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[Kassim-pascià]
Dopo
dieci minuti di cammino, ci trovammo daccapo in piena Turchia, nel grande sobborgo
musulmano di Kassim-pascià, in una vera città popolata di moschee e di conventi
di dervis, piena d’orti e di giardini, che occupa una collina e una valle, e si
distende fino al Corno d’Oro, abbracciando tutta l’antica baia di Mandracchio,
dal cimitero di Galata fino al promontorio che prospetta il sobborgo di Balata
sull’altra riva. Dall’alto di Kassim-pascià si gode uno spettacolo incantevole.
Si vede sotto, sulla riva, l’immenso arsenale Ters-Kané: un labirinto di
bacini, d’opifici, di piazze, di magazzini e di caserme, che si stende per la
lunghezza d’un miglio lungo tutta la parte del Corno d’Oro che serve di Porto
di guerra; il palazzo del Ministro della Marina, elegante e leggero, che par
che galleggi sull’acqua, e disegna le sue forme bianche sul verde cupo del
cimitero di Galata; il porto percorso da vaporini e caicchi pieni di gente, che
guizzano in mezzo alle corazzate immobili e alle vecchie fregate della Guerra
di Crimea; e sulla sponda opposta, Stambul, l’acquedotto di Valente che slancia
i suoi archi altissimi nell’azzurro del cielo, le grandi moschee di Maometto e
di Solimano, e una miriade di case e di minareti. Per godere meglio questo
spettacolo ci sedemmo dinanzi a un caffè turco, e sorbimmo la quarta o la
quinta delle dodici tazze che, volere o non volere, stando a Costantinopoli,
bisogna tracannare ogni giorno. Era un caffè meschino, ma come tutti i caffè
turchi, originalissimo: non molto diverso, forse, dai primissimi caffè dei
tempi di Solimano il Grande, o da quelli in cui irrompeva colla scimitarra nel
pugno il quarto Amurat, quando faceva la ronda notturna per castigar di sua
mano gli spacciatori del liquore proibito. Di quanti editti imperiali, di
quante dispute di teologi e lotte sanguinose è stato cagione questo «nemico del
sonno e della fecondità,» come lo chiamavano gli ulema austeri; questo «genio
dei sogni e sorgente dell'immaginazione», come lo chiamavano gli ulema di
manica larga, ch'è ora, dopo l'amore e il tabacco, il conforto più dolce d'ogni
più povero Osmano! Ora si beve il caffè sulla cima della torre di Galata e
della torre del Seraschiere, il caffè in tutti i vaporini, il caffè nei
cimiteri, nelle botteghe dei barbieri, nei bagni, nei bazar. In qualunque parte
di Costantinopoli uno si trovi non ha che a gridare, senza voltarsi : – Caffè-gì!
(Caffettiere!) e dopo tre minuti gli fuma dinanzi una tazza.
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