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La
caverna Pollera.
Prima di ripigliare il filo del
mio racconto sarà opportuno che io introduca il lettore nella caverna Pollera,
sede principale dei Sabazi, e abitazione di buon numero di famiglie appartenenti
a questa tribù; mi si presenterà così l'occasione di accennare ai costumi di
costoro, che erano in quel tempo assai meno evoluti dei Genuati, degli Apuani e
d'altre tribù liguri.
Si penetrava nel sotterraneo
mediante una grande apertura a foggia di bocca di forno, dall'alto della quale
pendevano, a guisa di tenda, ciuffi di capelvenere. La prima cavità era ampia,
bene illuminata, colle pareti rivestite di concrezioni lapidee, simili a bruni
drappi dai margini frastagliati. Nel fondo si profilavano bizzarri pilastri,
che destavano l'idea di mostri impietriti, tra i quali si addentravano
misteriosi androni quasi del tutto oscuri. Dalla volta, alta ed irregolare,
pendevano esili stalattiti, scintillanti all'estremità per l'acqua che ne
stillava. A destra si spalancava un diruto burrone e serpeggiava fra i massi
fino a grande profondità un rivoletto spumoso. In questo burrone e negli spechi
più remoti splendevano qua e là, nell'ombra, i fuochi di lampadine di terra
cotta, alimentate da grasso, che apparivano come punti luminosi. Questa sede
della tribù non era meno maestosa e severa del castello medioevale, sorto dopo
oltre dieci secoli sulla balza vicina; nè si può dire che fosse meno atta alla
difesa. Scavata dagli agenti naturali in un dosso roccioso, per tre lati
limitato da scheggiate forre, non era accessibile che da angusto e dirupato
sentiero. L'ingresso era per metà sbarrato artificialmente da un semicircolo di
massi greggi, che lasciavano tra l'uno e l'altro stretto intervallo. Inoltre,
chi si fosse arrischiato a superarlo a dispetto degli abitanti poteva essere
facilmente offeso, per mezzo di sassi precipitati dal ripiano che domina la
bocca del sotterraneo.
Poco lungi, sul rialto
soprastante alla caverna, una zona di terreno pianeggiante, e recinta di
cespugli spinosi acciocchè non vi si potessero introdurre gli armenti, era
convertita in un campo d'orzo, coltivato per verità con metodi propriamente
rudimentali. Mediante pali aguzzati, invece di aratri, solevano praticare
piccoli incavi nel terreno per la seminagione. Raccolto il seme e separato dai
suoi involucri, si sottoponeva a grossolana triturazione sopra una macina di
pietra, poi, impastato con acqua e cotto sulla brace, costituiva cibo sano e
nutriente massime per i bambini e i vecchi.
Nella parte anteriore della
spelonca ardevano le fiamme fuligginose dei focolari, in cui si cuocevano i
pasti dei cavernicoli. Sul fuoco erano sospese grandi pentole di terra cotta,
ed alcune vecchie scarmigliate, mal coperte di sdruciti indumenti, ne rimovevano
il contenuto con lunghi bastoni. Presso l'apertura vispe fanciulle, vestite di
succinta tunica di pelle, le braccia e le mani impiastricciate di creta,
attendevano a foggiar olle e scodelle, e le ornavano di rozzi fregi, imprimendo
le dita e le unghie sulla creta ancora plastica, destinata ad esser cotta e
indurita sulla brace ardente. Di rado, affine di abbellire quei fittili di
ornamenti a colori, intingevano nell'ocra gialla o rossa stemperata la punta di
uno stile, e tracciavano con essa, alla superficie dei vasi, sottili striscie o
reticoli variamente disposti, tentativo rudimentale di un'arte decorativa già
sorta e meravigliosamente sviluppata presso i figuli di altre regioni italiane.
Erica, giovanetta dall'espressione intelligente e gioconda, foggiava da canto
suo colle agili dita figurine d'argilla, oggetti di un culto superstizioso.
Poco lunge alcuni cavernicoli spezzavano legna da ardere, mentre altri
passavano e ripassavano pazientemente sopra una lastra di roccia durissima
sparsa di sabbia umida, ascie di pietra verde, per renderle taglienti prima di
innestarle in un ramno d'albero o nella base di un corno cervino, a guisa di
manico.
Una giovane madre, che si è
appena sgravata, sbuca da uno degli androni più remoti della grotta, porta il neonato
in fondo al burrone ed immerge la tenera creatura nelle gelide acque del rivo.
L'assiste una comare, reputata per la sua perizia nelle pratiche relative alle
cure da prestarsi alle partorienti ed ai neonati. Nel sopraintendere al proprio
ufficio costei profferisce a bassa voce uno scongiuro destinato a preservare la
creatura dal mal'occhio e a conferire al futuro guerriero i migliori requisiti
di vigoria e di ardimento. Fuori, presso la soglia, fanciulletti dei due sessi
custodiscono pecore e capre, che stanno pascolando, mentre parecchie donne,
sedute sopra un masso, lavorano a risarcire indumenti sdruciti, e due
cacciatori, reduci da una spedizione cinegetica, sono intenti a scuoiare e a
dividere le carni sanguinolente d'un bel capriolo, e colle grida e le busse si
affannano ad allontanare i cani che tentano di arraffare qualche brano della
ghiotta selvaggina.
Dopo il tramonto si spegnevano a
poco a poco i focolari e cessavano i clamori, senonchè bene spesso, fuori della
spelonca, si adunavano in crocchio alcuni giovani della tribù, ed allora essi
intuonavano con voce gutturale una nenia lenta e malinconica, quasi sempre un
lamento amoroso. D'ordinario uno di loro rispondeva in falsetto, imitando la
voce femminile, a coloro che avevano iniziato il canto. Raramente si
raccoglievano in altro crocchio, non lontano, parecchie fanciulle ed
esprimevano in coro, con voce acuta ed alta, appena modulata, lo stato d'animo
di chi agogna ad un bene remoto.
Al concerto maschile partecipava
qualche volta un suonatore di certi pifferi primitivi, l'uso dei quali si è
perpetuato nelle scigue grossolanamente fabbricate dai pastori colla
corteccia di un arbusto montano.
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