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La
disperazione e la morte del Nibbio.
Costui poco a poco si riebbe; ma
rimase qualche tempo come sbalordito, e solo quando gli fu dato di veder
l'indomani le vittime dell'eccidio si rese conto della catastrofe che aveva
subita la sua tribù e della perdita crudele da lui sofferta nella persona di
Ero. Dopo un breve periodo di muta disperazione egli proruppe in lamenti e in
lacrime. "Non vedrò più, esclamò, il tuo sorriso incantevole, il fulgore
dei tuoi occhi, non potrò più udire la tua voce armoniosa! Si è spenta per me
la luce dell'anima!"
"Perchè, mia diletta,
volesti morire? A me solo, che non seppi provvedere alla salvezza comune, a me
solo spettava il sacrifizio! Ed ora, privo di te, perduti i miei più fidi
compagni, a che mi vale questo misero avanzo di vita?"
La memoria di colei che aveva
manifestato sì fervida simpatia per la nuova fede propagatasi dall'estremo
oriente, la speranza di ritrovarla in un mondo migliore indussero forse il
guerriero a sollecitare il battesimo.
Al Nibbio, il quale dopo
l'eccidio della Pollera era stato tenuto d'occhio, o meglio sottoposto a
rigorosa sorveglianza da parte della autorità romana, fu un giorno impartita
l'intimazione di trasferirsi presso la sede del comando supremo, ove Fulvio
intendeva trattenerlo a segreto colloquio. Egli non si sottrasse, e ben presto
si trovò al cospetto del vincitore. Questi l'accolse con piglio soldatesco ed
amichevole ad un tempo, e gli disse: "Avrei potuto condannarti a morte,
oppure cingerti di ceppi; era in mia facoltà inviarti a Roma perché ivi la tua
presenza facesse fede della mia vittoria. Ma apprezzo altamente il tuo valore e
sdegno di umiliare in te il nemico vinto; agogno piuttosto di farmene un amico,
ciò nell'interesse di Roma e della Liguria. Mi lusingo di indurti ad ammirare
non solo la potenza, ma anche la generosità della mia Nazione, dalla quale, se
voi Sabazi cesserete di osteggiarci, potrete aspettare benefizi e favori
nell'ordine materiale e nel morale. Dicano i Genuati, i Dertonini, gli
Intemelii quanto ottennero da noi pur senza sacrificio delle loro
franchigie".
"Ben conosco la potenza dei
Romani e so come sieno maestri nell'arte di vincere e di soggiogare gli altri
popoli, replicò il Ligure; accetto, soggiunse, il dono della vita, quantunque
abbia ormai scarso valore per me, l'accetto a patto però che non sia
subordinata ad alcuna soggezione, e non mi sfugge il significato delle tue
lusinghe. Il mio contegno sarà quello che i voti della mia tribù e i vostri
atti mi suggeriranno. Mi chiamano il Nibbio, e tu forse non ignori che
questo indomito rapace, il quale suol librarsi fra le più alte nubi, se vien
preso dal cacciatore e tarpato delle penne maestre, pur essendo provvisto di
copioso cibo, tosto intristisce e muore. Io non mi sento da meno di quel
pennuto, e non saprei vivere privo di libertà, di quella libertà di cui ho
goduto da chè i miei occhi si sono aperti alla luce".
Mentre il nostro eroe si
aggirava presso la Pollera in preda ai più tristi pensieri, gli si parò
dinnanzi una donna scarmigliata, che aveva impresse sul volto le stimate della
disperazione. Taicina, era dessa, si prostrò lagrimando dinanzi al giovane e
disse: "fui io, pur troppo, che, accecata dall'ira, suscitata dal tuo
disprezzo, insegnai al nemico la via della caverna, estremo rifugio dei Sabazi.
Non sapevo quello che io facessi, e, solo quando era troppo tardi, conobbi l'enormità
del mio delitto. Ora, pentita, imploro il castigo che meritai ed aspetto la
morte dalle tue mani". "Togliti dalla mia presenza, femmina
disgraziata, ed espia col rimorso la tua colpa, rispose il Nibbio; per me è
vana la vendetta. Io mi sento incapace d'odio, d'amore e di speranza!"
L'indole dell'intrepido campione
dei Sabazi si era intanto singolarmente mitigata: non più insofferente di
contraddizioni, si mostrò tollerante e mite per coloro che disconoscevano la
sua autorità; le offese non suscitavano più in lui propositi di vendetta. Si
fece protettore degli umili e dei deboli, e si adoperò ogniqualvolta poteva nel
difendere le donne e i bambini dai maltrattamenti cui bene spesso erano
assoggettati da parte dei loro famigliari. Egli divenne attivo fautore di pace
e di concordia.
Convien dire che, cessata la
lotta, i Romani procuravano di occupare e presidiare fortemente le posizioni
strategiche della regione ligure, e di estendere pacificamente la loro
penetrazione col promuovere l'impianto di piccole stazioni, nelle quali si
adoperavano a favorire i contatti amichevoli degli indigeni cogli invasori.
Avvenne in quel volger di tempi
che nascesse un fiero contrasto fra Sabazi ed Ingauni della montagna, per l'uso
di alcuni pascoli. La contestazione si inasprì a tal segno da trascendere in
zuffa. Secondo il consueto, il Nibbio, sollecitato dai suoi conterranei, si
reco in veste di paciere presso i contendenti e, mentre accanitamente
combattevano, non si peritò di inoltrarsi, disarmato, fra loro, scongiurandoli
di desistere dalla lotta fraterna. Pur troppo non fu visto o non fu conosciuto,
e, quantunque fosse dalle due parti amato ed onorato, rimase trafitto nel
fianco destro da una zagaglia scagliata con insolita veemenza. Egli
s'inginocchiò sul terreno arrossato dal suo sangue, gridando con voce fioca:
"pace, pace!" ed alzando le mani: tentò allora di estrarre il dardo,
che era rimasto confitto nella ferita, e cadde svenuto. Taicina, che era poco
lontana, accorse immantinente, sedette sul suolo insanguinato, appoggiò sul
proprio grembo il capo del ferito, e raccolse piangendo l'ultimo anelito
dell'intrepido guerriero.
Non è a dire come, appena caduto
il Nibbio, cessasse d'un tratto, per comune consenso, la lotta omicida, e
quanto Ingauni e Sabazi deplorassero unanimi, dal più profondo del cuore, il
funesto evento. Rimase loro soltanto lo sterile conforto di celebrare solenni
esequie in onore dell'estinto, e sulla tomba appena dischiusa giurarono che tra
i Liguri la pace sarebbe durata perennemente, proposito vano, il quale doveva
essere dimenticato prima che fossero appassite le pratoline sparse in quel
momento nei pascoli, funesta eredità di discordia che incombeva sulla nostra
gente e si perpetuava nelle generazioni future.
Il corpo del guerriero fu pietosamente
deposto nella fossa, che già accoglieva la sua lagrimata compagna, sotto la
volta nera della spelonca, in cui si era compiuto col fuoco e col fumo
l'eccidio dei Sabazi.
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