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Ma che cosa doveva essere
quella città nei bei tempi della gloria ottomana! Io non potevo levarmi dalla
testa questo pensiero. Allora, dal Bosforo tutto bianco di vele, non s’alzava un
nuvolo di fumo nero a macchiar l’azzurro del cielo e delle acque. Nel porto e
nei seni del Mar di Marmara, fra le vecchie navi da guerra, dalle alte poppe
scolpite, dalle mezzelune d’argento, dagli stendardi di porpora, dai fanali
d’oro, galleggiavano carcasse fracassate e insanguinate di galere genovesi,
veneziane e spagnuole. Sul Corno d’oro non v’erano ponti: da una sponda
all’altra guizzava perpetuamente una miriade di barchette pompose, in mezzo
alle quali spiccavano di lontano le lancie bianchissime del serraglio, coperte
di baldacchini scarlatti dalle frangie dorate, e condotte da rematori vestiti
di seta. Scutari era ancora un villaggio; di là da Galata non si vedevano che
case sparpagliate per la campagna; nessun grande palazzo alzava ancora la testa
sopra la collina di Pera; l’aspetto della città era meno grandioso che non è
ora; ma era più schiettamente orientale. La legge che prescriveva i colori
essendo ancora in vigore, dai colori delle case si riconosceva la religione
degli abitanti: Stambul era tutta gialla e rossa, fuorchè gli edifizi pubblici
e sacri ch’erano bianchi come la neve; i quartieri armeni erano cinerini
chiari, i quartieri greci cinerini carichi, i quartieri ebrei pavonazzi. Era
universale, come in Olanda, la passione dei fiori, e i giardini parevan grandi
mazzi di giacinti, di tulipani e di rose. La vegetazione rigogliosa delle
colline non essendo ancora atterrata dai nuovi sobborghi, Costantinopoli
presentava l’immagine d’una città nascosta in una foresta. Dentro non c’eran che
viuzze; ma le abbelliva una folla meravigliosamente pittoresca. Non si vedevano
che turbanti enormi, che davano alla popolazione mascolina un’apparenza
colossale e magnifica. Tutte le donne, fuor che la madre del sultano, essendo
rigorosamente velate, e in modo da non lasciar vedere che gli occhi, formavano
una popolazione a parte, anonima ed enimmatica, che spandeva per tutta la città
un’aura di mistero gentile. Una legge severa determinando il vestiario di
tutti, si distinguevano dalle forme dei turbanti e dai colori dei caffettani i
ceti, i gradi, gli uffici, le età, come se Costantinopoli fosse un’immensa
corte. Il cavallo essendo ancora quasi «il solo cocchio dell’uomo», giravano
per le vie migliaia di cavalieri, e le lunghe file dei cammelli e dei dromedarii
dell’esercito che attraversavano la città in tutte le direzioni le davano
l’aspetto selvaggio e grandioso d’un’antica metropoli asiatica. Le arabà
dorate, tratte dai buoi, s’incrociavano colle carrozze rivestite di panno verde
degli ulemi, con quelle rivestite di panno rosso dei Kadì-aschieri, colle
talike leggerissime dalle tendine di raso, colle bussole ornate di pitture
fantastiche. Schiavi di tutti i paesi, dalla Polonia all’Etiopia, passavano a
frotte, facendo risuonare le loro catene ribadite sui campi di battaglia. Sui
crocicchi, nelle piazze, nei cortili delle moschee, si vedevano gruppi di
soldati vestiti di cenci gloriosi, che mostravano le braccia monche e le
cicatrici ancor fresche delle ferite toccate a Vienna, a Belgrado, a Rodi, a Damasco.
