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SANTA SOFIA
Ed ora, se
anche un povero scrittore di viaggi può invocare una musa, io la invoco a mani
giunte perchè la mia mente si smarrisce «in faccia al nobile subbietto» e le
grandi linee della basilica bizantina mi tremano dinanzi come un’immagine
riflessa da un’acqua agitata. La musa m’ispiri, Santa Sofia m’illumini e
l’imperatore Giustiniano mi perdoni.
Una bella mattina
d’ottobre, accompagnati da un cavas turco del Consolato d’Italia e da un
dracomanno greco, andammo finalmente a visitare il «paradiso terrestre, il
secondo firmamento, il carro dei cherubini, il trono della gloria di Dio, la
meraviglia della terra, il maggior tempio del mondo dopo San Pietro». La quale
ultima sentenza, – lo sappiano i miei amici di Burgos, di Colonia, di Milano,
di Firenze, – non è mia, e non oserei farla mia; ma l’ho citata, colle altre,
perchè è una delle molte espressioni consacrate dall’entusiasmo dei Greci, che
il nostro dracomanno ci andava ripetendo per via. E avevamo scelto
pensatamente, insieme a un vecchio cavas turco, un vecchio dracomanno greco,
colla speranza, che non fu delusa, di sentire nelle loro spiegazioni e nelle
loro leggende cozzare le due religioni, le due storie, i due popoli; e che
l’uno ci avrebbe esaltato la chiesa l’altro magnificato la moschea, in modo da
farci vedere Santa Sofia come dev’esser veduta: con un occhio di cristiano e un
occhio di turco.
La mia aspettazione era
grande e la curiosità vivissima; eppure, strada facendo, pensavo come penso
ancora, che non c’è monumento famoso, e sia pure degno della sua fama, dal
quale venga all’anima una commozione così vivamente e schiettamente piacevole
com’è quella che si prova nell’andarlo a vedere. Se dovessi rivivere un’ora di
tutti i giorni in cui vidi qualche grande cosa, sceglierei quella che passò fra
il momento in cui dissi: – Andiamo –; e il momento in cui intesi dire: –
Siamo giunti. Le più belle ore dei viaggi son quelle. Andando, par di sentirsi
ingrandir l’anima come per contenere il sentimento di ammirazione che vi
sorgerà tra poco; si rammentano i desiderii della prima giovinezza, che parevan
sogni; si rivede un vecchio professore di geografia che, dopo aver segnato
Costantinopoli sulla carta d’Europa, traccia per aria, con una presa di tabacco
tra le dita, le linee della grande basilica; si vede quella stanza, quel
caminetto, dinanzi al quale, nel prossimo inverno, si descriverà il monumento
in mezzo a un cerchio di visi meravigliati ed immobili; si sente sonar quel
nome di Santa Sofia nella testa, nel cuore, nelle orecchie, come il nome d’un
essere vivo che ci aspetti e ci chiami per rivelarci qualche grande segreto; si
vedono apparire sul nostro capo archi e pilastri prodigiosi d’edifizii che si
perdono nel cielo; e quando si è a pochi passi dalla meta, si prova ancora un
piacere inesprimibile a soffermarsi per guardare un ciottolo, per veder fuggire
una lucertola, per raccontare una barzelletta, per perdere un po’ di tempo, per
ritardare di qualche minuto quel momento che s’è desiderato per vent’anni e che
si ricorderà per tutta la vita. Per modo che rimane assai poca cosa di questi
celebrati piaceri dell’ammirazione, se si toglie il sentimento che li precede e
quello che li segue. È quasi sempre un’illusione, seguita da un leggiero
disinganno, dal quale noi, ostinati, facciamo pullulare altre illusioni.
La moschea di Santa Sofia è
posta in faccia all’entrata principale dell’antico Serraglio.
Arrivando,
però, nella piazza che si stende dinanzi al Serraglio, la prima cosa che attira
gli occhi, non è la moschea, ma la fontana famosa del Sultano Ahmed III.
