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A Costantinopoli, chi è
molto forte di stomaco, può passar la sera al teatro, e può scegliere tra una
canaglia di teatruccoli d’ogni specie, molti dei quali sono insieme giardini e
birrerie, e in qualcuno si ritrova sempre la commedia italiana, o piuttosto una
muta di attori italiani, i quali fanno spesso desiderare di veder convertita la
platea in un vasto mercato di frutte verdi. I turchi, però, frequentano di
preferenza i teatri in cui certe francesi imbellettate, scollacciate e
sfrontate, cantano delle canzonette coll’accompagnamento d’un’orchestra da
galera. Uno di questi teatri era allora l’Alhambra, posto nella gran via di
Pera: un lungo stanzone, sempre affollato, e tutto rosso di fez dal palco
scenico alla porta. Che cosa fossero quelle canzonette e con che razza di gesti
quelle intrepide signore s’ingegnassero di farne capire ai turchi i significati
riposti, non si può nè immaginare nè credere. Solo chi è stato al teatro los
Capellanes di Madrid, può dire d’aver sentito e visto qualchecosa di simile.
Agli scherzi più procaci, ai gesti più impudenti, tutti quei turconi, seduti in
lunghe file, prorompevano in grasse risa; e cadendo allora dalle loro faccie la
maschera della dignità abituale, vi appariva tutto il fondo della loro natura e
tutti i segreti della loro vita grossolanamente sensuale. Eppure non v’è nulla
che il turco nasconda abitualmente così bene come la sensualità della sua
natura e della sua vita. Per le strade, l’uomo non s’accompagna mai alla donna;
raramente la guarda; più raramente ne parla; ritiene quasi come un’offesa che
gli si domandi notizia delle sue mogli; a giudicar dalle apparenze, si direbbe
che quel popolo è il più casto e il più austero della terra. Ma sono mere
apparenze. Quello stesso turco che arrossisce fino alle orecchie se gli si
domanda come sta la sua sposa, manda i suoi bimbi e le sue bimbe a sentire le
turpissime oscenità di Caragheus, che corrompe la loro fantasia prima che si
sian svegliati i loro sensi; ed egli stesso dimentica sovente le dolcezze
dell’arem per le voluttà nefande di cui diede il primo esempio famoso Baiazet
la folgore, e non l’ultimo, probabilmente, Mahmut il riformatore. E quando non
ci fosse altro, basterebbe quel Caragheus a dare nello stesso tempo un’immagine
e una prova della profonda corruzione che si nasconde sotto il velo
dell’austerità musulmana. È una figurina grottesca che rappresenta la
caricatura del turco del mezzo ceto, una specie d’ombra chinese, che muove le
braccia, le gambe e la testa dietro un velo trasparente, e fa quasi sempre da
protagonista in certe commediole strampalatamente buffonesche, di cui il
soggetto è per lo più un intrigo amoroso. Egli è un quissimile, ma depravato,
di Pulcinella: sciocco, furbo e cinico, lussurioso come un satiro, sboccato
come una baldracca, e fa ridere, anzi urlare d’entusiasmo l’uditorio con ogni
sorta di lazzi, di bisticci e di gesticolamenti stravaganti, che sono o
nascondono ordinariamente un’oscenità. E di che natura siano queste oscenità, è
facile immaginarlo quando si sappia che se Caragheus nello spirito somiglia a
Pulcinella, nel corpo somiglia a Priapo; della quale somiglianza, prima che la
censura restringesse d’alquanto la sua libertà sconfinata, egli dava tratto
tratto la prova visibile alla platea, e spesso tutta la commedia girava sopra
questo nobilissimo perno.
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