ed io mirando il riso

che le raggiava in fronte,

in essa del mio viso

amava la virtù.

Ma voi perchèmeste? Eh! non vi affanni

di Ciriegina mia

il destino crudel. Soggetta ai danni

di vecchiezza e di morte

ella non era già. Tal privilegio

dell'amore dell'Orco un dono egli era:

l'immagine primiera

perder poteva ormai,

perder la vita non potea giammai.

Làscisi pur la Brutta

col principe ingannato

goder gioje inconcesse. I mesti casi

io narrerò della fanciulla intanto,

se piacevi seguirmi all'altro canto.

 

All'aspro colpo che la testa aprille,

l'alma di Ciriegina uscì tremante,

qual da selce percossa escon scintille.

Sopra, di sotto, di lato e di avante

toccava luce, e un'aura la rapìa,

ch'era per tutto nello stesso istante.

Se vetro di finestra apre la via

per sua rottura al sole, entro la stanza

zona di luce si disegna e cria,

per la quale su e giù menano danza

atomi levi di dorata polve,

e l'un di qua, di l'altro si avanza:

nella luce così che la ravvolve,

di alme nuotar vedea turba infinita,

che con queto desio vêr lei si volve.

In quattro parti dividea la vita

a ciascheduna una crocetta rossa,

onde esce grazia che la vista invita.

Sur esse il guardo tutto quanto affossa;

ma vistele far cenni e guardar lei,

in converte del veder la possa.

E si videbrutta e senza i bei

color natii, che di stupir non cessa,

perché si guardi ancor tre volte e sei.

E vergognosa stavasi e dimessa,

fatta da parte, e in suo pensier dicea:

«Or son più brutta della Brutta intessa!».

E questo suo pensier le si leggea

per tutta la persona; onde pietosa

di quell'alme ciascuna sorridea,

dicendole: «Sorella! il duol riposa.

La mercede di Lui che tu non mai

hai conosciuto in tua vita obbliosa,

e la mercè del legno in cui suoi gai

membri affisse il Re nostro, in noi si accampa

la pace e la beltà che tu non hai.

Ma se ti metti nella stessa stampa,

sarai tu nosco». — Tacquero, e a ciascuna,

per lei rispose del desio la vampa.

Ed ecco ratto la vision s'imbruna,

ed una voce che le va davante

la tragge di suo corpo alla laguna.

Lo vede, e di colei facea sembiante

che cosa trova, di cui non le incresce;

lo tocca, ed ei si solve in un istante.

Neve così, se in lei di forza cresce

il sol, si scioglie in brina tenerella,

che in sue gocce í colori agita e mesce.

E come pellegrina rondinella,

a far sua casa, sull'umido lido

si voltola col petto e coll'ascella,

tal nella polve di suo antico nido

si versa, si dibatte, e tutta quanta

sen leva ricoperta e mette un grido;

di gioja no, chè dal dolore è affranta,

perchè in colomba vedesi mutata,

e sta pensosa sopra l'ala spanta.

E diceva: «Deh! fossi almen beata!

chè ora coll'ala quinci e quindi sciolta,

la mia persona in Croce è tramutata!».

E tosto voce, che di dentro ascolta,

le rispondea: «Dove il delitto abbonda,

per la bontà di Dio la grazia è molta.

Segui, segui la Croce». Ed ecco un'onda

di vento la rapisce: ella si ajuta,

raccoglie l'ali, e sempre giù si affonda.

Invano l'aër nella sua caduta

piglia coi piedi, senonchè, versando

le penne a croce, dal cader si muta,

e con soave metro va montando

pel cielo, che porgea faccia più queta,

come si va pel ciel sempre più alzando.

Librasi, e guata trepidando e lieta,

ed ecco sotto i pie' lontan lontano

vede il nostro passarsi umil pianeta,

ed affrettarsi nello immenso Vano,

com'uom ch'uscendo dalla nostra vita

corre vêr l'altra, e non vi corre invano.

Per una Croce rossa, ch'infinita

le giaceva di sopra, ella vedea

la nostra terra in quattro dipartita.

In ciascheduna parte un si movea

popol diverso, che dal segno santo

chi più, chi meno di beltà prendea.

Gl'immensi globi de lo cielo intanto

le giravano attorno reverenti,

alla Croce volgendo il viso e 'l canto;

dicendo: «Lui che stese i firmamenti,

le maggiori sustanze ha deputato

al servizio dei minimi elementi;

tanto umiltà gli piace, ed ha locato

la terra così bassa e piccolina

in trono da sì grandi astri irraggiato.

Noi danzïamo a lei come a regina

mercè la Croce che ci mena in volta,

e che contende a noi trarla in rovina.

