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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • La fuga.
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La fuga.

 

"Pensa, esclamò il Garbuta, mentre afferrava la sua vittima e la cingeva di stretti vincoli, pensa che se tu tentassi di abbandonarmi per seguire un altro uomo, io mi vendicherei spietatamente. Tu saresti denunziata alla tribù come sposa ribelle; ed invocherei per te la più severa condanna, quella di morir lapidata".

Non sappiamo precisamente come ciò avvenisse; ma certo è che, mentre Garbuta era intento a raccogliere frasche per dissimulare l'angusta apertura della grotticella in cui aveva nascosta la sua vittima, questa con meraviglioso vigore, spezzava i ceppi che l'avvincevano, e si allontanava rapidamente. Il suo rapitore non solo la inseguì, ma non si peritò, finchè fu possibile, di bersagliarla coi sassi e colle freccie scoccate dal suo arco. La fanciulla, che alla schiavitù preferiva la morte, spiegò nella fuga energia ed agilità straordinarie, si arrampicò per ripide rupi, saltò fossi, guadò torrenti dalle acque impetuose.

Col cuore in tumulto, paventando ad ogni piè sospinto di esser ghermita dall'esoso nemico, che pretendeva esserle consorte, riuscì a far perdere le sue tracce nel folto della selva. La corsa pazza della misera si era protratta per lungo tempo, quando si avvide che, pervenuta omai alla radura, e stremata di forze, avrebbe dovuto, seguendo la medesima direzione, procedere allo scoperto con grave pericolo di cadere fra le mani del Garbuta. Pensò allora come sarebbe stato prudente nascondersi fino a che non fosse calato il sole; perciò, penetrata di proposito deliberato ove era più fitto il groviglio dei cespugli spinosi, al limitare del bosco, si rimpiattò in guisa da sfidare ogni più sagace ricerca, ed aspettò immobile il tramonto. A notte fatta uscì cautamente dal nascondiglio e ripigliò la sua fuga, inerpicandosi sopra un'alta montagna che le si parava d'innanzi, senza curare gli ostacoli opposti dalle asperità del terreno e dall'oscurità. Aveva così raggiunto una ericaia, sparsa di massi muscosi, quando vide nelle tenebre agitarsi due punti luminosi poi quattro, poi molti: non vagolavano al pari delle lucciole, non spiccavano immobili dal terriccio come i bruchi splendenti, che convitano a nozze silenziose i congeneri alati dell'altro sesso. Pur troppo, non poteva dubitarne, quei focherelli erano occhi fosforescenti, di fiere che la guatavano, e si avvicinavano fiutando la preda e facendo stormire le foglie.

Che fare? Come difendersi da un branco di lupi famelici? Col cuore stretto dal terrore, provò a cacciarli con alte grida, ma certo non era questo il mezzo più efficace per trattenere le belve delle quali udiva omai vicino il soffio rantoloso; e poi la voce avrebbe forse attirato il Garbuta. Ebbe in quel momento una felice ispirazione; si ricordò che, da buona massaia, aveva annodato ad un capo della sua tunica due schegge di pietra focaia ed un brano di esca. L'atto seguì tosto il pensiero, ed eccola a far sprizzar scintille dalla selce, ad accendere l'esca e a dar fuoco ad un fascio di erbe secche e di paglia: i lupi si arrestarono immantinente, poi indietreggiarono, ringhiando dinanzi alla viva fiamma che li separava dalla preda agognata. I più audaci furono fugati dai tizzoni ardenti che la fanciulla scagliò loro con mano sicura.

In tal modo la Nida si schermì vittoriosamente dai feroci quadrupedi, che si allontanarono delusi. Intanto l'aurora imporporava le nubi, si illuminavano le creste montane, e sorse infine fulgido l'astro del giorno, dissipando colle ombre notturne il terrore della fuggiasca, la quale potè proseguire il proprio cammino fino ad un dosso erboso. Incontrò colà piccoli bovi e capre al pascolo, e si trovò dinanzi alla capanna di un giovane pastore a lei ben noto, perchè soleva recarle i prodotti del proprio armento. Affranta dalla fatica, contusa e ferita dagli sterpi spinosi, la fanciulla sollecitò dal Cornei, così si chiamava il pastore, protezione e ricovero. Costui, che aveva, pari all'aspetto, l'animo gentile, aderì di gran cuore alla richiesta, lieto di accogliere la tapina nel proprio abituro.

 

 




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