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Il
guerriero innamorato.
Ero, tal'era il suo nome,
quantunque nata da genitori greci immigrati a Monæcus (la Monaco
odierna), aveva certamente nelle vene sangue di stirpe celtica; lo attestavano
gli occhi azzurri, ombreggiati da lunghe ciglia, e le profuse chiome bionde.
L'ovale perfetto del suo volto, il naso diritto e fino, la boccuccia di
perfetta fattura, le orecchie infantili, il corpo di vergine, che Prassitele
avrebbe preso a modello di uno dei suoi simulacri di suprema venustà, formavano
un complesso degno d'ammirazione, reso anche più attraente dalla grazia e dalla
soavità che spiravano da tutta la persona.
Allorchè si riebbe dallo svenimento,
la fanciulla si trovò in braccio al Nibbio, che la trasportava nella propria
dimora. Essa provò spavento e raccapriccio ricordando gli orrori del naufragio,
e questo sentimento si accrebbe vedendosi in balìa di un ignoto, il quale non
poteva apparirle che come uno di quei barbari tanto temuti dai viaggiatori, cui
la sorte avversa sbalestra ai lidi inospitali della Liguria.
Ma il sorriso di benevolenza non
scevra d'ammirazione, di colui che la sosteneva fra le braccia, come avrebbe
fatto una madre del proprio bambino, mitigò la sua triste impressione.
Il Nibbio depose la fanciulla
con pietosa cura sopra un letto di frasche, in una capace capanna contesta di
rami d'albero, non lunge dal pago o villaggio di Montesordo, poi raccolse
accanto a lei indumenti asciutti e le migliori cibarie che potesse trovare; e,
mentre si allontanava, affidò a Nida, che sapeva più intelligente ed affettuosa
delle altre donne, l'incombenza di assistere e confortare la prigioniera.
La giovinetta non tardò a
riacquistare le proprie facoltà, e, a poco a poco, si dissipò lo spavento che
l'aveva oppressa. Si fece allora a narrare con flebili parole, interrotte dai
singhiozzi, le peripezie del tragico viaggio. Orfana di padre, si recava ad
Alalia in Corsica, in compagnia di un vecchio congiunto, per ritrovar la madre
che la chiamava presso di sè, quando la nave, cessando di governare, fu
travolta da orribile bufera, sospinta sugli scogli e miseramente infranta. Ella
più non ricordava come, investita e sommersa da onde immani, fosse rimasta
priva di sensi sulla riva.
Ella sola, secondo ogni
verosimiglianza, era scampata alla misera fine toccata a tutti i passeggeri e
alla ciurma della nave. Ma doveva proprio ascrivere a fortuna la sua sorte? Non
le sarebbero toccate altre più gravi sventure? Pur troppo, esclamava
lagrimando, sono destinata ad una schiavitù peggiore della morte!
Parlando l'idioma di Monæcus,
che poco differiva dal ligure, essa poteva farsi intendere facilmente da Nida,
la quale, intanto, la incoraggiava, e, magnificando la generosità del Nibbio,
si adoperava a dissipare i timori della prigioniera.
Si vedrà in breve come il capo
dei Sabazi, impietosito dalle lacrime della fanciulla, e affascinato dalla sua
fulgida bellezza, concepisse per lei fervidissima passione, talchè la schiava,
commossa, ricambiava in breve i sensi affettuosi del guerriero, e più tardi lo
soggiogava in modo da rendersene assoluta padrona.
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