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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • Il sortilegio.
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Il sortilegio.

 

Dopo avere assistito fremendo al dialogo che feriva così crudelmente il suo cuore, e le dimostrava come una rivale le avesse rapito l'affetto del giovane guerriero, Taicina si allontanò smarrita, e recatasi per pochi momenti nella propria capanna, ne uscì portando seco un agnello neonato del quale aveva legato le zampe a due a due. Poi, come se ad un tratto avesse obbedito ad un impulso improvviso, si fece a salire con rapido passo le balze boscose che limitano verso ponente quel territorio; indi s'inoltrò nella macchia senza seguire sentieri battuti. Già si era diffusa una luce porporina che annunciava il tramonto, quando si trovò sull'orlo di un burrone mal famato perchè si affermava, come durante le tenebre della notte si adunassero colà a convegno gli spiriti maligni: si arrestò finalmente in una stretta gola ingombra di massi e di cespugli dinnanzi alla bocca di una grotticella ostruita in gran parte da pietre accumulate ad arte. Si diede allora a chiamare: Masca Masca!

Uscì dall'antro un'orrida vecchia, la cui effigie corrispondeva a puntino a quella che durante il medio evo si attribuiva alle streghe. Era piccola, gibbosa ed aveva un volto scarno tutto grinze, un naso lungo e curvo che pareva il becco di un rapace. I capelli erano copiosi, bigi misti di rossiccio, ed arruffati; sotto folte sopracciglia bianche spiccavano due occhi tondi, ardenti, mobilissimi.

Costei, in seguito a tragiche vicende, viveva segregata dalla propria tribù e tutta dedita a pratiche bizzarre; dalla sua ragione offuscata solo si sprigionava qualche bagliore; tuttavolta le attribuivano facoltà e poteri soprannaturali e sollecitavano spesso da lei suggerimenti e presagi.

Taicina si avvicinò a Masca, deponendo ai suoi piedi l'agnellino neonato che aveva portato seco: era l'offerta colla quale intendeva propiziarsi il favore della fattucchiera; di poi la scongiurò di adoperarsi perchè a lei tornasse colui che l'aveva abbandonata per altra donna.

La vecchia accennò col capo che gradiva il tributo e che avrebbe esaudito il voto della postulante; indi domandò alla giovane con voce stridula se possedesse qualche oggetto che già fu portato indosso dal Nibbio, e soggiunse: "tenterò per te quanto è in mio potere". Si addentrò allora nella spelonca e pose sui carboni accesi del focolare un pentolone pieno d'acqua, nel quale gettò da principio un pendaglio d'osso grossolanamente inciso che altra volta, prima di regalarlo a Taicina, il capo dei Sabazi aveva portato appeso al collo; quindi, penetrata nella parte più remota ed oscura del sotterraneo, abbattè con un bastoncello due pipistrelli pendenti col capo in giù, agganciati alla volta, e gettò i due disgraziati animaletti, ancora vivi, nell'acqua, che già bolliva tumultuosamente, nella quale aveva pure introdotto una manciata di ruta tolta da un fascio d'erbe secche giacente in un anfratto della grotticella. Ciò facendo, rimescolava il liquido col bastone, proferendo sotto voce parole incomprensibili.

Ben presto la vecchia, che osservava con attenzione le fasi della cottura, curva sulla pignatta, alzò il capo, ed atteggiando la bocca sdentata a sorriso bestiale, esclamò: "tu nulla facesti per contendere il Nibbio alla tua rivale; ormai è troppo tardi perchè sia possibile mutare il destino. Colui l'amerà fino alla morte; ed ora non turbare più a lungo la mia solitudine, che io non posso più nulla per te".

Quantunque Taicina desiderasse trattenere la maga, questa, indicandole la via del ritorno, le diede a conoscere che non intendeva prolungare il colloquio, il sortilegio essendo ormai compiuto.

 

 




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