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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • I prigionieri.
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I prigionieri.

 

Uno dei più audaci esploratori, Sestio, accompagnato da un ausiliare di Massilia, che aveva nome Pitea, si lasciò cogliere incautamente in un agguato tesogli dai Liguri, e dopo aver tentato invano di raggiungere i suoi, combattendo strenuamente, fu preso insieme al suo compagno e legato.

Sestio, giovane di famiglia patrizia, ricordava nell'effigie la figura ben nota di Giulio Cesare. Egli, insinuante, sagace e valoroso, si riprometteva dalla guerra gradi ed onori, ed intanto aveva saputo cattivarsi la fiducia dei capi; dal portamento nobile come dal parlare eletto, si rivelava in lui l'abito di chi suol comandare.

Non così Pitea, che si poteva dire un soldato d'occasione; di piccola statura, tarchiato, pingue, col capo voluminoso, la fronte sporgente, il naso rosso e rincagnato, le sopracciglia e la barba folte e brizzolate, era quasi calvo; in complesso aveva il fisico di un Sileno, cui corrispondeva l'indole gioviale e la predilezione per le bevande fermentate. I capi degli invasori lo tenevano in gran conto per la sua cognizione dell'ambiente locale, acquistata trafficando coi Liguri, e per la sua scaltrezza.

L'uno e l'altro non portavano divisa militare, e vestivano un lungo saio bruno, simile a quello che usavano i commercianti di Massilia e di Nicea. Non possedevano, nel momento della cattura, che uno stile, il quale fu loro tolto, appena caduti in potere dei Liguri.

Condotti al cospetto del Nibbio, i due prigionieri si aspettavano la condanna capitale; senonchè una parola supplichevole di Ero, bastò perchè la sentenza non fosse pronunziata. Per ordine del capo dei Sabazi essi furono tradotti, sotto buona scorta, all'Armassa, una delle più recondite sedi della tribù: colà si sarebbe decisa la loro sorte; ma non dubitavano che li attendesse il supplizio, forse la lapidazione, bene spesso praticata a danno dei nemici, in casi consimili.

La caverna in cui furono condotti i due guerrieri, una delle più spaziose della Liguria, si apre in riva al mare, nel promontorio della Caprazoppa, che è coperto fino ad una certa altezza dalle arene di una mobile duna. Per il fatto che è difficilmente accessibile e si presta alla difesa, i Sabazi la consideravano come valido propugnacolo e vi custodivano i prigionieri.

Allorchè i due stranieri vi giunsero, scortati da quattro indigeni armati fino ai denti, la grotta era occupata da un presidio di una dozzina di uomini, tra questi il Cornei, accompagnato da Nida, alla quale era affidato il compito di ammanire il pasto per tutti.

Penetrando nella rupestre prigione, Sestio esclamò rivolto al compagno: "a noi non rimane che predisporci alla morte. Vedranno costoro come io serenamente l'aspetti"; ma il suo compagno, che teneva la vita in gran conto, era assai meno rassegnato e malediceva il destino che l'aveva indotto ad assumere una missione temeraria.

Intanto Nida osservava l'aspetto giovanile e il portamento dignitoso di Sestio, provando per lui un senso di viva commiserazione, dal quale germogliò ben presto il pensiero di sottrarlo alla sua triste sorte.

La donna si fece allora a distribuire idromele ai guerrieri addetti alla vigilanza dei prigionieri. La stanchezza e la bevanda inebbriante non tardarono ad esercitare sui Liguri un'azionedeprimente che l'uno dopo l'altro si accoccolarono appoggiati alla propria lancia, chiusero gli occhi e si abbandonarono al sonno. Quando, a notte fatta, parve a Nida che il momento fosse opportuno, si avvicinò al romano fingendo di porgergli da bere, e, non vista, sciolse i suoi ceppi, additandogli silenziosamente l'uscita della grotta. Sestio alla sua volta, si affrettò a liberare il compagno, ed entrambi, procedendo carponi, varcarono la soglia e, spiccato un salto sulla rena sottostante, si diedero a precipitosa fuga.

Uno dei dormienti, destato all'improvviso dai passi dei due stranieri, mise un grido di allarme, e tosto tutto il campo, levato a rumore, si fece ad inseguire i fuggiaschi. Questi si dissimulano fra i cespugli, e, ad onta dell'oscurità, sono bersagliati dalle freccie, finchè Pitea, rallentata la corsa per attirare su di l'attenzione e salvare il compagno, vien colpito nel fianco e cade.

Mentre i Liguri s'indugiano attorno al ferito, che sta per soccombere, Sestio raddoppia di velocità, si sottrae ai suoi persecutori e, superati balze e burroni, guadato un impetuoso torrente, raggiunge estenuato dalla fatica, le prime scolte di una legione romana accampata in una radura.

È facile immaginare con quanto giubilo fosse accolto dai suoi commilitoni il giovane scampato da sì grave cimento. Egli si affrettò a render conto ai suoi capi delle proprie vicende, ad informarli delle posizioni occupate dal nemico e delle forze di cui questi disponeva.

 

 




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