Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PROEMIO GOFFREDO MAMELI NELLA VITA E NELL'ARTE
    • V
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

V.

 

Aver proclamata la Repubblica Romana era sicuramente un gran fatto; ma piccolo sempre al paragone della necessità di conservarla, fortificandola in ogni modo contro parecchi e tutti prevedibili assalti. Si perdette in quella vece un tempo prezioso, parte a sperare di qua e di platonici voti, che non prenunciavano e non precedevano aiuti materiali, parte a scegliersi un generale in capo, che meglio sarebbe anche stato, poiché si ritornava all'antico, crear dittatore senz'altro. Giuseppe Garibaldi non pareva l'uomo da ciò: invidie e rivalità, non belle, ma naturali, pur troppo; ignoranza ancora e non adeguata stima di tutte le sue imprese anteriori, cospiravano a scemarne la importanza, ricacciandolo tra i condottieri di piccola guerra. Sempre cosí! Al regio quartier generale di Roverbella e nei consigli ministeriali di Torino, lo avevano accolto come un sollecitatore importuno, piú tardi anteponendogli un ignoto Chrzanowsky, che i soldati non conobbero, e il popolo Italiano anche meno, mentre noi siamo incerti tuttavia se abbiamo scritto giusto il suo nome Polacco, né sappiamo, dopo tutto, come s'abbia a proferire. E merita intanto di esser riferito il giudizio che di Garibaldi aveva dato un Austriaco, il general d'Aspre, suo avversario nella breve campagna da Luino a Morazzone, condotta dall'Italiano con mosse strategiche ed accorgimenti tattici da eccellente capitano, con tremila uomini per dodici giorni tenendo testa a quindicimila. «L'uomo» diceva pubblicamente il D'Aspre ad un magistrato Italiano, «l'uomo che avrebbe potuto esservi utile nella vostra guerra d'indipendenza del '48, l'avete disconosciuto; era Garibaldi». Ma l'uomo non era venuto su dalla scuola degli insigni strateghi; uno dei quali, Alfonso Lamarmora, in certe sue lettere del settembre 1849 da Genova, dov'era comandante della divisione militare, si degnava di riconoscergli qualche merito, appunto dopo la difesa di Roma, ed ahimé, qualche difetto elementare, come a dir la rozzezza. «Ho visitato Garibaldi: ha bella fisionomia, un far rozzo ma franco; sempre piú mi persuado che in buone mani se ne può trar partito». La grazia! Ma in una lettera susseguente la rozzezza attacca pure la fisionomia; per contro, se ne vantaggia l'ingegno. «Garibaldi non è uomo comune; la sua fisionomia comunque rozza è molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione: sempre piú mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi, e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a salvarsi quest'ultima volta, è veramente un miracolo»8. E ancora, la grazia di quella rozzezza, accompagnata da tante qualità intellettuali! Pure, venendo al busilli, non c'era da far altro che impiegarlo, e servirsene.

