Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Alberto Mario
La camicia rossa

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAP. V

 

I SANNITI MODERNI

 

Per una porticina del primo cortile a sinistra del palazzo reale di Caserta si sale a quei mezzanini le cui finestre prospettano la piazza, da un lato, e, dall'altro, una selvetta odorosa del gran parco. Dodici stanze disposte ad angolo retto compongono l'appartamento; bislunghe, basse, poveramente mobiliate. Ivi il dittatore, sulla fine di settembre, trasportò il quartiere generale. Ad un manipolo di lancieri a piedi n'era affidata la guardia: cappellino piatto con falde rovesciate e parallele al giro della callotta: camicia rossa, brache cenerine, e una lunga asta con picca. Null'altro. Garibaldi aveva ideato d'ordinare una legione di codesti astati, per avventarla, in date occasioni, contro i reggimenti nemici e infilzarli. Ma il manipolo apparve poco seducente e rimase manipolo.

La sala d'aspetto frapponevasi alla camera del dittatore e alle camere degli aiutanti. Nella prima di queste, la sera, ritornati dal campo, convenivano in parecchi a colloqui geniali, a ciarle e a dispute politiche. Parte del quartiere generale professava opinioni democratiche, una parte seguiva le dottrine del conte Cavour, e altri, particolarmente addetti ai servigi privati di Garibaldi, non s'affannavano gran che fra le due tendenze, e stavansene paghi di ripetere le opinioni e i detti di lui. Al comando del quartiere generale venne assunto da qualche settimana il colonnello Paggi. Il Paggi, buon soldato, ardente fautore della Casa di Savoia e della libertà ristretta, mostravasi appassionato delle discussioni politiche, e capitava spesso nel nostro circolo per conquiderci e costringerci ad abbracciare la sua fede. Uomo complesso e rubizzo, parlava in chiave di soprano con trafitture di acuti e striduli suoni, e aiutavasi nella tempestosa eloquenza d'una gesticolazione a larghe ruote; afferrava per un braccio l'interlocutore, forzandolo così all'attenzione, e, accennando addirittura di no col capo, interrompevalo; e gli pigliava una mano e tenendogliela abbassata proseguiva nel suo dire, senza dar tempo all'obbiezione o senza prestarvi orecchio. Le sue idee scattavano nella loro nativa e agreste origine, non alterate dalla letturalambiccate dalla meditazione. L'italiano ch'ei parlava era mescolato di genovese, con una sintassi tutta sua. I tempi dei verbi, i generi, i numeri non gli recavano il menomo affanno; ei li considerava pedanterie dei grammatici. Affezionato a Garibaldi, che seguì in varie campagne, pesavagli che questi inclinasse a democrazia, e ancor più che noi gli fossimo graditi e vicini. Scaltro e diffidente come ligure, ma buono di cuore e diritto come capitano di mare.

La sera del 10 ottobre io entrai nella stanza del circolo con la tabella in mano dell'ordine del giorno. - Dunque dimani lo champagne a Napoli, disse il tenente colonnello Missori.

- Chi paga? dimandò il capitano Zasio.

- Paga Mario, oggi promosso capitano.

- Pagherò, salvo il caso di forza maggiore. Ecco l'ordine del giorno. E lessi.

L'ordine del giorno proibiva agli uffiziali del quartiere generale d'andare a Napoli senza un biglietto di permesso, da non accordarsi a più di due alla volta. Scrittura di tutto pugno del Paggi. Un paio di sugosi periodi ingemmati da una coppia di sconcordanze, e una sola delle due g che si abbicano nel suo cognome.

- Mo sta bono! fece con frase e accento romagnuoli il maggiore Caldesi in atto di avvicinarmisi, visibilmente incredulo.

- Come? credete ch'io falsifichi le scritture? Leggete, ecco qua l'autografo.

Mi corsero tutti intorno: e anco chi s'era coricato scese in fretta dal letto, in naturalibus, per verificare la mia lettura. Tant'è, i due spropositi brillavano, e la g mancava. Il colonnello entrando ci chiappò sul covo e ci pose in grave imbarazzo, perché io tenevo in mano il corpo del delitto.

- Caro Paggi, cominciai con quella maggiore disinvoltura consentitami dal minuto critico, ma pronunciai il cognome con una sola g, ciò che non favorì troppo la ricuperazione della serietà desiderata. Caro Paggi, vi ringrazio d'avermi risparmiato, con quest'ordine del giorno, una ventina di piastre in champagne.

Ed egli, girando l'occhio sospettoso sugli uffiziali: - Non mi pare argomento d'allegrezze!

- Taci, Mario, non mi amareggiare, esclamò Caldesi; manderemo Mingon a Napoli per comperare lo champagne. Berrà anche il colonnello. Non è vero, colonnello? Qui fra noi, alla buona.

La diversione del maggiore Caldesi ha sviato l'attenzione del colonnello, il quale dimandò:

- Chi è Mingon?

A cui Caldesi:

- L'ordine del giorno non lo tange. Mingon, amico mio, famigliare e concittadino, fa meco la guerra per diletto. Lo generò Faenza, lo rapì ... Eccolo qui per lo appunto. Mingon, entrando, a Caldesi:

- Ooh!

Caldesi a Mingon:

- Ooh! - Ooh! era il saluto consueto del domestico al padrone, e di questi a quello.

Il colonnello a me:

- Il generale vuole parlarvi.

- Vo subito.

Lo trovai accigliato e cogli occhiali sul naso, seduto al tavolo, esaminando e firmando carte di Stato.

