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IL GRAN BAZAR
Dopo aver visto di volo tutta
Costantinopoli, percorrendo le due rive del Corno d’oro, è tempo di entrare nel
cuore di Stambul, d’andar a vedere quella fiera universale e perpetua, quella
città nascosta, oscura, piena di meraviglie, tesori e di memorie, che si
distende fra la collina di Nuri-Osmanié e quella del Seraschiere, e si chiama
il Grande Bazar.
Partiamo
dalla piazza della moschea Sultana-Validè.
Qui forse si vorrebbe
fermare più d’un lettore goloso per dare un’occhiata al Balik-Bazar, mercato
dei pesci, famoso fin dai tempi di quel vecchio Andronico Paleologo, il quale,
com’è noto, dal solo prodotto della pesca lungo le mura della città ricavava di
che far fronte alle spese culinarie di tutta la sua corte. La pesca, infatti, è
ancora abbondantissima a Costantinopoli, e il Balik-Bazar, nei suoi bei giorni,
potrebbe offrire all’autore del Ventre de Paris il soggetto d’una
descrizione pomposa e appetitosa come le grandi mense dei vecchi quadri
olandesi. I venditori son quasi tutti turchi, e stanno schierati intorno alla
piazza, coi pesci ammucchiati sopra stuoie distese in terra, o sopra lunghe
tavole, intorno a cui si disputano lo spazio una folla di compratori e un
esercito di cani. Là si ritrovano le triglie squisite del Bosforo, quattro
volte più grosse di quelle dei nostri mari; le ostriche dell’isola di Marmara,
che i Greci e gli Armeni soli sanno cuocere a punto sulla brace; le palamite e
i tonni che son salati quasi esclusivamente dagli Ebrei; le alici che i Turchi
impararono a salare dai Marsigliesi; le sardelle di cui Costantinopoli provvede
l’Arcipelago; gli ulufer, i pesci più saporiti del Bosforo, che si
pigliano al lume della luna; gli scombri del Mar Nero, che fanno sette
invasioni successive nelle acque della città, levando uno strepito che si sente
dalle ville delle due rive; isdaurid colossali, pesci spada enormi, rombi, o
come li chiamano i Turchi, Kalkan-baluk, pesci scudo, e altri mille
pesci minori, che guizzano fra i due mari, inseguiti dai delfini e dai
falianos, e cacciati da innumerevoli alcioni, a cui strappano la preda dal
becco i piombini. Cuochi di pascià, vecchi buongustai musulmani, schiave e
giovani di taverna, s’avvicinano alle tavole, guardano i pesci in atto
meditabondo, contrattano a monosillabi, e se ne vanno colla loro compra appesa
a uno spago, tutti gravi e taciturni, come se portassero la testa d’un nemico;
a mezzogiorno la piazza è sgombra, e i rivenditori son già sparsi per i caffè
vicini, dove stanno fino al cader del sole, sognando ad occhi aperti, colle
spalle al muro, e il bocchino del narghilè tra le labbra.
Per andare al Gran Bazar,
s’infila una strada che sbocca nel mercato dei pesci, tanto stretta che le
sporgenze delle case opposte quasi si toccano, e si va innanzi per un buon
tratto in mezzo a due file di botteghe basse ed oscure, dove si vende il
tabacco «la quarta colonna della tenda della voluttà» dopo il caffè, l’oppio ed
il vino, o «il quarto sofà dei godimenti», anch’esso, come il caffè, fulminato
un tempo da editti di sultani e da sentenze di muftì, e cagione di torbidi e di
supplizi, che lo resero più saporito. Tutta la strada è occupata dai tabaccai.
Il tabacco è messo in mostra sopra assicciuole, a piramidi e a mucchi rotondi,
ognuno sormontato da un limone. Sono piramidi di latakié d’Antiochia, di
tabacco del Serraglio biondo e sottilissimo che par seta della più fina,
di tabacco da sigarette e da cibuk, di tutte le gradazioni di sapore e di
forza, da quel che fuma il facchino gigantesco di Galata a quello che concilia
il sonno alle odalische annoiate nei chioschi dei giardini imperiali. Il tombeki,
tabacco fortissimo, che darebbe al capo anche a un vecchio fumatore, se il
fumo non giungesse alla bocca purificato dall’acqua del narghilè, è chiuso in
boccie di vetro come un medicinale. I tabaccai son quasi tutti greci od armeni
cerimoniosi, che affettano un certo fare signorile; gli avventori tengono
crocchio; vi si fermano degli impiegati del ministero degli esteri e del
Seraschierato; alle volte vi dà una capatina qualche pezzo grosso; vi si
spolitica, si va a raccogliervi la notizia e a raccontarvi il fattarello; è un
piccolo bazar appartato e aristocratico, che invita al riposo, e fa sentire,
anche a passarvi soltanto, la voluttà della chiacchera e del fumo.