Ma non diciamo male degli uomini vecchi, se vediamo i nuovi non volere, o non saper fare altrimenti. In Sicilia, nel '48, gli offrivano di guidar bande; ma il comando supremo avevano conferito ad un altro Polacco, il generale Mieroslawsky. A Roma, bontà di Dio, si volle un generale Italiano, pensando sulle prime a un D'Apice, che aveva fatto breve comparsa e nessuna gesta in Val d'Intelvi: poi si cadde d'accordo su d'uno stratega da tavolino, il colonnello Rosselli, súbito innalzato al grado di generale. Goffredo Mameli, che come scrittore politico aveva sulla Pallade sostenute le idee del governo e proferito anch'egli il nome del D'Apice, come soldato seppe fare altra scelta: non entrò nello stato maggiore del Rosselli; memore di Luino e di Morazzone, stette con Garibaldi, nella Legione Italiana, attendendo alle cure della milizia con la bella passione ch'egli metteva in ogni cosa sua. Non si pensava ancora alla possibilità di un intervento Francese; il Napoletano, annunziato, dava poco pensiero; l'Austriaco, piuttosto, se l'Austria non avesse avuto abbastanza da fare con Venezia, coi probabili moti di Lombardia, e finalmente col pericolo di un nuovo attacco delle armi Piemontesi. Ed ecco infatti, nel marzo era denunziato l'armistizio; Carlo Alberto ridiscendeva in campo, a ritentar la fortuna. Ma fu breve speranza; seguiva, il 23 di quel mese, la sconfitta di Novara, irreparabile sventura, con la abdicazione del re, e i duri patti imposti dal vincitore, dovuti accettar dal vinto. Né molti giorni passarono, e un'altra notizia giungeva: il regno agitato, ribelle alla pace vergognosa; Genova la prima ad insorgere apertamente, il 28 marzo, cacciando il presidio, e proclamando un governo provvisorio. Anche , dunque, la Costituente avrebbe fatto cammino? Per intanto, due cittadini Genovesi come il Mameli ed il Bixio non potevano star molto in forse; chiesero licenza di accorrere; e l'ebbero, aggiunto loro l'ufficio di commissarii della Repubblica Romana presso la Ligure. Partiti il 4 aprile da Genova, imbarcatisi il 5 a Civitavecchia sul vapore La Città di Marsiglia, approdavano il 7 nel porto di Genova, mettendosi tosto a disposizione del generale Avezzana, comandante supremo della difesa, che appunto li volle suoi aiutanti. Ma ci fu da far poco. Si era in armistizio con l'esercito assediante, e l'armistizio era nel giorno 8 prorogato di altre quarant'ore, provvedendo una parte e l'altra ai casi suoi, e già da tre giorni essendo gli assedianti padroni della cinta occidentale, dall'altura degli Angeli alla costa di San Benigno.

Della parte presa dal Bixio ai fatti di Genova ci diede la prima ed unica notizia il Lamarmora, nel suo libro: «Un Episodio del Risorgimento Italiano», dove, narrando le imprese condotte da lui contro la città ribellata, pubblicò un biglietto scritto la sera del 7 dal Bixio, in qualità d'aiutante del generale Avezzana, al comandante del forte di San Giuliano, credendo il forte ancora custodito dai militi del governo provvisorio, mentre già, per ispontanea dedizione del comandante, ne avevano preso possesso i regii. Prometteva il biglietto l'arrivo della divisione Lombarda da Chiavari; stessero dunque saldi, per proteggerne lo sbarco alla vicina spiaggia della Foce. Ma erano stati saldi i difensori al forte di San Giuliano, da levante, come quattro giorni prima erano stati saldi quelli del forte Belvedere, da ponente cosí la cerchia di ferro si era venuta stringendo, ed era omai fatta impossibile una efficace difesa9. Quanto al Mameli, so ch'egli stette al fianco dell'Avezzana. Con lui fu anche una volta (n'ebbi ricordo da vecchi amici) sulla torre del palazzo Ducale, per ispecolar le posizioni occupate dall'esercito assediante. Di lassú guardando verso il colle degli Angeli, dond'erano, dopo la dedizione del forte Belvedere, apparse le prime schiere assalitrici, Goffredo ricorse certamente col pensiero al suo abbandonato Paolo da Novi, dove il tradimento dei passi montuosi al nemico era stato fatto di per l'appunto. E quella era stata una trovata sua nell'orditura del dramma, non essendone traccia nella storia: ora la trovata del poeta era mutata in verità davanti agli occhi del milite.

L'armistizio prorogato condusse alla resa, mettendosi a capo dei negoziati il Municipio. Narra il Lamarmora che il giorno 10 aprile «quattrocentocinquanta facinorosi s'imbarcarono su navi straniere». Narra nel suo taccuino rosso il Bixio, restringendo la notizia a sé ed agli amici: «Il 10 aprile... noi partiamo con Avezzana e Mameli sopra un vapore americano da guerra, il Princetown, capitano Enyle; il 12 passiamo a bordo dell'Alighenny, altro vapore Americano da guerra, che ci conduce a Civitavecchia». Vi giunsero in tempo per vedere accolta senza colpo ferire in quel porto la squadra francese, e sbarcate tranquillamente le soldatesche dell'Oudinot, mandate dalla Repubblica Francese a rovesciar la Repubblica Romana. E Nino e Goffredo di breve intervallo precorsero i Francesi alle porte di Roma.