È uno dei più originali e
più ricchi monumenti dell’arte turca. Ma più che un monumento, è un vezzo di
marmo, che un galante sultano mise in fronte alla sua Stambul in un momento
d’amore. Io credo che non lo possa descriver bene che una donna. La mia penna
non è abbastanza fina per ritrarne l’immagine. A prima vista, non si direbbe
una fontana. Ha la forma d’un tempietto quadrato, ed è coperto da un tetto alla
chinese, che spinge le sue falde ondulate molto al di fuori dei muri, e gli dà
una vaga apparenza di pagoda. Ai quattro angoli vi sono quattro torricciuole
rotonde, munite di finestrine ingraticolate, o piuttosto quattro chioschetti di
forma gentilissima, ai quali corrispondono, sopra il tetto, altrettante
cupolette svelte, sormontate ciascuna da una guglia graziosa; le quali fanno
corona a una cupoletta più grande, posta nel mezzo. In ciascuno dei quattro
muri ci sono due nicchie eleganti; fra le nicchie un arco a sesto acuto; sotto
l’arco, una cannella che versa l’acqua in una piccola vasca. Intorno
all’edifizio gira una iscrizione che dice: – Questa fontana ti parla della sua
età nei seguenti versi del sultano Ahmed: volgi la chiave di questa sorgente
pura e tranquilla e invoca il nome di Dio; bevi di quest’acqua inesauribile e
limpida e prega per il Sultano. – Il piccolo edifizio è tutto di marmo bianco,
che appena apparisce sotto gl’infiniti ornamenti che coprono i muri; sono
archetti, nicchiette, colonnine, rosoni, poligoni, nastri, ricami di marmo,
dorature su fondo azzurro, frangie intorno alle cupole, intarsiature
sotto il tetto, musaici di cento colori, arabeschi di mille forme, che par che
s’intrichino a fissarvi lo sguardo, ed irritano quasi il senso
dell’ammirazione. Non c’è lo spazio d’una mano che non sia scolpito, miniato,
tormentato. È un prodigio di grazia, di ricchezza e di pazienza, da tenersi
sotto una campana di cristallo; una cosa che pare non sia fatta soltanto per
gli occhi, ma che debba avere un sapore, e se ne vorrebbe succhiare una
scheggia; uno scrigno, che si vorrebbe aprire, per vedere che cosa c’è dentro:
se una dea bambina o una perla enorme o un anello fatato. Il tempo n’ha in
parte sbiadito le dorature, confusi i colori e anneriti i marmi. Che cosa
doveva essere questo gioiello colossale quando fu scoperto la prima volta,
tutto nuovo e sfolgorante, agli occhi del Salomone del Bosforo, cento e
sessant’anni or sono? Ma così vecchio e nero come si ritrova, tiene ancora il
primato su tutte le piccole meraviglie di Costantinopoli; ed oltre a ciò, è un
monumento così schiettamente turco, che visto una volta, si fissa per sempre
nella memoria in mezzo a quel certo numero d’immagini, che balenano poi tutte
insieme alla mente ogni volta che ci suoni all’orecchio il nome di Stambul, e
formano come il fondo del quadro orientale, su cui si moverà perpetuamente il
nostro pensiero.
Dalla fontana si vede la
moschea di Santa Sofia, che chiude un lato della piazza.
L’aspetto esterno non ha
nulla di notevole. La sola cosa che arresti lo sguardo sono i quattro altissimi
minareti bianchi, che sorgono ai quattro angoli dell’edifizio su piedestalli
grandi come case. La cupola famosa sembra piccina. Non pare che possa essere
quella medesima cupola che si vede rotondeggiare nell’azzurro, come la testa
d’un titano, da Pera, dal Bosforo, dal mar di Marmara e dalle colline
dell’Asia. È una cupola schiacciata, fiancheggiata da due mezze cupole, rivestita
di piombo, coronata di finestre, che s’appoggia su quattro muri dipinti a
larghe striscie bianche e rosate, sostenuti alla loro volta da enormi
contrafforti, intorno ai quali sorgono confusamente molti piccoli edifizii
d’aspetto meschino, – bagni, scuole, mausolei, ospizi, cucine pei poveri. – che
nascondono l’antica forma architettonica della basilica. Non si vede che una
mole pesante, irregolare, di color scialbo, nuda come una fortezza, e non tanto
grande all’apparenza, da far supporre a chi non lo sappia che vi sia dentro il
vano immenso della navata di Santa Sofia. Della basilica antica non apparisce
propriamente che la cupola, la quale pure ha perduto lo splendore argentino che
si vedeva, a detta dei Greci, dalla sommità dell’Olimpo. Tutto il rimanente è
musulmano. Un minareto fu innalzato da Maometto il Conquistatore, un altro da
Selim II, gli altri due dal terzo Amurat. Dello stesso Amurat sono i
contrafforti innalzati sulla fine del sedicesimo secolo per sostenere i muri
stati scossi da un terremoto, e la smisurata mezzaluna di bronzo, piantata
sulla sommità della cupola, di cui la sola doratura costò cinquantamila ducati.
L’antico atrio è sparito; il battisterio convertito in mausoleo di Mustafà e
d’Ibraim I quasi tutti gli altri piccoli edifizii annessi alla chiesa greca, o
distrutti, o nascosti da nuovi muri, o trasformati in maniera che non si
riconoscono. Da tutte le parti la moschea stringe, opprime e maschera la
chiesa, che non ha più libero che il capo, sul quale però vigilano, come quattro
sentinelle gigantesche i quattro minareti imperiali. Dalla parte d’Oriente v’è
una porta ornata di sei colonne di porfido e di marmo; a mezzogiorno un’altra
porta per cui s’entra in un cortile, circondato d’edifìci bassi e disuguali, in
mezzo al quale zampilla una fontana per le abluzioni, coperta da un tempietto
arcato, sostenuto da otto colonnine. A guardarla di fuori, non si
distinguerebbe Santa Sofia dalle altre grandi moschee di Stambul, se non perchè
è meno bianca e meno leggiera; e molto meno passerebbe pel capo che sia quello
«il maggior tempio del mondo dopo San Pietro».
Le nostre
guide ci condussero, per una stradicciuola che fiancheggia il lato
settentrionale dell’edifizio, a una porta di bronzo che girò lentamente sui
cardini, ed entrammo nel vestibolo.