Andando innanzi, si passa
sotto una vecchia porta ad arco, inghirlandata di pampini, e si riesce in
faccia ad un vasto edifizio di pietra, attraversato da una lunga strada diritta
e coperta, fiancheggiata da botteghe oscure, e ingombra di gente, di casse, di
sacchi, di mucchi di mercanzie. Entrando, si sente un odore d’aromi acutissimo,
che quasi ributta indietro. È il bazar egiziano dove sono raccolte tutte le
derrate dell’India, della Siria, dell’Egitto e dell’Arrabia, che ridotte poi in
essenze, in pastiglie, in polveri, in unguenti, vanno a colorar visetti e
manine d’odalische, a profumar stanze e bagni e bocche e barbe e pietanze, a
rinvigorire Pascià sfibrati, ad assopire spose infelici, a istupidire fumatori,
a spander sogni, ebbrezza ed obblìo nella città sterminata. Fatti pochi passi
in questo bazar, si comincia a sentir la testa pesante, e si fugge; ma la
sensazione di quell’aria calda e grave, e di quei profumi inebbrianti, ci
accompagna ancora per un buon tratto all’aria libera, e rimane poi viva nella
memoria come una delle più intime e più significanti impressioni dell’Oriente.
Uscendo dal
bazar egiziano, si passa in mezzo a officine rumorose di calderai, a taverne
turche, che riempiono la strada di puzzi nauseabondi, a mille botteguccie e
nicchiette e buchi oscuri, dove si fabbrica e si vende una minutaglia infinita
d’oggetti senza nome, e si arriva finalmente al Grande Bazar.
Ma assai
prima d’arrivarci, s’è assaliti e bisogna difendersi.
A cento passi dalla gran
porta d’entrata, sono appostati, come bravi, i sensali dei mercanti, e i
sensali dei sensali, che alla prima occhiata v’hanno riconosciuto per
forestiero, hanno capito che andate al bazar per la prima volta, e indovinato
presso a poco di che paese siete, tanto che assai di rado sbagliano lingua nel
dirigervi la parola.
S’avvicinano
col fez in mano e col sorriso sulle labbra e v’offrono i loro servizi.
Allora segue
quasi sempre un dialogo come questo.
– Non compro nulla –
rispondete.
– Che
importa, signore? Io non voglio che farle vedere il bazar.
– Non voglio vedere il
bazar.
– Ma io l’accompagno gratis.
– Non voglio essere
accompagnato gratis.
– Ebbene, non
l’accompagnerò che fino in fondo alla strada, per darle qualche informazione
che le sarà utile un altro giorno, quando verrà per comprare.
– Ma se non
voglio neppur sentir discorrere di comprare!
– Parleremo
d’altro, signore. È a Costantinopoli da molto tempo? È soddisfatto del suo
albergo? Ha ottenuto il permesso di visitare le moschee?
– Ma se vi dico che non
voglio parlare, che voglio esser solo!
– Ebbene, la lascierò solo;
la seguiterò alla distanza di dieci passi.
– Ma perchè mi volete
seguitare?
– Per impedire che la
truffino nelle botteghe.
– Ma se non entro nelle
botteghe!
– Allora... per impedire
che le diano noia per la strada.
Insomma, o bisogna
rimetterci il fiato, o lasciarsi accompagnare.
Il grande bazar non ha
nulla all’esterno che attiri l’occhio e faccia indovinare il di dentro. È un
immenso edifizio di pietra, di stile bizantino, di forma irregolare, circondato
d’alte mura grigie, e sormontato da centinaia di cupolette rivestite di piombo
e traforate, che danno luce all’interno: l’entrata principale è una porta
arcata, senza carattere architettonico; dai vicoli intorno non si sente nessun
rumore; a quattro passi dalla porta si può credere ancora che dietro quei muri
di fortezza non ci sia altro che solitudine e silenzio. Ma appena entrati, si
rimane sbalorditi. Non si è dentro a un edifizio, ma in un labirinto di strade
coperte da volte arcate e fiancheggiate da pilastri scolpiti e da colonne; in
una vera città, colle sue moschee, colle sue fontane, coi suoi crocicchi, colle
sue piazzette, rischiarata da una luce vaga come quella d’una foresta fitta in
cui non penetri un raggio di sole; e percorsa da una folla immensa. Ogni strada
è un bazar, e quasi tutte metton capo in una strada principale, coperta da una
volta ad archi di pietre bianche e nere, e decorata d’arabeschi, come una
navata di moschea. In queste strade semioscure, in mezzo alla folla
ondeggiante, passano carrozze, cammelli e cavalieri, che fanno uno strepito
assordante. In ogni parte si è apostrofati a parole e a cenni. Il mercante
greco chiama ad alta voce e gesticola in atto quasi imperioso; l’armeno,
altrettanto furbo, ma d’apparenza più modesta sollecita con maniere ossequiose;
l’ebreo susurra le sue offerte nell’orecchio; il turco silenzioso, accosciato
sopra un cuscino sulla soglia della bottega, non invita che cogli occhi e si
rimette al destino. Dieci voci insieme vi chiamano: Monsieur! Captan!
Caballero! Signore! Eccellenza! Kyrie! Milord! – Ad ogni svolta, per le porte
laterali, si vedono fughe d’arcate e di pilastri, lunghi corridoi, scorci di
stradette, prospetti lontani e confusi di bazar, e per tutto botteghe, merci
appese ai muri e alle volte, mercanti affaccendati, facchini carichi, gruppi di
donne velate, un fermarsi e un disfarsi continuo di crocchi rumorosi, un
rimescolìo di gente e di cose, da dare il capogiro.