Ecco Goffredo nuovamente al fianco di Garibaldi. Combatte il 30 aprile a Villa Pamphili; la bella giornata, che ricaccia in gola all'Oudinot la sua sciocca frase: «Les Italiens ne se battent pas» e l'altra non meno sciocca, ma piú vanamente spavalda, del suo ordine del giorno: «Coûte que coûte, ce soir à Rome». Garibaldi vuole Goffredo suo capitano di stato maggiore: ricusa egli il grado, stimandosi troppo giovine, ma accetta l'uffizio. Segue il lungo armistizio, per dar tempo agli infelici negoziati del signor di Lesseps. Si approfitta di questa tregua, per mandar Garibaldi contro i Napoletani a Palestrina, dove Goffredo, assalitor vigoroso di un'ala nemica, si copre di gloria sotto gli occhi del suo duce10; poscia, con rinnovato proposito, e contro l'istesso nemico, è ordinata la punta a Velletri. Si ritorna da quella vittoria, che poteva esser più larga, se il Rosselli si fosse mosso, dando corpo una volta a certo suo, non so bene se disegno, o sogno strategico; e si arriva a Roma per riposar la Legione. Ma l'armistizio è stato rotto dall'Oudinot la mattina del 3 giugno, con ventiquattr'ore di anticipazione, essendo stato pattuito fino alla mattina del 4. Garibaldi accorre con quante forze ha sotto mano via via, e tutto il giorno combatte indefesso davanti e d'intorno alla Villa Corsini, dal nemico fortemente occupata. caddero feriti i due amici, compagni oramai di tante vicende; Nino all'inguine, Goffredo alla tibia sinistra. Aveva voluto egli il sacrifizio. Stava accanto a Garibaldi, sempre tra il fuoco, e non gli parve bastante; chiese licenza di muovere anch'egli, ad una delle tante cariche alla baionetta che si avvicendavano e si succedevano sotto il Casino dei Quattro Venti; l'ebbe, o credette di averlo, e caricò a sua posta, l'animoso. Pochi minuti dopo, ripassava portato a braccia davanti al suo Generale. Lo stesso Garibaldi ha descritto il momento doloroso che gli passò davanti il ferito11. Si ricambiarono uno sguardo, e non piú: nessuno aveva da veder lagrime sul ciglio del guerriero. Ma Garibaldi si era proposto di far sapere agli Italiani quanto sentisse di quel giovine eroe, e di quell'ora tragica in cui lo segnava del suo marchio fatale, e a sé destinato, infallibil preda, la morte. Ne scrisse, appena sfuggito a quella caccia infernale di quattro colonne, proseguita da San Marino alla pineta di Ravenna; ma non fu potuto stampare, perché sviato o smarrito, lo scritto; ond'ebbe a dolersene più tardi, dandone poi qualche cenno in piú lettere alla veneranda madre di Goffredo12. E ne ragionava spesso, tanti anni dopo, a chiara testimonianza per tutti del senso profondo che il giovine poeta soldato aveva fatto nell'animo suo. Amava soprattutto sentir cantare il piú famoso tra gli inni di lui, il «Fratelli d'Italia». — «Avete notatodiceva. «In una sola strofa c'è tutto quello che un Italiano non dovrebbe ignorare della sua storia; Legnano, Gavinana, Portoria, i Vespri di Sicilia. E quella Vittoria, che è stata creata da Dio schiava di Roma, che immagine stupenda, certo, Generale, e da poeta lirico di primissimo grado.

 




8 Alfonso Lamarmora; Commemorazione. (5 gennaio 1879) Firenze, Barbèra, 1879.



9 Vedi Appendice VII: G. Mameli e N. Bixio a Genova.



10 Vedi nell'Appendice IX: Garibaldi e Mameli, l'ultimo scritto di Garibaldi, intitolato: Mameli.



11 Vedi la già citata Appendice IX: Garibaldi e Mameli, dov'è anche accennato da Garibaldi ch'egli non diede a Goffredo il formale consenso di gittarsi alla carica.



12 Quello scritto, ritrovato finalmente e pervenuto alla famiglia Mameli, si legge ultimo nella anzidetta Appendice IX.






Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License