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Anton Francesco Doni
I marmi

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  • PARTE PRIMA
    • RAGIONAMENTO QUARTO FATTO AI MARMI DI FIORENZA.   IL PERDUTO ACADEMICO Peregrino.
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RAGIONAMENTO QUARTO

FATTO AI MARMI DI FIORENZA.

 

IL PERDUTO

ACADEMICO Peregrino.

 

 

Forse che lo Svegliato non mi fece ressa che io arivassi a buon'otta, con dirmi: – Fa che tu sia al principio, quando la brigata va al fresco! – Egli è giá due ore scoccolate che io ci sono e non comparisce anima nata. Egli disse: – Vattene pure in su le scalee di Santa Liberata; – e so che io intesi bene. Ma da poi che non ci viencangatta o che io non ci veggo arrivare un testimonio per medicina, io me n'andrò per Firenze girandolando insin che 'l sonno mi piglia e rivedrò la cittá che piú di venti a tant'anni sono che io non ho veduta. Oh che bel lume di luna! e' par di . Ma ecco due che salgono appunto gli scalini e si fermano, al mio giudizio, a passeggiare: e io udirò prima i lor ragionamenti e poi sará quel che Dio vorrá. Ma e' mi paion adirati: la sarebbe bella che facessero un colpo alle pugna insieme, e facessin correr tutta la brigata in un mucchio a rinfrescarsi; e poi sarebbe piú bella che se n'andassino ripiegati ripiegati al palagio del podestá a vedere se son piú freschi i ferri che i marmi. Ora che son piú apresso, non la tagliano cosí; in fine il diavol non è brutto come ei si dipinge; vedi che paion rappattumati insieme. Or sia con Dio.

 

 

Guglielmo Sarto e Tofano di Razzolina.

 

 

Guglielmo. Però mi son io uscito di casa per non gli avere a romper la testa. Mai viddi femina piú caparbia: la vole, a dispetto di tutto il mondo, che le donne abbino a comandare altretanto a' mariti.

Tofano. Che ragion ci ha ella cotesta mezza dottoressa?

Guglielmo. Oh assai! La non fa altro che lèggere tutto , la studia la notte proprio proprio coma la fussi dottoressa, e si lieva su, quando gli vien qualche ghiribizzo nel capo, e scrive scrive e tanto scrive che un banchieri non ha tante faccende con i suoi libri quanto ha lei con i suoi scartabegli.

Tofano. Voi altri artigiani non avete male che non vi stia bene. Ché non vi stavi voi ne' vostri panni? Bisogna tôr moglie pari, come disse quel filosofo, mostrando i fanciulli che giocavano alla trottola ed eran di pari, e non armeggiar con le grandezze: – Io torrei una cittadina or che son ricco, e voglio lo stato per questo mezzo, acciò che la mia moglie possa portar la gammurra di seta, e io il saione di velluto. – Oh voi siete stato il gran pazzo! Non v'accorgete voi che tutti ci conosciamo l'un l'altro e che voi siate veduto tutto il su la bottega a guadagnarvi il pane e che solamente il delle feste voi vi mettete la gabbanella de tiffe taffe? La qual cosa ha del plebeo a tutto pasto: i gentiluomini vanno sempre a un modo e non si stanno a menar la rilla il di lavoro con l'ago o con altro meccanico esercizio.

Guglielmo. Egli è vero, io aveva a tôrre una donna che sapesse rimendare, imbottire, filare e cucire, e non scrivere, lèggere, cantare e sonare; poi l'ha un rigoglio di avermi fatto cittadino, che non si può stare in casa, e, che è peggio, i parenti, che son poveri, si vaglion qualche centinaia di ducati l'anno di questa mia pazzia.

Tofano. Darebbeti egli il cuore di ridirmi qualche ragione che la dica che le donne son da quanto i mariti? Perché la mia Razzolina ha una certa albagia nel capo che la si chiama sempre sventurata per ritrovarsi sempre sotto l'uomo. Io la voglio consolare un poco: guarda se tu ti ricordi nulla; ti basta l'animo?

