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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • Singolar tenzone.
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Singolar tenzone.

 

Fulvio accoglie allora il suggerimento di Sestio e, per bocca di costui, invita il nemico a designare uno dei suoi guerrieri, il quale abbia a cimentarsi in singolar tenzone contro uno dei Romani all'uopo prescelto. Se il Ligure, soggiunge, riuscirà vincitore, gli assedianti si ritireranno liberamente nei loro oppidi, sgombrando tutta la regione litorale e le sue adiacenze; ma, se invece sarà soccombente, le tribù deporranno le armi e subiranno la sorte dei vinti, essendo salve le vite. Cesserà così una inutile effusione di sangue.

Il Nibbio, che reputa disperata la sorte dei suoi, accetta senza esitare siffatte condizioni. Fulvio designa tosto per campione dei legionari il mercenario Urus. Da parte dei Liguri vien scelto Odé; e di comune accordo è concesso al primo l'uso della lunga spada dell'ampio scudo, cari alla sua nazione, mentre si lascia libero il Ligure di affidare la propria sorte, come egli desidera, all'ascia di pietra affilatissima, immanicata in un ramo d'albero. Egli, inoltre, avrà facoltà di avvolgere una pelle d'ariete intorno al braccio sinistro, per parare i colpi dell'avversario.

Entrambi si spogliano di ogni indumento, e si dispongono l'uno di fronte all'altro, sopra uno spazio pianeggiante poco lontano dalla Pollera, mentre i guerrieri liguri e romani fanno circolo intorno ai due campioni. Tra l'uno e l'altro non potrebbe esser maggiore il contrasto: Urus è alto, muscoloso, tarchiato, barbuto; il suo capo enorme è coperto di una chioma rossiccia, tutta arruffata. Nella fronte bassa, nelle mandibole robuste, nelle braccia villose trasparisce la sua forza brutale, cui si unisce l'indole feroce, accusata dall'ampia bocca atteggiata a sogghigno e dai piccoli occhi tondi, iniettati di sangue.

Quanto è diverso Odé! Piccolo, mingherlino, ossuto, si distingue pel capo singolarmente allungato, coperto di cappelli crespi nerissimi, e per gli zigomi prominenti. Il suo volto è illuminato da occhi vivi e penetranti, assai mobili, infossati in occhiaie profonde e quadrate; ha il mento quasi imberbe. Nell'espressione del suo volto arcigno si legge ad un tempo l'energia e l'astuzia. Oltre alla forma del capo e alle fattezze, l'esilità degli arti non conferisce venustà alla sua persona, la quale tuttavolta si palesa nelle movenze singolarmente agile e svelta.

Mentre dai maggiorenti dei due campi si stabilivano i termini della tenzone, un gruppo di Liguri che stava un po' appartato, mormorava sogghignando. E uno di loro disse ad alta voce, per modo che fu udito da tutti: "ecco a quali estremi ci ha condotti il Nibbio! Non sarebbe stato preferibile, nell'interesse della tribù, cedere alla forza preponderante dei Romani, come già fecero in altri tempi i Genuati e gl'Intemelii? A che giova resistere ad oltranza? L'eccidio dei nostri non servirà che ad appagare lo stolto orgoglio del capo". Ma il Cornei, il quale, frattanto, si era avvicinato all'oratore, lo apostrofò con violenza, accusandolo di codardia. "Tu, esclamò, che sei più lento della testuggine se muovi all'attacco e metti l'ali ai piedi quando fuggi, tu sei incapace di apprezzare i sensi generosi del Nibbio; l'animo tuo non sa distinguere la libertà dalla soggezione e non ascolta che i vili suggerimenti del ventre!"

I giudici del campo danno il segno convenuto ai due avversari perchè sia iniziato il combattimento, percuotono cioè tre volte coll'elsa della spada uno scudo di bronzo. Al terzo tocco il gigante comincia a vibrare formidabili fendenti sull'esile Ligure; ma questi si schermisce con mirabile agilità, balzando ora da un lato, ora dall'altro. La sua ascia di pietra non rimane inoperosa e cade più volte con alto frastuono sullo scudo di Urus, il quale tuttavolta rimane incolume.

Ad un certo punto, un piccolo cane da pastore, insinuatosi fra gli spettatori, si avvicina ai combattenti e si avventa sull'ausiliare, abbaiando furiosamente e addentandogli un polpaccio. Cessò un istante la lotta, e l'imprudente quadrupede, colpito da un'asta romana pagò colla vita il fio della sua audacia. Il campione dei Romani ripiglia tosto a roteare la spada con rinnovato furore, e questa volta riesce a ferire l'avversario, trafiggendogli il braccio sinistro, mal difeso dalla pelle d'agnello che apparisce rossa di sangue. Il Ligure, che sembra stanco, vacilla, indietreggia di qualche passo, quasi per sfuggire al ferro che lo incalza, poi ad un tratto, si arresta e scaglia, con forza, la propria arma sul nemico, il quale, colpito nel collo, stramazza come corpo morto, perdendo fiotti di sangue dalla carotide recisa.

L'esito inaspettato della tenzone suscita accenti d'ira e vive proteste da parte dei Romani, che accusano Odè di frode, mentre i suoi compagni lo acclamano vincitore. La controversia si inasprisce, degenera ben presto in zuffa: la peggio tocca ai Liguri, i quali, sopraffatti, volgono in fuga e cercano rifugio nella vicina caverna, ove già si erano raccolte le donne e i bambini, come nel più sicuro dei nascondigli.

 

 




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