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I
prigionieri.
Uno dei più audaci esploratori,
Sestio, accompagnato da un ausiliare di Massilia, che aveva nome Pitea, si
lasciò cogliere incautamente in un agguato tesogli dai Liguri, e dopo aver
tentato invano di raggiungere i suoi, combattendo strenuamente, fu preso
insieme al suo compagno e legato.
Sestio, giovane di famiglia
patrizia, ricordava nell'effigie la figura ben nota di Giulio Cesare. Egli,
insinuante, sagace e valoroso, si riprometteva dalla guerra gradi ed onori, ed
intanto aveva saputo cattivarsi la fiducia dei capi; dal portamento nobile come
dal parlare eletto, si rivelava in lui l'abito di chi suol comandare.
Non così Pitea, che si poteva
dire un soldato d'occasione; di piccola statura, tarchiato, pingue, col capo
voluminoso, la fronte sporgente, il naso rosso e rincagnato, le sopracciglia e
la barba folte e brizzolate, era quasi calvo; in complesso aveva il fisico di
un Sileno, cui corrispondeva l'indole gioviale e la predilezione per le bevande
fermentate. I capi degli invasori lo tenevano in gran conto per la sua
cognizione dell'ambiente locale, acquistata trafficando coi Liguri, e per la
sua scaltrezza.
L'uno e l'altro non portavano
divisa militare, e vestivano un lungo saio bruno, simile a quello che usavano i
commercianti di Massilia e di Nicea. Non possedevano, nel momento della
cattura, che uno stile, il quale fu loro tolto, appena caduti in potere dei
Liguri.
Condotti al cospetto del Nibbio,
i due prigionieri si aspettavano la condanna capitale; senonchè una parola
supplichevole di Ero, bastò perchè la sentenza non fosse pronunziata. Per
ordine del capo dei Sabazi essi furono tradotti, sotto buona scorta, all'Armassa,
una delle più recondite sedi della tribù: colà si sarebbe decisa la loro sorte;
ma non dubitavano che li attendesse il supplizio, forse la lapidazione, bene
spesso praticata a danno dei nemici, in casi consimili.
La caverna in cui furono
condotti i due guerrieri, una delle più spaziose della Liguria, si apre in riva
al mare, nel promontorio della Caprazoppa, che è coperto fino ad una certa
altezza dalle arene di una mobile duna. Per il fatto che è difficilmente
accessibile e si presta alla difesa, i Sabazi la consideravano come valido
propugnacolo e vi custodivano i prigionieri.
Allorchè i due stranieri vi
giunsero, scortati da quattro indigeni armati fino ai denti, la grotta era
occupata da un presidio di una dozzina di uomini, tra questi il Cornei,
accompagnato da Nida, alla quale era affidato il compito di ammanire il pasto
per tutti.
Penetrando nella rupestre
prigione, Sestio esclamò rivolto al compagno: "a noi non rimane che
predisporci alla morte. Vedranno costoro come io serenamente l'aspetti";
ma il suo compagno, che teneva la vita in gran conto, era assai meno rassegnato
e malediceva il destino che l'aveva indotto ad assumere una missione temeraria.
Intanto Nida osservava l'aspetto
giovanile e il portamento dignitoso di Sestio, provando per lui un senso di
viva commiserazione, dal quale germogliò ben presto il pensiero di sottrarlo
alla sua triste sorte.
La donna si fece allora a
distribuire idromele ai guerrieri addetti alla vigilanza dei prigionieri. La
stanchezza e la bevanda inebbriante non tardarono ad esercitare sui Liguri
un'azione sì deprimente che l'uno dopo l'altro si accoccolarono appoggiati alla
propria lancia, chiusero gli occhi e si abbandonarono al sonno. Quando, a notte
fatta, parve a Nida che il momento fosse opportuno, si avvicinò al romano
fingendo di porgergli da bere, e, non vista, sciolse i suoi ceppi, additandogli
silenziosamente l'uscita della grotta. Sestio alla sua volta, si affrettò a
liberare il compagno, ed entrambi, procedendo carponi, varcarono la soglia e,
spiccato un salto sulla rena sottostante, si diedero a precipitosa fuga.
Uno dei dormienti, destato
all'improvviso dai passi dei due stranieri, mise un grido di allarme, e tosto
tutto il campo, levato a rumore, si fece ad inseguire i fuggiaschi. Questi si
dissimulano fra i cespugli, e, ad onta dell'oscurità, sono bersagliati dalle
freccie, finchè Pitea, rallentata la corsa per attirare su di sè l'attenzione e
salvare il compagno, vien colpito nel fianco e cade.
Mentre i Liguri s'indugiano
attorno al ferito, che sta per soccombere, Sestio raddoppia di velocità, si
sottrae ai suoi persecutori e, superati balze e burroni, guadato un impetuoso
torrente, raggiunge estenuato dalla fatica, le prime scolte di una legione
romana accampata in una radura.
È facile immaginare con quanto
giubilo fosse accolto dai suoi commilitoni il giovane scampato da sì grave
cimento. Egli si affrettò a render conto ai suoi capi delle proprie vicende, ad
informarli delle posizioni occupate dal nemico e delle forze di cui questi
disponeva.
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