Guglielmo. Non a me: ma perché io possi ben bene imparar la cosa, la ne scrive un libro, il quale ora, come si dice, un colpo sul cerchio e l'altro su la botte, id est che tiene un pezzo da me e un pezzo da lei e alla fine la tira l'acqua al suo mulino. E per sorte io n'ho uno foglio di sua propria mano scritto nella tasca e presterottelo; ma fa che facci la donna novella, come tu l'hai letto in casa, e che gli abbi nome Torna.

Tofano. Sará pur bene che io lo legga. Vedi che bella lettera la fa!

Guglielmo. Messer Simon dalle Pozze gli insegnò. Guarda se tu vuoi che la scriva bene!

Tofano. La pare a stampa. Deh fammi un piacere: perché io non ho occhiali, leggila tu, acciò che tu abbi il mal anno e la mala pasqua.

Guglielmo. Certo e' mi si viene. Or siedi e ascolta se la non pare un Tullio.

Tofano. O Dante piú tosto, se la non è per lettera, perché Tullio favellava in bus e in orum.

Guglielmo. che la non sa dire in quibus anche ella! La fa stare il maestro di Cecco a segno che non ha ardir di aprir la bocca.

Tofano. Or di', via, che la ne sa tanto quanto tu mi di'! Vo' che tu la facci poetessa.

Guglielmo. «Infiniti sono stati coloro che hanno ricercati molti antichi scritti per saper l'opinioni di ciascuno autore, che dominio teneva il marito sopra la mogliere e che servitú teneva la moglie al marito, per poterne scrivere ad utilitá di ciascuna delle parti; né mai furon ritrovate cose che valessero, anzi tutte favole e novelle, perciò che molti scrittori si messero a scrivere secondo l'opinion loro e non secondo la ragion degli altri. Chi difese con gli scritti la parte della moglie disse che la teneva corpo, anima e ragione; viveva, moriva ed era abile alla generazione come il marito; e per questo fondamento gli pareva che l'uomo non ci avesse tanta autoritá quanto s'era preso; tanto piú che naturalmente ciascuno nasce libero, e però è dovere che la moglie non sia schiava. Io ci aggiungerò che, per aumentare la generazione, fu fatta la donna; ed ella tiene piú pena, affanno, fatica e tempo spende a questa impresa che non fa il marito; egli concorre alla creazion sola e lei ad infinite cose inanzi che la creatura nasca».

Tofano. Io gli risponderei qui che, dapoi che le donne per questo debbono esser le maggiori, che quelle che non fanno figliuoli debbano esser trattate al contrario di quelle. La si fa ben discosto dal mercato! Gli uomini mantengano le donne, lievano le risse, sostentan le battaglie, si difendano dalle nimicizie, portan l'arme a conservazione degli stati, amazzano, eccetera.

Guglielmo. Questo fa per loro, ché le diranno: – io partorisco, tu uccidi; io non fo sangue, son pacifica; conservo, non distruggo; amo la pace, la quiete e il bene de' miei figliuoli, e non insegno loro infinite cattive opere: onde per noi le republiche crescano e per voi si distruggono. – Or odi il resto: «Debbesi considerare ancóra che molti uomini maritati sono stolti e le donne loro savie; però non fia bene che le sieno sottoposte a tali scempi. Fu veramente ottima legge quella che s'usò giá in Acaia, che i mariti fossero alle lor moglie sottoposti: loro tenevano la cura di governar la casa, come fanno or le donne, e le donne tenevano i danari e andavan fuori trafficando, reggendo e governando».

