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La
conquista della sposa.
Assisteremo poco appresso ad
un'altra impresa, meno gloriosa, compiuta dal protagonista di questo episodio.
La boscaglia era allora tanto
fitta che si lasciava appena penetrare da qualche raggio del sole nascente. Mentre
in alto s'intrecciavano i rami di annose quercie, i tronchi loro erano nascosti
da un groviglio di cespugli spinosi, già sparsi di fiori primaverili.
Cominciava il bisbiglio sommesso degli uccelli mattinieri e il tasso si era
furtivamente ridotto nel fondo della sua tana. Ad un tratto si fece strada fra
le piante una leggiadra fanciulla, seguita da due giulivi bambini. Era piccola,
esile, di carnagione olivastra, con occhi azzurrini e vivaci, naso breve, ben
profilato, ampia bocca atteggiata a sorriso, labbra tumide e porporine, robusta
dentatura. Portava la profusa chioma fulva legata sulla nuca. Una tunica di
pelle d'agnello copriva per metà il corpo delicato e lasciava nude le braccia e
le gambe sottili, ma ben tornite, essa faceva risuonare camminando le armille e
i monili di conchiglie forate, che le adornavano i polsi e il collo. Mentre
Nida procedeva guardinga, raccogliendo ghiande dolci, che tosto riponeva in una
bisaccia di pelle, strisciando fra i cespugli come serpe, Garbuta, si avvicina
furtivamente, e, all'improvviso, l'afferra per le spalle, la rovescia
bruscamente a terra, e quando giace supina le lega saldamente le braccia e le
gambe, quindi, sollevata di peso la sua vittima, se la pone sulle spalle come
corpo morto, e si allontana a precipizio colla preda. In quest'uomo gli occhi
infossati, dai riflessi metallici, la fronte bassa ombreggiata da capigliatura
arruffata, la carnagione livida e specialmente la bocca ampia, protratta,
atteggiata a sogghigno, che lasciava scoperte le punte di due robusti canini,
le grosse labbra tumefatte, accusavano insolita energia e ad un tempo istinti
brutali.
Nida spaventata, tentò invano di
divincolarsi e di reagire, fece echeggiare la selva delle sue grida e dei suoi
gemiti disperati, cui si univano i lamenti dei fratellini, i quali, incapaci di
proteggere la misera fanciulla, corsero piangendo alla dimora della famiglia
per invocare aiuto; ma al difensore naturale, al padre, non potevano ricorrere,
perchè da poco un malore improvviso l'aveva rapito al loro affetto, malgrado
gli scongiuri dei maghi e le pratiche superstiziose intese a placare gli
spiriti maligni.
Appena edotta del caso toccato a
Nida, la vecchia madre di lei, in preda alla disperazione, si coprì di cenere
le chiome scarmigliate e corse a precipizio nel vicinato per raccontar
l'accaduto ai famigliari, e chiedere loro assistenza e consiglio; si prostrò
poi, gemendo, dinanzi al capo ed ai notabili della tribù, sollecitando il loro
intervento perchè le fosse restituita la figliuola; ma tutti le risposero con
parole di compassione, senza offrirle alcun aiuto. La esortarono invece a
rassegnarsi all'ineluttabile e a rispettare le consuetudini del paese che
concedevano ai guerrieri il diritto di conquistare la propria compagna, purchè
fosse nubile, colla violenza o coll'insidia. "Unico obbligo del rapitore
si è di corrispondere al padre e alla madre della fanciulla l'abituale tributo
di pecore o di capre. Nida, le dissero, si ribellerà da principio, ma finirà
coll'adattarsi al suo destino, come fecero tutte; "e tu, esclamarono, non
fosti rapita? Pure trascorresti lunghi anni felici a fianco del tuo
consorte":
"È vero, soggiunse la
povera madre, ma il caso è ben diverso, perchè eravamo d'accordo; il ratto e la
resistenza furono simulati".
Che sarà dell'infelice Nida?
Dovrà essa piegarsi alle brame del suo crudele persecutore? Sarà essa domata,
come lo furono tante altre, dalle sevizie e dalla fame?
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