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Costantinopoli ha una
gaiezza e una grazia sua propria, che le viene da un’infinità d’uccelli d’ogni
specie, per i quali i Turchi nutrono un vivo sentimento di simpatia e di rispetto.
Moschee, boschi, vecchie mura, giardini, palazzi, tutto canta, tutto gruga,
tutto chiocchiola, tutto pigola; per tutto si sente frullo d’ali, per tutto c’è
vita e armonia. I passeri entrano arditamente nelle case e beccano nella mano
dei bimbi e delle donne; le rondini fanno il nido sulle porte dei caffè e sotto
le vôlte dei bazar; i piccioni, a sciami innumerevoli, mantenuti con làsciti di
Sultani e di privati, formano delle ghirlande bianche e nere lungo i cornicioni
delle cupole e intorno ai terrazzi dei minareti; i gabbiani volteggiano
festosamente intorno ai caicchi, migliaia di tortorelle amoreggiano fra
cipressi dei cimiteri; intorno al castello delle Sette torri crocitano i corvi
e rotano gli avvoltoi; gli alcioni vanno e vengono in lunghe file fra il mar
Nero e il mar di Marmara; e le cicogne gloterano sulle cupolette dei mausolei
solitari. Per il Turco ognuno di questi uccelli ha un senso gentile o una virtù
benigna: le tortore proteggono gli amori, le rondini scongiurano gl’incendi
dalle case dove appendono il nido, le cicogne fanno ogni inverno un
pellegrinaggio alla Mecca, gli alcioni portano in paradiso le anime dei fedeli.
Così egli li protegge e li alimenta per gratitudine e per religione, ed essi
gli fanno festa intorno alla casa, sul mare e tra i sepolcri. In ogni parte di
Stambul si è sorvolati, circuiti, rasentati dai loro stormi sonori, che
spandono per la città l’allegrezza della campagna e rinfrescano continuamente
nell’anima il sentimento della natura.
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