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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • La caverna Pollera.
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La caverna Pollera.

 

Prima di ripigliare il filo del mio racconto sarà opportuno che io introduca il lettore nella caverna Pollera, sede principale dei Sabazi, e abitazione di buon numero di famiglie appartenenti a questa tribù; mi si presenterà così l'occasione di accennare ai costumi di costoro, che erano in quel tempo assai meno evoluti dei Genuati, degli Apuani e d'altre tribù liguri.

Si penetrava nel sotterraneo mediante una grande apertura a foggia di bocca di forno, dall'alto della quale pendevano, a guisa di tenda, ciuffi di capelvenere. La prima cavità era ampia, bene illuminata, colle pareti rivestite di concrezioni lapidee, simili a bruni drappi dai margini frastagliati. Nel fondo si profilavano bizzarri pilastri, che destavano l'idea di mostri impietriti, tra i quali si addentravano misteriosi androni quasi del tutto oscuri. Dalla volta, alta ed irregolare, pendevano esili stalattiti, scintillanti all'estremità per l'acqua che ne stillava. A destra si spalancava un diruto burrone e serpeggiava fra i massi fino a grande profondità un rivoletto spumoso. In questo burrone e negli spechi più remoti splendevano qua e , nell'ombra, i fuochi di lampadine di terra cotta, alimentate da grasso, che apparivano come punti luminosi. Questa sede della tribù non era meno maestosa e severa del castello medioevale, sorto dopo oltre dieci secoli sulla balza vicina; si può dire che fosse meno atta alla difesa. Scavata dagli agenti naturali in un dosso roccioso, per tre lati limitato da scheggiate forre, non era accessibile che da angusto e dirupato sentiero. L'ingresso era per metà sbarrato artificialmente da un semicircolo di massi greggi, che lasciavano tra l'uno e l'altro stretto intervallo. Inoltre, chi si fosse arrischiato a superarlo a dispetto degli abitanti poteva essere facilmente offeso, per mezzo di sassi precipitati dal ripiano che domina la bocca del sotterraneo.

Poco lungi, sul rialto soprastante alla caverna, una zona di terreno pianeggiante, e recinta di cespugli spinosi acciocchè non vi si potessero introdurre gli armenti, era convertita in un campo d'orzo, coltivato per verità con metodi propriamente rudimentali. Mediante pali aguzzati, invece di aratri, solevano praticare piccoli incavi nel terreno per la seminagione. Raccolto il seme e separato dai suoi involucri, si sottoponeva a grossolana triturazione sopra una macina di pietra, poi, impastato con acqua e cotto sulla brace, costituiva cibo sano e nutriente massime per i bambini e i vecchi.

Nella parte anteriore della spelonca ardevano le fiamme fuligginose dei focolari, in cui si cuocevano i pasti dei cavernicoli. Sul fuoco erano sospese grandi pentole di terra cotta, ed alcune vecchie scarmigliate, mal coperte di sdruciti indumenti, ne rimovevano il contenuto con lunghi bastoni. Presso l'apertura vispe fanciulle, vestite di succinta tunica di pelle, le braccia e le mani impiastricciate di creta, attendevano a foggiar olle e scodelle, e le ornavano di rozzi fregi, imprimendo le dita e le unghie sulla creta ancora plastica, destinata ad esser cotta e indurita sulla brace ardente. Di rado, affine di abbellire quei fittili di ornamenti a colori, intingevano nell'ocra gialla o rossa stemperata la punta di uno stile, e tracciavano con essa, alla superficie dei vasi, sottili striscie o reticoli variamente disposti, tentativo rudimentale di un'arte decorativa già sorta e meravigliosamente sviluppata presso i figuli di altre regioni italiane. Erica, giovanetta dall'espressione intelligente e gioconda, foggiava da canto suo colle agili dita figurine d'argilla, oggetti di un culto superstizioso. Poco lunge alcuni cavernicoli spezzavano legna da ardere, mentre altri passavano e ripassavano pazientemente sopra una lastra di roccia durissima sparsa di sabbia umida, ascie di pietra verde, per renderle taglienti prima di innestarle in un ramno d'albero o nella base di un corno cervino, a guisa di manico.

Una giovane madre, che si è appena sgravata, sbuca da uno degli androni più remoti della grotta, porta il neonato in fondo al burrone ed immerge la tenera creatura nelle gelide acque del rivo. L'assiste una comare, reputata per la sua perizia nelle pratiche relative alle cure da prestarsi alle partorienti ed ai neonati. Nel sopraintendere al proprio ufficio costei profferisce a bassa voce uno scongiuro destinato a preservare la creatura dal mal'occhio e a conferire al futuro guerriero i migliori requisiti di vigoria e di ardimento. Fuori, presso la soglia, fanciulletti dei due sessi custodiscono pecore e capre, che stanno pascolando, mentre parecchie donne, sedute sopra un masso, lavorano a risarcire indumenti sdruciti, e due cacciatori, reduci da una spedizione cinegetica, sono intenti a scuoiare e a dividere le carni sanguinolente d'un bel capriolo, e colle grida e le busse si affannano ad allontanare i cani che tentano di arraffare qualche brano della ghiotta selvaggina.

Dopo il tramonto si spegnevano a poco a poco i focolari e cessavano i clamori, senonchè bene spesso, fuori della spelonca, si adunavano in crocchio alcuni giovani della tribù, ed allora essi intuonavano con voce gutturale una nenia lenta e malinconica, quasi sempre un lamento amoroso. D'ordinario uno di loro rispondeva in falsetto, imitando la voce femminile, a coloro che avevano iniziato il canto. Raramente si raccoglievano in altro crocchio, non lontano, parecchie fanciulle ed esprimevano in coro, con voce acuta ed alta, appena modulata, lo stato d'animo di chi agogna ad un bene remoto.

Al concerto maschile partecipava qualche volta un suonatore di certi pifferi primitivi, l'uso dei quali si è perpetuato nelle scigue grossolanamente fabbricate dai pastori colla corteccia di un arbusto montano.

 

 




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