- Leggete questa lettera, mi disse.

Ravvisai subito dalla scrittura una lettera di Mazzini. Lessi e stetti aspettando ch'egli parlasse per primo.

- Mazzini mi esorta, così principiò, e mi spinge di gettarmi su Roma; mio primissimo divisamento entrando in Napoli. Ma come lasciarmi a tergo sessantamila uomini fra Capua e Gaeta? Appena partito, Napoli sarebbe stata ripresa, e il continente perduto. Nella battaglia campale e decisiva del e del 2 ottobre li abbiamo battuti e fiaccati irreparabilmente; ne facemmo cinquemila prigionieri, e li riducemmo all'impotenza di assaltarci. Ma che per ciò? Cinquantamila armeggiano tuttavia, sufficienti, se noi lontani, a ripigliare il perduto. Andremo a Roma, non mancherà tempo. Impossibile adesso.

- Giustissimo. Forse, appena giunti a Napoli, quando l'Europa stupefatta pareva dubitasse se voi foste uomo o nume ...

- Ma vi giungemmo soli. Di molte tappe a noi s'addietrava l'esercito, e contro i soldati di Bonaparte bisogna la ragione della baionetta.

- V'ha un mezzo, generale, se non m'inganno. E quivi egli fece un segno d'attenzione con un tantino d'ironia sulle labbra e dentro gli occhi. Si afferma che procedenti dalle Marche ci visitino i Piemontesi. Lasciandoli alla cura dei cinquantamila borbonici, non potremmo noi frattanto in ventimila irrompere per altra via su Roma?

- I Piemontesi vi si opporrebbero; donde la necessità di aprirci il passo coll'armi. La guerra civile... no!

- Se stesse a me, generale, non andrei a Roma, né vorrei i Piemontesi a Napoli.

- Che cosa fareste? Sentiamo anche questa.

Mi chiuderei nelle Due Sicilie finché vi avessi organizzata la libertà e un grand'esercito di patrioti. Poscia direi ai Piemontesi: "Fratelli cari, dobbiamo emancipare Roma e Venezia; sia gara fra noi di chi fa meglio. Indi il plebiscito".

- So che vorreste la repubblica. Io sono repubblicano come voi; ma la mia repubblica consiste nella volontà della maggioranza.

- Voi, eletto dittatore, rappresentate quella volontà. Io, del resto, m'appello al plebiscito, ma a stranieri cacciati. Bramerei collocata l'urna sui trofei della vittoria.

- Se vedete Mazzini, conchiuse il generale ponendo termine al colloquio, riferitegli la mia risposta.

Rientrato nella sala degli aiutanti:

- Te vegnet no an te a bagulàa? mi disse Nullo sorridendo, disteso sovra il letto, fumando un sigaro, ascoltando e tacendo come soleva. Paggi aveva la parola. Gli altri uffiziali sedevano intorno al letto di Missori, che serviva di palestra.

- Un momento, caro Paggi, così Missori troncando la facondia del colonnello. Mario potrà ragguagliarci quanti dell'esercito settentrionale caddero nella campagna delle Marche.

- Seicento fra morti e feriti in tutta la campagna, io risposi; la metà di meno di quanti ne perdemmo noi in una sola battaglia, il ottobre.

- Seicento? cifra di partito! gridò il Paggi.

- Cifra pubblicata nella Gazzetta uffiziale di Torino, dal generale Fanti, comandante della spedizione.

Ed egli di rimando:

- Aborro le bugie, perciò non leggo gazzette.

- Né libri, per non perdere l'originalità, susurrò fra parentesi il capitano Zasio.

- Ben detto, colonnello. Ora allungate gli orecchi, e ascoltatene una che le vale tutte in mazzo. - Tirai di tasca la Perseveranza e continuai: - Ecco un giornale dei vostri, e narra che la nostra vittoria del ottobre devesi agli artiglieri e ai bersaglieri piemontesi.

- I bersaglieri non li vidi, ma una ventina di artiglieri ci si trovava.

- E venti artiglieri, tuonò Nullo in bergamasco, sconfissero più di cinquantamila borbonici?

- Però il 2 ottobre, ripigliò con turgide gote il colonnello, un battaglione di bersaglieri, venuto il mattino da Napoli, partecipò alla lotta e fece più centinaia di prigionieri. Negatelo, proseguì volgendosi a me; voi eravate presente in Caserta Vecchia.

- Sì, ma prima del battaglione irruppero in Caserta i Calabresi, ai quali spetta il vanto dei prigionieri. Se non che i cinquemila, spoglia opima della giornata, se li pigliò la brigata Sacchi e la divisione Bixio. Il padre Loriquet, per quanto sembra, è l'Urania invocata dagli storici del vostro partito.

- Io non so di Loriquet né di Urania; ma confesserete, disse riappiccicando il discorso con Missori, che la campagna delle Marche fu brillante e gloriosa.

E Missori:

- Io non vi smentisco, ma voi scemate i meriti dei vostri, esagerandoli, e, peggio, mettendo a pari codesta impresa con quella di Garibaldi.

- Ammetterete almeno, notò il marchese Trecchi, il quale volea fare d'un pruno un melarancio, che l'impresa superi moralmente quella delle Due Sicilie per la demolizione del Papato e per la trasfigurazione di Vittorio Emanuele in Enrico VIII.