Tofano. So che le cose dovevano andare bene a quei tempi! Oh, bisognerebbe che l'avesse fatto un brutto viso, a farmi paura! Ah! ah! che sciocchi uomini dovevano esser quegli a quei tempi! Io mi ricordo aver letto anch'io nella Sferza de' villani o nel Sonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani, quando volevan dir villania a uno che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: – Colui starebbe bene in Acaia. – E Plinio, scrivendo a Fabato, gli disse: – Tu solo in Roma vivi secondo il costume d'Acaia. – Antonio Caracalla, secondo che scrive il Serafino ne' suoi strambotti, s'inamorò di non so che femina d'un di quei templi, ed era la piú bella dama persiana che si trovasse; e perché gli tirava la gola d'averla, gli promesse, se la voleva copularsi con la sua signoria in legittimo adulterio, che per insino allora prometteva di viver con lei secondo il costume d'Acaia.

Guglielmo. Appunto viene a proposito quel che séguita: «Vedete che bell'intelletto fu quello di quella persiana, che, potendo esser padrona di Caracalla, non volle levarsi dalla servitú della dea Vesta; anzi disse, per mostrar quanto sia la continenza della donna, che piú tosto voleva esser serva degli dei che padrona degli uomini. Brutto effetto era quello dei Parti e de' Traci (dico questo per farvi conoscer la poca considerazion de' mariti) a tener per schiave le sue mogli; e quando avevano partorito tanti begli figliuoli maschi e che erano vecchie, le vendevano publicamente in piazza e ne compravano delle giovani. Oh che bel ristoro di tanti sudori d'una buona donna! Costume certo barbaresco antico, che le tenevano, essendo vecchie, per ischiave o le sotterravano vive. Almanco Ligurgo fu piú onesto e piú temprato nel far le sue leggi».

Tofano. Benedetti sieno i nostri tempi che la cosa va modestamente, e benedetti i comandamenti della santa madre chiesa, che bene hanno agiustato questa bilancia! E per dirne il vero (senza le baie della tua femina che va saltando come i grilli), noi veggiamo per opra che le donne son di poca forza, di poco animo, son piú delicate, molli, pigre e adormentate che non sono gli uomini, poco pazienti, e poche megliorano d'intelletto cadendo nel tempo, e assai peggiorano. Non vo' dire che non ci sieno de' mariti minchioni che non son buoni a regger se medesimi, non che una casa e una famiglia, perché ce n'è qualche covata. Io non voglio portar piú a casa mia cotesti scartafaccimanco leggergli: va pure e studagli da te e impara questo che io dirò ora, per dirlo, come tu sei a casa, alla donna tua, acciò che la sappi di quanto poco credito furon le parole delle donne antiche; pensa quel che si debbe tener conto delle fatte moderne! Accadé, nella guerra che facevano i romani con il re Mitridate, di comandare a tutti i cavalieri che andassero con il consule Silla; e nel comandare i soldati, s'abbatterono i comandatori a non ne trovare uno in casa, e nel suo luogo rispose la moglie in questo modo: – Mio marito non debbe né può venire alla guerra, perché è passato il suo tempo d'andare alle fazioni; e se pur e' fosse di fantasia di venire, io non voglio che egli venga, per esserne mal condizionato e di tempo –. Per questa risposta si maravigliaron tanto i senatori e l'ebbero per caso tanto bestiale che bandiron lui di Roma e lei messero in prigione, acciò che da indi in poi nessuna donna fosse ardita di voler metter le mani inanzi al suo marito e nessun marito desse loro tanto ardimento che le cadessero in tanta insolenza.

Guglielmo. S'io gli do questa buona nuova, la sta tutto un mese ingrugnata. Or su, pazienza: il male da me medesimo l'ho cercato, come i medici. Oh, ecco tutta la brigata al fresco. Dove sono eglino stati insino a ora?

Tofano. Credo che si sia fatta una comedia nella Sala del papa.

Guglielmo. E' vero: mi maravigliava bene che non c'era nessuno; ora ci si fará qualche cosa di bello o si dirá. Noi passeggeremo e loro che sono stati in piedi sederanno.

 

 

 

Moschino, Tribolo4 e Ridolfo del Grillandaio.

