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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Per l’Anima di un Vaso Infranto

 

«Quinquaginta pars Mediolani non remansit

ad destructionem».

Hist. Rer. Laudentium

Rer. Italic. Scriptores, tom. VI.

 

«Il passato e l’avvenire

a fluire ...”.

G. CARDUCCI, Congedo.

 

Ora non più, Orciuolo millenario

uscito, un giorno, a maraviglia

dal grembo soffice, dalle ipogee viscere della terra lombarda;

ora, non più:

ultimo mi soffermo, a rammentare le tue virtù,

postremo, appassionato protettore l’eroiche cronache:

ora, non più,

rozzo lavoro e pur squisito all’Epoca,

fragile conca di vini preziosi, e d’acqua limpida,

Anfora panciuta.

E che ti valse la cripta astrusa ed umida,

tabernacolo fresco della mia gente vindice,

dentro il suolo fruttifero delli orti suburbani,

se delle mani distratte e rapide,

travolsero la tua breve fralezza dura,

che insiste a rammentar li evi trascorsi,

cimelio nobile, bacchico monumento?

 

Bizantino esarcato sul mare,

dalle adriache arene riguardava

all’Impero d’Oriente:

occhi d’argento ed occhi verdi e fondi

e d’Adria e da Ravenna, al sospirar della brezza dall’alto,

riflettevan nostalgiche le iconi al Basileus.

Già Teodorico aveva al suo prestigio,

per arte maga e di guerra, un simulacro rizzato,

milite equestre e bronzeo,

in faccia ed a sfida de’ flutti,

Re di Sole invocato:

ma nelle teche d’oro aspre di gemme,

il Cristo antifoneta, tra il benedire de’ Vescovi bianchi,

Voci di fiamma e Gesto del Theos,

per riti selvaggi e condanne, tra salmi e peana,

accomandò, coll’armi, alla folla il dominio,

e rivolle, ortodosso, unica ragione,

fede assoluta ed ubbidire.

 

«Rischiaraci od uscito dalle Torri,

--Eone tu, sorgente dello Spirito,

Arca di forza.

Dardo di fuoco,

ed Ala di colomba;

amaci ed ama:

a Te, per Te, volare,

penne d’aquila immensa, alla Tua visita,

l’anima nostra, come un razzo di gemme e di faville:

e sia il Tuo sacrificio a trasportaci,

Vino del cielo,

Bacio ed Ebrietà della Parola,

erotta sul Mondo, fattrice,

d’ogni e qualunque creatura mortale;

a Te, per Te, nel turbine emanato,

assorbici, consolaci;

fecondaci Dolcezza, Clemenza, Potenza,

dentro l’enorme acquisto della Tua Santità,

o Gesù Nazareno, o Imperatore Cristo».

 

Agni del Theos, sanguinoso e sarcastico appeso,

cui vela il lungo camice stellato,

nero stellato di punti d’argento;

Agni sacrificati, immobili tra i ceri,

lo scongiuro accoglieva, adattava

e ordinava la sua plebe impaziente.

 

E Bisanzio ricurva, sotto ai domi della Santa Saggezza

ha carezze dal Bosforo e brezze dalla palmifera Asia sorella:

nelle notti lunari graveolente si stende gemella,

dispensatrice, disputatrice,

meravigliosa e rosea;

rosa di sopra al Ponte, rosa dentro i giardini incepressati,

pei festini di Irene e di Teodora;

rosa di sangue all’Ippodromo mobile;

sangue sotto alle zampe dei cavalli, sul petto alli stalloni,

perché goda l’Autocrate sui troni della magnificenza

l’amore dall’incesto, e dalle stragi acri fumi di gloria e di clemenza.

 

Ora sfoggiasti, Anfora millenaria,

dall’arenaria e dalla creta bigia,

qui l’iniziale tua curva molle:

alenavati in contro l’Egeo pacificato,

sulla cinta marina, se il pollice bruno, che ti plasmava, volle,

sotto l’acanto e il tetto di soatti,

e sul ritmo delli atti, figulina materia, assegnarti

forma preclara e consacrarti.