La confusione, però, non è
che apparente. Questo immenso bazar è ordinato come una caserma, e bastano
poche ore per mettersi in grado di trovarci qualunque cosa vi si cerchi, senza
bisogno di guida. Ogni genere di mercanzia ha il suo piccolo quartiere, la sua
stradetta, il suo corridoio, la sua piazzuola. Sono cento piccoli bazar che
mettono l’uno nell’altro, come le sale di un vastissimo appartamento; ed ogni
bazar è nello stesso tempo un museo, un passeggio, un mercato e un teatro, nel
quale si può veder tutto senza comprar nulla, prendere il caffè, godere il
fresco, chiacchierare in dieci lingue e fare agli occhi colle più belle donnine
dell’Oriente.
Si può prendere un bazar a
caso e passarci una mezza giornata senz’accorgersene: per esempio il bazar
delle stoffe e dei vestiti. È un emporio di bellezze e di ricchezze da perderci
gli occhi, il cervello e la borsa; e bisogna star in guardia, perchè il menomo
capriccio può aver per conseguenza di farci chiedere soccorso a casa per
telegrafo. Si passeggia in mezzo a mucchi e a torri di broccati di Bagdad, di
tappeti di Caramania, di sete di Brussa, di tele dell’Indostan, di mussoline
del Bengala, di scialli di Madras, di casimir dell’India e della Persia, di
tessuti variopinti del Cairo, di cuscini rabescati d’oro, di veli di seta
rigati d’argento, di sciarpe di tocca a righe azzurre e incarnate, leggiere e
trasparenti che paiono vaporose, di stoffe d’ogni forma e d’ogni disegno, in
cui il chermisino, il blu, il verde, il giallo, i colori più ribelli alle
combinazioni simpatiche, si avvicinano e s’intrecciano con un ardimento e
un’armonia da far rimanere a bocca aperta; di tappeti da tavola d’ogni grandezza,
a fondo rosso o bianco, ricamati d’arabeschi, di fiori, di versetti del Corano,
di cifre imperiali, che si starebbe un giorno a contemplarli come le pareti
dell’Alhambra. Qui si possono ammirare ad una ad una tutte le parti del
vestiario turco signorile, come nelle alcove d’un arem, dalle cappe verdi,
ranciate e color di giacinto, che coprono ogni cosa, fino alle camicie di seta,
ai fazzoletti ricamati d’oro e alle cinture di raso a cui non può giungere
altro sguardo d’uomo che quel del signore e dell’eunuco. Qui i caffettani di
velluto rosso, contornati d’ermellino e coperti di stelle; i bustini di raso
giallo, i calzoncini di seta color di rosa, le sottovesti di damasco bianco
tempestate di fiori d’oro, i veli di sposa scintillanti di pagliuole d’argento,
i casacchini di terzopelo verde, orlati di piumino di cigno; le vesti greche,
armene e circasse, di mille tagli capricciosi, sovraccariche d’ornamenti, dure
e splendenti come corazze; e in mezzo a tutti questi tesori, le stoffe
prosaiche di Francia e d’Inghilterra, dai colori sinistri, che ci fanno la
figura della nota d’un sarto in mezzo alle pagine d’un poema. Nessuno che ami
una donna, può passare in quel bazar senza considerare come una grande sventura
di non essere millionario, e senza sentirsi per un momento divampare nell’anima
il furore del saccheggio.
Per liberarsi da queste
idee, non c’è che a svoltare nel bazar delle pipe. Qui l’immaginazione è
ricondotta a desiderii più tranquilli. Sono fasci di cibuk di gelsomino, di
ciliegio, d’acero e di rosaio; bocchini d’ambra gialla del mar Baltico,
levigati e luccicanti come il cristallo, d’innumerevoli gradazioni di colore e
di trasparenza, ornati di rubini e di diamanti; pipe di Cesarea, colla cannetta
fasciata di fili d’oro e di seta; borse da tabacco del Libano, a losanghe di
varii colori, rabescati di ricami splendenti; narghilè di cristallo di Boemia,
d’acciaio e d’argento, di belle forme antiche, damaschinati, niellati,
tempestati di pietre preziose, con tubi di marocchino scintillanti di dorature
e d’anelli, fasciati nella bambagia, e perpetuamente custoditi da due occhi
fissi, che all’avvicinarsi d’ogni curioso si dilatano come occhi di civetta, e
fanno morir sulle labbra la richiesta del prezzo a chiunque non sia almeno
vizir o pascià e non abbia dissanguato per qualche anno una provincia dell’Asia
Minore. Qui non viene a comprare che il messo della Sultana che vuol dare un
pegno di gratitudine al gran vizir arrendevole, o l’alto dignitario di Corte
che, prendendo possesso della nuova carica, è costretto, per suo decoro, a
spendere cinquanta mila lire in una rastrelliera di pipe; o l’ambasciatore del
Sultano che vuol portare al Monarca europeo un ricordo splendido di Stambul. Il
turco modesto dà uno sguardo malinconico e passa oltre, parafrasando, per
consolarsi, la sentenza del Profeta: – il fuoco dell’inferno tuonerà come il
muggito del cammello nel ventre di colui che fuma in una pipa d’oro o
d’argento.