Questo vestibolo, che è una
lunghissima ed altissima sala, rivestita di marmo e ancora luccicante qua e là
degli antichi mosaici, dà accesso alla navata dal lato orientale per nove
porte, e dal lato opposto metteva anticamente, per altre cinque porte, in un
altro vestibolo, che per altre tredici porte comunicava coll’atrio.
Appena oltrepassata la
soglia, mostrammo il nostro firmano d’entrata a un sacrestano in turbante,
infilammo le pantofole, e a un cenno delle guide, ci avvicinammo, trepidando, alla
porta di mezzo del lato orientale, che ci aspettava spalancata.
Messo appena
il piede nella navata, rimanemmo tutti e due come inchiodati.
Il primo effetto,
veramente, è grande e nuovo.
Si abbraccia con uno sguardo
un vuoto enorme, un’architettura ardita di mezze cupole che paion sospese
nell’aria, di pilastri smisurati, di archi giganteschi, di colonne colossali,
di gallerie, di tribune, di portici, su cui scende da mille grandi finestre un
torrente di luce; un non so che di teatrale e di principesco, più che di sacro;
una ostentazione di grandezza e di forza, un’aria d’eleganza mondana, una
confusione di classico, di barbaro, di capriccioso, di presuntuoso, di
magnifico; una grande armonia, in cui, alle note tonanti e formidabili dei
pilastri e degli archi ciclopici, che rammentano le cattedrali nordiche, si
mescono gentili e sommesse cantilene orientali, musiche clamorose dei conviti
di Giustiniano e d’Eraclio, echi di canti pagani, voci fioche d’un popolo effeminato
e stanco, e grida lontane di Vandali, d’Avari e di Goti; una grande
maestà sfregiata, una nudità sinistra, una pace profonda; un’idea della
basilica di San Pietro raccorciata e intonacata, e della basilica di San Marco ingigantita
e deserta; un misto non mai veduto di tempio, di chiesa e di moschea, d’aspetti
severi e d’ornamenti puerili, di cose antiche e di cose nove, e di colori
disparati, e d’accessorii sconosciuti e bizzarri; uno spettacolo, insomma, che
desta un sentimento di stupore insieme e di rammarico, e fa stare per qualche
tempo coll’animo incerto, come cercando una parola che esprima ed affermi il
proprio pensiero.
L’edifizio è fabbricato
sopra un rettangolo quasi equilatero, nel mezzo del quale s’innalza la cupola
maggiore, sorretta da quattro grandi archi, i quali posano su quattro pilastri
altissimi, che sono come l’ossatura di tutta la basilica. Ai due archi che si
presentano in faccia a chi entra, si appoggiano due grandi semicupole, le quali
coprono tutta la navata, e ciascuna d’esse s’apre in altre due semicupole
minori, che formano come quattro tempietti rotondi nel grande tempio. Fra i due
tempietti della parte opposta all’entrata, s’apre l’abside, pure coperta da una
vôlta a quarto di sfera. Sono dunque sette mezze cupole che fanno corona alla
cupola maggiore, due sotto questa, e cinque sotto quelle due, senza punto
d’appoggio apparente, in modo che presentano tutte insieme un aspetto di
leggerezza meravigliosa, e sembrano davvero, come disse un poeta greco, appese
per sette fili alla volta del cielo. Tutte queste cupole sono rischiarate da
grandi finestre arcate e simmetriche. Fra i quattro pilastri enormi che formano
un quadrato nel mezzo della basilica, s’alzano, a destra e a sinistra di chi
entra, otto meravigliose colonne di breccia verde, su cui s’incurvano degli
archi graziosi scolpiti a fogliami, che formano un porticato elegantissimo ai
due lati della navata, e sorreggono a una grande altezza due vaste gallerie, le
quali presentano due altri ordini di colonne e d’archi scolpiti. Una terza
galleria, che comunica colle due prime, corre lungo tutto il lato dell’entrata,
e s’apre sulla navata con tre grandi archi, sostenuti da colonne gemelle. Altre
gallerie minori, sostenute da colonne di porfido, tramezzano i quattro
tempietti posti alle estremità della navata, e sorreggono altre colonne, sulle
quali s’appoggiano delle tribune. Questa è la basilica. La moschea è come
sparpagliata nel suo seno e appiccicata alle sue mura. Il Mirab, – la nicchia
che indica la direzione della Mecca, – è scavato in un pilastro dell’abside.