Ed io, di ripicco, e con risentita parola:

- Il Papato è a Roma e non a Rieti, né a Gubbio, come il pensiero ha sede nel cervello e non nelle calcagna. Né il Papato si demolisce con la religione cattolica. "Conserverò la religione degli avi, scrisse il vostro re". I Valdesi e Giannone possono rendervi testimonianza quale religione e quali avi fossero quegli avi e quella religione. Sapete, marchese mio, lo scopo della brillante campagna delle Marche? L'invasione del regno per tagliare le ali all'aquila di Caprera.

- Udite i recentissimi sensi di Sua Maestà a me, ambasciatore del generale: "Sono amico di Garibaldi, ammiro il valore dei garibaldini, verrò a stringervi la mano sul Volturno e a completare le vostre vittorie: le deputazioni d'ogni parte mi vi chiamano". Ditemi di grazia, caro Mario, che sarebbe di noi senza questo intervento? Già la reazione si manifesta nel Molise, e un oratore di Boiano capitò stamane a impetrare dal dittatore aiuto d'uffiziali esperti e qualche battaglione.

- Lo so. Il nemico allungò il suo corno sinistro e fece una punta ad Isernia per foraggiare, per suscitare partigiani negli Abruzzi, e per contrastare il passo all'esercito del nord. Innocenti sforzi! Garibaldi or ora mi disse: "L'abbiamo fiaccato il ottobre; è impotente". Se ciò non fosse, esso avrebbe ritentata la sorte dell'armi contro noi per debellarci e tornare vincitore in Napoli, innanzi all'arrivo del vostro re. Il quale se ci sapesse vinti, volterebbe il cavallo per Torino. Noi assalteremo Capua in breve. È il voto dell'esercito, il nostro sospiro, e una speranza scesa da altre regioni.

- Domando la parola, Caldesi interruppe sbadigliando: scendiamo anche noi come la prelodata speranza da coteste nuvole in terra ferma. Si compera lo champagne, sì o no? Mingon, sentinella vigilante, attende gli ordini. Mingon! Dove andò? Dorme! La vostra eloquenza, ragazzi, gli ha conciliato il sonno.

- A dimani, a dimani, s'udì da più voci.

- Se conclud mai nagott, esclamò Nullo, e ci separammo.

- Sai, Mario? mi disse Caldesi; anche stanotte, di guardia alla porta del generale! Il colonnello Paggi è la mia croce. Due volte di già, la guardia in questa settimana!

- E due volte toccò anche a me.

- Vittime designate entrambi del suo furore antidemocratico.

Ritiratomi nella mia stanza contigua a quella del colonnello Paggi, lo interrogai intorno alla causa dell'ordine del giorno.

Ed egli: - Non avete inteso oggi il generale quando a mensa, circondato da più di trenta uffiziali del seguito, pronunciò quelle fulminanti parole: "A pranzo trenta, in campo dieci o dodici!".

- E vi lusingate d'infiammarli alla passione delle battaglie col vostro elisire?

- Almeno non andranno a fare gli eroi su e giù della via Toledo e ai Giardini di Villa, mettendo sossopra, senza averne diritto, i cuori delle belle napolitane.

- Vi defraudarono della vostra porzione? Quelle povere belle, vedovate dalla vostra tirannide, imprecheranno contro di voi, e ogni speranza d'un loro sorriso per voi s'estinguerà per sempre. Ma esse opinano che la medesima distanza divida Caserta da Napoli e Napoli da Caserta. E con simili ciarle ci addormentammo placidamente.

L'indomani all'ora antelucana brulicavamo, secondo il costume, nella sala, bevendo il caffè e aspettando il generale. Il quale indi a poco comparve avvolto nel poncho e il fazzoletto di seta sulle spalle. Noi gli facevamo ala per seguirlo. In quel punto gli mosse incontro un gentiluomo sui cinquant'anni, cappello in mano. Il colonnello Paggi e i maggiori Gusmaroli e Stagnetti gli saltarono addosso come molossi, intimandogli a voce bassa ma concitata di ritirarsi, ché in quell'ora il generale aveva ben altro pel capo. Solevano codesti uffiziali tenere lontana da esso quanta più gente potevano per camparlo dalla noia delle petizioni o dei lunghi discorsi, e principalmente per un senso febbrile di esclusivo possesso della persona di lui, dimenticando che l'uomo del popolo e dittatore doveva ascoltare, conoscere, appagare quanti più gli fosse venuto fatto. Vedevano perfino di mal'occhio e con gelosa ansietà, se noi stessi, aiutanti suoi, gli parlavamo spesso, massime in colloquio appartato e politico. E il generale, a cui tornava molesto il troppo zelo, con guardo acceso:

- Lasciatelo passare.

E queglino, ingrulliti, ristettero e diedero volta.

E il gentiluomo: - Signor dittatore, non so risolvermi di ripartire per Boiano senza il soccorso che v'ho chiesto.

- Mi narraste ieri di tremila patrioti armati e pronti; questi bastano a domare la reazione, o a limitarla dov'è. Il paese liberato deve saper custodire la libertà da se stesso. Voi, maggiore delle guardie nazionali di quella provincia, capitanate i tremila.

- Senza la presenza di soldati vostri, senza l'autorità e la guida di uffiziali del vostro seguito, e fra i più valorosi, non se ne caverà alcun costrutto.

- Se dovessi mandare battaglioni e aiutanti miei ad ogni grido di paura, non mi basterebbe l'esercito di Serse. Difendetevi da voi, vi ripeto.

- Il vostro rifiuto, eccellenza, vi costerà, oltre al Matèse, il Molise, e forse gli Abruzzi.

