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Dopo aver fatto un giro per
Balata, non è delle peggio, come si dice a Firenze, l’andare a fare un bagno
turco. Le case dei bagni si riconoscono di fuori: sono edifizi senza
finestre, della forma di piccole moschee, sormontati da una cupola e da alti
camini conici, che fumano perpetuamente. Ma prima d’entrare, bisogna pensarci
due volte, e domandarsi quid valeant humeri, perchè non tutti possono
resistere all’aspro governo che si fa d’un uomo fra quelle mura
salutari. Io confesso che dopo quello che ne avevo inteso dire, c’entrai con un
po’ di trepidazione; e i lettori vedranno che ero da compatire. Ripensandoci,
mi sento uscire dalle tempie due goccioline di sudore che aspettano ch’io sia
nel vivo della descrizione per filarmi giù per le guancie. Ecco dunque quello
che fu fatto della mia povera persona. Entro timidamente e mi trovo in una gran
sala che mi lascia un momento incerto, se sia un teatro o un ospedale. Nel
mezzo zampilla una fontana, coronata di fiori; e lungo le pareti gira una
galleria di legno, dove dormono profondamente o fumano sonnecchiando alcuni
turchi sdraiati su materasse e ravvolti dalla testa ai piedi in pannolini bianchissimi.
Mentre guardo intorno in cerca del bagnaiuolo, due tarchiati mulatti seminudi,
sbucati non so di dove, mi si rizzano dinanzi come due spettri, e mi domandano
tutti e due insieme con voce cavernosa: Hammamun? (bagno?) – Evvet (sì)
rispondo con un filo di voce. Mi accennano di seguirli e mi rimorchiano su per
una scaletta di legno in una stanza piena di stuoie e di cuscini, dove mi fanno
capire che mi debbo spogliare. Mi stringono una stoffa azzurra e bianca intorno
alle reni, mi raspano la testa con un pezzo di mussolina, mi fanno infilare due
zoccoli colossali, mi pigliano sotto le braccia come un ubbriaco e mi
conducono, o piuttosto mi traducono in un’altra sala calda e semi-oscura, dove
mi distendono sopra un tappeto e stanno ad aspettare colle mani sui fianchi che
mi si ammorbidisca la pelle. Tutti questi apparecchi, che somigliano molto a
quelli d’un supplizio, mi mettono addosso una inquietudine, la quale si cangia
in un sentimento anche meno onorevole, quando i due aguzzini mi toccano la fronte,
si scambiano uno sguardo che significa: – può resistere – e par che vogliano
dire: – alla ruota – e ripigliandomi per le braccia mi accompagnano in una
terza sala. Qui provo una sensazione stranissima. Mi par d’essere in un tempio
sottomarino. Vedo vagamente, a traverso un velo bianco di vapori, delle alte
pareti marmoree, delle colonne, degli archi, la vôlta d’una cupola finestrata,
da cui scendono dei raggi di luce rossa, azzurra e verde, dei fantasmi bianchi
che vanno e vengono rasente le pareti, e nel mezzo della sala, uomini seminudi
distesi sul pavimento come cadaveri, sui quali altri uomini seminudi stanno
chinati nell’atteggiamento di medici che facciano un’autopsia. La temperatura
della sala è tale che, appena entrato, mi sento tutto in sudore, e mi pare che
non potrò più uscir di là che sotto la forme d’un fiumicello, come l’amante
d’Aretusa. I due mulatti trasportano il mio corpo in mezzo alla sala e lo
adagiano sopra una specie di tavola anatomica, che è una grande lastra di marmo
bianco, rilevata dal pavimento, sotto la quale ardono le stufe. La lastra
scotta ed io vedo le stelle; ma oramai ci sono e bisogna striderci. I due
mulatti cominciano la vivisezione, canterellando una canzonetta funebre.
Mi pizzicano le braccia e le gambe, mi premono i muscoli, mi fanno
scricchiolare le articolazioni, mi fregano, mi strizzano, mi stropicciano; mi
fanno voltar bocconi, e ricominciano; mi rimettono supino, e tornan da capo; mi
stirano e mi schiacciano come un fantoccio di pasta, a cui vogliano dare una forma
che hanno in mente, e non ci riescano, e ci s’arrabbino; poi pigliano un po’ di
respiro; poi di nuovo pizzicotti e strizzatine e schiacciature da farmi temere
che sia quello il mio ultimo quarto d’ora. Finalmente, quando tutto il mio
corpo schizza acqua come una spugna spremuta, quando mi vedono circolare il
sangue sotto la pelle, quando s’accorgono che proprio non ci posso più reggere,
tiran su i miei resti da quel letto di tortura, e li portano in un angolo,
dinanzi a una piccola nicchia, dove sono due cannelle di rame, che gettano
acqua calda e acqua fresca in una vaschetta di marmo. Ma, ahimè! qui comincia
un altro martirio. E veramente la cosa piglia un certo andare, che, senza
celia, io mi domando se non è il caso di appoggiare un cappiotto a destra e uno
scopaccione a sinistra, e di battermela come mi trovo. Uno dei due tormentatori
si mette un guanto di pelo di cammello e comincia a fregarmi la schiena, il
petto, le braccia e le gambe, colla grazia con cui striglierebbe un cavallo, e
la strigliatura si prolunga per la bellezza di cinque minuti. Finita la
strigliatura, mi rovesciano addosso un torrente d’acqua tepida, e ripigliano
fiato. E lo ripiglio anch’io, ringraziando il cielo che sia finita. Ma non è
finita! Il mulatto feroce si leva il guanto e ricomincia l’operazione colla
mano nuda, ed io m’indispettisco e gli fo cenno di smettere, e lui, mostrandomi
la mano, mi prova, con mia grande meraviglia, che deve fregare ancora. Finito
di fregare, un altro rovescio d’acqua, e poi un’altra operazione. Prendono
tutti e due uno strofinaccio di stoppa imbevuto di sapone di Candia, e
m’insaponano dalla testa ai piedi. Finita l’insaponata, un altro diluvio
d’acqua profumata, e poi da capo lo strofinamento colla stoppa. Ma questa
volta, come dio vuole, la stoppa è asciutta e strofinano per asciugare.
Asciugato che sono, mi rifasciano la testa, mi rimettono il grembiale, mi
ravvolgono in un lenzuolo, mi riconducono nella seconda sala, e dopo una sosta
di qualche minuto, mi fanno rientrar nella prima. Qui trovo una materassa
tepida sulla quale mi distendo mollemente e i due esecutori di giustizia mi
danno gli ultimi pizzicotti per rendere uguale in tutte le membra la
circolazione del sangue. Ciò fatto, mi mettono un cuscino ricamato sotto la
testa, una coperta bianca addosso, una pipa in bocca, una limonata accanto, e
mi lascian lì fresco, leggiero, odoroso, colla mente serena, col cuore
contento, con un senso così puro e così giovanile della vita, che mi par
d’esser nato allora, come Venere, dalla spuma del mare, e di sentirmi frullare
sopra la testa le ali degli amorini.
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