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Verso il tramonto scendiamo
al Corno d’oro, entriamo in un caicco a quattro remi, e non abbiamo ancora
pronunziato la parola: – Galata! – che la barchetta gentile è già lontana dalla
riva. E il caicco è veramente la barchetta più gentile che abbia mai solcato le
acque. È più lungo della gondola, ma più stretto e più sottile; è scolpito,
dipinto e dorato; non ha nè timone, nè sedili; vi si siede sopra in cuscino o
un tappeto, in modo che non riman fuori che la testa e le spalle; è terminato
alle due estremità in maniera da poter andare nelle due direzioni; si squilibra
al menomo movimento, si spicca dalla riva come una freccia dall’arco, par che
voli a fior d’acqua come una rondine, passa da per tutto, scivola e fugge
specchiando nell’onde i suoi mille colori come un delfino inseguito. I nostri
rematori erano due bei giovani turchi col fez rosso, con una camicia
cilestrina, con un paio di grandi calzoni bianchissimi, colle braccia e colle
gambe nude; due atleti ventenni, color di bronzo, puliti, allegri e baldanzosi,
che ad ogni remata mandavano innanzi la barca di tutta la sua lunghezza; altri
caicchi ci passavano accanto di volo, che appena si vedevano; ci passavano
vicino degli stormi d’anitre, ci roteavano sul capo degli uccelli, ci
rasentavano delle grandi barche coperte, piene di turche velate, e le alghe di
tratto in tratto ci nascondevano ogni cosa. Vista d’in fondo al Corno d’Oro, a
quell’ora, la città presentava un aspetto nuovissimo. Non si vedeva la riva
asiatica, a cagione della curvatura della rada; la collina del Serraglio
chiudeva il Corno d’oro come un lunghissimo lago; le colline delle due rive
sembravano ingigantite; e, Stambul, lontana lontana, sfumata con una gradazione
dolcissima di tinte cineree e azzurrine, enorme e leggera come una città
fatata, pareva che galleggiasse sul mare e si perdesse nel cielo. Il caicco
volava, le due rive fuggivano, i seni succedevano ai seni, i boschetti ai
boschetti, i sobborghi ai sobborghi; e via via che s’andava innanzi, tutto ci
s’allargava e ci s’innalzava dintorno, i colori della città illanguidivano,
l’orizzonte s’infocava, le acque mandavano dei riflessi d’oro e di porpora, e
un profondo stupore ci entrava a poco a poco nell’anima, misto a una dolcezza
indefinibile, che ci faceva sorridere e non ci lasciava parlare. Quando il
caicco si fermò allo scalo di Galata, uno dei barcaioli ci dovette gridare
negli orecchi: Monsù! Arrivar! – e ci destammo come da un sogno.
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