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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • La disperazione e la morte del Nibbio.
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La disperazione e la morte del Nibbio.

 

Costui poco a poco si riebbe; ma rimase qualche tempo come sbalordito, e solo quando gli fu dato di veder l'indomani le vittime dell'eccidio si rese conto della catastrofe che aveva subita la sua tribù e della perdita crudele da lui sofferta nella persona di Ero. Dopo un breve periodo di muta disperazione egli proruppe in lamenti e in lacrime. "Non vedrò più, esclamò, il tuo sorriso incantevole, il fulgore dei tuoi occhi, non potrò più udire la tua voce armoniosa! Si è spenta per me la luce dell'anima!"

"Perchè, mia diletta, volesti morire? A me solo, che non seppi provvedere alla salvezza comune, a me solo spettava il sacrifizio! Ed ora, privo di te, perduti i miei più fidi compagni, a che mi vale questo misero avanzo di vita?"

La memoria di colei che aveva manifestatofervida simpatia per la nuova fede propagatasi dall'estremo oriente, la speranza di ritrovarla in un mondo migliore indussero forse il guerriero a sollecitare il battesimo.

Al Nibbio, il quale dopo l'eccidio della Pollera era stato tenuto d'occhio, o meglio sottoposto a rigorosa sorveglianza da parte della autorità romana, fu un giorno impartita l'intimazione di trasferirsi presso la sede del comando supremo, ove Fulvio intendeva trattenerlo a segreto colloquio. Egli non si sottrasse, e ben presto si trovò al cospetto del vincitore. Questi l'accolse con piglio soldatesco ed amichevole ad un tempo, e gli disse: "Avrei potuto condannarti a morte, oppure cingerti di ceppi; era in mia facoltà inviarti a Roma perché ivi la tua presenza facesse fede della mia vittoria. Ma apprezzo altamente il tuo valore e sdegno di umiliare in te il nemico vinto; agogno piuttosto di farmene un amico, ciò nell'interesse di Roma e della Liguria. Mi lusingo di indurti ad ammirare non solo la potenza, ma anche la generosità della mia Nazione, dalla quale, se voi Sabazi cesserete di osteggiarci, potrete aspettare benefizi e favori nell'ordine materiale e nel morale. Dicano i Genuati, i Dertonini, gli Intemelii quanto ottennero da noi pur senza sacrificio delle loro franchigie".

"Ben conosco la potenza dei Romani e so come sieno maestri nell'arte di vincere e di soggiogare gli altri popoli, replicò il Ligure; accetto, soggiunse, il dono della vita, quantunque abbia ormai scarso valore per me, l'accetto a patto però che non sia subordinata ad alcuna soggezione, e non mi sfugge il significato delle tue lusinghe. Il mio contegno sarà quello che i voti della mia tribù e i vostri atti mi suggeriranno. Mi chiamano il Nibbio, e tu forse non ignori che questo indomito rapace, il quale suol librarsi fra le più alte nubi, se vien preso dal cacciatore e tarpato delle penne maestre, pur essendo provvisto di copioso cibo, tosto intristisce e muore. Io non mi sento da meno di quel pennuto, e non saprei vivere privo di libertà, di quella libertà di cui ho goduto da chè i miei occhi si sono aperti alla luce".

Mentre il nostro eroe si aggirava presso la Pollera in preda ai più tristi pensieri, gli si parò dinnanzi una donna scarmigliata, che aveva impresse sul volto le stimate della disperazione. Taicina, era dessa, si prostrò lagrimando dinanzi al giovane e disse: "fui io, pur troppo, che, accecata dall'ira, suscitata dal tuo disprezzo, insegnai al nemico la via della caverna, estremo rifugio dei Sabazi. Non sapevo quello che io facessi, e, solo quando era troppo tardi, conobbi l'enormità del mio delitto. Ora, pentita, imploro il castigo che meritai ed aspetto la morte dalle tue mani". "Togliti dalla mia presenza, femmina disgraziata, ed espia col rimorso la tua colpa, rispose il Nibbio; per me è vana la vendetta. Io mi sento incapace d'odio, d'amore e di speranza!"

L'indole dell'intrepido campione dei Sabazi si era intanto singolarmente mitigata: non più insofferente di contraddizioni, si mostrò tollerante e mite per coloro che disconoscevano la sua autorità; le offese non suscitavano più in lui propositi di vendetta. Si fece protettore degli umili e dei deboli, e si adoperò ogniqualvolta poteva nel difendere le donne e i bambini dai maltrattamenti cui bene spesso erano assoggettati da parte dei loro famigliari. Egli divenne attivo fautore di pace e di concordia.

Convien dire che, cessata la lotta, i Romani procuravano di occupare e presidiare fortemente le posizioni strategiche della regione ligure, e di estendere pacificamente la loro penetrazione col promuovere l'impianto di piccole stazioni, nelle quali si adoperavano a favorire i contatti amichevoli degli indigeni cogli invasori.

Avvenne in quel volger di tempi che nascesse un fiero contrasto fra Sabazi ed Ingauni della montagna, per l'uso di alcuni pascoli. La contestazione si inasprì a tal segno da trascendere in zuffa. Secondo il consueto, il Nibbio, sollecitato dai suoi conterranei, si reco in veste di paciere presso i contendenti e, mentre accanitamente combattevano, non si peritò di inoltrarsi, disarmato, fra loro, scongiurandoli di desistere dalla lotta fraterna. Pur troppo non fu visto o non fu conosciuto, e, quantunque fosse dalle due parti amato ed onorato, rimase trafitto nel fianco destro da una zagaglia scagliata con insolita veemenza. Egli s'inginocchiò sul terreno arrossato dal suo sangue, gridando con voce fioca: "pace, pace!" ed alzando le mani: tentò allora di estrarre il dardo, che era rimasto confitto nella ferita, e cadde svenuto. Taicina, che era poco lontana, accorse immantinente, sedette sul suolo insanguinato, appoggiò sul proprio grembo il capo del ferito, e raccolse piangendo l'ultimo anelito dell'intrepido guerriero.

Non è a dire come, appena caduto il Nibbio, cessasse d'un tratto, per comune consenso, la lotta omicida, e quanto Ingauni e Sabazi deplorassero unanimi, dal più profondo del cuore, il funesto evento. Rimase loro soltanto lo sterile conforto di celebrare solenni esequie in onore dell'estinto, e sulla tomba appena dischiusa giurarono che tra i Liguri la pace sarebbe durata perennemente, proposito vano, il quale doveva essere dimenticato prima che fossero appassite le pratoline sparse in quel momento nei pascoli, funesta eredità di discordia che incombeva sulla nostra gente e si perpetuava nelle generazioni future.

Il corpo del guerriero fu pietosamente deposto nella fossa, che già accoglieva la sua lagrimata compagna, sotto la volta nera della spelonca, in cui si era compiuto col fuoco e col fumo l'eccidio dei Sabazi.




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