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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • La caccia.
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La caccia.

 

Da qualche tempo gli armenti, quantunque custoditi da pastori ben armati e da buon numero di cani, erano decimati durante la notte, da misteriosi predoni. Le orme, le tracce sanguinose, i bioccoli di lana scoperti sulla neve rivelarono ben presto come gli autori del furto fossero orsi, che si nascondevano, durante il giorno, in una tetra spelonca situata nella parte superiore della forra in cui corre il rivo denominato attualmente a Sciümea.

I componenti delle famiglie che avevano sofferto il danno, tanto per preservarsi da ulteriori perdite quanto per trarre vendetta delle belve, divisarono di dar loro la caccia. Ad attuare il proposito furono prescelti tre cacciatori animosi ed esperti; cioè un omaccione lungo ed allampanato, delle fattezze scimmiesche, chiamato Garbuta e due fratelli, i quali per la tinta bruna della loro carnagione e i lunghi capelli nerissimi, solevano designarsi col nome di Corvi. Portavano una tunica di pelle assai succinta, stretta alla vita da una cintura, ed erano armati di lancia ed accetta.

Allontanatisi nel cuore della notte, riuscirono prima dell'alba, esplorando la boscaglia, a rintracciare la tana degli orsi, nella quale penetrarono deliberatamente, rischiarati da un ramo di pino che ardeva, a di torcia. In fondo all'ultimo recesso della cavità, scoprirono due orsacchiotti, i quali in breve caddero esanimi, senza opporre resistenza, sotto i colpi vibrati dai cacciatori colle loro accette di pietra.

Caricatisi delle due bestiole, i Corvi uscirono dalla tana, mentre il Garbuta li seguiva in retroguardia. Senonchè, avevano fatto pochi passi quando furono assaliti all'improvviso da un vecchio orso robustissimo, inferocito per il rapimento dei piccoli. I Corvi, gettato a terra l'orsacchiotto che portavano, si allontanarono alquanto, disponendosi alla difesa, ma uno dei due raggiunto dalla belva, non fu tanto sollecito da evitare gli artigli del carnivoro, il quale, eretto sugli arti posteriori, lo strinse cogli anteriori in poderoso amplesso, graffiandolo crudelmente. Il Garbuta, accorso precipitosamente, si fece a trafiggere più volte colla lunga lancia il villoso petto dell'orso, talchè questi fu obbligato ad allentare la stretta, poi si piegò sopra se stesso e cadde pesantemente al suolo irrorandolo del proprio sangue.

Sopravvennero, intanto, parecchi cavernicoli, in soccorso dei primi, e, mentre alcuni trasportavano il ferito nella sua dimora, gli altri prestavano aiuto ai cacciatori, per mettere in salvo la preda, dalla quale si ripromettavano un lauto pasto.

In quel giorno e nei successivi la tribù fece baldoria, cibandosi a sazietà di quegli orsi, tenuti in conto di selvaggina prelibata, e rallegrandosi per l'uccisione di un temuto nemico. I canini del carnivoro adulto, tolti alle mandibole e forati, furono appesi al collo dei cacciatori quale prezioso trofeo, e la pelle, diligentemente conciata, divenne per il Garbuta soffice giaciglio.

 

 




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