 

 

Moschino. Per la fede mia che in Fiorenza non fu fatto mai bel trovato: due scene, una da una parte della sala e l'altra dall'altra; due prospettive mirabili, una di mano di Francesco Salviati, l'altra del Bronzino; due comedie piacevolissime e di nuova invenzione; la Mandragola e l'Assiuolo: fatto che era il primo atto di questa, seguitava l'atto di quella, sempre accompagnandosi l'una l'altra, senza intermedii, in modo che una comedia era intermedio dell'altra. Solamente al principio cominciò la musica e al fine finí. Io non credo che si possi far meglio di queste due comediette; le sono una gioia. Il Machiavello e Giovan Maria mi posson comandare. Oh che belli intelletti! Mi piace quei passi tratti del Boccaccio destramente; perché, alla fine, il comporre è un filo che esce d'una matassa filata di diversi lini in piú gugliate.

Tribolo. Io non intendo.

Moschino. Quel che si dice oggi è stato detto molte volte; perché coloro che sono stati inanzi a noi hanno avuto i medesimi umori piú e piú volte, per esser, questa materia dell'uomo, d'una medesima sustanza e sapore, e aver dentro tutto quello, in questi spiriti, che tutti gli altri spiriti hanno avuto: onde vengo a concludere che tutto quello che si scrive è stato detto e quello che s'imagina è stato imaginato.

Tribolo. Mentre che si son fatte le comedie, per averle io lette piú volte, mi ritrassi, fatto il primo atto, in una di quelle finestre al fresco, dietro ai panni, e mi vi accomodai comodatissimamente, e ho fatto un sonnellino suave suave.

Moschino. Che ha da fare il dormire vostro con il discorso mio?

Tribolo. Per risponder a quella parte che non è cosa detta oggi che prima non sia stata detta. Io credo aver fatto un sogno che non lo sognò mai piú alcuno altro.

Moschino. Se tutti coloro che hanno sognato avessero scritti i lor sogni e voi gli potessi lègger tutti, voi troveresti certamente il sogno vostro giusto giusto che non vi mancherebbe nulla. E per confermazione della mia opinione, fatevi mostrare a Salvestro del Berretta i Sogni di Frate Angelico (che aveva poche altre faccende che fare, però scriveva tutti i sogni suoi), dove, da tredici anni per insino a ottanta, gli scrisse tutti; e, quando egli morí, n'aveva cento e quatordici e non era punto punto rimbambito. Onde egli afferma che, passati i cinquanta anni, mai sognò cosa nuova, sempre dava in quelle chimere che per il passato aveva sognate; e v'aveva fatto un abito dentro di tal sorte che, fatto il sogno, si destava súbito. E se voi leggeste quel libro, vi parrebbe uno de' piú strani anfanamenti che si possino imaginare o dire.

Tribolo. Non maraviglia, ché Salvestro è cosí figura a casaccio e ha del nuovo uccello con quelle sue bizzarrie astratte nel fare le sue cose. Ma udite il mio, inanzi che io me lo dimentichi, e ve lo dirò a punto senza levare o porre; poi mi saprete dire se gli è sul libro di frate Angelico.

Moschino. Dite, ché questo è a punto tempo e luogo da fanfalucole e da straziare l'ore di fatto caldo.

Tribolo. Egli mi pareva d'esser nello spedale di Santa Maria nova a visitare il Grullone, che, come sapete, è nel letto e vi si morrá ancóra; e parevami che a canto a lui fosse uno che forte e d'un grave sonno adormentato si fosse. In questo suo dormire, in questo tempo, dico, il Grullone si moriva a fatto a fatto, mi pareva in sogno.

Moschino. Questo è un male annunzio, ora che voi siate desto.

Tribolo. Essendo adunque tutti due pari da un capezzale, non si conosceva differenza dall'uno all'altro viso, talmente che tutti due parevan morti. Stando cosí, il Grullone riebbe gli spiriti e favellò in questo modo, perché noi gli dimandammo come egli stava: – Oh che bella cosa è il dormir profondamente! Io sono stato ne' piú strani viaggi che mai s'udissero dire o si facessero mai; poi mi pareva esser senza corpo, spedito, volare in un batter d'occhio dove io voleva, e tanto quanto m'imaginava aveva. S'io diceva «Io voglio esser sano del tal tempo», come dir di quindici o venti anni, súbito mi pareva d'essere... –

Ridolfo. Avrò caro d'udir questa cosa nuova, perché la si somiglia a un'altra delle mie chimere.

