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La
caccia.
Da qualche tempo gli armenti,
quantunque custoditi da pastori ben armati e da buon numero di cani, erano
decimati durante la notte, da misteriosi predoni. Le orme, le tracce sanguinose,
i bioccoli di lana scoperti sulla neve rivelarono ben presto come gli autori
del furto fossero orsi, che si nascondevano, durante il giorno, in una tetra
spelonca situata nella parte superiore della forra in cui corre il rivo
denominato attualmente a Sciümea.
I componenti delle famiglie che
avevano sofferto il danno, tanto per preservarsi da ulteriori perdite quanto
per trarre vendetta delle belve, divisarono di dar loro la caccia. Ad attuare
il proposito furono prescelti tre cacciatori animosi ed esperti; cioè un
omaccione lungo ed allampanato, delle fattezze scimmiesche, chiamato Garbuta e
due fratelli, i quali per la tinta bruna della loro carnagione e i lunghi
capelli nerissimi, solevano designarsi col nome di Corvi. Portavano una tunica
di pelle assai succinta, stretta alla vita da una cintura, ed erano armati di
lancia ed accetta.
Allontanatisi nel cuore della
notte, riuscirono prima dell'alba, esplorando la boscaglia, a rintracciare la
tana degli orsi, nella quale penetrarono deliberatamente, rischiarati da un
ramo di pino che ardeva, a mò di torcia. In fondo all'ultimo recesso della
cavità, scoprirono due orsacchiotti, i quali in breve caddero esanimi, senza
opporre resistenza, sotto i colpi vibrati dai cacciatori colle loro accette di
pietra.
Caricatisi delle due bestiole, i
Corvi uscirono dalla tana, mentre il Garbuta li seguiva in retroguardia.
Senonchè, avevano fatto pochi passi quando furono assaliti all'improvviso da un
vecchio orso robustissimo, inferocito per il rapimento dei piccoli. I Corvi,
gettato a terra l'orsacchiotto che portavano, si allontanarono alquanto,
disponendosi alla difesa, ma uno dei due raggiunto dalla belva, non fu tanto
sollecito da evitare gli artigli del carnivoro, il quale, eretto sugli arti
posteriori, lo strinse cogli anteriori in poderoso amplesso, graffiandolo
crudelmente. Il Garbuta, accorso precipitosamente, si fece a trafiggere più
volte colla lunga lancia il villoso petto dell'orso, talchè questi fu obbligato
ad allentare la stretta, poi si piegò sopra se stesso e cadde pesantemente al
suolo irrorandolo del proprio sangue.
Sopravvennero, intanto, parecchi
cavernicoli, in soccorso dei primi, e, mentre alcuni trasportavano il ferito
nella sua dimora, gli altri prestavano aiuto ai cacciatori, per mettere in salvo
la preda, dalla quale si ripromettavano un lauto pasto.
In quel giorno e nei successivi
la tribù fece baldoria, cibandosi a sazietà di quegli orsi, tenuti in conto di
selvaggina prelibata, e rallegrandosi per l'uccisione di un temuto nemico. I
canini del carnivoro adulto, tolti alle mandibole e forati, furono appesi al
collo dei cacciatori quale prezioso trofeo, e la pelle, diligentemente
conciata, divenne per il Garbuta soffice giaciglio.
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