Alla sua destra, in alto, è appeso uno dei quattro tappeti, su cui Maometto
faceva le sue preghiere. Sull’angolo dell’abside più vicino al Mirab, in cima a
una scaletta ripidissima, fiancheggiata da due balaustrate di marmo scolpite
con una delicatezza magistrale, sotto un bizzarro tetto conico, in mezzo a due
bandiere trionfali di Maometto II, sporge il pulpito dove sale il Ratib a
leggere il Corano, con una scimitarra sguainata nel pugno, per significare che
Santa Sofia è moschea conquistata. In faccia al pulpito v’è la tribuna del
Sultano, coperta da una graticola dorata. Altri pulpiti, o specie di terrazze,
munite di balaustrate scolpite a giorno, e sorrette da colonnine di marmo e da
archi arabescati, si stendono qua e là lungo i muri o s’avanzano verso il mezzo
della navata. A destra e a sinistra dell’entrata, ci sono due enormi urne
d’alabastro, rinvenute fra le rovine di Pergamo, e fatte trasportare a
Costantinopoli da Amurat III. Dai pilastri, a una grande altezza, pendono dei
dischi verdi smisurati, con iscrizioni del Corano a caratteri d’oro. Di sotto
sono attaccate ai muri delle grandi cartelle di porfido, che portano scritti i
nomi d’Allà, di Maometto e dei quattro primi Califfi. Negli angoli formati dai
quattro archi che sostengono la cupola si vedono ancora le ali gigantesche di
quattro cherubini di musaico, ai quali è stato coperto il viso con un rosone
dorato. Dalle volte delle cupole pendono innumerevoli cordoni di seta, che
misurano quasi tutta l’altezza della basilica, e sostengono ova di struzzo,
lampade di bronzo cesellato e globi di cristallo. Qua e là si vedono dei leggii
di legno a ìccase, intarsiati di madreperla e di rame, con su dei Corani
manoscritti. Il pavimento è coperto di tappeti e di stuoie. I muri son nudi,
biancastri, giallognoli, grigi oscuri, ornati ancora in qualche punto di
musaici scoloriti. L’aspetto generale, triste.
La prima meraviglia della
moschea è la grande cupola. Guardandola dal mezzo della navata, par davvero di
vedere, come dice la Stael della cupola di San Pietro, un abisso sospeso sul
nostro capo. È altissima, ha una circonferenza enorme e la sua profondità non è
che un sesto del suo diametro; il che la fa apparire anche più grande. Alla sua
base gira un terrazzino; sopra il terrazzino una corona di quaranta finestre ad
arco. Sulla sommità c’è scritta la sentenza che pronunciò Maometto II
arrestando il suo cavallo dinanzi all’altar maggiore della basilica, il giorno
della presa di Costantinopoli: – Allà è la luce del cielo e della terra –; e
alcune delle lettere, bianche su fondo oscuro, hanno la lunghezza di nove
metri. Come tutti sanno, questo prodigio aereo non si sarebbe potuto compiere
coi materiali ordinarii; le volte furon costrutte con pietra pomice che
galleggia sull’acqua e con mattoni dell’isola di Rodi, cinque dei quali pesano
appena quanto un mattone comune. In ogni mattone era iscritta la sentenza di
Davide: – Deus in medio eius non commovebitur. Adiuvabit eam Deus vultu suo.
– Ogni dodici giri di mattoni, si muravano nella volta delle reliquie di
santi. Mentre gli operai lavoravano, i sacerdoti cantavano; Giustiniano,
vestito d’una tunica di lino, assisteva; una folla immensa ammirava. E non c’è
da stupire quando si pensi che la costruzione di questo «secondo firmamento»
ancora meraviglioso ai giorni nostri, era un ardimento senza esempio nel sesto
secolo. Il volgo credeva che stesse su per incanto, e i turchi, per molto tempo
dopo la conquista, dovettero, pregando nella moschea di Santa Sofia, far forza
a sè stessi per volgere lo sguardo ad Oriente invece d’innalzarlo a quel «cielo
di pietra». La cupola, infatti, copre circa la metà della navata in modo che
signoreggia e rischiara tutto l’edifizio e da tutte le parti se ne vede un
segmento; e vai vai si finisce sempre per trovarvisi sotto, e tornare per la
centesima volta a farci rotear dentro il proprio sguardo e i propri pensieri,
con un brivido di piacere acuto, che somiglia alla sensazione del volo.
Vista la navata e la cupola,
non s’è che cominciato a veder Santa Sofia. Chi appena ha un’ombra di curiosità
storica, per esempio, può dedicare un’ora all’esame delle colonne. Qui ci sono
le spoglie di tutti i templi del mondo. Le colonne di breccia verde che
sostengono le due grandi gallerie, furon regalate a Giustiniano dai magistrati
d’Efeso, e appartenevano al tempio di Diana, messo in fiamme da Erostrato. Le
otto colonne di porfido che s’alzano a due a due fra i pilastri, appartenevano
al tempio del Sole innalzato da Aureliano a Balbek. Altre colonne sono del
tempio di Giove di Cizico, del tempio d’Helios di Palmira, dei templi di Tebe,
d’Atene, di Roma, della Troade, delle Cicladi, d’Alessandria; e presentano una
varietà infinita di grandezze e di colori. Tra le colonne, le balaustrate, i
piedestalli, e le lastre che rimangono dell’antico rivestimento dei muri, si
vedon marmi di tutte le cave dell’Arcipelago, dell’Asia Minore, dell’Affrica e
della Gallia. Il marmo del Bosforo, bianco, picchiettato di nero, fa
contrapposto al celtico nero venato di bianco; il marmo verde di Laconia si
riflette nel marmo azzurro di Libia; il porfido punteggiato d’Egitto, il
granito stellato di Tessaglia, il cario del monte Iassi strisciato di bianco e
di rosso, il caristio pallido screziato di ferro, mescolano i loro colori alla
porpora del marmo frigio, alla rosa del marmo di Synada, all’oro del marmo di
Mauritania, alla neve del marmo di Paros. A questa varietà di colori,
s’aggiunge la varietà indescrivibile delle forme dei fregi, dei cornicioni, dei
rosoni, dei balaustri, dei capitelli d’un bizzarro stile corinzio, in cui
s’intrecciano animali, fogliami, croci, chimere, e di altri che non
appartengono a nessun ordine, fantastici di disegno e disuguali di grandezza,
accoppiati a casaccio; e dei fusti di colonne e dei piedestalli ornati di
sculture capricciose, logorati dai secoli e scheggiati dalle scimitarre; che
presentano tutt’insieme un aspetto bizzarro di magnificenza disordinata e
barbaresca, e sono il vilipendio del buon gusto, e non se ne può staccare lo
sguardo.