Moschino. Non interrompete, state a udire la cosa che disse il Grullone; il Tribol dirá poi la sua, e voi, che siate stato l'ultimo a venire, direte la vostra ultimamente.

Tribolo. – ...S'io voleva cene, acque fresche, come desiderano gl'infermi, piaceri, tutto mi veniva súbito in pro e utile; ma solamente quelle cose possedeva e godeva che altre volte posseduto e goduto in questa vita aveva, né altro mi poteva imaginare. Quando io mi ritrovai cosí, mi venne in animo di volere il mio corpo, per potere fruire con il corpo unito tutto quello ch'io fruiva con l'anima sola, e, come l'altre cose, fui sodisfatto súbito: onde, ripigliando il corpo, l'ho trovato infermo come voi vedete. Cosí io credo che 'l dormire e il morire sia quasi una cosa medesima; ma chi indugia a imaginarsi o a chiedere il suo corpo, mentre che dorme, tanto che egli infracidi, penso che egli abbi fatto il pane, che non lo possa riavere altrimenti. –

Ridolfo. Questa è una bella invenzione, Tribolo: la scollatura questa volta fa conoscer che la fa assottigliare i cervelli. Or séguita.

Tribolo. Destossi il compagno che dormiva, e, tratto un sospiro, disse: – Ringraziato sia Dio che io son guarito. – Noi che udito avevamo il Grullone, domandammo che cosa diceva. – Oh – rispose egli – io sono stato in un paese, sognando, dove mi fu data una certa erba chiamata l'erba della luna, la quale era in alpestre montagne e nasce a ogni nuova luna e tanti di quanto la luna cresce tante foglie fa; la qual erba par d'argento, e, quando la luna scema, scemano le foglie; e se la luna non vede questa erba per punto, come fanno gli specchi concavi, che accendano il fuoco nell'esca, che se non si trova quella retta linea dritta del sole non s'accende, cosí questa erba non si vede altrimenti. –

Ridolfo. Bella cosa è questa, se la fosse pur vera e non sogno.

Tribolo. – Io mi trovaidisse l'amalato – allora con un'ombra in quei luoghi, la qual mi disse: «Togli questa foglia e va tocca il tuo corpo con essa e súbito sarai sanato». Come si fa – diss'io – ad andare al suo corpo? «Immáginati d'esservi dentro». Cosí feci, e, toccandomi con questa foglia, son fatto sano e gagliardo; e nell'imaginarmelo ritornai in me stesso. Il Grullone disse: «Prestamela, di grazia, che io mi tocchi». – Volete voi altro, che questa cosa mi pareva vera vera? Egli porgendognene e lui toccandosi, secondo che quello guarí, il Grullone si morí súbito. Io da questo sogno, spaurito della novitá, mi destai, e, vedendo che le comedie non eran finite, mi rimessi giú a dormire per non perder bella visione, rallegrandomi che fosse stato sogno. A punto mi parve, risognando, d'amalarmi (aggravandomi l'infirmitá che fu una cosa súbita) e di morirmi; e in quel morirmi diceva fra me: – Tuo danno, Tribolo; non ti fossi raddormentato. – Cosí mi ritrovava di mala voglia, perché mi pareva, essendomi morto a posta, d'aver fatto torto a sua eccellenza e non gli finir prima i suoi lavori.

Moschino. Ah, ah, ah!

Ridolfo. Ah, ah, ah!

Moschino. Chi non riderebbe? Basta che tu ci trattieni con nuova invenzione e sottile. Orsú, quella è un'arte che aguzza l'intelletto, e la pittura fa il simile ancóra; noi altri musici ce n'andiamo piú alla buona, senza tanti antivederi.

