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Il
sortilegio.
Dopo avere assistito fremendo al
dialogo che feriva così crudelmente il suo cuore, e le dimostrava come una
rivale le avesse rapito l'affetto del giovane guerriero, Taicina si allontanò
smarrita, e recatasi per pochi momenti nella propria capanna, ne uscì portando
seco un agnello neonato del quale aveva legato le zampe a due a due. Poi, come
se ad un tratto avesse obbedito ad un impulso improvviso, si fece a salire con
rapido passo le balze boscose che limitano verso ponente quel territorio; indi
s'inoltrò nella macchia senza seguire sentieri battuti. Già si era diffusa una
luce porporina che annunciava il tramonto, quando si trovò sull'orlo di un
burrone mal famato perchè si affermava, come durante le tenebre della notte si
adunassero colà a convegno gli spiriti maligni: si arrestò finalmente in una
stretta gola ingombra di massi e di cespugli dinnanzi alla bocca di una
grotticella ostruita in gran parte da pietre accumulate ad arte. Si diede
allora a chiamare: Masca Masca!
Uscì dall'antro un'orrida
vecchia, la cui effigie corrispondeva a puntino a quella che durante il medio
evo si attribuiva alle streghe. Era piccola, gibbosa ed aveva un volto scarno
tutto grinze, un naso lungo e curvo che pareva il becco di un rapace. I capelli
erano copiosi, bigi misti di rossiccio, ed arruffati; sotto folte sopracciglia
bianche spiccavano due occhi tondi, ardenti, mobilissimi.
Costei, in seguito a tragiche
vicende, viveva segregata dalla propria tribù e tutta dedita a pratiche
bizzarre; dalla sua ragione offuscata solo si sprigionava qualche bagliore;
tuttavolta le attribuivano facoltà e poteri soprannaturali e sollecitavano
spesso da lei suggerimenti e presagi.
Taicina si avvicinò a Masca,
deponendo ai suoi piedi l'agnellino neonato che aveva portato seco: era
l'offerta colla quale intendeva propiziarsi il favore della fattucchiera; di
poi la scongiurò di adoperarsi perchè a lei tornasse colui che l'aveva
abbandonata per altra donna.
La vecchia accennò col capo che
gradiva il tributo e che avrebbe esaudito il voto della postulante; indi
domandò alla giovane con voce stridula se possedesse qualche oggetto che già fu
portato indosso dal Nibbio, e soggiunse: "tenterò per te quanto è in mio
potere". Si addentrò allora nella spelonca e pose sui carboni accesi del
focolare un pentolone pieno d'acqua, nel quale gettò da principio un pendaglio
d'osso grossolanamente inciso che altra volta, prima di regalarlo a Taicina, il
capo dei Sabazi aveva portato appeso al collo; quindi, penetrata nella parte
più remota ed oscura del sotterraneo, abbattè con un bastoncello due
pipistrelli pendenti col capo in giù, agganciati alla volta, e gettò i due
disgraziati animaletti, ancora vivi, nell'acqua, che già bolliva
tumultuosamente, nella quale aveva pure introdotto una manciata di ruta tolta
da un fascio d'erbe secche giacente in un anfratto della grotticella. Ciò
facendo, rimescolava il liquido col bastone, proferendo sotto voce parole
incomprensibili.
Ben presto la vecchia, che
osservava con attenzione le fasi della cottura, curva sulla pignatta, alzò il
capo, ed atteggiando la bocca sdentata a sorriso bestiale, esclamò: "tu
nulla facesti per contendere il Nibbio alla tua rivale; ormai è troppo tardi
perchè sia possibile mutare il destino. Colui l'amerà fino alla morte; ed ora
non turbare più a lungo la mia solitudine, che io non posso più nulla per
te".
Quantunque Taicina desiderasse
trattenere la maga, questa, indicandole la via del ritorno, le diede a
conoscere che non intendeva prolungare il colloquio, il sortilegio essendo
ormai compiuto.
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