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Alberto Mario
La camicia rossa

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CAP. III

 

VENI, VIDI, VICI

 

La sera della espugnazione di Reggio, Garibaldi, siccome suole, coricossi alle otto e mezzo. In letto egli costumava leggere i giornali, fumare mezzo sigaro, e ciarlare confidenzialmente con alcuni amici suoi del quartier generale, che ritti gli facevano cerchio.

Il generale Bixio, entrando vivacemente, avvertì il dittatore che il nemico ritiravasi lentamente verso Villa San Giovanni, e dimandò se dovevasi sorprenderlo. E Garibaldi, affisando con sembiante di compiacenza l'audacissimo fra' suoi luogotenenti, che gli favellava in vernacolo genovesecaro ai suoi orecchi: - I nostri soldati hanno bisogno di riposo, e voi curatevi la ferita. Domani sorprenderemo il nemico.

- Sto benissimo, replicò Bixio, col braccio sinistro al collo, colpito di palla al mattino.

E Garibaldi sorridendo: - Le palle che feriscono voi, sembrano di pastafrolla!

Poi dirigendosi al suo Basso fedele: - La carrozza per le cinque.

- Scommetto che il generale, Bixio nell'andarsene bisbigliò a Basso, fa assegnamento di pigliarsi con una scarrozzata le due brigate borboniche.

Garibaldi rifecesi brioso e ringiovanì come al padiglione della reggia di Palermo. Nella sua lunga missione di liberatore, quel giorno deve segnalarsi fra i più luminosi perché dei più decisivi.

Calatafimi preluse a Palermo: Reggio a Napoli. Aggiungi che lo sbarco a Melito gli costò più pensieri dello sbarco a Marsala.

Volgendo il discorso al marchese Trecchi suo aiutante, inviato e agente di Vittorio Emanuele, dissegli con qualche mestizia, ma senza amarezza: - Il vostro ammiraglio Persano aveva l'ordine di lasciarmi colare a picco.

Quivi Nullo mi susurrò in linguaggio bergamasco: - E senza la miseria d'un palischermo per salvare il marchese, amico di casa!

Udillo il generale e rise; indi ripigliò: - Per passare lo stretto ci fu mestieri girare mezzo Mediterraneo da Messina a Caprera, a Palermo, alle acque di Malta, a Melito, e Persano con due fregate gustava da Messina la musica delle cannonate borboniche contro i nostri tapini vapori da trasporto.

- L'ammiraglio ed i suoi padroni vollero tributarvi tutto il merito dell'impresa, generale, io soggiunsi ironicamente, sbirciando il marchese il quale, uomo senza fiele, e forse impensierito del bagno in cui l'avrebbero abbandonato gl'ingrati amici, si ritirò con noi facendo eco alle celie.

Alle cinque Garibaldi chiamò Missori, promosso la vigilia a tenente colonnello: - Precederete colle guide la mia carrozza verso San Giovanni, non più d'un miglio.

Permettete, generale, che vada anch'io colle guide? dimandai. Ed ottenni.

Eravamo una ventina. Le guide a cavallo formavano a un dipresso la guardia del corpo; leggiadri ed eleganti giovani di famiglie distinte dell'Italia superiore, o patrizi, o proprietari, o studenti. La presenza di Garibaldi, che rende valenti i timidi, aveva esaltato il loro coraggio siffattamente che ne nacque tra essi una tacita gara d'audacie e di follie. Il generale in ogni occasione andava temperando quella foga e: - Non più d'un miglio dalla mia carozza (replicò al comandante Missori); segnalato il punto d'arrivo del nemico, datemene notizia.

Il generale Cosenz doveva sbarcare a Bagnara colla sua brigata, precludere ai regii la ritirata per via di terra, e, côlti tra due fuochi, stringerli ad accettare battaglia in condizioni sfavorevoli, o ad imbarcarsi: ciò che agevolmente poteva loro riescir fatto, coperti dai forti di Punta del Pezzo, di Torrecavallo, di Altafiumara e di Scilla, e protetti dalle navi di guerra; imperocché la strada maestra costeggia la marina.

Gli aiutanti e una scorta di duecento soldati a piedi seguivano la carrozza. Noi la precedemmo al galoppo del miglio prescritto ed anche di due.

La riviera orientale dello stretto è tutta florida di paeselli, di ville, di giardini, di piante odorifere, di melagrani, di laureti e di vigne. Sotto un viale d'aranci, un gentiluomo ci apparecchiò alcuni canestri d'aurea uva e di fichi. Egli dissemi con poetica elocuzione: - Il passaggio dei vostri cavalli traccia una riga corruscante; luce della libertà.

Gli abitanti accorrevano e ci guardavano attoniti, sentendosi ad un girar di ciglio sciolte le mani dalle antichissime catene.

In breve si cominciò a pestar la coda regia, afferrando parecchi soldati rimasti più del necessario al vino e all'acquavite. Come eglino cadevano in nostra potestà, li consegnavamo alle guardie nazionali del villaggio, che di tanti militi ingrossavansi all'istante di quanti fucili erano presi. Mentre ci occupavamo dei prigionieri, Missori, il tenente Damiani e altri accorsero a diporto sino alla vista della retroguardia.

Ritornati, ci narrarono d'averla avvicinata a trecento passi, e condussero nuovi prigionieri. Ond'io al maggiore Nullo:

- Andiamo a vederla anche noi.

- Vi attendo qui, fece Missori, perché di quattro miglia precorremmo già il generale.