Di qui si ricasca fra le
tentazioni entrando nel bazar dei profumieri, che è uno dei più schiettamente
orientali e dei più cari al Profeta, il quale diceva: – Donne, bambini e
profumi –, per dire i suoi tre più dolci piaceri. Qui si trovano le famose
pastiglie del Serraglio che profumano i baci, le cassule di gomma odorosa che
staccano dal mastico le forti fanciulle di Chio, per mandarla a rafforzar le
gengive delle molli musulmane; le essenze squisite di bergamotto e di
gelsomino, e quelle potentissime di rosa, chiuse in astucci di velluto ricamato
d’oro, d’un prezzo da far rizzare i capelli; qui il collirio per le
sopracciglia, l’antimonio per gli occhi, l’henné per le unghie, i saponi che
ammorbidiscono la cute delle belle siriane, le pillole che fanno cadere i peli
dal volto delle maschie circasse, le acque di cedro e d’arancio, i sacchetti di
muschio, l’olio di sandalo, l’ambra grigia, l’aloè per profumare le chicchere e
le pipe, una miriade di polveri, d’acque e di pomate, distinte con nomi
fantastici e destinate ad usi indicibili, che rappresentano ciascuna un
capriccio amoroso, un proposito di seduzione, un raffinamento di voluttà, e
spandono tutte insieme una fragranza acuta e sensuale, che fa veder come in
sogno dei grandi occhi languidi e delle manine carezzevoli, e sentire un suono
sommesso di respiri e di baci.
Tutte queste fantasie
svaniscono entrando nel bazar dei gioiellieri, che è una stradetta oscura e
deserta, fiancheggiata da botteguccie d’aspetto meschino, in cui nessuno
direbbe mai che sian nascosti, come ci sono, dei tesori favolosi. Le gioie sono
chiuse in cofani di legno di quercia, cerchiati e corazzati di ferro, e posti
sul davanti delle botteghe, sotto gli occhi dei mercanti: vecchi turchi o
vecchi ebrei, dalle lunghe barbe e dallo sguardo acuto, che par che penetri
nelle tasche e trapassi i portamonete. Qualcuno sta ritto dinanzi alla sua
tana, e quando gli passate accanto, prima vi ficca gli occhi negli occhi, poi
con un rapido movimento vi mette sotto il viso un diamante di Golconda o uno
zaffiro d’Ormus o un rubino di Giamscid, che al menomo vostro cenno negativo,
ritira colla medesima rapidità con cui l’ha porto. Altri girano a passi lenti,
vi fermano in mezzo alla strada e, dopo aver rivolto intorno uno sguardo
sospettoso, tirano fuor del seno un cencio sucido, e lo spiegano, e vi fanno
vedere un bel topazio del Brasile o una bella turchina di Macedonia,
guardandovi coll’occhio di demoni tentatori. Altri non fanno che darvi
un’occhiata scrutatrice, e non giudicandovi una faccia da pietre preziose, non
si degnano di offrirvi nulla. Nessuno poi fa l’atto d’aprire il cofanetto, se
anche aveste la faccia d’un santo o l’aria d’un Creso. Le collane d’opale, i
fiori e le stelle di smeraldo, le mezzelune e i diademi contornati di perle
d’Ofir, i mucchietti abbarbaglianti di acque-di-mare, di crisoberilli,
d’avventurine, di agate, di granate, di lapislazzuli, rimangono inesorabilmente
nascosti agli occhi dei curiosi senza quattrini, e specialmente a quelli d’uno
scrittore italiano. Tutt’al più egli può arrischiarsi a domandare il prezzo di
qualche tespí, o coroncina d’ambra, di sandalo o di corallo, da
far scorrere tra le dita, come i turchi, per ingannare il tempo negli
intervalli dei suoi lavori forzati.
Per divertirsi bisogna
entrare nelle botteghe dei franchi, mercanti di stoffe, dove c’è merce per
tutte le borse. Appena entrati, si ha intorno un cerchio di gente che non si
capisce di dove sia sbucata. Non è mai possibile l’aver che fare con un solo.