Stando nella navata, però,
non si può comprendere tutta la vastità della moschea. La navata, infatti, non
ne è che una piccola parte. I due porticati che sorreggono le gallerie laterali
sono per sè soli due grandi edifizii, di cui si potrebbero fare due tempii.
Ciascuno d’essi è diviso in tre parti, separate da archi altissimi. Qui pure
colonne, architravi, pilastri, volte, tutto è enorme. Passeggiando sotto quelle
arcate, s’intravvede appena, per gl’interstizii delle colonne del tempio
d’Efeso, la grande navata, e par quasi di essere in un’altra basilica. Lo
stesso effetto si prova dalle gallerie a cui si va per una scala a spirale
d’inclinazione leggerissima, o piuttosto per una strada in salita, poichè non
ci sono gradini, e potrebbe salirvi comodamente un uomo a cavallo. Le gallerie
erano il «gineceo» ossia la parte della chiesa riserbata alle donne; i
penitenti stavano nel vestibolo, il comune dei fedeli nella navata. Ciascuna
galleria potrebbe contenere la popolazione d’un sobborgo di Costantinopoli. Non
par più di essere in una chiesa; par di passeggiare per la loggia d’un teatro
titanico, dove debba scoppiare da un momento all’altro un canto di centomila
voci. Per veder la moschea bisogna affacciarsi alla balaustrata e allora tutta
la grandezza appare. Gli archi, le volte, i pilastri, tutto è ingigantito. I
dischi verdi, che parevano da misurarsi colle braccia, coprirebbero una casa.
Le finestre sono portoni di palazzi; le ali dei cherubini sono vele di
bastimento; le tribune son piazze; la cupola dà il capogiro. Abbassando lo
sguardo si prova un’altra meraviglia. Non si credeva d’essere saliti tant’alto.
Il piano della navata è giù in fondo a un abisso, e i pulpiti, le urne di
Pergamo, le stuoie, le lampade, sembrano straordinariamente rimpicciolite. Di
là si vede meglio che di sotto una particolarità curiosa della moschea di Santa
Sofia, ed è che la navata non avendo la direzione precisa della Mecca, a cui i
musulmani debbono rivolgersi pregando, tutte le stuoie e tutti i tappeti sono
disposti obliquamente alle linee dell’edifizio, e offendono gli occhi come un
madornale errore di prospettiva. Di lassù si abbraccia bene collo sguardo e col
pensiero tutta la vita della moschea. Si vedono dei turchi inginocchiati sulle
stuoie colla fronte a terra; altri ritti come statue colle mani dinanzi al
viso, come se interrogassero le rughe delle palme; alcuni seduti a gambe
incrociate ai piedi d’un pilastro, come se riposassero all’ombra d’un albero;
qualche donna velata, in ginocchio in un angolo solitario; dei vecchi seduti
dinanzi ai leggii, che leggono il Corano; un iman che fa recitare dei
versetti sacri a un gruppo di ragazzi; e qua e là, sotto le arcate lontane e
per le gallerie, iman, ratib, muezzin, servitori della moschea, in abiti strani,
che vanno e vengono tacitamente come se non toccassero il pavimento. La melodia
vaga formata dalle voci sommesse e monotone di chi legge e di chi prega, quelle
mille lampade bizzarre, quella luce chiara ed eguale, quell’abside deserta,
quelle vaste gallerie silenziose, quella immensità, quelle memorie, quella pace
lasciano nell’animo un’impressione di grandezza e di mistero, che nè la parola
può esprimere nè il tempo può cancellare.
Ma in fondo, come già
dissi, è un’impression triste, e non diede nel falso il grande poeta che
paragonò la moschea di Santa Sofia a un« colossale sepolcro», perchè da tutte
le parti vi si vedono le traccie d’una devastazione orrenda, e si prova maggior
rammarico pensando a ciò che fu, di quello che si goda nell’ammirazione di ciò
che è ancora. Quietato il sentimento della prima meraviglia, il pensiero si
slancia irresistibilmente nel passato. E oggi ancora, dopo tre anni, non mi si
affaccia mai alla mente la grande moschea, ch’io non mi sforzi di
rappresentarmi invece la chiesa. Atterro i pulpiti musulmani, levo le lampade e
le urne, stacco i dischi, e le cartelle di porfido, riapro le porte e le
finestre murate, raschio l’intonaco che copre le pareti e le vôlte, ed ecco la
basilica intera e novissima, come tredici secoli or sono, quando Giustiniano
esclamò: – Gloria a Dio che m’ha giudicato degno di compiere quest’opera!