Nullo, il sottotenente Ergisto Bezzi, io, il sergente Quajotto di Mantova e due guide, a spron battuto muovemmo a satisfare la nostra curiosità. Alle prime case della lunga borgata di San Giovanni sovrapposta al forte la Punta del Pezzo, il conduttore della diligenza, trattenuto e interrogato da Nullo, ci assicurò essersi i borbonici di molta via dilungati. Egli favellava con voce dispettosa e ci guatava con occhio bieco.

- No, no, costui v'inganna! affermarono in coro i paesani. Ed io a Nullo: - Arrestiamolo; ha il muso sinistro e probabilmente indosso carte nemiche.

E m'apposi. Frugato, saltarono fuori lettere del generale borbonico ad agenti borbonici in Reggio, per ragguagli sulle forze e sulle mosse di Garibaldi.

Allora i paesani uscirono nella seguente argomentazione:

- Spia del nemico, dunque s'impicchi.

Ma Nullo tagliò in due l'entimena dicendo:

- La cura di ciò al dittatore; per adesso lo do in custodia della guardia nazionale.

Noi proseguimmo il nostro galoppo. Gli abitanti, dalla strada e dalle finestre mirando le sei camicie rosse in tanta fretta sulle calcagna delle truppe regie, opinano si tratti d'oratori al nemico. Indi a poco, girato un gomito della strada, c'imbattiamo in un corpo di cinquanta soldati, su due file, l'arma al piede, al di qua di un ponte. Con impulso unanime ci avventiamo loro addosso a briglia sciolta vociando:

Abbasso le armi, siete prigionieri.

Côlti all'impensata, impauriti dalla tempesta dei nostri cavalli e dal tuono imperioso della nostra intimazione, quei soldati posano le armi a terra. Ma comparsa sul ponte nell'istesso momento una testa di colonna, gli arresi ripigliano il fucile. Avevamo questi di fianco, quella di faccia. Che fare? O perire fuggendo, o perire assaltando. Eravamo sei. Ciò dico ora; allora mancava il tempo da ponderare le probabilità. L'intimazione, la comparsa della colonna, la ripresa delle armi e l'avanti fulmineo di Nullo si succedettero in quattro battute di polso. Confitti gli sproni nei fianchi dei cavalli, in un baleno balziamo sul ponte. Davanti alla nostra furia apresi la colonna, ed eccoci sull'altra sponda del torrente fra le braccia della brigata Briganti, distesa parallelamente alla strada sul largo della piazza di Villa S. Giovanni: presso al ponte due squadroni di lancieri, quindi l'infanteria. Col grido di viva Garibaldi, deponete le armi, venite con Garibaldi, percorriamo da un capo all'altro la fronte della brigata a guisa di rassegna in campo di manovre. E poiché gl'immobili e sbalorditi soldati né ci ammazzano, né ci imprigionano, frenando al passo i cavalli cominciamo su tutta la linea l'aperta propaganda di ribellione.

Garibaldi costà coll'esercito doppiato da nuovi sbarchi, Cosenza con quattromila uomini vi circondano. Voi italiani come noi. Perché questa guerra fraterna? Unitevi a Garibaldi. Andiamo insieme a Venezia contro lo straniero. Garibaldi conserverà i vostri gradi. Vi chiamò valorosi Garibaldi a Calatafimi, ma le vostre battaglie, combattute per un tiranno, sono ingloriose. Volete la gloria? combattete per la libertà d'Italia. Stracciate le insegne del vostro re, il quale vi disonora. Venite con noi, o arrendetevi. Viva l'Italia! Viva Garibaldi!

La nostra franchezza, l'inusitato linguaggio, il caso nuovo di sentirsi arringati dai nemici, il nome di Garibaldi, l'arcano influsso dei tempi, la convinzione che i nostri li abbiano investiti, alcune o tutte insieme tali cause, producono l'effetto che numerosi viva l'Italia, viva Garibaldi scoppiano da quelle schiere, e molti soldati dipartendosi dalle file, vengono a baciarci le ginocchia, le mani, l'arcione.

Gli ufficiali, dispostissimi a rimpolpettarci con quattro palle in petto, interdetti dallo inatteso entusiasmo dei gregari, tacciono con viso ostile. Ma avvedendosi che per poco andare la brigata ci stende la mano e si sfascia, raccolgonsi insieme in consiglio. - Succede un intervallo di silenzio e di aspettazione. Io antiveggo in quel silenzio il tentativo fallito e il nostro eccidio, riflettendo che i medesimi soldati si batterono accanitamente in Reggio venti ore prima. Un caporale veterano, appoggiato ad un colonnino dirimpetto alla sua squadra, e che io notai a far segni e strisce irose per terra col calcio del fucile, principia a discorrere della fedeltà militare, del giuramento e dell'onore. Sul volto di quei soldati che l'udivano manifestansi indizii d'esitazione e improvvise faville di nuovi e truci pensieri.

Gli slancio contro il cavallo, che impennatosi lo toglie all'occhio dei suoi e gli saetto a mezza voce: - Ti taglio la gola, manigoldo! - Ond'egli ammutolì.

Gli ufficiali intanto comunicarono a noi e alla brigata la risoluzione di rimettersi al voto del proprio generale per passare con Garibaldi o rimanere alle bandiere.

E Nullo:

- Venga il generale! conducete qui il generale.

- Il generale, io soggiungo, comunicherà la sua decisione a Garibaldi. Accompagniamolo a Garibaldi.

Il generale Briganti fu rinvenuto in chiesa, mentre recitava il rosario. Narravasi dopo che vi avesse cercato asilo nell'idea che la brigata fosse avviluppata e senza scampo. L'aspetto ed il contegno di lui smentiano, in mia opinione, la diceria.