Tra il mercante, i soci del mercante, i sensali, i manutengoli e i tirapiedi,
son sempre una mezza dozzina. Se non v’accoppa uno, v’impicca l’altro: non c’è
modo di scansare una brutta fine. E non si può dire con che arte, con che
pazienza, con che ostinazione, con che diabolici raggiri fanno comprare quello
che vogliono. Domandano d’ogni cosa un subisso: offrite il terzo: lasciano
cader le braccia in segno di profondo scoraggiamento, o si battono la fronte in
atto disperato, e non rispondono; oppure si espandono in un torrente di parole
appassionate per toccarvi il cuore. Siete un uomo crudele, volete costringerli
a chiuder bottega, volete ridurli alla miseria, non avete compassione dei loro
figliuoli, non capiscono che cosa possano avervi fatto di male per trattarli in
quella maniera. Mentre vi dicono il prezzo d’un oggetto, un sensale d’una
bottega vicina vi susurra nell’orecchio: – Non comprate, vi truffano. – Voi
credete che sia sincero, e invece è d’accordo col mercante; vi dice che vi
truffano collo scialle, per guadagnare la vostra fiducia, e farvi rompere il
collo un minuto dopo, consigliandovi di comprare il tappeto. Mentre esaminate
la stoffa, essi si parlano a gesti, a occhiate, a colpi di gomito, a mezze
parole. Se sapete il greco, parlano turco; se sapete il turco, parlano armeno;
se sapete l’armeno, parlano spagnuolo; ma in qualche modo s’intendono e ve
l’accoccano. Se poi tenete duro, v’insaponano; vi dicono che parlate bene la
loro lingua, che avete un fare da gentiluomo e che non dimenticheranno mai più
la vostra bella figura; vi discorrono del vostro paese, nel quale sono stati
molto tempo, perchè sono stati da per tutto; vi fanno il caffè, vi offrono
d’accompagnarvi alla dogana quando partirete, per impedire che vi facciano dei
soprusi, ossia per truffar voi, la dogana e i vostri compagni di viaggio, se ne
avete; mettono sottosopra tutta la bottega, e non vi fanno punto il viso
arcigno se ve n’andate senza comprare: se non è quel giorno, sarà un altro; al
bazar ci dovete tornare, i loro cani da caccia vi riconosceranno; se non
cadrete nelle loro mani, cadrete in quelle d’un loro socio; se non vi peleranno
come mercanti, vi scorticheranno come sensali; se non vi aggiusteranno in
bottega, vi serviranno la messa alla dogana; il colpo non può fallire. A che
popolo appartengono costoro? Non si capisce. A furia di parlar lingue diverse,
han perduto il loro accento primitivo; a forza di far la commedia, hanno
alterati i tratti fisionomici della loro razza; son di che paese si vuole,
fanno il mestiere che si desidera, sono interpreti, guide, mercanti, usurai; e
sopra ogni cosa, artisti insuperabili nell’arte di scroccare l’universo.
I mercanti musulmani
offrono un campo d’osservazioni affatto diverso. Fra loro si ritrovano ancora
quei vecchi turchi, ormai rari per le vie di Costantinopoli, che sono come la
personificazione del tempo dei Maometti e dei Bajazet, i resti viventi del vecchio
edifizio ottomano, ch’ebbe il primo crollo dalle riforme di Mahmut, e che di
giorno in giorno, pietra per pietra, rovina e si trasforma. Bisogna venire nel
gran bazar e ficcare lo sguardo in fondo alle botteguccie più oscure delle
stradette più appartate, per ritrovare i vecchi turbanti enormi dei tempi di
Solimano, dalla forma di cupole di moschee; le faccie impassibili, gli occhi di
vetro, i nasi adunchi, le lunghe barbe bianche, gli antichi caffettani
aranciati e purpurei, i grandi calzoni a mille pieghe stretti intorno alla vita
dalle sciarpe smisurate, gli atteggiamenti alteri e tristi dell’antico popolo
dominatore, i visi istupiditi dall’oppio o illuminati dal sentimento d’una fede
ardente. Essi son là in fondo alle loro nicchie, colle braccia e colle gambe
incrociate, immobili e gravi come idoli, e aspettano, senz’aprir bocca, i
compratori predestinati. Se le cose vanno bene, mormorano: – Mach Allà! – Sia
lodato Iddio! –; se vanno male: – Olsun! – Così sia –, e chinano la
testa rassegnati. Alcuni leggono il Corano, altri fanno scorrere fra le dita le
pallettine del tespì, mormorando sbadatamente i cento epiteti d’Allà; altri che
han fatto buoni affari, bevono il loro narghilè, per dirla
coll’espressione turca, girando intorno lentamente uno sguardo voluttuoso e
pieno di sonno; altri stanno curvi, cogli occhi socchiusi e colla fronte
corrugata come occupati da un profondo pensiero. A che cosa pensano? Forse ai
loro figliuoli morti sotto le mura di Sebastopoli o alle loro carovane disperse
o alle loro voluttà perdute o ai giardini eterni, promessi dal Profeta, dove
all’ombra delle palme e dei granati, sposeranno le vergini dagli occhi neri,
che nè uomo nè genio non ha mai profanate. Tutti hanno qualchecosa di bizzarro,
tutti sono pittoreschi; ogni bottega è la cornice d’un quadro pieno di
colori e di pensiero, che fa balenare alla mente la storia intera d’una vita
avventurosa e fantastica. Quest’uomo secco e abbronzato, dai lineamenti arditi,
