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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • La navigazione e i naufragi.
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La navigazione e i naufragi.

 

Prima di procedere nel mio resoconto mi si conceda una parentesi sulla navigazione, poco attiva per verità, che si esercitava allora lungo le rive della Liguria. I marinai, che si avventuravano sull'infido elemento, dovevano spiegare rara forza d'animo per affrontare i pericoli reali e immaginari cui andavano incontro; e dico immaginari, perchè paventavano, oltre ai venti avversi, al mare tempestoso, agli scogli insidiosi, sirene allettatrici, terribili mostri marini, orride arpie.

Ogni rupe bizzarra, ogni insolita perturbazione atmosferica o tellurica era per essi la manifestazione del potere soprannaturale di qualche divinità ostile.

Le navi greche di quel tempo erano di piccole dimensioni e provviste di chiglia assai convessa, rialzata a poppa e a prora, affine di poterle facilmente tirare in secco. Erano poco profonde, sottili, destituite di coperta, e munite nella parte media di un albero, il quale sosteneva una lunga antenna e una controverga. Fra l'una e l'altra era tesa una ampia vela quadrangolare, suscettibile di assumere posizioni diverse rispetto all'asse del galleggiante, il quale poteva procedere non solo col vento in poppa, ma anche obliquamente, ma per un angolo assai limitato rispetto alla direzione del vento. Il precipuo motore consisteva però nei remi, che erano per lo più in numero di venti. Una robusta pala, immersa presso la poppa e saldamente assicurata ad un sostegno sporgente da un lato, adempiva all'ufficio di timone. Sopra il bordo, a ciascuna delle due estremità, si innalzava un piccolo castello; in quello situato a poppa prendeva posto colui che presiedeva alla direzione del bastimento e comandava le manovre, in altre parole il capitano. Nel castello di prora aveva sede un nocchiero e si collocavano, occorrendo, gli armigeri preposti alla difesa della nave.

Con sì fragili galleggianti i trafficanti di Massilia e di Nicea visitavano gli scali della Liguria, dell'Etruria, del Lazio, della Corsica e della Sardegna, e si avventuravano talvolta fino alla Campania, alla Sicilia, all'Apulia, alla stessa Grecia da una parte, all'Iberia dall'altra; si inoltravano pure per eccezione anche fuori delle colonne d'Ercole. Dai piccoli centri di popolazione più evoluti, com'erano quelli dell'Etruria e della Campania, recavano ai popoli barbari manufatti di bronzo, terre cotte, oggetti d'ornamento d'ambra e di vetro, armi, metalli preziosi e ne ottenevano in cambio derrate alimentari, pelli, cera.

È facile immaginare quali disagi e rischi dovessero affrontare nelle loro navigazioni per le procelle, ed anche per l'ostilità degli abitanti del litorale durante gli approdi. Essi usavano viaggiare alla luce del giorno, sempre in vista di terra, ed ogni notte solevano tirare in secco i loro galleggianti. Solo in circostanze eccezionali si dipartivano da siffatto costume, ed allora, ma per brevi tratti, si orientavano durante le tenebre mediante l'osservazione degli astri; di rado, per fuggire la procella, cercavano rifugio in qualche piccola cala, senza mettere in secco le imbarcazioni.

Avveniva che le navicelle dei trafficanti, talvolta signoreggiate dalla bufera, non riuscissero a raggiungere una spiaggia ospitale e si infrangessero sugli scogli. Questo caso si verificò pochi giorni dopo l'episodio da me descritto. Un'altra nave, della stessa nazione, salpata dalla Corsica e diretta al Porto d'Ercole, sospinta da venti impetuosi, miseramente s'infrangeva sull'isolotto di Berzezzi, e gli avanzi del naufragio erano dai marosi trascinati alla riva. Appena calmatosi il mare, sopravvennero sui loro galleggianti, burchielli di legnami mal contesti, e zattere formate da otri gonfie d'aria, coperte di un rozzo assito, alcuni abitanti del litorale ad esplorar le rive per impadronirsi dei relitti. Così raccolsero remi, antenne, ancore ed altri attrezzi navali, ed uno di loro scoprì, tramortita sulla riva, una bellissima fanciulla greca. Il Nibbio, che era presente, dichiarò tosto il fermo proposito di riserbarla per come sua parte di preda; ed aggiunse con piglio minaccioso di non ammettere contestazione intorno al proprio diritto di capo.

 

 




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