Al suo comparire noi gli movemmo incontro con segni di rispetto.

- Generale, fece Nullo con militare concisione, v'intimo di seguirci per trattare col dittatore Garibaldi i termini della resa della vostra brigata. Il dittatore trovasi costì dappresso alla testa dell'esercito.

Il generale, soggiogato dall'accento energico, dall'occhio fiero e dai baffi magiari di Nullo, ma, suppongo, ancora e veramente più dalla scrollata disciplina dei suoi che l'accolsero fra gli evviva a Garibaldi, rispose con sereno ciglio:

Figliuoli miei, con tutto il piacere!

Nullo ed io gli cavalcammo ai lati, da tergo una mano di lancieri.

Briganti oltrepassava i sessant'anni; bell'uomo, d'aspetto marziale, garbato ed affabile.

- Ben contento, continuò parlando, di conoscere il glorioso vostro capo, bravi giovanotti. Alfiere sotto il re Murat, militai anch'io per l'indipendenza d'Italia sul Po. Ora la mia fede di soldato è legata a Francesco II, e non la romperò. Del resto, ammiro il vostro valore e m'è simpatica la causa che sostenete.

Ed io:

- Generale, onore a chi serba la data fede!

Ed egli, guardandomi con pupille accese:

- Parole saggie.

- Ma la fede al vostro re vi rende infedele alla patria e ci fa spargere sangue fraterno per mantenerla schiava. La prima fede all'Italia. Voi dovete ricomparire generale: sul Po nel 1860, ove foste alfiere nel 1815, contro lo stesso nemico. Ivi l'onore va in compagnia della gloria.

Nel mentre di questo mio sermone di morale politica, spuntava dal ponte una carrozzella di camicie rosse. Missori, non avendo più notizie di noi, venne ad attingerne. Gli abitanti del luogo raccontarongli l'evento, ed egli entrava in carrozza con Damiani, Zasio e Manci, sottotenenti delle guide, nel mezzo della brigata nemica ad alimentarvi il nostro apostolato.

La popolazione accorse in grande frequenza sul nostro passaggio esultando dell'insperata salvazione nostra, su cui stette lunga ora trepidante. Rivedendoci, col generale Briganti, ci coperse d'ovazioni e di applausi, con ciera smarrita, come di chi assiste al compimento d'un prodigio.

Garibaldi distava da noi quattro miglia, e il generale Briganti non sapendo capacitarsi di non incontrare un soldato nostro dopo due miglia:

- Dov'è dunque il dittatore? dimandò. Non trovasi così vicino come mi faceste supporre!

Nullo, colle fiamme alle guance, risentito dell'indiretta allusione alla slealtà, rispose con acerbo detto:

- Quando sole quattro miglia separano Garibaldi dal nemico, questi è battuto o preso. Ieri voi foste battuti, oggi siete presi.

Briganti ammutolì e spinse il cavallo al trotto. Io, per indorargli la pillola, vedendolo annuvolato e, mortificato, soggiunsi con voce intermittente a cagione del trotto:

- Generale, nella guerra la realtà figura l'ordito, e la finzione il tessuto.

Rallentò egli la velocità, non so se rabbonito dalla mia spiegazione o perché compiti i sessant'anni non sia troppo agevole parlare trottando. Proferì alcune frasi che non ricordo, quando capitò il marchese. Nullo glielo presentò in qualità di capo del quartier generale.

Il marchese tenente-colonnello mi fece:

- Potete tornare indietro.

Ed io a lui:

- Accompagno il generale a Garibaldi.

- L'accompagno io.

- Ma il generale vien con noi, perché fummo noi che...

- Me ne incarico io.

La disciplina mi turò la bocca e tornai. Tornò anche Nullo, abbandonando al marchese gli allori per la non sua impresa. Nondimeno qualche minuto di poi voltai il cavallo e arrivatogli a panni gli dissi all'orecchio:

- Spedite un aiutante a schierare opportunamente i duecento soldati usciti da Reggio. Briganti crede presente l'esercito. Importa non si ricreda.

Indi mi ricongiunsi a Nullo, dirigendoci ambidue verso la brigata per rinfocolarvi lo spirito della rivolta. Ma dovemmo cedere alle istanze dei borghigiani, che vollero scendessimo in casa d'uno di loro a ristorarci. Con argomentazione perentoria, agguantate le briglie ci forzarono all'obbedienza. Discinta la spada, mi beatificai con un catino d'acqua fresca, adocchiando contemporaneamente nella propinqua sala la mensa festante di diverse frutta che parevano colte nel paradiso terrestre, onde tardavami d'irrorare la gola arsa dal caldo e dalla sete, allorché un paesano salendo le scale a salti con voce trarotta ci avvertì che un picchetto di lancieri borbonici spesseggiava, per riunirsi alla brigata. Colla faccia tuttavia bagnata e grondante, monto in arcione e mi precipito dietro quei cavalieri. Avevo un cavallo di sangue inglese che volava come Baiardo. Nullo balza in sella un istante dopo, ma lo lascio indietro a perdita d'occhio. La briglia sul collo del corsiero, oltrepasso il picchetto nemico. Girato il cavallo, grido ai sopravvegnenti:

- Indietro! siete prigionieri: al quartier generale di Garibaldi!

Un maggiore, due capitani, un medico di reggimento, quattro sergenti e otto soldati.

Il maggiore, conte C..., sguainò la sciabola.

Adesso, pensai, m'infilzano. - Io ripetei immantinente, ingrossando la voce: - Indietro! e soggiunsi: - Anche il generale Briganti sta in nostra mano.