 

Volle tuo Padre che Tu fossi ventre,

ventre a similitudine di femina;

onde il ricolto del tino gonfiasse la creta all’assetato:

ventre a comprendere ed a concepire,

sonno per la stanchezza, sogni per la speranza,

brindisi rosso per l’esultanza.

E volle l’ansa come il braccio forte

di una bulgara e fiera gladiatrice,

il pugno fermo sull’anca e stante,

a sfida e guardia del tuo liquore.

E volle benedirti sullo smalto, in un segno di pace,

azzurra croce sul ventre suggellata;

volle alla croce aggiungere glauchi olivi,

e pel martirio rosse palme doppiare:

pace pel vino, martirio pel vino,

biondo o porpureo Bakchos, reincarnato sulla mistica mensa,

Jesus alla postrema Cena della Vita,

pei clivi scendenti a vittoria in sul mare,

divinità solare, divinità cristiana,

ad Eleusi, ed a Sòphia.

 

L’Egeo dormiva, ch’espresse in gloria

Aphrodite gioconda e libertà;

ritornato dimentico bambino,

invocava Maria stella sul Mare, alli esorcismi gnostici:

sopra all’orbita nuova in grembo a Dio ed al Cesare

si svolgeva l’eterna antinomia,

e con mutate insegne trascorrevano l’onde le navi,

porfirogeniti al rapido tramonto di Regni e di Numi,

tra le nebbie dell’albe ed i profumi

propizianti alle imprese,

d’in sulle prore ritti altari emesse e spiegati pavesi

alle promesse di stupri e di ricchezze.

 

Battono i remi per dove ne vennero,

tornano all’Occidente: portano le galee il Leon d’Oro;

Croce rossa e Leon d’Oro,

vengono a conquistar l’Aquila mamertina,

i diruti acquedotti e le basiliche, nostalgici di lor patria lontana,

ombelico di prisca legge romana.

 

Orciuolo al sacco di un catafrattario,

tra lo scudo e il cimiero appesi all’arcione,

ai balzi del cavallo, e al tinnir dell’arnese,

fosti e per Te la rossigna Romagna

aperse il suo paese:

dalla grappa spremuta ti offerse l’accoglienza

e invitò il cavaliere maternamente a bere.

 

Croce azzurra, speranza!

La pace non si avanza sulle bandiere imperiali e i corni

vigili alla diana, in sul mattino delle brughiere.

Grigio ulivo smaltato: autoctoni ulivi ai pingui colli

diedero all’arrivato saluti, arricciando le chiome

sotto al fresco grecale, venuto d’oriente

profumato di resina e di sole:

Te videro lustrare, similitudine,

tra li elmi, le zagaglie, e il volo delle freccie;

per le battaglie, palme dipinte,

alle palme del circo, sposar palme cruenti.

 

Fragile Orciuolo,

per l’arsura e la polvere bellica,

hai serrato l’umor delle fontane, battesimo alla bocca

d’una ferita recente al morente.

Sporgevano le labra sizienti, nell’agonia: -

oh, Bisanzio a morir, nella visione,

pianto nel pianto d’oro del sole moriente,

o nebbioso e lontano Bosforo imperiale! –

ed hai udito gorgogliare nel sorso,

il rantolo e il sospiro, postremi aneliti,

congiungimenti estremi, della Terra e dell’Acqua,

della Vita e della Morte,

della Carne all’Anima,

sotto li occhi implacati del Demiurgo,

in sulle fredde soglie delle porte, spalancate a riceverli.

 

E pegno d’alleanza, ultima funzione,

per beghe di popolo armato,

in sulle quercie della ruvida mensa:

se dall’aspra Romagna ai nuovi

rutili in sulle assisi comunali,

contro alli Svevi il rinnovato sangue latino avvampò;

se venne e si provvide alla vendetta,

l’Orciuolo ed attestò a patria d’adozione carità sincera;

confessò sopra ai prati abduani e acquitrinosi,

e nei pomerii lombardi in fiore,

asprigno umore di vite giovani,

acqua di pozzo diaccia e medicata.