Salomone, io t’ho vinto! – Da qualunque parte si giri lo sguardo, tutto
luccica, scintilla e lampeggia come nelle reggie fatate delle leggende. Le
grandi pareti, rivestite di marmi preziosi, mandano dei riflessi d’oro, di
avorio, d’acciaio, di corallo, di madreperla; le innumerevoli macchiette dei
marmi, offrono l’aspetto di corone e di ghirlande di fiori; gli infiniti
mosaici di cristallo danno ai muri, su cui batte un raggio di sole, l’apparenza
di muri d’argento tempestati di diamanti. I capitelli, i cornicioni, le porte,
i fregi degli archi sono di bronzo dorato. Le vôlte dei porticati e delle
gallerie, dipinte a fuoco, offrono immagini colossali d’angeli e di santi in
campo d’oro. Dinanzi ai pilastri, nelle cappelle, accanto alle porte, in mezzo
alle colonne, si drizzano statue di marmo e di bronzo, candelabri enormi d’oro
massiccio, vangeli giganteschi appoggiati sopra leggii risplendenti come sedie
reali, alte croci d’avorio, vasi scintillanti di perle. In fondo alla navata
non si vede che un bagliore confuso come di molte cose che ardano. È la
balaustrata del coro, di bronzo dorato; è il pulpito, incrostato di
quarantamila libbre d’argento, che costò il tributo d’un anno dell’Egitto; sono
le sedie dei sette preti, il trono del patriarca, il trono dell’imperatore,
dorati, scolpiti, intarsiati, imperlati, su cui, quando scende diritta la luce,
non si può fissare lo sguardo. Al di là di questi splendori, nell’abside, si
vede uno sfolgorio più vivo. È l’altare, di cui la mensa, sostenuta da quattro
colonne d’oro, è fatta d’una fusione d’argento, d’oro, di stagno e di perle, e
il ciborio formato da quattro colonne d’argento puro, sulle quali s’innalza una
cupola d’oro massiccio, sormontata da un globo e da una croce d’oro del peso di
ducento sessanta libbre. Di là dall’altare, s’alza una figura gigantesca della
divina Sapienza che tocca il pavimento coi piedi e la vôlta dell’abside col
capo. Su tutti questi tesori splendono in alto le sette mezzecupole coperte di
mosaici di cristallo e d’oro, e la grande cupola, su cui s’allungano le
immagini smisurate degli apostoli, degli evangelisti, della Vergine e della
Croce, tutta dorata, colorita e scintillante, come una vôlta di gioielli e di
fiori. E cupole e colonne e statue e candelabri si specchiano sull’immenso
pavimento di marmo proconnesio ondulato, che visto dalle quattro porte
principali, presenta l’immagine di quattro fiumi maestosi, increspati dal
vento. Così era l’interno della basilica. Ma bisogna rappresentarsi ancora il
grande atrio, circondato di colonne e di muri rivestiti di mosaico, e ornato di
fontane di marmo e di statuette equestri; la torre da cui trentadue campane
facevano sentire i loro rintocchi formidabili alle sette colline; le cento
porte di bronzo decorate di bassorilievi e d’iscrizioni d’argento; le sale dei
sinodi, le stanze dell’Imperatore, le prigioni dei sacerdoti, il battisterio,
le vaste sacristie riboccanti di tesori, e un labirinto di vestiboli, di
triclinii, di corridoi, di scale nascoste che giravano nei fianchi
dell’edifizio e conducevano alle tribune o gli oratorii segreti. Ora si può
immaginare che spettacolo offerisse una tale basilica nelle grandi solennità di
nozze imperiali, di concilii, d’incoronazioni; quando dal palazzo enorme dei
Cesari, per una strada fiancheggiata da mille colonne, sparsa di mirto e di
fiori, profumata d’incenso e di mirra, fra le case ornate di vasi preziosi e di
parati di seta, fra due schiere d’azzurri e di verdi, fra i canti
dei poeti e i clamori degli araldi che gridavano evviva in tutte le lingue
dell’impero, veniva innanzi l’Imperatore, colla tiara sormontata da una croce,
imperlato come un idolo, seduto sopra un carro d’oro dalle tende di
porpora, tirato da due mule bianche, e circondato da un corteo di monarca
persiano; e gli andava incontro il clero pomposo nell’atrio della basilica; e
tutta quella turba di cortigiani, di scudieri, di logoteti, di protospatari, di
drongarii, di conestabili, di generali eunuchi, di governatori ladri, di
magistrati venduti, di patrizie spudorate, di senatori codardi, di schiavi, di
buffoni, di casisti, di mercenarii d'ogni paese, tutta quella canaglia fastosa,
tutto quel putridume dorato irrompeva per ventisette porte nella navata
illuminata da sei mila candelabri; e si vedeva lungo la balaustrata del coro,
sotto i portici e nelle tribune un via vai, un rimescolìo concitato di teste
chiomate e di cappe purpuree, uno sfolgorìo di berretti gemmati, di collane
d'oro, di corazze d'argento, un ricambiarsi di atti cerimoniosi, un incrociarsi
d'inchini e di sorrisi, uno strascicare affettato di zimarre di seta e di spade
di gala; e un molle profumo riempiva l'aria; e una immensa folla vigliacca
faceva risonare le vôlte di grida di gioia e d'applausi profani.