- Andiamo a Garibaldi, esclamarono i soldati voltando i cavalli. Alle parole e ai movimenti dei soldati, il maggiore, ringuainata la sciabola, mi disse con isforzata rassegnazione:

- Dunque prigioniero; ho una bandiera ed è vostra.

- La darete a Garibaldi. Italiani voi come noi, fatevi soldati della libertà. Avrete avanzamenti e combatteremo insieme gli Austriaci.

Frattanto sopraggiunse Nullo.

Alla mia concione enfatica, piovuta sull'animo degli ufficiali, come acqua sulle piume di un'oca, il maggiore di rimbecco replicò con ironia signorile:

- Gli Austriaci sono lontani e i nostri costà d'appresso. Per arrivare a quelli bisogna battere questi. Vi pare! ... Ma i sergenti facendo caracollare i cavalli mormoravano:

- Sì, andiamo con Garibaldi.

E dopo di loro i soldati. Il conte accigliato seccamente li ammonì con queste parole:

- Obbediremo ai comandi del nostro capo.

L'interrogai d'onde venissero, e mi rispose:

- Da una ricognizione.

- V'ho acchiappati in tempo, amabilissimi, ragionai meco stesso: se foste riusciti alla vostra brigata, l'avreste indotta a decampare più che di passo, annunciando Garibaldi discosto con iscarsa gente. In quanto al vostro generale, avreste, al postutto, sperato di cambiarlo coi nostri uffiziali in carrozzella.

E al maggiore non mancava l'animo a ciò, sibbene l'appoggio del suo manipolo.

Durante il cammino si ciarlò di politica, di guerra e perfino di letteratura. Egli si appalesò cavaliere e di molti studii.

In fama di filibustieri, ci ascoltava con istupore, scoprendone gentiluomini.

Garibaldi alloggiava nella casetta di un campagnuolo. L'anticamera riboccava d'uffiziali, di patrioti del vicinato, e di corrispondenti di giornali esteri.

- Oh! proruppe il marchese.

- Tant'è, caro marchese, eccomi qua: vi presento il conte C..., maggiore, e questi signori capitani. E me n'andai per non essere indugiato nell'entrare in camera di Garibaldi.

- Non si può, non si può! mi cantarono, impedendo il passo alcuni aiutanti di campo; il generale è in colloquio con Briganti.

- Briganti o non Briganti, bisogna che gli parli senza ritardo.

Dibattuto il sì e il no calorosamente fra le due parti, alfine Basso mi annunciò. Entrai.

- Una parola, generale.

Briganti si ritrasse in disparte a guardare alcune vecchie carte geografiche appiccicate alle pareti. Noi ci accostammo alla finestra. E Garibaldi a me:

- Che lancieri sono codesti?

- Nullo ed io li facemmo prigionieri or ora con un maggiore e tre capitani.

- Ebbene, che cosa volete?

- Generale, penetrammo nel campo nemico a predicarvi la ribellione; gli animi della brigata sono sossopra; gli ufficiali si peritano, ma i soldati vogliono posare le armi. Basta che voi mandiate a gran passi le due compagnie onde adesso disponete a far atto di presenza presso il campo borbonico, avanguardia presunta dell'esercito. Sola condizione espressa per decidere la brigata ad arrendersi.

Io ritenevami tanto sicuro del fatto mio e con tanta foga di convinzione pronunciai il mio sermone che m'aspettavo dal generale un sì di petto. Egli con favella pacatissima rispose:

- Lasciate andare; non ve ne fidate; io conosco questa razza di gente; lasciate andare! E qui calarono le penne della mia presunzione. Nondimeno insistetti, ed egli, non avvezzo a repliche, si tirò sugli occhi il cappellino. Al noto segno di malumore, io sull'istante soggiunsi colla mano alla visiera:

- Generale, sempre agli ordini vostri.

- Bravo, fecemi con amichevole accento; ed uscii.

- Nullo, andiamo.

Afflitto e irritato lo ragguagliai dell'abortita opera nostra, censurando il rifiuto del generale.

- Se egli, come noi, conchiudevo, fosse stato testimone della dissoluzione morale della brigata, avrebbe mandato le due compagnie in carrozza.

I compagni nostri, che desinavano cogli uffiziali borbonici in un'osteria contigua all'accampamento, divisero il nostro dispetto e il nostro cordoglio, rinacerbito poscia dall'arrivo di Briganti, del maggiore e dei capitani, che sedettero a mensa con molta fame e con assai tranquillità. In su quel punto una guida ci avvisò ansiosamente dell'arrivo di Garibaldi. Salutati i nemici, fummo in sella in un lampo con lo spavento in cuore non gli fosse teso un agguato; e via alla carriera ... Incontratolo a breve tratto di , con la solita calma disse:

- Venite meco.

Abbandonata la strada maestra, pigliammo il monte a dritta. Gli cavalcava a lato un prete, che appellavano don Cicillo, in qualità di conducitore, e dopo mezz'ora si smontò ad una villa signorile. Da un finestrino del granaio, Garibaldi si pose a speculare con cannocchiali San Giovanni, la brigata Briganti e superiormente una seconda legione nemica.

- Che soldati son quelli? chiese Nullo a don Cicillo.

- La brigata Melendez.

Non istette guari a spuntare sulla via tortuosa incassata nel monte ragguardevole colonna de' nostri.