- La vostra ostinazione va diventando più forte della mia pazienza.

Abbassato il cappellino sugli occhi, il generale troncò la conversazione e mosse verso la scala; il gentiluomo gli andò a panni al lato sinistro, allungando il collo a interrogare di profilo la fisonomia dell'interlocutore, a spiare l'opportunità di un secondo tentativo; e si discese nel cortile. Garibaldi, arrestatosi d'improvviso, tanto che il gentiluomo per moto concepito si trovò d'un passo più avanti di lui, mandò Basso a pigliare il cannocchiale. E Basso:

- L'ho meco, generale.

Il gentiluomo profittò dell'istante per ritentare la prova: - Siatemi indulgente, generale, ponetevi nel mio posto; l'interesse del mio paese mi fa diventare importuno; voi siete patriota anzitutto, e comprenderete ...

- Ora non ho tempo, ne riparleremo stasera: addio.

Quegli scomparve, e noi uscimmo sulla piazza. I primi languidissimi albori insinuavansi nella notturna oscurità, la quale si tingeva del color di piombo. All'opposto lato della vasta piazza si discerneva la pallida colonna di fumo della vaporiera, e si udiva il brontolío della valvola che accennava quasi all'impazienza della sosta. Un ampio stradone conduce dal palazzo alla ferrovia; a diritta e a mancina serenavano le squadre calabresi che non capivano ne' due edifizi ad arco elittico; ali staccate della massima Villa Reale d'Europa. Intendevansi gl'indistinti e lievi rumori d'un accampamento poco innanzi alla diana, l'ultimo rimutar di fianco nel sonno, qualche sonito d'arme, qualche accento velato e fioco di chi si risveglia, qualche schianto di fiammifero. Noi passavamo. - Garibaldi! Garibaldi! taluno già desto gridò.

Più ratto che non succeda al rullo mattutino del tamburo, quel nome fece assorgere i dormienti che s'assieparono, traballando, sul ciglio dello stradone per riguardare le adorate sembianze dell'eroe, per augurargli il buon giorno, per susurrargli una parola d'amore.

La vaporiera ci trasse a Santa Maria, quindi la carrozza a Sant'Angelo, e a piedi facemmo l'erta fino alla sommità; pellegrinaggio di ciascun giorno. Il fianco meridionale del monte famoso è aspro per materie rocciose, vedovo d'erbe e d'alberi, tranne poche betulle, meno rare verso la cima; all'est, una profonda fessura lo discerne da altro monte, in fondo alla quale su due piani stavano in batteria quattro cannoni nostri di grosso calibro; al nord, esso scoscende al Volturno, e all'ovest protendesi in costa ardua lunga e intercisa di creste a similitudine di muraglia merlata. Dalla sommità si scuopre l'opima valle del Volturno, il quale, serpeggiando a vista d'occhio dall'oriente al tramonto fra ripe incassate, sembra un'interminabile striscia d'argento colato e fluente; le montagne sino a Sant'Angelo e Caiazzo lo accompagnano parallele nel suo viaggio, quindi divergono, ed esso, abbracciata Capua con figura parabolica, si devolve al mare, fecondando d'irrigue acque ed abbellendo la pianura di Terra di Lavoro.

Dal vertice di Sant'Angelo, Garibaldi, con assiduo pensiero, vigilava i movimenti del nemico e meditava il passaggio del fiume per irrompere fra Capua e Gaeta, dividere l'esercito borbonico e, dimezzato, conquiderlo oggi sul Volturno, la dimane sul Garigliano. Ivi il giovine monarca delle Sicilie avrebbegli consegnata la propria spada. Così davanti al prestigio del suo nome caddero le rocche dello Stretto ed i castelli della capitale; così si dileguarono cinquantamila uomini davanti alla sua carrozza da Reggio a Salerno; così la flotta, nella rada di Napoli, ammainate le vele e addobbata, con cento e un colpo di cannone lo salutò ammiraglio e signore. Ma avuta certezza dell'intervento del re sardo, lo splendido disegno gli si scoloriva d'ora in ora. L'intervento del re doveva mutare di pianta il carattere della lotta: gl'incanti del mago di Caprera dovevano scomparire, e cessato il prodigio, la realtà riaffacciarsi: un re di fronte ad altro re, l'uno per raccogliere la corona cadutagli al piede, l'altro per istrappargliela. L'intervento sostituiva allo straordinario il consueto, rendeva possibile l'ingerimento della flotta francese e la prolungata difesa di Gaeta. L'ultimo canto del poema epico era finito. Seguiva la prosa degli errata corrige, del privilegio dell'edizione e del permesso dei superiori.

Garibaldi per avventura antivedeva lo svolgimento di questi eventi. Il suo più frequente ricordarsi di Caprera e un leggiero velo di mestizia effusa sul suo volto mi persuadevano ch'egli sentiva chiudersi anzi tempo il prefisso cammino. Non lo turbava volgare gelosia, né cruccio d'ambizione insoddisfatta; folgorante di gloria, e, per naturale modestia, schivo d'ogni grandezza, affliggevalo la incompiuta eredità di trionfi popolari ch'ei legava all'avvenire della libertà d'Italia.