Tribolo. Standomi farneticando in aere, vedeva me medesimo su quella finestra dormire e mi toccava e mi sentiva caldo. Allora mi pareva di dire: – Certo che io son l'anima e quel calore son gli spiriti: destomi io o pur mi lascio dormire? – E aburattandomi in questa baia, mi sopragiunse un uomo grande, bello, con un barbone, un certo figurone come il Moisè di Michel Agnolo in Roma, che è alla sepoltura di Giulio secondo, e mi dice: – Tribolo, lascia dormire il tuo corpo un pezzo, e andiamo a spasso in questo mezzo; poi tornerai a destarlo, finito le comedie. –

Moschino. Chi era cotestui?

Tribolo. Il Tempo. E tutti due andavamo di compagnia, caminando per aere senza muover piedi, ma solo con quella volontá, come fareste voi adesso con la fantasia ad andare di qui a casa vostra, di qui a Prato o altro luogo piú lontano.

Ridolfo. Bella cosa certo; io per me ne cavo un gran piacere a udirti.

Tribolo. Per la via, andando a mezz'aere, egli cominciò a dirmi come egli era il piú antico che uomo e che sapeva ogni cosa. Quando udi' dire che egli tutto sapeva, domandai: – Deh, ditemi, quale è la piú bella cosa che voi abbiate mai veduta? – credendomi che dicesse il Giudizio di Michel Agnolo, la Sagrestia, il Zuccon di Donatello o le cose di Tiziano o quelle d'Andrea del Sarto o di Raffaello da Urbino. Egli mi dice: – Il mondo. – Allora conobbi che tutto quello che è fattura umana è cosa da farsene beffe e conobbi la grandezza del suo procedere; e seguitai: – Qual è la maggior cosa che si trovi? – Io, sono – disse egli – che consumo e ricevo in me ogni cosa; io ne son padrone, son sempre in tutti i luoghi, sono stato presente a quanto s'è fatto e mi ritroverò a ciò che si fará. – Veramente mi s'aperse il core in questo dire, perché aveva fatte delle cose per i passati anni che io me ne vergognava, conoscendo d'essere stato veduto, e mi doleva che costui fosse stato presente e dolevami di avere offeso Dio, che meglio di lui m'aveva veduto. Pure, ristretto in me, seguitai di dirgli: – Chi è colui che piú sa di tutti? – e posi súbito la mira a Platone, ad Aristotile e altri infiniti. Madesí! Egli rispose súbito: – Chi sa piú di me? chi piú di me è intelligente? – O – diss'io – canaglia mondana, che credete, con quattro letteruccie stitiche, sapere ogni cosa e a pena siate fuori delle pezze! o animaletti studiantuzzi che scazzate con duoi pigrammi uno stracciafoglio e credete d'esser tenuti i savi della villa! o imbrattamestieri che rappezzate scartabegli, andatevi a ficcare in un cesso! o poetuzzi che fate le vostre leggende da un soldo e poi volete il capo infrascato, frasche veramente siete, civettini. Non udite voi che 'l Tempo è quel che sa? Non bisogna, per fare l'altiero, il signorotto e il nobile, furfantegli, figliuoli di spadai, di notaiuzzi, di montanari e di fanti, sputar tondo! La cera, poveretti, vi condanna: un pare la moria, l'altro un facchino e quell'altro il tradimento copiato dall'originale: oh che cere di dotti! Deh, statevi come la porcellana, e accompagnatevi con il Tempo, se volete sapere: non udite voi che lui solo sa, lui solo può insegnare? – Eh, bastadisse il Tempo – non ti pigliar ancor tu piú impacci che non ti bisogni; lascia fare a me, ché io ti prometto, Tribolo caro, che, alla fine alla fine, se non sono quei che debbono essere, oh non saranno, ché io gli farò rimaner tante bestie. Domanda, se vuoi sapere altro. – Avrei piacere d'intendere qual cosa voi avete per piú leggieri. – In quello che io aspettava che mi rispondesse: «il cervel del tale e del tale, o il mio», e' disse: – L'intendere, l'intelletto, perché passa i mari, penetra i cieli e vola in un súbito dove egli vuole senza offesa o offendere. – Quale è piú forte? – Oimè – disse il Tempo – questa è bene una dimanda che bisogna che tu tenga a mente la risoluzione: l'uomo necessitato, colui che bisogna che facci una cosa, o voglia o non voglia; questa è una macchina terribile, fortissima piú che muraglia e che pietra di diamante salda. –

