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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • Il guerriero innamorato.
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Il guerriero innamorato.

 

Ero, tal'era il suo nome, quantunque nata da genitori greci immigrati a Monæcus (la Monaco odierna), aveva certamente nelle vene sangue di stirpe celtica; lo attestavano gli occhi azzurri, ombreggiati da lunghe ciglia, e le profuse chiome bionde. L'ovale perfetto del suo volto, il naso diritto e fino, la boccuccia di perfetta fattura, le orecchie infantili, il corpo di vergine, che Prassitele avrebbe preso a modello di uno dei suoi simulacri di suprema venustà, formavano un complesso degno d'ammirazione, reso anche più attraente dalla grazia e dalla soavità che spiravano da tutta la persona.

Allorchè si riebbe dallo svenimento, la fanciulla si trovò in braccio al Nibbio, che la trasportava nella propria dimora. Essa provò spavento e raccapriccio ricordando gli orrori del naufragio, e questo sentimento si accrebbe vedendosi in balìa di un ignoto, il quale non poteva apparirle che come uno di quei barbari tanto temuti dai viaggiatori, cui la sorte avversa sbalestra ai lidi inospitali della Liguria.

Ma il sorriso di benevolenza non scevra d'ammirazione, di colui che la sosteneva fra le braccia, come avrebbe fatto una madre del proprio bambino, mitigò la sua triste impressione.

Il Nibbio depose la fanciulla con pietosa cura sopra un letto di frasche, in una capace capanna contesta di rami d'albero, non lunge dal pago o villaggio di Montesordo, poi raccolse accanto a lei indumenti asciutti e le migliori cibarie che potesse trovare; e, mentre si allontanava, affidò a Nida, che sapeva più intelligente ed affettuosa delle altre donne, l'incombenza di assistere e confortare la prigioniera.

La giovinetta non tardò a riacquistare le proprie facoltà, e, a poco a poco, si dissipò lo spavento che l'aveva oppressa. Si fece allora a narrare con flebili parole, interrotte dai singhiozzi, le peripezie del tragico viaggio. Orfana di padre, si recava ad Alalia in Corsica, in compagnia di un vecchio congiunto, per ritrovar la madre che la chiamava presso di , quando la nave, cessando di governare, fu travolta da orribile bufera, sospinta sugli scogli e miseramente infranta. Ella più non ricordava come, investita e sommersa da onde immani, fosse rimasta priva di sensi sulla riva.

Ella sola, secondo ogni verosimiglianza, era scampata alla misera fine toccata a tutti i passeggeri e alla ciurma della nave. Ma doveva proprio ascrivere a fortuna la sua sorte? Non le sarebbero toccate altre più gravi sventure? Pur troppo, esclamava lagrimando, sono destinata ad una schiavitù peggiore della morte!

Parlando l'idioma di Monæcus, che poco differiva dal ligure, essa poteva farsi intendere facilmente da Nida, la quale, intanto, la incoraggiava, e, magnificando la generosità del Nibbio, si adoperava a dissipare i timori della prigioniera.

Si vedrà in breve come il capo dei Sabazi, impietosito dalle lacrime della fanciulla, e affascinato dalla sua fulgida bellezza, concepisse per lei fervidissima passione, talchè la schiava, commossa, ricambiava in breve i sensi affettuosi del guerriero, e più tardi lo soggiogava in modo da rendersene assoluta padrona.

 

 




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