Il nostro mostrarci colassù quel mattino fu più del costume festeggiato a colpi d'obice, di cannone e di carabina. Di del Volturno, che corre ai piedi del monte, il nemico aveva postato due obici alla nostra sinistra, due cannoni rigati di fronte e cacciatori, dentro buche munite, lungo il fiume. Quella musica formidabile durò senza posa quattr'ore; i tiri, alti dapprima, abbassavansi con graduale correzione. Sparsi su quelle creste, eravamo dilettevole bersaglio ai regi, ma non tornava così agevole il colpirci, come faceva mestieri, di prima intenzione. Però alcune granate rombarono appena d'un cubito sovra le nostre teste. In un certo momento, trovandomi ritto davanti al generale che sedeva appoggiato a un masso, mentre congetturavansi i casi di un moto in Ungheria con aiuti nostri, ci sibilò vicinissimo un fascio conico di cannone rigato: - Che diavolo! disse Garibaldi, e mosse una mano come in atto di scacciare via mosca importuna; né più di tanto la conversazione rimase interrotta. E la medesima interruzione si riprodusse in un quarto d'ora ben tre o quattro volte. Io non osavo suggerire al generale di assidersi dietro il masso, nel dubbio che il consiglio non sembrasse abbastanza disinteressato. Nondimeno il silenzio parvemi codardia, e per sottrarmi al rimorso, mi gli piantai davanti nella direzione delle granate. Povero schermo per verità, ma sufficiente a non veder lui ferito. Egli frattanto, sulla via che mette a Caiazzo scorto col cannocchiale un corpo di cavalleria e di fanti il quale moveva a quella volta:

- Scendete, fecemi, ai nostri pezzi di grosso calibro, e tirate a palla su quelle squadre.

Scesi, e i quattro cannoni imperversarono indefessi per oltre un'ora; indi risalii. Nell'ascesa incontrai mia moglie, annunziatrice d'una lauta colazione provveduta dal generale Medici, che il mattino ci accompagnò sul monte. Ragguagliò ella Garibaldi intorno allo stato dei nostri feriti prigionieri in Capua, visitati dianzi da lei.

- Or bene, generale, gli chiesi, quale fu l'effetto delle cannonate?

Ed egli, col gaudio entro gli occhi:

- Quei signori spulezzarono.

Sotto Capua erasi acceso un combattimento fierissimo d'avamposti, al quale via via partecipò la brigata Simonetta. Le artiglierie dei poligoni estremi della fortezza traevano con fuochi incrociati. Ora al fumo delle moschettate succedeva il rutilar delle baionette vibrate, ora un manipolo di cavalieri assai lenti retrocedeva sperperato e più che di passo; ora per gruppi o per masse o alla cacciatora comparivano sullo spianato dai ripari della fortezza i borbonici, ora dal contrapposto emiciclo di alberi le camicie rosse. Lunga vicenda di assalti e di ritirate da entrambe le parti. Noi si godeva il torneo dal nostro luogo eminente, onde Garibaldi impartiva ordini e affrettava aiutanti. I nostri, ricacciati, ripararonsi dietro gli alberi, e i regi rinforzarono i riguadagnati luoghi; la scaramuccia di prima, diventata più seria, stava per volgersi in battaglia. Quando di repente le camicie rosse, surte ferocissime alla riscossa, costrinsero i nemici a precipitarsi verso i bastioni.

- Eccoli provvisoriamente fuggiti, disse in dialetto genovese il maggiore Canzio, destando l'ilarità di Garibaldi. I borbonici, dopo quest'ultima furibonda percossa, ristettero da nuove offese, chiusi in più corto raggio di propugnacoli. E mi venni confermando nella lusinghiera speranza d'un prossimo investimento della piazza, perocché la linea testè conquistata offerivasi meno malagevole agli approcci. Veramente non luceami chiarissimo se al corpo del genio garibaldino fossero famigliari gli approcci, ma confidavo nel genio di Garibaldi, e racconsolavami la rimembranza della acchiappata dozzina di fortezze da Palermo a Napoli senza ministerio di parallele e di trincee. Laonde dimandai:

- Generale, diamo presto la scalata a Capua?

Sapevo che a tal genere d'interrogazioni egli non rispondeva mai, e me ne pentii a mezzo del periodo, ma il labbro fu più pronto della riflessione. Diffatti egli mi guardò con viso contento del voto, scontento del detto, e tirando di saccoccia un mezzo sigaro stese la mano per un fiammifero. Acceso il sigaro, ripigliò il cannocchiale e si tacque. In ciò la risposta. Nondimeno credetti di comprendere che il giorno dell'assalto si accostasse, e comunicai la mia impressione agli amici.

Quel montarono alla vetta pericolosa di Sant'Angelo, Crispi e Carlo Cattaneo, consiglieri del dittatore. Garibaldi, ravvisato Cattaneo, mossegli incontro alcuni passi in segno di omaggio a quello splendido lume d'ingegno e di dottrina. Stati a colloquio qualche tempo insieme, Cattaneo si restrinse in mezzo a noi, vago dei giovani, semplice, buono, certissimo di trovare nei seguaci di Garibaldi, se non i più promettenti intelletti, sicuramente schietti e nobili cuori.

Legato a lui dall'amore di discepolo e d'amico, gli presentai quanti fra i miei compagni fecerglisi d'attorno ammiratori del vecchio filosofo e del vincitore di Radetzky nelle Cinque Giornate. S'informò egli dei siti circostanti e degli eventi, e ciascuno gareggiava d'essergli cicerone.

- Bravi giovani, ei disse: mani armate, libertà e verità. Con queste tre forze farete l'Italia, farete quel che vorrete; non vi occupate d'altro e non pensate ad altro.