 

E venne e volse in giro tumido d’odio giurato,

perché ancora le labra ne bevessero,

si avvelenasse l’anima

in sull’ansa impugnato come un’arme:

venne pel brindisi di glabri magistrati,

mercanti, podestà e cavalieri,

e per labra sottili e severe,

per labra ispide villose e grosse,

per assorti sorrisi di monaci bianchi,

per acuta ironia violacea di vescovi,

tra le croci di ferro e le coccie palmate delle daghe,

tra i fermagli di bronzo e di smalto,

le corazze di cuojo e d’acciajo;

venne lustrando tra volti rugosi e travagliati;

come l’annosa corteccia del faggio,

nel gesto cortese e selvaggio,

tra signori e marrani deliberati,

fratelli nelle pugne per la morte,

falange formidabile, irta di pungoli, di lancie e di spiedi,

il signacolo roseo, improvvisa fortezza d’approccio,

lenta, solenne e pia, al passo mansueto de’ buoi,

schiera d’Eroi, e milanese Carroccio.

 

Stette nel sacrificio della croce rossa croce d’azzurro,

Olla, e nel vituperio del saccheggio noverò le ruine

sul campo viscido e combattuto:

noverò li incendii per la notte,

sopra il braciere dell’ampia città.

Irte le fiamme discapigliate,

vivi mostri ruggenti,

anime di dolori e di portenti ignivomi,

belve flave ad ascendere,

su per le stelle,

su verso il sole,

in un nembo di scintille,

per dieci giorni e notti,

fiamme a specchiarsi in sullo smalto latteo

rigonfio e miniato del Vaso;

e il Vaso intatto subire

tra le macerie imposta sepoltura di fiamme e di carbone.

 

Giacque dunque sul rogo, assunzione pagana,

come dal rogo nacque, in contro alla dottrina professata;

giacque rigonfio di storia come fu di vino,

e insospettati i secoli passarono

colle vicende dell’umanità sulla sua tomba.

Accolse vicino preziose a suggere,

mille radici alacri al festino

della terra grassa, per l’alternata vegetazione,

gagliardo nutrimento;

e il sentimento della maturità:

desiderò coperta, nascosta e protetta,

di tra i ciottoli erratici e cheta vena d’acqua

sorgiva ed ipogea, tra la sabbia e la creta

pace condegna alla propria umiltà.

 

Testé non più: ai plurimi appetiti la Città

reclama campo più vasto e lavoro

anime umane maggiori e muscoli:

e se la lama forbita della vanga

daga saturnia e benigna concesse

rispetto alla cripta, l’infranse il piccone;

rimise l’Anfora risuscitata espatriata alla luce del sole.

Sostituiti comignoli alle torri, sostituiscono ai gonfaloni

fumanti ciarpe grigie di fumo;

rauche le sirene come i corni barbarici,

chiamano alli ergasteri nuove vittime

per le fattuccherie pestilenziali e chimiche.

 

E ventura a Te, se una mano a raccoglierti

Ti levò dalla gleba insudiciata, ti ripose in onore.

Se in torno a Te, miracolo al pensiero,

nello spontaneo ricordare di cronache

tessé la poesia simboli e rimpianti,

e ti affidò nel volo delle imagini,

che suscitan le tue antiche forme.

E s’io amai assaggiare la terra, che Ti avea conservato,

seppi il sale del sangue di mio Padre,

e li latte della Madre in sul palato.

 

Anfora, fosti:

il Tempo come un fiume ha già estuato

sopra l’Epoca fosca;

per vanto atavico e religione

si ripresenta ancora, nella nostra coscienza, senza lacuna.

Futuro, presente e passato

fermentano del pari; la mente aduna tutti i motivi

sul tornear comune che ripete queste attuali possibilità.

O Vaso infranto, non abolito,

canta la storia nella mia memoria,

canta dai cocci tuoi; ricanta un sacrificio,

Orciuolo millenario, la nostra e tua passione,

nel frangersi di questa ultima nobilità.

 

Per l’anima di un vaso infranto il XV Luglio del MCM.




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