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La
navigazione e i naufragi.
Prima di procedere nel mio
resoconto mi si conceda una parentesi sulla navigazione, poco attiva per
verità, che si esercitava allora lungo le rive della Liguria. I marinai, che si
avventuravano sull'infido elemento, dovevano spiegare rara forza d'animo per
affrontare i pericoli reali e immaginari cui andavano incontro; e dico
immaginari, perchè paventavano, oltre ai venti avversi, al mare tempestoso,
agli scogli insidiosi, sirene allettatrici, terribili mostri marini, orride
arpie.
Ogni rupe bizzarra, ogni
insolita perturbazione atmosferica o tellurica era per essi la manifestazione
del potere soprannaturale di qualche divinità ostile.
Le navi greche di quel tempo
erano di piccole dimensioni e provviste di chiglia assai convessa, rialzata a
poppa e a prora, affine di poterle facilmente tirare in secco. Erano poco
profonde, sottili, destituite di coperta, e munite nella parte media di un
albero, il quale sosteneva una lunga antenna e una controverga. Fra l'una e
l'altra era tesa una ampia vela quadrangolare, suscettibile di assumere
posizioni diverse rispetto all'asse del galleggiante, il quale poteva procedere
non solo col vento in poppa, ma anche obliquamente, ma per un angolo assai
limitato rispetto alla direzione del vento. Il precipuo motore consisteva però
nei remi, che erano per lo più in numero di venti. Una robusta pala, immersa
presso la poppa e saldamente assicurata ad un sostegno sporgente da un lato,
adempiva all'ufficio di timone. Sopra il bordo, a ciascuna delle due estremità,
si innalzava un piccolo castello; in quello situato a poppa prendeva posto
colui che presiedeva alla direzione del bastimento e comandava le manovre, in
altre parole il capitano. Nel castello di prora aveva sede un nocchiero e si
collocavano, occorrendo, gli armigeri preposti alla difesa della nave.
Con sì fragili galleggianti i
trafficanti di Massilia e di Nicea visitavano gli scali della Liguria,
dell'Etruria, del Lazio, della Corsica e della Sardegna, e si avventuravano
talvolta fino alla Campania, alla Sicilia, all'Apulia, alla stessa Grecia da
una parte, all'Iberia dall'altra; si inoltravano pure per eccezione anche fuori
delle colonne d'Ercole. Dai piccoli centri di popolazione più evoluti,
com'erano quelli dell'Etruria e della Campania, recavano ai popoli barbari
manufatti di bronzo, terre cotte, oggetti d'ornamento d'ambra e di vetro, armi,
metalli preziosi e ne ottenevano in cambio derrate alimentari, pelli, cera.
È facile immaginare quali disagi
e rischi dovessero affrontare nelle loro navigazioni per le procelle, ed anche
per l'ostilità degli abitanti del litorale durante gli approdi. Essi usavano
viaggiare alla luce del giorno, sempre in vista di terra, ed ogni notte
solevano tirare in secco i loro galleggianti. Solo in circostanze eccezionali
si dipartivano da siffatto costume, ed allora, ma per brevi tratti, si
orientavano durante le tenebre mediante l'osservazione degli astri; di rado,
per fuggire la procella, cercavano rifugio in qualche piccola cala, senza
mettere in secco le imbarcazioni.
Avveniva che le navicelle dei
trafficanti, talvolta signoreggiate dalla bufera, non riuscissero a raggiungere
una spiaggia ospitale e si infrangessero sugli scogli. Questo caso si verificò
pochi giorni dopo l'episodio da me descritto. Un'altra nave, della stessa
nazione, salpata dalla Corsica e diretta al Porto d'Ercole, sospinta da venti
impetuosi, miseramente s'infrangeva sull'isolotto di Berzezzi, e gli avanzi del
naufragio erano dai marosi trascinati alla riva. Appena calmatosi il mare,
sopravvennero sui loro galleggianti, burchielli di legnami mal contesti, e
zattere formate da otri gonfie d'aria, coperte di un rozzo assito, alcuni
abitanti del litorale ad esplorar le rive per impadronirsi dei relitti. Così raccolsero
remi, antenne, ancore ed altri attrezzi navali, ed uno di loro scoprì,
tramortita sulla riva, una bellissima fanciulla greca. Il Nibbio, che era
presente, dichiarò tosto il fermo proposito di riserbarla per sè come sua parte
di preda; ed aggiunse con piglio minaccioso di non ammettere contestazione
intorno al proprio diritto di capo.
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