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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
voi siete buone, perchè siete belle;
sono maligne tutte.
Così si dice, eppure
non è così. Se donna, cui bellezza
negò Natura, rea talor si mostra,
la colpa non è sua, la colpa è nostra.
E che far dèe la sconsolata, quando
solo alle belle? ad esse
ardere incensi e voti, e tutto in lei
sconoscere gl'ingrati, in lei che spesso
cui nasconde la veste, e non si vede?
Di altro stile son io, donne cortesi,
confessare il dovrò. Giovane, in core
provai pietade per le brutte, ed esse
furon tutto il mio amore;
e se offesa il mio dir non vi facesse,
direi (belle, perdon!), direi ch'io vidi,
che più assai delle belle aman le brutte.
E come no? Signora
d'un solo amante, sol di lui si cura,
Ch'amor non puote imprigionar coi preggi
ella ben sa; quindi si studia i freggi
accrescere dell'alma: esser fedele,
esser costante, prevenir le voglie
più leggiere di lui, e quel che accresce
la gelosia ch'à in cor, mostrar di fore.
Ed io felice fui; chè voi sapete
il far felice altrui par la più grande
necessario a colei, saper che tutta
la sua virtude istessa erano l'opra
questo è piacer d'ogni piacer maggiore.
Così l'agricoltore
che culto da lui fu;
in essa del mio viso
Ma voi perchè sì meste? Eh! non vi affanni
di Ciriegina mia
il destino crudel. Soggetta ai danni
di vecchiezza e di morte
ella non era già. Tal privilegio
dell'amore dell'Orco un dono egli era:
perder la vita non potea giammai.
goder gioje inconcesse. I mesti casi
io narrerò della fanciulla intanto,
se piacevi seguirmi all'altro canto.
All'aspro colpo che la testa aprille,
l'alma di Ciriegina uscì tremante,
qual da selce percossa escon scintille.
Sopra, di sotto, di lato e di avante
toccava luce, e un'aura la rapìa,
ch'era per tutto nello stesso istante.
Se vetro di finestra apre la via
per sua rottura al sole, entro la stanza
zona di luce si disegna e cria,
per la quale su e giù menano danza
e l'un di qua, di là l'altro si avanza:
nella luce così che la ravvolve,
di alme nuotar vedea turba infinita,
che con queto desio vêr lei si volve.
In quattro parti dividea la vita
a ciascheduna una crocetta rossa,
onde esce grazia che la vista invita.
Sur esse il guardo tutto quanto affossa;
ma vistele far cenni e guardar lei,
in sè converte del veder la possa.
E si vide sì brutta e senza i bei
color natii, che di stupir non cessa,
perché si guardi ancor tre volte e sei.
E vergognosa stavasi e dimessa,
fatta da parte, e in suo pensier dicea:
«Or son più brutta della Brutta intessa!».
E questo suo pensier le si leggea
per tutta la persona; onde pietosa
di quell'alme ciascuna sorridea,
dicendole: «Sorella! il duol riposa.
La mercede di Lui che tu non mai
hai conosciuto in tua vita obbliosa,
e la mercè del legno in cui suoi gai
membri affisse il Re nostro, in noi si accampa
la pace e la beltà che tu non hai.
Ma se ti metti nella stessa stampa,
sarai tu nosco». — Tacquero, e a ciascuna,
per lei rispose del desio la vampa.
Ed ecco ratto la vision s'imbruna,
la tragge di suo corpo alla laguna.
Lo vede, e di colei facea sembiante
che cosa trova, di cui non le incresce;
lo tocca, ed ei si solve in un istante.
Neve così, se in lei di forza cresce
il sol, si scioglie in brina tenerella,
che in sue gocce í colori agita e mesce.
E come pellegrina rondinella,
a far sua casa, sull'umido lido
si voltola col petto e coll'ascella,
tal nella polve di suo antico nido
si versa, si dibatte, e tutta quanta
sen leva ricoperta e mette un grido;
di gioja no, chè dal dolore è affranta,
perchè in colomba vedesi mutata,
e sta pensosa sopra l'ala spanta.
E diceva: «Deh! fossi almen beata!
chè ora coll'ala quinci e quindi sciolta,
la mia persona in Croce è tramutata!».
E tosto voce, che di dentro ascolta,
le rispondea: «Dove il delitto abbonda,
per la bontà di Dio la grazia è molta.
Segui, segui la Croce». Ed ecco un'onda
di vento la rapisce: ella si ajuta,
raccoglie l'ali, e sempre giù si affonda.
piglia coi piedi, senonchè, versando
le penne a croce, dal cader si muta,
pel cielo, che porgea faccia più queta,
come si va pel ciel sempre più alzando.
Librasi, e guata trepidando e lieta,
ed ecco sotto i pie' lontan lontano
vede il nostro passarsi umil pianeta,
ed affrettarsi nello immenso Vano,
com'uom ch'uscendo dalla nostra vita
corre vêr l'altra, e non vi corre invano.
Per una Croce rossa, ch'infinita
le giaceva di sopra, ella vedea
la nostra terra in quattro dipartita.