Tutti i vincitori di Reggio. Garibaldi appena riseppe dell'avventurosa vista di noi sei nel campo nemico, della conseguente sospensione della ritirata, degli animi titubanti dei borbonici, del loro generale costretto a parlamento, mandò frettoloso comando che si vuotasse Reggio di soldati, sollecitandoli verso San Giovanni per sentieri indicati. Compresi allora il riposto significato del diniego di lui ai miei inesperti suggerimenti, arrossii delle mie critiche e mi persuasi che non conoscevo sillaba delle cose di guerra. Garibaldi e don Cicillo davanti, noi di dietro, e dietro di noi la colonna, silenziosi e cauti si girò il monte di San Giovanni. Protetti dall'oscurità, il generale condusse i suoi battaglioni all'opposto versante e li dispose in triplice semicerchio sulla sommità sovrastante agli accampamenti regi. Colassù, verso le dieci, una staffetta gli recò la novella che il generale Cosenz, sbarcato la vigilia con due mila uomini a Bagnara, e combattuto a Solano, attendeva un cenno ai Forestali. Garibaldi al chiaro di luna scrisse col lapis in un pezzetto di carta: "Venite subito sopra San Giovanni a marcia forzata". Poi chiamato Nullo:

Scegliete cinquanta uomini di vostra fiducia, stendeteli in lunga catena e, radendo il suolo come draghi, avvicinatevi alle prime linee dei regi. Molestateli tutta la notte, impedite che ei dormano; innanzi l'alba coll'istessa diligenza ritornate.

Innanzi l'alba si discese a piedi in più bassa parte, occupando il monte da un fianco all'altro in linee concentriche. Sulla sinistra fu collocata sovra un poggio la riserva, e l'artiglieria più in giù; a diritta la strada maestra, unico passaggio, volgendo ad angolo, insuperabilmente dominavano i carabinieri genovesi. Impossibile la ritirata o la fuga. Al primo sole il nemico si trovò costretto dalle braccia di ferro di Briareo. Mentre i battaglioni gli sfilavano sotto gli occhi aprendosi come branche di scorpione, Garibaldi comandava e raccomandava non rispondessero al fuoco del nemico, il quale ci tempestava con quattro obici e colle carabine dei cacciatori.

Garibaldi poscia andò a collocarsi solo e ritto, siccome statua sovra piedestallo, sulla calva cima del monte. Visibile a tutti gli sguardi, vedevalo anche il nemico e salutavalo con una pioggia di granate che cadevangli intorno o scoppiavano in alto. Cinquemila camicie rosse in una serie di curve parallele gli fiammeggiavano ai piedi, formidabili e pittoresche. Alla base agitavansi irosi e impotenti i nemici ch'ei sbaragliò tante volte, e di prospetto esultava bellissima e maestosa la Sicilia ch'ei liberò. Era l'apoteosi dell'eroe.

Conferito il comando di ciascuna linea ad un suo aiutante di campo, ordinò a me di unirmi al marchese. Ambedue, passeggiando da un capo all'altro della nostra schiera, si vigilava affinché i soldati non perdessero l'imposta pazienza.

Il nostro silenzio non sembrava vero al nemico, il quale raddoppiava di vigore e di precisione ne' suoi colpi invendicati. Ognuno di parte nostra sedeva sul pendio col fucile per terra, aspettandosi d'un punto all'altro di passare a miglior vita da quella comoda giacitura. Né tutti più tardi si rialzarono. Udivo un sordo fremito nelle file e notavo la mal celata ansia di placare le ombre dei compagni spenti, sommergendo i regi nello stretto. Pure, durante tre ore consecutive di quella gragnuola di palle, non un sola schioppo si sparò dal nostro campo, benché l'avanguardia fossesi accostata ad un tiro di pistola all'opposta avanguardia.

A me quella inflitta immobilità e quell'astensione dalle offese apparivano enigmi indecifrabili; ma, rimembrando il granchio del giorno prima, non dubitava ne dovesse emergere un risultato solenne quanto imprevedibile.

- Caro marchese, io cominciai, sediamoci qui, e fumiamo un sigaro.

- Non fumo che dopo colazione.

Nell'accendere il sigaro, una granata scoppiata a pochi passi ci gettò sul volto grumoli di terra.

- Ecco la colazione; fumate, marchese. - Per avere pace fumerò.

Le palle dei cacciatori sibilavano spessissime vicino a noi; onde io ricominciando:

- Certamente, marchese, vi riconobbero. I cacciatori vogliono uccidere l'amico del re nemico. Vi veggo e non vi veggo.

- Ma voi non siete qui anche voi?

- Sì, ma non partecipo ai vostri amori, e codeste le sono palle che non mi riguardano. - Stranezze di voi altri repubblicani! Di razza felina, dicono: per altro nella vostra specie ridonda la giovialità. Ma bando agli scherzi: qui tirano da indemoniati; se morissi, raccogliete questa mia borsa ad armacollo; la seconda tasca contiene una carta depositaria delle mie ultime volontà. Consegnatela alla mia signora in Reggio.

- Povera e bella signora! dovrò raccomandarla al vostro re?

- No, perdio!

- Ho capito...

Alla quarta ora Garibaldi fece inalberare la bandiera bianca, e scorgemmo ondoleggiare dal tetto d'una casuccia in prossimità del nemico una coperta di lana confitta ad un palo e sostenuta da un soldato. Di repente il soldato stramazzò boccone sul declivio del tetto e la bandiera cadde su esso.

- Gli mancò un piede, dissi al marchese; si rialzerà, ma ciò prova che Garibaldi e bandiera bianca stanno insieme come l'acquasanta e il diavolo.

- Pregiudizi! sclamò il marchese con filosofico sogghigno.