Dopo aver fatto in silenzio
parecchi giri per la moschea, lasciammo parlare le nostre guide, che
cominciarono col farci vedere le cappelle poste sotto le gallerie e spogliate
d'ogni cosa, come ogni altra parte della basilica. Alcune servono di tesorerie,
come l'opistodomo del Partenone, nelle quali i turchi che partono per un lungo
viaggio o che temono i ladri, depositano i loro denari e i loro oggetti
preziosi, e ce li lasciano anche per anni sotto la guardia di Dio; altre, chiuse
da un muro, son convertite in infermerie, in cui aspetta la guarigione o la
morte qualche malato incurabile o qualche idiota, che fanno tratto tratto
risonare la moschea di grida lamentevoli o di risate infantili. Di qui ci
ricondussero in mezzo alla navata, e cominciò il dracomanno greco a raccontar
le maraviglie della basilica. Il disegno fu tracciato, è vero, dagli architetti
Antemio di Tralles e da Isidoro di Mileto; ma è un angelo che ne ha ispirato
loro il primo concetto. È un angelo pure che ha suggerito a Giustiniano di far
aprire tre finestre nell'abside, che rappresentassero le tre persone della
Trinità. Così le cento e sette colonne della chiesa rappresentano le cento e
sette colonne che sostengono la casa della Sapienza. Per radunare i materiali
necessarii alla costruzione dell'edifizio, furono impiegati sette anni. Cento
capi mastri sopraintendevano al lavoro, e diecimila operai lavoravano nello
stesso tempo, cinque mila da una parte e cinque mila dall'altra. I muri non
erano ancora alti da terra che pochi palmi, e già s'era speso per più di
quattro cento cinquanta quintali d'oro. La spesa totale per il solo edifizio
ammontò a venticinque milioni di lire. La chiesa fu consacrata dal Patriarca
cinque anni, undici mesi e dieci giorni dopo che n'era stata messa la prima
pietra, e Giustiniano ordinò in quell'occasione dei sacrifizi, delle feste,
delle distribuzioni di danaro e di viveri, che durarono due settimane. Qui
prese la parola il cavas turco, e fu per accennarci il pilastro su cui il sultano
Maometto II, entrando vincitore in Santa Sofia, lasciò l'impronta sanguinosa
della mano destra come per suggellare la sua conquista. Poi ci mostrò, vicino
al Mirab, la così detta finestra fredda, dalla quale spira continuamente
un'aria freschissima, che ispirò le più belle prediche ai più grandi dottori
dell'Islamismo. Ci fece vedere, a un'altra finestra, la famosa pietra
risplendente, che è una lastra di marmo diafano, la quale risplende come un
pezzo di cristallo quando vi batte il raggio del sole. A sinistra di chi entra
per la porta dal lato settentrionale, ci fece toccare la colonna che suda: una
colonna rivestita di bronzo, della quale si vede il marmo sempre umido per una
piccola screpolatura del rivestimento. E infine ci indicò un blocco di marmo
cavo, portato da Betlemme, nel quale si dice che fu messo, appena nato, Sidi
Yssa «il figlio di Maria, l'apostolo di Dio, lo spirito che da lui procede, e
che merita onore in questo mondo e nell'altro». Ma mi parve che nè il turco nè
il greco ci credessero molto. Prese ancora una volta la parola il dracomanno,
passando dinanzi a una porta murata delle gallerie, per raccontare la leggenda
celebre del vescovo, e questa volta parlò con un accento di persuasione, che se
non era schietto, era ben simulato. Nel momento che i turchi irruppero nella
chiesa di Santa Sofia, un vescovo greco stava dicendo la messa all'altar
maggiore. Alla vista degl'invasori abbandonò l'altare, salì sulla galleria e,
inseguito dai soldati, scomparve per quella piccola porta, che rimase
istantaneamente chiusa da un muro di pietra. I soldati si misero a percuotere
il muro furiosamente; ma non riuscirono che a lasciarvi le traccie delle loro
armi; furono chiamati dei muratori; ma dopo aver lavorato un giorno intero coi
picconi e le stanghe, dovettero rinunziare all'impresa; ci si provarono in
seguito tutti i muratori di Costantinopoli, e tutti caddero inutilmente
spossati dinanzi al muro miracoloso. Ma quel muro si aprirà; s'aprirà il giorno
in cui la basilica profanata sarà restituita al culto di Cristo, e allora ne
uscirà il vescovo greco, vestito dei suoi abiti pontificali, col calice in
mano, col volto radiante, e risaliti i gradini dell'altare, ripiglierà la messa
nel punto a cui l'aveva lasciata; e quel giorno splenderà l'aurora di nuovi
secoli per la città di Costantino.
