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[Sudludgé]
Ahimè! non
siamo arrivati che a un altro sobborgo. È il sobborgo cristiano di Sudludgé,
che s’innalza sopra una collina, circondato di orti e di cimiteri; sulla
collina ai piedi della quale metteva capo il solo ponte che unisse anticamente
le due rive del Corno d’oro. Ma questo sobborgo, come Dio vuole, è l’ultimo, e
la nostra escursione è finita. Usciamo di fra le case per cercare un luogo di
riposo; saliamo su per una altura ripida e nuda che s’alza alle spalle di
Sudludgé, e ci troviamo dinanzi al più grande cimitero israelitico di
Costantinopoli: un vasto piano coperto d’una miriade di pietre abbattute, le
quali presentano l’aspetto sinistro d’una città rovinata dal terremoto, senza
un albero, senza un fiore, senza un filo d’erba, senza una traccia di sentiero:
una solitudine desolata che stringe il cuore, come lo spettacolo d’una grande
sventura. Sediamo sopra una tomba, rivolti verso il Corno d’oro, ed ammiriamo,
riposando, il panorama immenso e gentile che ci si stende dintorno. Si vede,
sotto, Sudludgé, Halidgi-Oghli, Hasskioj, Piri-Pascià, una fuga di sobborghi
chiusi fra l’azzurro del mare e il verde dei cimiteri e dei giardini; a
sinistra l’Okmeïdan solitario, e i cento minareti di Kassim-Pascià; più
lontano, Stambul, sterminata e confusa; di là da Stambul, le somme linee delle
montagne dell’Asia, quasi svanite nel cielo; dinanzi, proprio in faccia a
Sudludgé, dall’altra parte del Corno d’oro, il borgo misterioso d’Eyub, di cui
si distinguono uno per uno i ricchi mausolei, le moschee di marmo, le chine
ombrose sparse di tombe, i viali solitari, e i recessi pieni di tristezza di
grazia; e a destra d’Eyub altri villaggi che si guardan nell’acqua, e poi l’ultima
svolta del Corno d’oro, che si perde fra due alte rive rivestite d’alberi e di
fiori. Spaziando collo sguardo su quel panorama, stanchi, quasi in uno stato di
dormiveglia, senz’accorgercene, mettiamo in musica quella bellezza,
canterellando non so che cosa; ci domandiamo chi sarà il morto su cui siamo
seduti; frughiamo con un fuscello dentro un formicaio; parliamo di mille
sciocchezze; ci diciamo di tratto in tratto: – Ma siamo proprio a
Costantinopoli? –; poi pensiamo che la vita è breve e che tutto è vanità; e poi
ci piglian dei fremiti d’allegrezza; ma in fondo sentiamo che nessuna bellezza
della terra dà una gioia veramente intera, se contemplandola, non si sente
nella propria mano la manina della donna che si ama.
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