è un arabo che ha guidato egli stesso dal fondo della sua patria lontana i suoi
cammelli carichi di gemme e d’alabastro, e s’è sentito più volte fischiare agli
orecchi le palle dei ladroni del deserto. Quest’altro dal turbante giallo e
dall’aspetto signorile, ha attraversato a cavallo le solitudini della Siria,
portando le sete di Tiro e di Sidone. Questo nero col capo ravvolto in un
vecchio scialle di Persia, colla fronte rigata di cicatrici che gli fecero i
negromanti per salvarlo dalla morte, che tiene il viso alto, come se guardasse
ancora le teste dei colossi di Tebe e le cime delle Piramidi, è venuto dalla
Nubia. Questo bel moro dalla faccia pallida e dagli occhi neri, ravvolto in una
cappa bianchissima, ha portato i suoi caic e i suoi tappeti dalle ultime falde
occidentali della catena dell’Atlante. Questo turco dal turbante verde e dal
volto estenuato ha fatto quest’anno stesso il grande pellegrinaggio, ha visto
parenti ed amici morir di sete in mezzo alle pianure interminabili dell’Asia
Minore, è arrivato alla Mecca in fin di vita, ha fatto sette volte strascinandosi
il giro della Kaaba, ed è caduto in deliquio coprendo di baci furiosi la Pietra
nera. Questo colosso dal viso bianco, dalle sopracciglia arcate, dagli occhi
fulminei, che par più un guerriero che un mercante, e spira da tutta la persona
l’ambizione e l’orgoglio, ha portato le sue pelliccie dalle regioni
settentrionali del Caucaso, dove, nei suoi begli anni, fece cader la testa
dalle spalle a più d’un Cosacco. E questo povero mercante di lane, dal viso
schiacciato e dagli occhi piccoli e obliqui, tarchiato e rude come un atleta,
non è gran tempo che disse le sue preghiere all’ombra dell’immensa cupola che
protegge il sepolcro di Timur: egli è partito da Samarkanda, ha valicato i
deserti della grande Bukaria, è passato in mezzo alle orde dei turcomanni, ha
attraversato il Mar Morto, è sfuggito alle palle dei Circassi, ha ringraziato
Allà nelle moschee di Trebisonda, ed è venuto a cercar fortuna a Stambul, di
dove ritornerà, vecchio, in fondo alla sua Tartaria, che gli sta sempre nel
cuore.
Uno dei bazar più splendidi
è il bazar delle calzature, ed è forse anche quello che mette più grilli nel
capo. Sono due file di botteghe smaglianti che danno alla strada l’aspetto
d’una sala di reggia, o d’uno di quei giardini delle leggende arabe in cui gli
alberi hanno le foglie d’oro e fiori di perle. C’è da calzare tutti i piedini
di tutte le corti dell’Asia e dell’Europa. Le pareti son coperte di pantofole
di velluto, di pelle, di broccato, di raso, dei colori più petulanti e delle
forme più capricciose, ornate di filigrana, contornate di lustrini, abbellite
di nappine di seta e di piuma di cigno, stelleggiate e infiorate d’argento e
d’oro, coperte d’arabeschi intricati che non lasciano più vedere il tessuto, e
lampeggianti di zaffiri e di smeraldi. Ce n’è per le spose dei barcaiuoli e per
le belle del Sultano, da cinque e da mille lire il paio; ci sono le scarpette
di marocchino che premeranno i ciottoli di Pera, le babbuccie che striscieranno
sui tappeti degli arem, gli zoccoletti che faranno risonare i marmi dei bagni
imperiali, le pianelline di raso bianco su cui s’inchioderanno le labbra
ardenti dei Pascià, e forse qualche paio di pantofole imperlate che
aspetteranno ogni mattina lo svegliarsi d’una bella Georgiana accanto al letto
del Gran Signore. Ma che piedi possono entrare in quelle babbuccie? Ve ne sono
che paion tagliate ai piedi delle urì e delle fate; lunghe come una foglia di
giglio, larghe come una foglia di rosa, d’una piccolezza da far disperare tutta
l’Andalusia, d’una grazia da farsi sognare; non babbuccie, ma gioielli
da tenersi sul tavolino; scatolini da metterci dei dolci o dei bigliettini
amorosi; da non poter immaginare che ci sia un piedino che v’entri, senza
desiderare di rivoltarselo un mese fra le mani affollandolo di domande e di
vezzi. Questo bazar è uno dei più frequentati dagli stranieri. Vi si vedono
spesso dei giovani europei, che hanno in un pezzetto di carta la misura d’un
piedino italiano o francese, di cui forse sono alteri, e che fanno un atto di
stupore o di dispetto, riconoscendo che passa di molto la lunghezza d’una certa
babbuccina su cui han posto gli occhi; ed altri che, domandato il prezzo, e
sentita una schiopettata, scappano senza ribatter parola. Qui pure spesseggiano
le signore mussulmane, le hanum dai grandi veli bianchi, e occorre
sovente di cogliere passando qualche frammento dei loro lunghi dialoghi coi
venditori, qualche parola armoniosa della loro bella lingua, pronunziata da una
voce chiara e dolce che accarezza l’orecchio come il suono d’una mandòla. – Buni
catscia verersin? – Quanto vale questo? – Pahalli dir. – È troppo
caro. – Ziadè veremèm. – Non pagherò di più. E poi una risata
fanciullesca e sonora, che mette voglia di pigliarle un pizzico di guancia e
darle una presa di monella.