Al momento
d'uscire, il sacrestano turco, che ci aveva seguiti sino allora ciondolando e
sbadigliando, ci diede una manata di pezzetti di mosaico che aveva staccati
poco prima da un muro, e il dracomanno, fermandoci sulla porta, incominciò il
racconto, che gli tagliammo in bocca, della profanazione di Santa Sofia.
Ma non vorrei che altri lo
tagliasse in bocca a me ora che la descrizione della basilica mi ha ravvivato
nella mente i particolari di quella scena.
Appena sparsa la notizia,
verso le sette della mattina, che i turchi avevano superate le mura, una folla
immensa s'era rifugiata in Santa Sofia. Erano intorno a centomila persone:
soldati fuggiaschi, monaci, sacerdoti, senatori, migliaia di vergini fuggite
dai monasteri, famiglie patrizie coi loro tesori, grandi dignitari dello Stato
e principi del sangue imperiale, che correvano per le gallerie e per la navata,
e si pigiavano per tutti i recessi dell'edifizio, alla rinfusa con la feccia
del volgo, cogli schiavi, coi malfattori vomitati dalle carceri e dalle galere,
e tutta la basilica risonava di grida di terrore come un teatro affollato al
divampare d'un incendio. Quando la navata, tutte le gallerie e tutti i
vestiboli furon pieni stipati, si sbarrarono e si asserragliarono le porte, e
al frastuono dei primi momenti succedette una quiete spaventosa. Molti
credevano ancora che i vincitori non avrebbero osato profanare la chiesa di
Santa Sofia; altri aspettavano con una stupida sicurezza l'apparizione
dell'Angelo, annunziato dai profeti, il quale avrebbe sterminato l'esercito
musulmano prima che le avanguardie arrivassero alla colonna di Costantino;
altri, saliti sul terrazzo interno della grande cupola, spiavano dalle finestre
l'avanzarsi del pericolo, e ne davano notizia coi cenni ai centomila volti
smorti che guardavano in su dalle gallerie e dalla navata. Di lassù si vedeva
un'immensa nuvola bianca che copriva le mura dalle Blacherne fino alla Porta
dorata; e di qua dalle mura, quattro striscie lampeggianti, che s'avanzavano
fra le case come quattro torrenti di lava, allargandosi e rumoreggiando, in
mezzo al fumo e alle fiamme. Erano le quattro colonne assalitrici dell'esercito
turco, che cacciavano dinanzi a sè gli avanzi disordinati dell'esercito greco,
e convergevano, saccheggiando e incendiando, verso Santa Sofia, l'Ippodromo e
il palazzo imperiale. Quando le avanguardie delle colonne arrivarono sulla
seconda collina, gli squilli delle trombe risonarono improvvisamente nella
chiesa, e la moltitudine atterrita cadde in ginocchio. Ma anche in quei
momenti, molti confidavano ancora nell'apparizione dell'Angelo ed altri
speravano che un sentimento di rispetto e di terrore avrebbe arrestato
gl'invasori dinanzi alla maestà di quell'enorme edificio consacrato a Dio. Ma anche
quest'ultima illusione non tardò a dileguarsi. Gli squilli delle trombe
s'avvicinarono, un rumore confuso di armi e di grida, irrompendo dalle mille
finestre, riempì la basilica, e un minuto dopo rimbombarono i primi colpi delle
ascie ottomane sulle porte di bronzo dei vestiboli. Allora quella immensa folla
sentì il freddo della morte, e tutti si raccomandarono a Dio. Le porte
sfracellate o sgangherate rovinarono, e un'orda selvaggia di giannizzeri, di
spahì, di timmarioti, di dervis, di sciaù, lordi di polvere e di sangue,
trasfigurati dal furore della battaglia, della rapina e dello stupro, apparve
sulle soglie. Al primo aspetto della grande navata sfolgorante di tesori,
gettarono un grido altissimo di meraviglia e di gioia; poi irruppero dentro
come un torrente furioso. Una parte si precipitò sulle vergini, sulle dame, sui
patrizii, schiavi preziosi, che, istupiditi dal terrore, porsero spontaneamente
le braccia alle corde e alle catene; gli altri piombarono sulle ricchezze della
chiesa. I tabernacoli furono predati, le statue stramazzate, i crocifissi
d'avorio frantumati; i musaici, creduti gemme, disfatti a colpi di scimitarra,
caddero in pioggie scintillanti nei caffettani e nelle cappe aperte; le perle
dei vasi, scastonate dalle punte dei pugnali, saltellarono sul pavimento
inseguite come cose vive, e disputate a morsi e a sciabolate; l'altar maggiore
andò disperso in mille rottami d'oro e d'argento; le seggiole, i troni, il
pulpito, la balaustrata del coro scomparvero come stritolati da una valanga di
pietra. E intanto continuavano a irrompere nella chiesa, a ondate sanguinose,
le orde asiatiche; e in breve non si vide più che un turbinìo vertiginoso di
predoni briachi, camuffati di tiare e di abiti sacerdotali, che agitavano
nell'aria calici e ostensorii, trascinando file di s |