Ma quando l'alma Croce a lei fia tolta,

senza catene correrem gli abissi,

ed ella dietro a noi sarà travolta».

Così cantando, vampeggianti ellissi

segnavan gli astri; e poi ciascun si fea

avidamente e con gli sguardi fissi

più dappresso alla terra, e s'immergea

nel sanguigno vapor, che dalla Croce,

qual da turibol fumo, alto si ergea.

A spettacolo tanto, a tanta voce,

per ritornarle ormai nell'intelletto

la memoria di non ebbe foce:

ma sbigottita da un devoto affetto

tutto mirava e udìa la Ciriegina,

mentre che l'aria le faceva letto.

Ed ecco un rombo di ala, una rovina

un'ombra precedea, che lenta e magna

scaccia da la tinta aura vicina.

E comparisce un'aquila grifagna,

che sopra la fanciulla che sta sotto

l'aeria spinge liquida campagna.

E Ciriegina nel rapace fiotto

a piombo giù venìa, quando all'istante

è risospinta su per l'aër rotto;

e al mostro alato trovasi davante,

che le artiglia la picciola persona,

mentr'ella stride e sbatte palpitante.

Ma come la pupilla in lei fe' prona,

ed una Croce rimirolle in testa,

apre l'ugna nemica e l'abbandona.

Ma Ciriegina sopra l'ala pesta

dagli aspri uncini non trovò sostegno,

volare potea timida e mesta.

Videla l'altra, e si voltò con sdegno,

come chi vinto da maggior possanza

fa cosa che non garba all'aspro ingegno.

La raccoglie tra l'ugne, e poi si avanza

rapidamente, e cala dove un monte

tra i pendenti le aprìa massi la stanza.

depòn la rapita, che la fronte

sottesso l'ala nascondea, sicura

ch'eran del viver suo l'ore già conte.

Ma l'aquila superba l'assicura,

poscia le dice: «Ignoro chi tu sei,

m'al Signor fanne grazia e a tua ventura;

fanne grazia alla Croce, ch'in sì bei

color rechi dipinta sulla testa,

segno di pace, che fa buoni i rei».

E Ciriegina rispondea modesta:

«Regina degli uccelli! in cortesia,

della Croce il valor mi manifesta».

L'altra col guardo che sì dentro spia

per l'orizonte malinconica erra;

lugubre suon dal petto indi le uscìa,

e disse: «In ciel, nell'acque e nella terra

odio, morte e dolor tengono impero,

e principio fu l'uomo a tanta guerra!

Prima era in tutto pace, amor sincero,

vita e bellezza eterna, e l'uom sovrano

tutte cose reggea col suo pensiero.

Al cenno dello sguardo e della mano,

benchè di lui più forti e sì superbe,

noi rendevam l'ingegno umile e piano.

Quante trattano l'aria e calcan erbe

immani fere obbedivamo a lui,

finchè di ribellarsi ardir non ebbe.

Ma come il fumo degli orgogli sui

levò contro quel Dio che ci ha creato,

cadde in miseria, e assiem con esso nui.

Allor sul mondo disfrenossi irato

di malori un esercito, e 'l diletto

viver nostro primier restò turbato.

Tosto da lui ribelle e maledetto,

maledetti anche noi, ma non ribelli,

mentre che l'ira ci ruggiva in petto,

ci allontanammo — e solo poche imbelli

servili fere dagli spirti inerti

rimasero di lui sotto i flagelli.

Del mondo ci divisimo i diserti

io col lïon. Quei della terra ei prese,

io quei dell'aria ad altra ala inesperti;

e a dargli il merto dell'antiche offese,

per anni ed anni sol di carne umana

pasciuto il nostro ventre si distese.

Ma il Figliuolo di Dio l'onta villana

lavò col sangue, — e l'uomo maledetto

all'antica tornò gloria sovrana.

Tinta del divin sangue in sull'aspetto

si compose la Croce, e formidato

volle il popolo nostro a lui soggetto.

Ei regna con quel segno in sul creato,

e noi impotenti a contrastar con lui

fuggiam del mondo nel più estremo lato.

Pur ei c'insegue, — e verrà tempo in cui

l'usurpatore occuperà la terra,

e rapirà l'ultimo nido a nui!».

Tacque, ciò detto, e sospirando atterra

la regale pupilla: indi maestosa

levasi in piedi, e 'l duolo in cor rinserra.

Del covile sul varco ampio si posa,

e stassi immota ad aspettar la luce

del nuovo giorno che si tinge in rosa.

Ma come il giorno sopra i monti luce,

la superba regina dei volanti

artiglia Ciriegina, e la conduce

. . . . . . . . . . . . . . . . .

 


 




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