Centinaia di rapsodi dalla voce tonante e dal gesto ispirato raccontavano, in
mezzo a crocchi di musulmani superbi, le gesta degli eserciti che combattevano
a tre mesi di marcia da Stambul. I pascià, i bey, gli agà, i musselim,
un’infinità di dignitari e di gran signori, vestiti con uno sfarzo teatrale,
accompagnati da frotte di servi, fendevano la folla che si curvava al loro
passaggio come una messe sotto il soffio del vento; passavano, con un corteo da
principi, ambasciatori di tutti gli Stati d’Europa, venuti a chieder pace o
alleanza; sfilavano carovane cariche di doni di re affricani ed asiatici;
sciami di silidar e di spahì fastosi e insolenti, trascinavano per le vie i
sciaboloni macchiati del sangue di venti popoli, e i bei paggi greci ed ungheresi
del serraglio, vestiti come piccoli re, passeggiavano alteramente fra la
moltitudine ossequiosa, che rispettava in loro i capricci snaturati del suo
Signore. Qua e là, dinanzi alle porte, si vedeva un trofeo di bastoni nodosi:
era un corpo di guardia di Giannizzeri, che allora esercitavano la polizia
nell’interno della città. S’incontravano degli ebrei che portavano nel Bosforo
il corpo dei giustiziati; si trovava ogni mattina nel Balik-bazar qualche
cadavere disteso in terra, con la testa sotto l’ascella destra, la sentenza sul
petto e una pietra sulla sentenza; si vedevano per le vie nobili impiccati al
primo gancio o alla prima trave che avevan trovata i carnefici frettolosi;
s’inciampava di notte in qualche disgraziato buttato in mezzo alla strada da
una stanza di tortura dove gli avevano spezzato i piedi e le mani con una
mazza; si vedevano sotto il sole di mezzogiorno dei mercanti colti in frode
inchiodati per un orecchio all’uscio della loro bottega. E non c’essendo ancora
la legge che restrinse poi la libertà sconfinata delle sepolture, si vedevano
scavar fosse e sotterrar morti, ad ogni ora del giorno, nei giardini, nei
vicoli, nelle piazze, dinanzi alle porte delle case. Si sentivano nei
cortili gli urli dei montoni e degli agnelli scannati in olocausto ad Allà per
le nascite e per le circoncisioni. A quando a quando passava di galoppo un
drappello d’eunuchi gridando e minacciando, le vie si facevano deserte, le
porte si chiudevano, le finestre si coprivano, un intiero quartiere pareva
morto: e allora passavano in una fila di carrozze luccicanti le belle del Gran
Signore, che empievano l’aria di profumi e di risa. Qualche volta un
personaggio della corte, attraversando una strada affollata, impallidiva
improvvisamente alla vista di sei popolani di meschina apparenza che entravano
in una bottega: quei sei popolani erano il sultano, quattro ufficiali e un
carnefice, che giravano di bottega in bottega per verificare i pesi e le
misure. In tutto quanto il corpo enorme di Costantinopoli ribolliva una vita
pletorica e febbrile. Il tesoro riboccava di gemme, gli arsenali, d’armi, le
caserme, di soldati, i caravanserai, di viaggiatori; il mercato di schiavi era
un formicaio di belle, di mercantesse e di gran signori; i dotti s’affollavano
nei grandi archivii delle moschee; i vizir dalla lunga lena preparavano alle
generazioni future gli annali sterminati dell’impero; i poeti, pensionati dal
serraglio, si raccoglievano nei bagni a cantare le guerre e gli amori
imperiali; turbe d’operai bulgari ed armeni lavoravano ad innalzar moschee con
blocchi di granito d’Egitto e di marmo di Paros, mentre per mare arrivavano le
colonne dei tempii dell’Arcipelago e per terra le spoglie delle chiese di Pest
e di Ofen; nel porto si allestivano le flotte di trecento vele che dovevano
portare il terrore su tutte le rive del Mediterraneo; fra Stambul e Adrianopoli
si spandevano cavalcate di settemila falconieri e di settemila guardacaccia, e
negl’intervalli delle rivolte soldatesche, delle guerre lontane, degli incendi
che riducevano in cenere ventimila case in una notte, si celebravano feste di
trenta giorni dinanzi ai plenipotenziarii di tutti gli stati dell’Affrica,
dell’Asia e dell’Europa. Allora l’entusiasmo musulmano diventava follia. Al
cospetto del Sultano e della corte, in mezzo a quelle smisurate palme di nozze,
cariche d’uccelli, di frutti e di specchi, per dar passo alle quali si
atterravano le case e le mura; in mezzo a file di leoni e di sirene di
zucchero, portati da cavalli ingualdrappati di damasco argentato; in mezzo a
monti di doni reali recati da tutte le parti dell’Impero e da tutte le corti
del mondo, si alternavano le finte battaglie dei giannizzeri, i balli furiosi
dei dervis, le mischie sanguinose dei prigionieri cristiani, i banchetti
popolari di diecimila piatti di cuscussù; nell’Ippodromo danzavano gli elefanti
e le giraffe; si sguinzagliavano tra la folla gli orsi e le volpi coi razzi
alla coda; alle pantomime allegoriche succedevano le danze lascive, le
mascherate grottesche, le processioni fantastiche, le corse, i carri simbolici,
i giochi, le commedie, le ridde; la festa degenerava a poco a poco, col calar
della notte, in un tumulto forsennato, e cinquecento moschee scintillanti di
lumi formavano sopra la città un’immensa aureola di foco che annunziava ai
pastori delle montagne dell’Asia e ai naviganti della Propontide, le orgie
della nuova Babilonia. Così era Stambul, la sultana formidabile, voluttuosa e
sfrenata; appetto alla quale la città d’oggi non è più che una vecchia regina
malata d’ipocondria.
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