In ciascheduna parte un si movea
popol diverso, che dal segno santo
chi più, chi meno di beltà prendea.
Gl'immensi globi de lo cielo intanto
le giravano attorno reverenti,
alla Croce volgendo il viso e 'l canto;
dicendo: «Lui che stese i firmamenti,
le maggiori sustanze ha deputato
al servizio dei minimi elementi;
tanto umiltà gli piace, ed ha locato
la terra così bassa e piccolina
in trono da sì grandi astri irraggiato.
Noi danzïamo a lei come a regina
mercè la Croce che ci mena in volta,
e che contende a noi trarla in rovina.
Ma quando l'alma Croce a lei fia tolta,
senza catene correrem gli abissi,
ed ella dietro a noi sarà travolta».
Così cantando, vampeggianti ellissi
segnavan gli astri; e poi ciascun si fea
avidamente e con gli sguardi fissi
più dappresso alla terra, e s'immergea
nel sanguigno vapor, che dalla Croce,
qual da turibol fumo, alto si ergea.
A spettacolo tanto, a tanta voce,
per ritornarle ormai nell'intelletto
la memoria di sè non ebbe foce:
ma sbigottita da un devoto affetto
tutto mirava e udìa la Ciriegina,
mentre che l'aria le faceva letto.
Ed ecco un rombo di ala, una rovina
un'ombra precedea, che lenta e magna
scaccia da sè la tinta aura vicina.
E comparisce un'aquila grifagna,
che sopra la fanciulla che sta sotto
l'aeria spinge liquida campagna.
a piombo giù venìa, quando all'istante
è risospinta su per l'aër rotto;
e al mostro alato trovasi davante,
che le artiglia la picciola persona,
mentr'ella stride e sbatte palpitante.
Ma come la pupilla in lei fe' prona,
ed una Croce rimirolle in testa,
apre l'ugna nemica e l'abbandona.
Ma Ciriegina sopra l'ala pesta
dagli aspri uncini non trovò sostegno,
nè volare potea timida e mesta.
Videla l'altra, e si voltò con sdegno,
come chi vinto da maggior possanza
fa cosa che non garba all'aspro ingegno.
La raccoglie tra l'ugne, e poi si avanza
rapidamente, e cala dove un monte
tra i pendenti le aprìa massi la stanza.
Là depòn la rapita, che la fronte
sottesso l'ala nascondea, sicura
ch'eran del viver suo l'ore già conte.
Ma l'aquila superba l'assicura,
poscia le dice: «Ignoro chi tu sei,
m'al Signor fanne grazia e a tua ventura;
fanne grazia alla Croce, ch'in sì bei
color rechi dipinta sulla testa,
segno di pace, che fa buoni i rei».
E Ciriegina rispondea modesta:
«Regina degli uccelli! in cortesia,
della Croce il valor mi manifesta».
L'altra col guardo che sì dentro spia
per l'orizonte malinconica erra;
lugubre suon dal petto indi le uscìa,
e disse: «In ciel, nell'acque e nella terra
odio, morte e dolor tengono impero,
e principio fu l'uomo a tanta guerra!
Prima era in tutto pace, amor sincero,
vita e bellezza eterna, e l'uom sovrano
tutte cose reggea col suo pensiero.
Al cenno dello sguardo e della mano,
benchè di lui più forti e sì superbe,
noi rendevam l'ingegno umile e piano.
Quante trattano l'aria e calcan erbe
immani fere obbedivamo a lui,
finchè di ribellarsi ardir non ebbe.
Ma come il fumo degli orgogli sui
levò contro quel Dio che ci ha creato,
cadde in miseria, e assiem con esso nui.
Allor sul mondo disfrenossi irato
di malori un esercito, e 'l diletto
viver nostro primier restò turbato.
Tosto da lui ribelle e maledetto,
maledetti anche noi, ma non ribelli,
mentre che l'ira ci ruggiva in petto,
ci allontanammo — e solo poche imbelli
servili fere dagli spirti inerti
rimasero di lui sotto i flagelli.
Del mondo ci divisimo i diserti
io col lïon. Quei della terra ei prese,
io quei dell'aria ad altra ala inesperti;
e a dargli il merto dell'antiche offese,
per anni ed anni sol di carne umana
pasciuto il nostro ventre si distese.
Ma il Figliuolo di Dio l'onta villana
lavò col sangue, — e l'uomo maledetto
all'antica tornò gloria sovrana.
Tinta del divin sangue in sull'aspetto
si compose la Croce, e formidato
volle il popolo nostro a lui soggetto.
Ei regna con quel segno in sul creato,
e noi impotenti a contrastar con lui
fuggiam del mondo nel più estremo lato.
Pur ei c'insegue, — e verrà tempo in cui
l'usurpatore occuperà la terra,
e rapirà l'ultimo nido a nui!».
Tacque, ciò detto, e sospirando atterra
la regale pupilla: indi maestosa
levasi in piedi, e 'l duolo in cor rinserra.
Del covile sul varco ampio si posa,
e stassi immota ad aspettar la luce
del nuovo giorno che si tinge in rosa.
Ma come il giorno sopra i monti luce,
artiglia Ciriegina, e la conduce
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