Ridolfo. Io per me, se tu séguiti cose curiose, son per diventar una statua.

Moschino. Spero che il tuo sogno avrá quella bella fine, da che il discorso è bello.

Ridolfo. In tanto tu non sentivi i disagi del mondo: felice chi dorme come te!

Tribolo. – La piú difficil cosa che sia da conoscere, vorrei da te sapere. – Questa credo che tu l'abbi provata piú volte: l'uomo è la cosa piú difficile che sia a conoscere. – Ma dimmi, quando io sarò ritornato nel mio corpo, come potrei io fare a viver giustamente ed esser veramente uomo da bene? – In questo caso poche parole bastano: quel consiglio che tu dái agli altri, che vivino rettamente, mettilo a effetto da te medesimo. –

Ridolfo. Questa mi sodisfá molto.

Tribolo. Odi quest'altra. Disse egli: – Se tu vien mai signore, ricòrdati che chi vuol dominar altri e signoreggiare, che bisogna prima che sappi regger se medesimo e raffrenare tutte le volontá umane. – Io ho perdute le forme, Tempo mio mirabile; di cotesto ricordo non ho io di bisogno. – Cosí in tal ragionamento egli mi lasciò. Ritrovandomi cosí solo, io mi ricordava del sogno, sognando, ch'io aveva fatto inanzi, e come aveva fatto quell'amalato a ritornare al suo corpo; mi veniva a memoria l'erba e l'effetto di quella; e perché io non m'era scordato che chi voleva una cosa se l'immaginassi, perché sarebbe come se la fosse, io, che ne desiderava un ramo, mi messi in fantasia súbito d'averla; e cosí l'erba comparse. Quando io ebbi questa erba in mano, mi venne a memoria che uno ella l'aveva sanato e l'altro amazzato, e ritornai al mio corpo con essa; e inanzi che io ci volessi entrar dentro, lo volli toccare con essa, acciò che, se la fosse stata a luna scema oprata e l'avesse fatto morire, io non vi fossi stato dentro, onde non sarebbe, non v'essendo io, potuto morire: ma l'erba fu in istagione, tal che la lo sanò d'alcune infirmitá secrete e intrinsiche. Cosí, ponendognene in mano, gli rientrai in corpo. Al corpo!... che io non voglio giurare; credetemelo: ecco qui l'erba, ecco che io l'ho pure in mano; l'è pur dessa: questo è pure stato un sogno mai piú da alcuno sognato: se l'avrá la virtú del sanare a luna crescente, e' si vedrá alla giornata, e se l'amazzerá similmente a luna scema.

Ridolfo. Fatti pure in ; non mi toccar con essa: se non è vero, egli è stato un bel trovato.

Moschino. Io voglio che noi leviamo un proverbio, come un muore, che dica: «Egli ha tôcco l'erba del Tribolo a luna scema».

Ridolfo. E quando si sanerá?

Moschino. «L'erba del Tribolo l'ha tôcco a luna piena».

Tribolo. Non piú ciance; sará quel che Dio vorrá: la luna ci lascia; andiancene a dormire, ché l'ora è tarda.

Moschino. E cosí sia. Un'altra sera vedremo d'avere il libro de' sogni di frate Angelico.

Ridolfo. Io ve lo prometto; e mi raccomando.


 

 

 




4 Niccolò de' Pericoli, detto il Tribolo, scultore, di cui il Vasari [Ed.].






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