Intanto il colonnello Paggi e il marchese penetrarono nel circolo, e dispettosi della presenza del riverito repubblicano, s'accinsero bel bello a dargli sulla voce. Il Paggi latrava, e discorrendo s'incaloriva nel proprio discorso. Le risposte sfolgoranti di Cattaneo gli accendevano le guance e le orecchie, che parevano scarlatte per morbillo. Dio gli usi misericordia degli svarioni che gli piovvero dai denti.

Cattaneo ripartì, e noi sedemmo a cerchio ad un solenne fiasco di vino del Vesuvio, ad alcuni capponi arrostiti, ad un pasticcio freddo, inusitate vivande onde ci fu liberale il Medici.

Noi si ripeteva già la porzione, mentre il Paggi tergevasi ancora il sudore olimpico, incominciò:

- Gli agenti di Torino, il capitano Zasio, non si veggono mai quassù; si avventurano tutt'al più al palazzo di Caserta. Fin qui non si arrisicano, che i togati democratici.

- Sì, sì, rispose Paggi; il vostro Cattaneo sarà un grand'uomo come voi andate ricantando. In così dire cercava me cogli occhi. Ma oggi sgocciolò dalla sua bocca un rosario di sciocchezze. Me ne appello al marchese. Ci guatammo l'un l'altro come chi aspetta le stigmate. Ma prontamente io interruppi quello stupore con la seguente nozione bibliografica:

- Centocinquant'anni fa, il gesuita Lucchesini scrisse un opuscolo intitolato: Sciocchezze scoperte nelle opere del Machiavelli dal Padre Lucchesini. L'arguto editore stampò in abbreviazione sulla costola del libro: Sciocchezze del Padre Lucchesini.

Se non che il generale aveva già presa la calata del monte, e noi sollecitamente lo raggiungemmo. I nostri cavalli ci attendevano in una valletta a metà dell'erta; montati in sella, procedemmo di colle in colle fino a San Leucio, e percorrendo il parco reale ritornammo al palazzo di Caserta. Le lepri e i fagiani sbucavano tranquilli e addimesticati da ogni forra, da ogni cespuglio, da ogni verzura del parco, e se ne andavano a spasso pei prati e pei viali, raramente correndo, raramente sull'ala. Le loro giornate volgevano serene in placidi ozi, in fortunati amori, in pasture pingui e incontestate. La guerra, che romoreggiava d'intorno a quel sacro asilo, micidiale agli uomini, tornava ad essi propizia, e propizia ancora più la fuga del re cacciatore. Quella pacifica democrazia di mammiferi e di gallinacei confidava forse nel plebiscito, e si cullava nella speranza che non verrebbe eletto un nuovo re, massime se cacciatore.

Sull'imbrunire il gentiluomo di Boiano ripresentossi a Garibaldi, sollecitatore pertinace degli aiuti contro la reazione e affrontatore imperturbabile del corruccio del generale; talmenteché questi alfine cedette e nominò il tenente colonnello Nullo al comando della impresa, il capitano Zasio e me quali suoi aiutanti. Il Paggi suggerì di aggiungervi il maggiore Caldesi, e vi fu aggiunto. Dovevano partire dodici guide a cavallo agli ordini del sottotenente Bettoni e due battaglioni di volontari del Maltese e di Sicilia.

In questo mezzo, da noi, nella stanza usuale, si compilava fantasie sull'imminente assalto di Capua; quando, faccia radiante e portamento relativamente leggiadro, entrò il Paggi messaggiero della spedizione d'Isernia. Corda di violini che si spezzi nella soavità d'un motivo, urta men dolorosamente l'orecchio che quell'annunzio gli animi nostri, fra i castelli di Spagna che andavamo costruendo. Capua, ricinta ed espugnata, e noi sui dorsi selvaggi dell'Appennino, dando la caccia a qualche villano infellonito! Ma assai più ne nuoceva la separazione da Garibaldi. Questa spina acuta per noi, era rosa profumata per il Paggi, il quale fregavasi le mani di veder tolte anche per poca ora quattro teste calde al contatto del generale.

Caldesi, seduto in un angolo della stanza a lato di Mingon:

- Rassegnatevi, ragazzi, disse con affettuosa e persuasiva favella; tant'è! Avrete tempo per Capua al vostro ritorno; ve l'assicuro io.

- Bravo Caldesi, ripigliò il Paggi; assennati consigli! Il generale acconsentì alla mia proposta che voi pure partiate con essi.

Caldesi rizzossi attonito dalla sedia, indi vi ricadde irrigidito, e girando gli afflitti occhi al fedele Acate, gorgogliò:

- Ciù, Mingon!

E Mingon, in dialetto romagnuolo:

- Boia de Signor!

L'ineffabile ilarità suscitata da questo quadro imbalsamò la ferita apertaci dal Paggi, e nella gioconda compagnia di Caldesi subitamente si presagirono meno amari i giorni della spedizione. Rizzossi egli da capo, e con movenze piuttosto incerte si avvicinò al nostro gruppo, accennando di parlare a Paggi.

Caldesi, uomo sui quarantaquattro anni, di media statura e pingue anzi che no, vestiva una grossa camicia rossa; davanti al bàlteo di filo d'argento pendevagli un borsello che posava quasi orizzontale sul convesso del ventre e conteneva la rivoltella. I calzoni aderenti alle polpute gambe erano in basso racchiusi entro le trombe degli stivali, girate da una fascia di marocchino verdastro e con le due orecchiette di fettuccia pendenti all'infuori. Al tacco di questa calzatura borghese lampeggiavano vistosi e sonanti speroni. Il suo passo era breve e l'un piede piantavasi a riguardosa distanza dall'altro, quasi si peritasse del centro di gravità. Aveva sulla fisonomia il sigillo della bontà inalterabile; e qualche macchiuzza pallente intorno alla luce degli occhi conferiva al suo sguardo un'espressione che vacillava fra il serio, l'arguto e l'ameno.