Se non che l'oste moltiplicava le offese, il soldato caduto non si rizzava, ed un secondo spuntò dall'abbaino a risollevare la coperta di lana.

- L'hanno ucciso! l'hanno ucciso! Ah! gl'infami! ognuno gridò; e tutti, punti dall'istesso sdegno, si vibrarono sui piedi minacciosamente. E non si stimi lieve assunto l'averli frenati. Il fuoco indi principiò a rallentare, e grado grado tacque. Chiamati, il marchese ed io salimmo a Garibaldi.

- Andate a Melendez, egli comandò al marchese, intimate che consegnino le armi, e che se ne vadano a casa. Discese il nobile oratore, e a suono di trombetta entrò nella tenda del generale regio.

In questo mezzo la staffetta della vigilia ricomparve a narrare imminente l'arrivo della brigata Cosenz da Aspromonte.

- Movetele incontro, ingiunsemi Garibaldi, e schierate un reggimento sulla sommità del monte. Il secondo gli si accampi da tergo di riserva.

A un quarto d'ora di sostava l'ambulanza generale proveniente da Reggio, e con essa rividi dopo venti giorni la moglie mia, la quale mi donò un paio di floride pesche. Assegnati i luoghi alla brigata, porsi a Garibaldi la più bella pesca del paio, che gli fu inaspettata, peregrina ed unica vivanda in quella giornata.

La brigata Cosenz, opportunamente venuta e stesa a foggia d'immenso festone sull'arco della montagna, completava la scena stupenda e conferiva a noi, per la prima ed ultima volta durante la campagna, una superiorità assoluta sui borbonici.

Il corpulento marchese, affannato dall'alpestre passeggiata, accompagnò al dittatore due uffiziali a parlamento, un capitano e un sottotenente.

Garibaldi sedeva a terra fumando, dopo mangiata la pesca, l'invariabile mezzo sigaro. E noi da presso.

Si volse al capitano con ciera fosca e con un punto interrogativo. Il capitano, avvezzo alle etichette militari, alla pompa delle decorazioni, degli spallini e dei pennacchi, parve sorpreso della giacitura del generale, dell'abito modesto, del cappellino più modesto, del mezzo sigaro d'un soldo e della squallida comparsa dei suoi aiutanti. Tradendo da fuggevoli contrazioni della bocca un senso d'alto dispregio, si diffuse in una lunga parlata sulla efficacia delle proprie posizioni, sulle forze prepotenti, sulle navi, sull'arrivo del generale Viale.

E Garibaldi troncando quella sventurata eloquenza:

- Veniamo al fatto. Posso trarvi prigionieri o gettarvi in mare; ma vi lascio partire disarmati o venire col vostro grado al mio campo. Vi do tempo sino alle due pomeridiane. E rimandolli.

- Meglio gettarli in mare e vendicare il soldato della bandiera bianca assassinato, proruppe un sottotenente vestito a nuovo e assiso sul ciglione.

Garibaldi, udendo il feroce consiglio, girò lentamente il guardo sul crudele interlocutore.

- Chi è quel gagliardo? m'interrogò sottovoce.

- Gallenga, il regicida, corrispondente del Times.

Non sorrise egli, perché grave pensiero l'occupava in quel punto, ma l'ala dell'ironia gli sfiorò, passando, le gote.

Quivi un episodio alla marina richiamò l'universale attenzione. La Borbona, pirofregata regia di 50 cannoni, transitava fra Scílla e Cariddi.

La nostra artiglieria da campo, in batteria alla spiaggia del Faro, osò attaccarla. Noi godevamo di lassù, come da loggia di anfiteatro, lo spettacolo nuovo e ammirando. I nostri giovani artiglieri tiravano da disperati. Notavamo con chiara veduta ogni colpo esatto o fallito, e con cuore palpitante esclamavamo:

- Basso! alto! bene! ancora!

A Garibaldi "Sì buon guerrier al mar come all'asciutto" scintillavano gli occhi d'inusitato splendore.

- Peccato che si guasti, perché nuova, gorgogliava il marchese. S. M. il re Vittorio Emanuele non ci manderà le sue congratulazioni per questa ragazzata.

- Laissez les enfants gagner ses épérons, risposegli Garibaldi senza staccare dal ciglio il cannocchiale.

Prime armi in vero della sua artiglieria! Mutò i fianchi più d'una fiata la nave superba, e molti danni e morti seminò, ma s'ebbe accoglienze di mano in mano più aspre. Più spessi i colpi e più certi partivano dai nostri cannoni, ed essa, o fosse elezione o necessità, si risolse di proseguire la rotta, bersagliata a poppa meglio dal furore che dalla ragione, poiché si tirò anche quando le palle non arrivavano, e quei rimbombi innocenti sembravano od erano salve di gaudio.

Ripresentatisi oratori gli stessi uffiziali, invece dell'attesa risposta perentoria, fecero scialo di retorica, tentarono tergiversazioni, chiesero dilazioni, allusero alla speranza di vicini aiuti, o d'imbarchi notturni, e nell'ipotesi d'una combinazione posero patto indeclinabile la promozione di tutta l'uffizialità. Garibaldi, abbassato il cappellino, tuonò:

Non mercanteggio, ed ora rifiuto gli uffiziali. Andate voi a Melendez, proseguì indirizzandomi la parola, e tirando di tasca l'oriuolo: intimategli la resa a discrezione entro venti minuti dall'arrivo. Sono le quattro; alle quattro e trentacinque assalterò. Avvisatene Menotti all'avanguardia. Andateci anche voi, soggiunse al marchese e al capitano Angelini.

Calammo a gran passi, per giugnere nel quarto d'ora prescritto.

