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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Un tisico alla luna

«La chair est triste…»

MALLARMÉ, Brise Marine

 

Luna,

luogo comune delli sfaccendati;

in ogni prova prosodica

facile rima ai sonetti romantici;

belletti e vernice sentimentale alla bionda e alla bruna

per gustar la primizia dei contatti antematrimoniali;

lenocinio archetipo alle adultere;

mezza maschera vuota di simboli;

tegghia d’ottone a friggervi i capricci di Diana;

crachat maggiore allo stomaco immedagliato del cielo;

Luna, ho creduto in te;

al tuo patrocinio incappai nella ragna tesa

da due sguardi e da quattro parolette,

buscai solennemente

d’una verginità posticcia e macra

l’imberciatura classica.

 

Luna,

clorotica fortuna d’argento a navigare,

della tua faccia mi feci un altare:

vi ho deposto, in offerta, le più tirchie ed amare soddisfazioni

de’ miei sensi impotenti e castigati,

tutto quanto lasciai, con falsa umiltà,

alle gioie del mondo,

alla tentata e recusatasi felicità.

 

Luna,

il mio cuore ti sospira e si svuota

d’amarezze e ti vomita bestemie:

sono un povero tisico che rece

coi coaguli rossi il suo buon cuore.

 

Luna,

balzata sul palcoscenico del firmamento,

mongolfiera celeste in convulsione sorretta dal vento,

simulata matrice in gestazione,

per scodellarci questa Primavera;

ho vergogna di te che, senza velo,

balli la danza del ventre sul cielo.

 

Occhiaccio strabico e permaloso,

sbìrciami in terra, sono il tuo sposo;

sogguarda dalla palpebra rossa e purulenta.

Testé, fosti uno specchio verdognolo

gobbuto ad occidente

di un’acida e bacata melarancia:

sarai libidinosa bocca spalancata,

con lunga lingua di luce a imbavare

i bei fianchi alle Nubi vaghe e strane,

prone al divano dell’orizzonte

callipigie e impudiche cortigiane.

 

Questo a te, questo a me

il contagio riserba alla fregola:

anche sopra le cime della notte

stirano e snodano le membra erette dal peplo le Nubi

pazze e infeconde, convulse e corrotte.

 

Luna,

civetta ipocrita a starnazzare

per l’aja insabbiata di stelle

fra il Carro e lo Scorpione,

sopra il catarro e il colascione della poesia classica,

ho le vertigini, non guardarmi più.

Un giovane impotente e smidollato ti squadra le fiche,

Luna smorta, o sorella,

oggi compunta e avvelenata

dispensatrice di atroci virtù.




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