La sua ingenuità schiettissima zampillava originale e spiritosa. Le sue idee e le cose riflettevano agli occhi suoi, forse a ragione delle macchiuzze, una particella meravigliosa ch'egli esprimea con parola lenta, musicata, nasale e intinta d'accento faentino, provocatrice di freschissime risate. Cospiratore da vent'anni, or esule, ora carcerato, soldato nelle guerre dell'indipendenza, deputato alla Costituente romana, rispettato e popolare in Romagna, si capisce che se ridevamo di lui, egli possedeva il nostro amore.

Piantatosi davanti al colonnello Paggi:

- Veramente, proruppe, non saprei, ma..., non so se mi spiego..., è un'ingiustizia..., voglio dire..., vado..., però mi sembra..., dico per dire..., supponiamo..., potevate proporvi voi stesso..., del resto, salvo errore..., bella occasione di far parlare di voi..., la disciplina non c'è dubbio... Ciù, Mingon, andiamo a letto. - Ed uscì.

Cessata la sensazione piacevole di questa scena, riprese il suo dominio lo sdegno di prima, e così alterato m'avviai all'appartamento di mia moglie. Entrai senza pronunziar sillaba, viso lungo, cappello in testa.

- Che hai? Che cosa ti accade? ella mi dimandò affettuosamente.

- Il canchero alla reazione! Vuoi venire anche tu?

- Dove?

- Alla caccia dei cafoni in Isernia; cinquanta miglia da qui.

In questo mentre presentossi Pietro di Bergamo, mio soldato di ordinanza, a ricevere, secondo il solito, gli ordini per l'indomani.

- I cavalli insellati per le sei. Dietro la sella avvolgerai il panno da campo. Noleggia subito una buona carrozza a due cavalli per la stessa ora. Condurrai il mio cavallo a mano e t'unirai alle guide. Null'altro.

E ripigliando il discorso con mia moglie:

- Dunque vieni anche tu? Già si tratterà d'una farsa come quella di Forio d'Ischia; campane, petardi, confetti, fiori, pranzi, arringhe, sonetti; ed io ne sono ristucco. Il signor Garibaldi poteva anche risparmiarmene, sapendo quanto desideravo di assistere alla presa di Capua.

- Ma tu credi ch'egli prenda Capua? Io non credo. Non credo ch'ei pensi di bombardare una città. Lascerà questa cura ai generali piemontesi.

- Però al quartiere generale se ne ragiona come di cosa sicura. Comunque sia, mi rincresce d'andarmene nell'ora dello scioglimento del dramma. Vieni tu?

- Impossibile. Ti seguii per assistere i feriti. Mi offersi d'accompagnarti ad Ischia perché non ce n'era ancora. Ora gli ospedali riboccano.

- È giusto.

L'indomani partimmo per Maddaloni, ove stanziavano i due battaglioni della spedizione. Nullo, Zasio ed io ci sfogavamo contro il signor Pallotta, il gentiluomo di Boiano; e Caldesi contro il colonnello Paggi.

Dopo colazione esco dall'albergo per dare un'occhiata al mio cavallo, e m'imbatto nel gentiluomo adagiato in una carrozza al gran trotto! Accennato al cocchiere d'arrestarsi, m'affaccio allo sportello e dimando al gentiluomo sue novelle.

- Io, soggiungo, ed altri uffiziali fummo distaccati dal quartier generale per capitanare le vostre genti di Boiano. Non potevate arrivare più desiderato e più a proposito.

Egli mostrasi turbato come persona sorpresa nella esecuzione di occulto disegno, e bofonchiando, risponde:

- Vo a Napoli.

- A Napoli! Che c'entra Napoli con Boiano? Abbiate la bontà, signor mio dolce, di scendere e di seguirmi.

Accoppio all'intimazione un movimento imperioso, da dritta a sinistra, dell'indice, per cui il gentiluomo si capacita della vanità d'ogni replica, e discende. Gli amici, coricati sul sofà in sala da pranzo, e involuti in una nube di fumo dei sigari, in mezzo alla nuvola ruminavano concetti strategici, e Caldesi sulla tabella del conto dell'oste scriveva il nome del colonnello Paggi con una sola g.

- Vi presento, dissi con solennità, il gagliardo provocatore della nostra spedizione, che va a Napoli ad aspettarne il risultato.

- Ah! ah! esclamò Nullo balzando in piedi, riassettandosi e atteggiandosi autorevolmente.

E l'inquisito: - Vo a Napoli, perché ci ho lasciato il gabbano.

- Che gabbano d'Egitto! rispose Nullo. Forse che da Napoli raccoglierete i tremila volontari promessi a Garibaldi?

- Un gabbano ve lo darò io, dissi.

Ed egli: - Ho anche altri interessi importanti da combinare.

Ed io di rimando:

- L'importantissimo dei vostri interessi è di difendere il vostro paese dalla reazione. Ieri tenevate a Garibaldi il linguaggio d'un antico romano, ed oggi anteponete alla patria il gabbano? Farete la finezza di venire con noi.