Discesi all'avanguardia, Menotti, insofferente di nuove dimore, scoppiò con labbro corrucciato:

- Ancora parlamenti! Se comandassi io! Papà è troppo buono!

Io gli comunicai i comandi del padre suo, e procedemmo oltre.

Toccato l'intervallo che separa i due campi gli oratori regi ci inculcarono di rimanervi perché non guarentivano la nostra vita dal furore dei soldati.

- Riferiremo noi al generale Melendez l'ultimatum di Garibaldi, e ritorneremo qui a parteciparvi la volontà del nostro capo.

Indignato più che stupito dallo strano linguaggio, risposi:

- Noi non temiamo il furore dei vostri soldati. Se con aperta violazione del diritto delle genti saremo assassinati, Garibaldi ci vendicherà. Non uno di tutti voi escirà vivo da questo campo scellerato. Guardate!

E col dito indicai le nostre schiere che si condensavano alla nostra volta.

Il sole piegato all'occaso suscitava un infinito sfolgorio dalle baionette agitate e brunite. Il rumore cupo della marcia concitata e a balzi, e lo strepito delle armi, pervenivano chiari al nostro orecchio. Quella paurosa sensazione penetrando, pel duplice adito della vista e dell'udito, al cervello dei soldati borbonici, deve avervi raddrizzati alquanti pensieri irrazionali.

- Ora, ripigliai, conducetemi alla presenza di Melendez.

Ivi la china del monte s'interrompe e dilatasi in largo piano orizzontale, festante di vigneti e d'orti, ove campeggiava la brigata Melendez. Quinci il monte dirupasi sino alla Villa S. Giovanni. Introdotti a Melendez, gli ripetei senza esordio il corto dilemma di Garibaldi, coll'oriuolo alla mano. Il gentile marchese s'industriò di addolcire con melato eloquio l'acerbità del mio detto, e, con esempi, citazioni, sillogismi, di trarre il vecchio generale a mansueti consigli. Ma io rammemorando la cura di Garibaldi, per suoi motivi a me oscuri ma religiosamente riveriti, d'evitare la lotta, tagliai di netto le argomentazioni del marchese con queste parole:

- Generale, ancora otto minuti. Vedete costà? la procella s'avanza.

- Interrogherò i miei uffiziali, rispose con palese turbamento, e si ritirò lasciando a metà la concione del marchese, il quale piombato su me imperterrito, ne compendiò il resto con la seguente appendice:

- Credete; ci vuol pratica in tali negozi. Voi foste troppo letterale nell'ambasciata; io con bella maniera e con un tantino di dialettica infransi la sua ostinazione e lo persuasi. Vedrete che cederà.

- Non ne dubito. Peccato che non abbia ascoltato la seconda parte del discorso!

Avrebbe ceduto addirittura.

- Perché dunque, egli riprese mestamente, mi guastaste le uova nel paniere?

Ma il nostro colloquio fu alla sua volta guastato da alti clamori. I soldati di Briganti, stanchi dei sotterfugi onde vennero tenuti a bada nella giornata, consapevoli delle proposte di Garibaldi, smossi e rilasciati la vigilia dalle arringhe dei sei garibaldini, convinti ancora più dalla rovina sovrastante, gettarono le armi, abbandonarono gli uffiziali e s'avviarono in frotte giubilando per tornarsene alle proprie case.

Mancavano tre minuti al ventesimo. I comandanti separandosi da Melendez corsero ai loro corpi. Melendez e noi movemmo ad incontrarci a vicenda. Egli ci annunziò la resa. Ed ecco Menotti coll'avanguardia, e un momento di poi Garibaldi. Una batteria, molti cavalli, quattromila fucili, e il forte Punta del Pezzo spoglie opime. La notte si dormì a San Giovanni.

L'indomani mattina (25 agosto) cavalcammo verso i forti della costa. All'affacciarsi di Garibaldi í presidî, senza intimazione, senza minaccia, senza apparato di forze nostre, ne uscivano spontanei e inermi. Così vuotaronsi successivamente Torrecavallo, Altafiumara, Scilla, quasi per incantesimo. Quei forti e le batterie del Faro, formando un triangolo inespugnabile, vietavano il transito delle navi nemiche e proteggevano gli sbarchi delle nostre genti. Garibaldi, raggiante di gloria e di gioia, circondato dai suoi generali Medici, Bixio, Sirtori, Cosenz, contemplava la discesa dall'ardue rôcche dei trasognati borbonici, e, accortosi della presenza di mia moglie, dissele con benevolo motteggio:

Signora, non ho bisogno della vostra ambulanza. Vedeteli con che buon garbo se ne vanno. Andremo a Napoli posteggiando.

Appellatomi con cenno, mi commise di passare lo stretto e di ordinare al generale Milbitz l'immediato imbarco per la Calabria di seimila uomini e delle artiglierie.

Eseguii, ritornai, lo raggiunsi al di di Scilla, ove dormì al rezzo d'una pergola a lato della strada. Durante la toilette lo ragguagliai del fatto mio.

Ed egli: - S'imbarcarono subito?

- Subito.

- Assisteste allo sbarco?

- No. Ma a quest'ora ...

Il pettine in mano, i capelli non ancora spartiti, interrompendomi a mezza frase:

- Io costumo, quando una cosa mi preme, di star sin ch'è fatta, e allora vivo sicuro che è fatta.

Sentendomi colorire il volto di tutte le tinte dell'iride, una dopo l'altra, gli risposi:

- Generale, non me lo direte due volte.

