Ma vi sono
altri esseri, a Costantinopoli, che fanno più compassione dei cani, e son gli
eunuchi, i quali, come s’introdussero fra i turchi malgrado i precetti formali
del Corano che condannano questa infame degradazione della natura, sussistono
ancora, malgrado la legge recente che ne proibisce il traffico, poichè è più
forte della legge la scellerata avidità dell’oro che fa commettere il delitto,
e l’egoismo spietato che se ne vale. Questi disgraziati s’incontrano ad ogni
passo nelle strade, come s’incontrano, ad ogni passo nella storia. In fondo a
ogni quadro della storia turca, campeggia una di queste figure sinistre, colle
fila d’una congiura nel pugno; coperto d’oro o intriso di sangue, vittima, o
favorito, o carnefice, palesemente od occultamente formidabile, ritto come uno
spettro all’ombra del trono, o affacciato allo spiraglio d’una porta
misteriosa. Così per Costantinopoli, in mezzo alla folla affaccendata dei
bazar, tra la moltitudine allegra delle Acque dolci, fra le colonne delle
moschee, accanto alle carrozze, nei piroscafi, nei caicchi, in tutte le feste,
in tutte le folle, si vede questa larva d’uomo, questa figura dolorosa, che fa
colla sua persona una macchia lugubre su tutti gli aspetti ridenti della vita
orientale. Scemata l’onnipotenza della corte, è scemata la loro importanza
politica, come rilassandosi la gelosia orientale, è diminuita la loro
importanza nelle case private; i vantaggi del loro stato son quindi molto
scaduti; essi non trovano più che assai difficilmente nella ricchezza e nella
dominazione un compenso alla loro sventura; non si trovano più i Ghaznefer Agà
che consentono alla mutilazione per diventar capi degli eunuchi bianchi; tutti
sono ora certamente vittime, e vittime senza conforti; comprati o rubati bambini,
in Abissinia od in Siria, uno su tre sopravvissuti al coltello infame, e
rivenduti in onta alla legge, con una ipocrisia di segretezza, più odiosa d’un
aperto mercato. Non c’è bisogno di farseli indicare, si riconoscono
all’aspetto. Son quasi tutti d’alta statura, grassi, flosci, col viso imberbe e
avvizzito, corti di busto, lunghissimi di gambe e di braccia. Portano il fez,
un lungo soprabito scuro, i calzoni all’europea e uno staffile di cuoio
d’ippopotamo, che è l’insegna del loro ufficio. Camminano a lunghi passi,
mollemente, come grandi bambini. Accompagnano le signore a piedi o a cavallo,
davanti e dietro le carrozze, quando uno, quando due insieme, e rivolgono
sempre intorno un occhio vigilante, che al menomo sguardo o atto irriverente di
chi passa, piglia un’espressione di rabbia ferina che mette paura e ribrezzo.
Fuor di questi casi, il loro viso o non dice assolutamente nulla, o non esprime
che un tedio infinito d’ogni cosa. Non mi ricordo d’averne visto ridere alcuno.
Ce ne sono dei giovanissimi, che par che abbiano cinquant’anni; dei vecchi, che
sembrano adolescenti invecchiati in un giorno; dei molto pingui, tondi, molli,
lucidi, che sembrano enfiati o ingrassati apposta come bestie suine; tutti
vestiti di panni fini, puliti e profumati come damerini vanitosi. Ci sono degli
uomini senza cuore che passando accanto a quei disgraziati li guardano e
ridono. Costoro credono forse che, essendo così come sono fin dall’infanzia,
non comprendano la loro sventura. Si sa invece che la comprendono e che la
sentono; ma se anche non si sapesse, come si potrebbe dubitarne? Non
appartenere ad alcun sesso, non essere che una mostra d’uomo; vivere in mezzo
agli uomini e vedersene separati da un abisso; sentir fremere la vita intorno a
sè, come un mare, e dovervi rimanere in mezzo, immobili e solitarii come uno
scoglio; sentire tutti i propri pensieri e tutti i sentimenti strozzati da un
cerchio di ferro che nessuna virtù umana potrà mai spezzare; aver perpetuamente
dinanzi un’immagine di felicità, a cui tutto tende, intorno a cui tutto gira,
di cui tutto si colora e s’illumina, e sentirsene smisuratamente lontani,
nell’oscurità, in un vuoto immenso e freddo, come creature maledette da Dio;
essere anzi i custodi di quella felicità, la barriera che l’uomo geloso mette
fra i suoi piaceri ed il mondo, il puntello con cui assicura la sua porta, il
cencio con cui copre il suo tesoro; e dover vivere tra i profumi, in mezzo alle
seduzioni, alla gioventù, alla bellezza, ai tripudi, colla vergogna sulla
fronte, colla rabbia nell’anima, disprezzati, scherniti, senza nome, senza
famiglia, senza madre, senza un ricordo affettuoso, segregati dall’umanità e
dalla natura, ah! dev’essere un tormento che la mente umana non può
comprendere, come quello di vivere con un pugnale confitto nel cuore. E questa
infamia si sopporta ancora, questi sventurati passeggiano per le vie di una
città d’Europa, vivono in mezzo agli uomini, e non urlano, non mordono, non