E Nullo:

- No. Egli ci precederà per approntare in Boiano i tremila armati al nostro arrivo.

- Signori - con supplichevole labbro riprese lo smarrito gentiluomo - impegno la mia parola d'onore, che domani posteggerò da Napoli per Boiano; ma è assolutamente necessario che io ci vada oggi stesso.

- Voi avrete l'onore di comandare l'avanguardia contro i cafoni e i soldati regi, io gli soggiunsi.

Ed egli al suono di questi accenti mi guardò con occhi dilatati e fissi che pareano di porcellana. Indi sillabò:

- L'avanguardia!

- Senza dubbio, il posto d'onore a voi, maggiore delle milizie cittadine, paesano e promotore della impresa.

Nullo conchiuse il dialogo ordinando di rincondurlo alla carrozza, e volgendo il discorso a lui:

- A Boiano, difilato. Vi raggiungerò con due battaglioni. Frattanto esplorate i disegni e i movimenti del nemico.

Il pover'uomo, carezzandosi la testa calva e acconciando dalla nuca verso le tempia i radi capelli grigi, avea il sembiante di persona oppressa dal presentimento che i cafoni gliel'avrebbero fra poco cimata e confitta in una picca. - Voi mi sagrificate! borbottò con voce suffusa da un gemito.

Accompagnandolo alla carrozza lo confortavo con l'adagio che "un bel morir tutta la vita onora". Però quell'afflitto d'un tratto si rifece snello, e pel súbito fulgore degli occhi scopersi dalla punta, di un'ala il pensiero d'irsene a Napoli per altra via. Sedutosi con tutto agio, e da quell'accorto ch'egli era, mi disse, con aria di persona rassegnata:

- Avrei preferito di andare in compagnia vostra, come voi proponeste. Indi al cocchiere: Gennariello, per Boiano.

Nel punto medesimo sopraggiunse un caporale, fatto chiamare da me, tosto che sospettai il segreto divisamento del mio nobile amico.

- Monta in cassetta, per Boiano, ai servigi del signor maggiore sino al nostro arrivo.

E rivolto a quest'ultimo con viso sorridente gli feci:

- Arrivedello!

Il caporale poi mi raccontò che nell'atto della partenza il gentiluomo mormorò fra i denti al mio indirizzo:

- Mannaggio all'anima tua!

Avviati i due battaglioni, il mattino susseguente li arrivammo e li oltrepassammo colla nostra carrozza, viaggiando a Campobasso oltre Appennino. Raccogliticci e nuovi ai combattimenti, quei soldati avevano aspetto non troppo marziale e rassicurante.

- Se disponessi di due battaglioni dei nostri Lombardi, osservò Nullo, mi assumerei d'entrare in Isernia cum citharis bene sonantibus.

- Temporeggiando e destreggiando se ne può trarre partito, notògli Caldesi. Alle avvisaglie facendo mano mano succedere più gravi conflitti, io m'affido nella vittoria.

- Quando ci vedranno primi al pericolo, io soggiunsi, supereranno la nostra aspettazione. A Maddaloni i Siciliani, sotto Bixio, fugarono alla baionetta più d'una volta le ostinate colonne nemiche.

- Garibaldi, mio caro Caldesi, non ama le lungaggini, né io le amo più di lui, replicò Nullo. Potremmo, indirizzando la parola a me, ottenere i risultati di Bixio se uno dei nostri incorniciasse i due battaglioni.

Ed io di nuovo:

- Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a Boiano e qualche aiuto che fornirà Campobasso, capoluogo della provincia, ci abiliteranno ad una guerra corta e fulminea.

Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti dell'Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a Boiano, furono l'antica patria di quella stirpe guerriera e formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica. Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra, allentammo la briglia al nostro entusiasmo d'umanisti, mutammo per poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando nei nostri studi giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur, c'industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti, templi, città, collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia, dalla Lucania; dove un fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione di cafoni. - E stimi tu, mi dimandò il capitano Zasio, questi straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta ottantamila fanti e ottomila cavalli, e sfoggiavano tuniche marziali di preziosi colori e scudi intarsiati d'oro e di argento, e tenerissimi della libertà, facevano sudar sangue ai Romani intesi a domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarli validamente contro Annibale, e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con settantasettemila soldati?

- Misericordia! esclamò Nullo, a tanto sfoggio d'impreveduta erudizione.

- Scommetto che ha il libro in tasca, disse Caldesi procedendo alla perquisizione personale. Perdio non l'ha! Fresco di collegio il giovinotto! Mette appena i baffi. Or bene, in che anno urbis conditoe intervenne la rassegna?

E Zasio:

- Nel 529 per paura della invasione dei Galli.

- Bravo ragazzo, riprese Caldesi, verificheremo nella biblioteca di Campobasso.

- Io non dubito punto, risposi a Zasio, che in codesti cafoni circoli puro il sangue sannitico.

- Le prove! le prove! interruppe Caldesi. Noi sappiamo che Silla, l'implacabile distruggitore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, in foro e pei quadrivi, che Roma non avrebbe riposo sin che un solo Sannita sopravvivesse.

- Padronissimo il signor Silla; ma noi sappiamo altresì che centomila pidocchi divorarono prima lui e il desiderio crudele.

- Non dimenticare, ripigliò il capitano Zasio, che di venti città sannitiche non si rinviene più né indiziomemoria.

- Sì; con ciò si spiega la scomparsa di tre quarti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Boiano, Eclano, Alfedena. Non ci troverai più parimente né i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, né le