Il bazar più ricco e più
pittoresco è quello delle armi. Non è un bazar, è un museo, riboccante di
tesori, pieno di memorie e d’immagini che trasportano il pensiero nelle regioni
della storia e della leggenda, e destano un sentimento indescrivibile di
meraviglia e di sgomento. Tutte le armi più strane, più spaventose e più feroci
che sono state brandite dalla Mecca al Danubio in difesa dell’Islam, sono là
schierate e forbite, come se ce l’avessero appese poco prima le mani dei
soldati fanatici di Maometto e di Selim; e par di veder scintillare fra le loro
lame gli occhi iniettati di sangue di quei sultani formidabili, di quei
giannizzeri forsennati, di quegli spahì, di quegli azab, di quei silidar senza
pietà e senza paura che seminarono l’Asia Minore e l’Europa di teste recise e
di corpi dilaniati. Là si ritrovano le scimitarre famose che tagliavano le
penne in aria e spiccavan le orecchie agli ambasciatori insolenti; i cangiari
pesanti che d’un colpo fendevano il cranio e scoprivano il cuore; le mazze
d’armi che stritolavano i caschi serbi e ungheresi; gli yatagan dal manico
intarsiato d’avorio e tempestato d’amatiste e di rubini, che serbano ancora
segnato a intagli nella lama il numero delle teste troncate; i pugnali dai
foderi d’argento, di velluto e di raso, coi manichi di agata e d’avorio, ornati
di granate, di corallo e di turchine, istoriati di versetti del Corano in
lettere d’oro, colle lame incurvate e ritorte che par che cerchino un cuore.
Chi sa che in questa armeria confusa e terribile non ci sia la scimitarra
d’Orcano, o la sciabola di legno con cui il braccio poderoso d’Abd-el-Murad, il
dervis guerriero, spiccava d’un colpo le teste; o il famoso jatagan col quale
il Sultano Musa spaccò Hassan dalla spalla al cuore; o la sciabola enorme del
gigantesco bulgaro che appoggiò la prima scala alle mura di Costantinopoli; o
la mazza con cui Maometto II freddò il soldato rapace sotto le vôlte di Santa
Sofia; o la gran sciabola damascata di Scanderberg che fendette in due
Firuz-Pascià sotto le mura di Stetigrad? I più formidabili fendenti e le più
orrende morti della storia ottomana s’affacciano alla mente, e par che proprio
su quelle lame debba esser rappreso quel sangue, e che i vecchi turchi
rintanati in quelle botteghe, abbiano raccolto armi e cadaveri sul terreno
della strage, e custodiscano ancora gli scheletri sfracellati in qualche angolo
oscuro. In mezzo alle armi si vedono pure le grandi selle di velluto
scarlatto e celeste, ricamate a stelle e a mezzelune d’oro e di perle, i
frontali impennacchiati, i morsi d’argento niellato e le gualdrappe splendide
come manti reali: bardature da cavalli delle Mille e una notte, fatte
per l’entrata trionfale d’un re dei genii in una città dorata del mondo dei
sogni. Al di sopra di questi tesori, sono sospesi alle pareti vecchi moschetti
a ruota e a miccia, grosse pistole albanesi, lunghissimi fucili arabi lavorati
come gioielli, scudi antichi di scorza di tartaruga e di pelle d’ippopotamo,
maglie circasse, scudi cosacchi, celate mongoliche, archi turcassi, coltellacci
da carnefici, lamaccie di forme sinistre, ognuna delle quali pare la
rivelazione d’un delitto, e fa pensare agli spasimi di un’agonia. In mezzo a
quest’apparato minaccioso e magnifico, siedono a gambe incrociate i mercanti
più schiettamente turchi del Grande Bazar, la più parte vecchi, d’aspetto
tetro, smunti come anacoreti e superbi come Sultani, figure d’altri secoli,
vestiti alla foggia delle prime egire, che sembrano risuscitati dal sepolcro
per richiamare i nipoti imbastarditi alla austerità dell’antica razza.
Un altro bazar da vedersi è
quello degli abiti vecchi. Qui il Rembrant ci avrebbe preso domicilio e il Goya
speso la sua ultima peceta. Chi non ha mai visto una bottega di
rigattiere orientale non può immaginare che stravaganza di stracci, che pompa
di colori, che ironia di contrasti, che spettacolo ad un tempo carnevalesco,
lugubre e schifoso, presenti questo bazar, questa cloaca di cenci, in cui tutti
i rifiuti degli arem, delle caserme, della corte, dei teatri, vengono ad
aspettare che il capriccio d’un pittore o il bisogno d’un pezzente li riporti
alla luce del sole. Da lunghe pertiche confitte nei muri, pendono vecchie
uniformi turche, giubbe a coda di rondine, dolman di gran signori, tuniche di
dervis, cappe di beduini, tutte untume, brindelli e buchi, che paiono state crivellate
a colpi di pugnale e rammentano le spoglie sinistre degli assassinati che si
vedono sulle tavole delle Corte d’Assisie. In mezzo a questi cenci luccica
ancora qua e là qualche rabesco d’oro; spenzolano vecchie cinture di seta,
turbanti sciolti, ricchi scialli lacerati, bustini di velluto a cui pare che la
mano furiosa d’un ladro abbia strappato insieme il pelo e le perle, calzoncini
e veli che sono forse appartenuti a qualche bella infedele, la quale dorme
cucita in un sacco in fondo alle acque del Bosforo, ed altre vesti ed ornamenti
di donna, di mille colori gentili, imprigionati fra i grossi caffettani
circassi, dai cartuccieri irruginiti, fra le lunghe toghe nere degli ebrei, fra
le rozze casacche e i pesanti mantelli, che hanno nascosto chi sa quante volte
il fucile del bandito o lo stile del sicario. Verso sera, alla luce misteriosa
che scende dai fori della volta, tutti quei vestiti appesi prendono una vaga
apparenza di corpi d’impiccati; e quando in fondo a una bottega si vedono
scintillare gli occhi astuti d’un vecchio ebreo, che si gratta la fronte con
una mano adunca, si direbbe che è quella la mano che ha stretto i lacci, e si
dà uno sguardo alla porta del bazar, per paura che sia chiusa.
