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La
fuga.
"Pensa, esclamò il Garbuta,
mentre afferrava la sua vittima e la cingeva di stretti vincoli, pensa che se
tu tentassi di abbandonarmi per seguire un altro uomo, io mi vendicherei
spietatamente. Tu saresti denunziata alla tribù come sposa ribelle; ed
invocherei per te la più severa condanna, quella di morir lapidata".
Non sappiamo precisamente come
ciò avvenisse; ma certo è che, mentre Garbuta era intento a raccogliere frasche
per dissimulare l'angusta apertura della grotticella in cui aveva nascosta la
sua vittima, questa con meraviglioso vigore, spezzava i ceppi che l'avvincevano,
e si allontanava rapidamente. Il suo rapitore non solo la inseguì, ma non si
peritò, finchè fu possibile, di bersagliarla coi sassi e colle freccie scoccate
dal suo arco. La fanciulla, che alla schiavitù preferiva la morte, spiegò nella
fuga energia ed agilità straordinarie, si arrampicò per ripide rupi, saltò
fossi, guadò torrenti dalle acque impetuose.
Col cuore in tumulto, paventando
ad ogni piè sospinto di esser ghermita dall'esoso nemico, che pretendeva
esserle consorte, riuscì a far perdere le sue tracce nel folto della selva. La
corsa pazza della misera si era protratta per lungo tempo, quando si avvide
che, pervenuta omai alla radura, e stremata di forze, avrebbe dovuto, seguendo
la medesima direzione, procedere allo scoperto con grave pericolo di cadere fra
le mani del Garbuta. Pensò allora come sarebbe stato prudente nascondersi fino
a che non fosse calato il sole; perciò, penetrata di proposito deliberato ove
era più fitto il groviglio dei cespugli spinosi, al limitare del bosco, si
rimpiattò in guisa da sfidare ogni più sagace ricerca, ed aspettò immobile il
tramonto. A notte fatta uscì cautamente dal nascondiglio e ripigliò la sua
fuga, inerpicandosi sopra un'alta montagna che le si parava d'innanzi, senza
curare gli ostacoli opposti dalle asperità del terreno e dall'oscurità. Aveva
così raggiunto una ericaia, sparsa di massi muscosi, quando vide nelle tenebre
agitarsi due punti luminosi poi quattro, poi molti: non vagolavano al pari
delle lucciole, non spiccavano immobili dal terriccio come i bruchi splendenti,
che convitano a nozze silenziose i congeneri alati dell'altro sesso. Pur
troppo, non poteva dubitarne, quei focherelli erano occhi fosforescenti, di
fiere che la guatavano, e si avvicinavano fiutando la preda e facendo stormire
le foglie.
Che fare? Come difendersi da un
branco di lupi famelici? Col cuore stretto dal terrore, provò a cacciarli con
alte grida, ma certo non era questo il mezzo più efficace per trattenere le
belve delle quali udiva omai vicino il soffio rantoloso; e poi la voce avrebbe
forse attirato il Garbuta. Ebbe in quel momento una felice ispirazione; si
ricordò che, da buona massaia, aveva annodato ad un capo della sua tunica due
schegge di pietra focaia ed un brano di esca. L'atto seguì tosto il pensiero,
ed eccola a far sprizzar scintille dalla selce, ad accendere l'esca e a dar
fuoco ad un fascio di erbe secche e di paglia: i lupi si arrestarono
immantinente, poi indietreggiarono, ringhiando dinanzi alla viva fiamma che li
separava dalla preda agognata. I più audaci furono fugati dai tizzoni ardenti
che la fanciulla scagliò loro con mano sicura.
In tal modo la Nida si schermì
vittoriosamente dai feroci quadrupedi, che si allontanarono delusi. Intanto
l'aurora imporporava le nubi, si illuminavano le creste montane, e sorse infine
fulgido l'astro del giorno, dissipando colle ombre notturne il terrore della
fuggiasca, la quale potè proseguire il proprio cammino fino ad un dosso erboso.
Incontrò colà piccoli bovi e capre al pascolo, e si trovò dinanzi alla capanna
di un giovane pastore a lei ben noto, perchè soleva recarle i prodotti del
proprio armento. Affranta dalla fatica, contusa e ferita dagli sterpi spinosi,
la fanciulla sollecitò dal Cornei, così si chiamava il pastore, protezione e
ricovero. Costui, che aveva, pari all'aspetto, l'animo gentile, aderì di gran
cuore alla richiesta, lieto di accogliere la tapina nel proprio abituro.
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