Taciturno e col capo chino quel giorno e l'altro non potevo estrarre dal cuore la spina del rimprovero. Giusto e meritato senza dubbio; ma, dedotto da un ordine d'idee a cui il mio pensiero non s'innalzò, parevami caduto dalle stelle. Militando con Garibaldi, reputasi soave parzialità della fortuna la visita d'una palla al paragone d'una censura, anche lieve, di lui. Una forse tra le cause occulte di ciò che il vulgo denomina - i suoi miracoli.

I soldati delle due brigate disciolte furono quel fiocco di neve in alpe che, rotolando, diventa valanga. Sul loro passaggio decomposero e travolsero seco i battaglioni di Bagnara, di Palmi, di Mileto, ove i cacciatori del 14° uccisero il generale Briganti. Poi l'informe massa si disperse, e ciascuno per vario cammino riparò ai sospirati alberghi domestici, memore delle ineffabili disfatte, e apostolo della generosità di Garibaldi.

Rividi il conte C..., maggiore dei lancieri, già mio prigioniero. Mi ravvisò egli e strinsemi la mano con emozione, e fra l'altre cose mi disse:

- Grand'uomo il vostro Garibaldi!

- Lo so.

- Ma agli occhi miei probabilmente per motivi diversi dai vostri.

- E perché no?

- A San Giovanni ci poteva schiacciare o mandar prigionieri in Sicilia. Quattromila nemici di meno! Qualunque generale l'avrebbe fatto. Egli tollerò, tacendo, le nostre provocazioni, e tre ore di offese. Questa sdegnosa magnanimità soggiogò l'animo dei nostri soldati più di tutte le sue vittorie.

- Affeddedieci il solo magnanimo nel suo campo! Se stava a noi, vi avremmo a suon di baionetta cacciati in seno al gran padre Oceàno.

- Evidentemente doveva essere il solo. Egli solo, comprendendo i tempi e il quarto d'ora, italiano contro italiani, divinò con súbita ispirazione tutti i risultati della rifiutata battaglia e della consentita libertà. Con un lampo di genio vide lo sfacelo delle nostre legioni diroccando l'una sull'altra, e in fondo del quadro il trionfo della sua idea trasfigurata in prodigio.

- Sorite demagogico, per cui il predicato della proposizione antecedente diventa il soggetto della susseguente.

- Voi scherzate e avete ragione. Ma io gemo sul precipizio della mia causa.

- Perché non vi unite al grand'uomo, campione della causa buona?

- Perché il giuramento, la gratitudine, la fede di gentiluomo mi legano al mio re.

- Tornate a casa o in campo?

- Vo a Monteleone per congiungermi al corpo di Viale. Persevererò finché avrò incontrata la morte. Voi morrete per la libertà, io pel dovere. Il vostro sepolcro sarà infiorato dalla lode; il mio non avrà che il compianto di qualche rara anima imparziale.

Io non so, ma le parole di codesto cavaliere della legittimità, di codesto paladino del dovere convenzionale, mi produssero una penosa impressione e mi destarono un interesse per lui molto affine alla tenerezza. Nel distaccarmi da esso avevo un groppo alla gola e gli dissi addio con voce commossa.

Pochi giorni appresso lo incontrai in altro campo sfortunato, ov'ei ripassò sotto le medesime forche caudine. Poscia riseppi che cadde trafitto nella battaglia del Volturno e che venne sotterrato con calce in una fossa promiscua fra mille cadaveri. E l'indistinta sepoltura contese alla sua reliquia la dolcezza del sognato compianto.

Da San Giovanni principiò la corsa trionfale di Garibaldi fino a Napoli. Le lagrime, le ovazioni, i fiori, i baci, le benedizioni di un popolo immaginoso, che credevasi emancipato da un fiat sovrannaturale, piovvero lungo trecento miglia sul capo del vincitore. Entro un modesto calesse, lo precedetti a caso con mia moglie nell'ingresso a Palmi. Le vie, le piazze, le logge, i poggiuoli, le terrazze, riboccavano di popolo. Un grido inarticolato, continuo, frenetico, ci salutò. Le donne, massime, curvandosi fuori delle finestre sin quasi a precipitarne, ci protendevano le braccia, con occhi, con visi, con detti deliranti. Hanno pigliato me e lei per Garibaldi e sua figlia. E quando più tardi capitò il vero Garibaldi, esausti i petti, rauche le gole, esalato il profumo dell'entusiasmo, s'ebbe amorose, ma non forsennate accoglienze. E qualche altra fiata mi accadde d'essere scambiato per lui. Il secondo giorno dell'entrata in Napoli, alla festa uffiziale nella chiesa di Piedigrotta, Garibaldi, inginocchiato sovra un cuscino di velluto, riceveva, dall'arcivescovo in pontificale la palma che solevasi d'antico offerire l'8 settembre al re delle Sicilie. Io gli stavo ritto di dietro ed eranmi ai lati Liborio Romano e Bertani, quando abbracciato con islancio e stretto la testa fra le mani ed il seno palpitante d'una giovane e vezzosa gentildonna fui baciato e ribaciato sulle labbra. Io non mi opposi per non parere scortese. Indi proruppi con gemito:

- Signora, ahimè! ma questi è Garibaldi.

Nelle Calabrie avanzavano tuttavia intatti ventimila borbonici fra Monteleone e Cosenza. Il generale Viale aveva divisato di contrastarci il varco difficile di Monteleone: però, temendo che gli sbandati sopravvegnenti da Mileto involgessero nell'istesso disastro la sua brigata, rinunciò al disegno e si ritrasse. Noi godevamo il fresco sotto gli ulivi gig