Non basterebbe una giornata
di giri e di rigiri se si volessero veder tutte le stradette di questa strana
città. V’è il bazar dei fez, dove si trovano fez di tutti i paesi, da quelli
del Marocco a quelli di Vienna, ornati d’iscrizioni del Corano che preservano
dagli spiriti maligni; i fez che le belle greche di Smirne portano sulla
sommità della testa, sopra il nodo delle treccie nere scintillanti di monete;
le berrettine rosse delle turche; fez da soldati, da generali, di sultani, da
zerbinotti, di tutte le sfumature di rosso e di tutte le forme, da quelli
primitivi dei tempi d’Orcano fino al gran fez elegante del Sultano Mahmut,
emblema delle riforme e abbominazione dei vecchi mussulmani. V’è il bazar delle
pelliccie dove si trova la sacra pelle di volpe nera, che una volta poteva
portare il solo Sultano o il gran vizir; la martora con cui si foderavano i
caffettani di gala; l’orso bianco, l’orso nero, la volpe azzurra, l’astrakan,
l’ermellino, lo zibellino, in cui altre volte i sultani profusero tesori
favolosi. È pure da vedersi il bazar dei coltellinai, non fosse che per
pigliare in mano una di quelle enormi forbici turche, colle lame bronzate e
dorate, adorne di disegni fantastici d’uccelli e di fiori, che s’incrociano
ferocemente lasciando in mezzo un vano in cui potrebbe entrare la testa d’un
critico maligno. V’è ancora il bazar dei filatori d’oro, quello dei ricamatori,
quello dei chincaglieri, quello dei sarti, quello dei vasellami, tutti diversi
l’un dall’altro di forma e di gradazione di luce; ma tutti eguali in questo:
che non vi si vede nè vendere, nè lavorare una donna. Tutt’al più può accadere
che qualche greca seduta per un momento davanti a una sartoria vi offra
timidamente un fazzoletto finito allora di ricamare. La gelosia orientale
interdice la bottega al bel sesso come una scuola di civetteria e un
nascondiglio d’intrighi.
Ma ci sono ancora altre
parti del gran bazar in cui uno straniero non può avventurarsi se non lo
accompagna un mercante o un sensale; e sono le parti interne dei piccoli
quartieri in cui è divisa questa città singolare, il di dentro dei piccoli
isolati intorno a cui girano le stradette percorse dalla folla. Se nelle
stradette c’è pericolo di smarrirsi, là dentro è impossibile non perdersi. Da
corridoi poco più larghi d’un uomo, in cui bisogna chinarsi per non urtar nella
volta, si riesce in cortiletti grandi come celle, ingombri di casse e di balle,
e appena rischiarati da un barlume; si scende a tentoni per scalette di legno,
si ripassa per altri cortili rischiarati da lanterne, si ridiscende sotto
terra, si risale alla luce del giorno, si cammina a capo basso per lunghi
anditi serpeggianti, sotto volte umide, in mezzo a muri neri e ad assiti
muscosi, che conducono a porticine segrete, dalle quali si ritorna
inaspettatamente nel luogo di dove s’è partiti; e da per tutto ombre che vanno
e che vengono, spettri immobili negli angoli, gente che rimesta mercanzie o che
conta denari; lumicini che appaiono e dispaiono, voci e passi frettolosi che
risuonano non si sa dove; e incontri inaspettati di ostacoli neri che non si
capisce che cosa siano, e giuochi di luce non mai veduti, e contatti sospetti,
e odori strani, che par di girare per i meandri d’una caverna di fattucchieri,
e non si vede l’ora d’esserne fuori.
Per solito i sensali fanno
passare in questi luoghi gli stranieri per condurli a quelle botteghe, per lo
più appartate, nelle quali si vende un po’ di tutto: specie di Gran-bazar in
miniatura, botteghe da rigattieri signorili, curiosissime a vedersi, ma molto
pericolose, perchè contengono tante e così strane e così rare cose da far
vuotare la borsa anche all’avarizia incarnata. Questi mercanti d’un po’ d’ogni
cosa, furbacchioni matricolati, si sottintende, e poliglotti come i loro
fratelli di banda, usano nel tentare la gente un certo procedimento drammatico
che diverte assai, e che di rado fallisce allo scopo dell’attore. Le loro
botteghe son quasi tutte stanzuccie oscure piene< |