uccidono, non sputano in viso all’umanità codarda che li guarda senza arrossire
e senza piangere, e fa delle associazioni internazionali per la protezione dei
gatti e dei cani! La loro vita non è che un supplizio continuo. Quando le donne
non li trovano arrendevoli ai loro intrighi, li odiano come carcerieri e come
spie, e li torturano con una civetteria crudele, sino a farli diventar furiosi
o insensati, come il povero eunuco nero delle Lettere persiane quando
metteva nel bagno la sua signora. Tutto è sarcasmo per loro: portano dei nomi
di profumi e di fiori, per allusione alle donne di cui sono custodi: sono possessori
di giacinti, guardiani di gigli, custodi di rose e di viole. E qualche
volta amano, gli sciagurati! perchè in loro delle passioni sono spenti gli
effetti, non le cause; e son gelosi, e si rodono e piangono lagrime di sangue;
e qualche volta, quando uno sguardo procace si fissa in volto alla loro donna,
e s’accorgono che è corrisposto, perdon la ragione e percuotono. Al tempo della
guerra di Crimea un eunuco diede una frustata in viso ad un ufficiale francese,
e questi gli spaccò il cranio con una sciabolata. Chi può dire che cosa
soffrano, come li desoli la bellezza, come li strazii un vezzo, come li
trafigga un sorriso, e quante volte mentre al loro orecchio arriva il suono
d’un bacio, la loro mano afferra il manico del pugnale! Non è meraviglia che
nel vuoto immenso del loro cuore non attecchiscano per lo più che le passioni
fredde dell’odio, della vendetta e dell’ambizione; che crescano acri, mordaci,
pettegoli, pusillanimi, feroci; che siano o bestialmente devoti o astutissimamente
traditori, e che quando sono potenti, cerchino di vendicarsi sull’uomo
dell’affronto che fu fatto in loro alla natura. Ma per quanto siano intristiti,
sentono sempre nel cuore il bisogno prepotente della donna, e poichè non
possono averla amante, la cercano amica; si ammogliano; sposano delle donne
incinte, come Sunbullù, il grand’eunuco di Ibraim I, per avere un bambino da
amare; si fanno un arem di vergini, come il grand’eunuco di Ahmed II, per avere
almeno lo spettacolo della bellezza e della grazia, l’amplesso affettuoso,
un’illusione d’amore; adottano una figliuola per aver un seno di donna su cui
chinare la testa quando son vecchi, per non morire senza sapere che cos’è una
carezza, per sentire nei loro ultimi anni una voce amorosa dopo aver sentito
per tutta la vita il riso dell’ironia e del disprezzo; e non son rari quelli
che, arricchiti alla corte o nelle grandi case, dove esercitano insieme
l’ufficio di capi degli eunuchi e d’intendenti, si comprano, vecchi, una bella
villetta sul Bosforo, e là cercano di dimenticare, di sopire il sentimento
della propria sventura nell’allegrezza delle feste e dei conviti. Fra le molte
cose che mi furon dette di questi infelici, una mi è rimasta viva più di tutte
nella memoria; ed è un giovane medico di Pera che me l’ha raccontata.
Confutando gli argomenti di chi crede che gli eunuchi non soffrano: – Una sera,
– mi disse, – uscivo dalla casa d’un ricco musulmano, dov’ero andato a visitare
per la terza volta una delle sue quattro mogli malata di cuore. All’uscire come
all’entrare m’aveva accompagnato un eunuco gridando le solite parole: – donne, ritiratevi! – per avvertir
signore e schiave che un uomo era nell’arem, e che non dovevano lasciarsi
vedere. Quando fui nel cortile, l’eunuco mi lasciò, ed io mi diressi solo verso
la porta. Nel punto che stavo per aprire, mi sentii toccare il braccio, e
voltandomi, mi vidi dinanzi, così tra il chiaro e lo scuro, un altro eunuco, un
giovanetto di diciotto o vent’anni, di aspetto simpatico, che mi guardava fisso
con gli occhi umidi di lagrime. Gli domandai che cosa voleva. Titubò un momento
a rispondere, poi m’afferrò una mano con tutt’e due le mani, e
stringendomela convulsivamente mi disse con una voce tremante, in cui si
sentiva un dolore disperato: – Dottore! Tu che sai un rimedio per tutti i mali,
non ne sapresti uno per il mio? – Io non so dire quello che produssero in me
queste semplici parole; volli rispondere, mi mancò la voce, e non sapendo nè
che fare nè che dire, apersi bruscamente la porta e fuggii. Ma per tutta quella
sera e per molti giorni dopo, mi parve di vedere quel giovane e di sentir
quelle parole, e più d’una volta dovetti far forza a me stesso per non piangere
di pietà. – O filantropi, pubblicisti, ministri, ambasciatori, e voi, signori
deputati al Parlamento di Stambul e senatori della mezzaluna, levate un grido,
in nome di Dio, perchè questa sanguinosa ignominia, questa orrenda macchia
dell’onore umano, non sia più nel ventesimo secolo che una memoria dolorosa
come le carneficine della Bulgaria.
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