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DOLMA BAGCÉ
Ogni venerdì
il Sultano va a far le sue preghiere in una moschea di Costantinopoli.
Noi lo
vedemmo un giorno che andò alla moschea d’Abdul-Megid, posta sulla riva europea
del Bosforo, vicino al palazzo imperiale di Dolma Bagcé.
Per andare a
Dolma Bagcé, da Galata, si passa per il quartiere popoloso di Top-hané, fra una
grande fonderia di cannoni e un vasto arsenale; si percorre tutto il sobborgo
musulmano di Funduclù, che occupa il luogo dell’antico Aïanteion, e si riesce
in una piazza spaziosa, aperta verso il mare, di là dalla quale, lungo
la riva del Bosforo, s’innalza il palazzo famoso dove risiedono i Sultani.
È la più grande mole di
marmo che riflettano le acque dello stretto dalla collina del Serraglio alle
bocche del Mar Nero, e non si abbraccia tutta con uno sguardo che passandovi
davanti in caicco. La facciata, che si stende per la lunghezza di circa un
mezzo miglio italiano, è rivolta verso l’Asia, e si vede biancheggiare a una grande
distanza fra l’azzurro del mare e il verde cupo delle colline della riva. Non è
propriamente un palazzo perchè non c’è un unico concetto architettonico; le
varie parti sono slegate e vi si mescolano in una confusione non mai veduta lo
stile arabo, il greco, il gotico, il turco, il romano, quello del nascimento; e
colla maestà dei palazzi reali d’Europa, la grazia quasi femminea delle
moresche di Siviglia e di Granata. Piuttosto che il «palazzo» si potrebbe
chiamare «la città imperiale» come quella dell’Imperatore della China; e più
che per la vastità, per la forma, pare che debba essere abitato, non da un solo
monarca, ma da dieci re fratelli od amici, che vi passino il tempo fra gli ozi
e i piaceri. Dalla parte del Bosforo presenta una serie di facciate di teatri o
di templi, sulle quali v’è una profusione indescrivibile d’ornamenti, buttati
via, come dice un poeta turco, dalle mani d’un pazzo; che rammentano
quelle favolose pagode indiane, su cui l’occhio si stanca al primo sguardo, e
sembrano l’immagine degli infiniti capricci amorosi e fastosi dei principi
sfrenati che vivono tra quelle mura. Sono file di colonne doriche e ioniche,
leggiere come aste di lancia; finestre inquadrate in cornici a festoni e in
colonnine accannellate; archi pieni di fogliami e di fiori che s’incurvano su
porte coperte di ricami; terrazze gentili coi parapetti scolpiti a giorno;
trofei, rosoni, viticci; ghirlande che s’annodano e s’intrecciano, vezzi di
marmo che s’affollano sui cornicioni, lungo le finestre, intorno a tutti i
rilievi; una rete d’arabeschi che si stende dalle porte ai frontoni, una
fioritura, uno sfarzo e una finezza di fregi e di gale architettoniche, che
danno ad ognuno dei piccoli palazzi di cui è composto il grande edifizio
multiforme, l’apparenza d’un prodigioso lavoro di cesellatura. Pare che non
debba essere un tranquillo architetto armeno quello che n’ebbe il primo
concetto; ma un sultano innamorato il quale l’abbia visto in sogno, dormendo
tra le braccia della più ambiziosa delle sue amanti. Dinanzi si stende una fila
di pilastri monumentali di marmo bianco, uniti da cancellate dorate, che
rappresentano un intreccio delicatissimo di rami e di fiori, e che viste di
lontano sembrano cortine di trina, che il vento debba portar via. Lunghe
gradinate marmoree discendono dalle porte alla sponda e si nascondono nel mare.
Tutto è bianco, fresco, nitido come se il palazzo fosse fatto d’ieri. L’occhio
d’un artista ci potrà vedere mille errori d’armonia e di gusto; ma l’insieme di
quella mole smisurata e ricchissima, il primo aspetto di quella schiera di
reggie bianche come la neve, niellate come gioielli, coronate da quel verde,
riflesse da quelle acque, lascia un’impressione di potenza, di mistero e
d’amore, che fa quasi dimenticare la collina dell’antico Serraglio. Quelli che
ebbero la fortuna di penetrare fra quelle mura, dicono che il di dentro
corrisponde alla facciata: che son lunghe sfilate di sale dipinte a fresco di
soggetti fantastici e di colori ridenti, con porte di cedro e d’acagiù scolpite
e ornate d’oro, che s’aprono su interminabili corridoi rischiarati da una luce
dolcissima, dai quali si va in altre sale colorate di foco da cupolette di
cristallo porporino, e in stanze da bagno che sembrano scavate in un solo
blocco di marmo di Paros; e di qui su terrazze aeree, che pendono sopra
giardini misteriosi e sopra boschetti di cipressi e di rose, dai quali, per
lunghe fughe di portici moreschi, si vede l’azzurro del mare; e
finestre, terrazze, loggie, chioschetti, tutto ribocca di fiori, per tutto c’è
acqua che schizza e ricasca in piogge vaporose sulla verzura e sui marmi, e da
ogni parte s’aprono vedute divine sul Bosforo, di cui l’aria viva spande in
tutti i recessi della reggia enorme un delizioso fresco marino.
Dalla parte
di Funduclù v’è una porta monumentale, sopraccarica d’ornamenti; il Sultano
doveva uscire da quella porta e attraversare la piazza.
Non c’è altro re sulla
terra che abbia una così bella piazza per fare una uscita solenne dalla sua reggia.
Stando ai piedi della collina, si vede da un lato la porta del palazzo, che
sembra un arco di trionfo d’una regina; dall’altro la moschea graziosa di
Abdul-Megid, fiancheggiata da due minareti gentili, in faccia, il Bosforo; di
là, le colline dell’Asia, verdissime, picchiettate d’infiniti colori dai
chioschi, dai palazzi, dalle moschee, dalle ville, che presentano l’aspetto
d’una grande città parata a festa; più lontano, la maestà ridente di Scutari,
colla sua corona funebre di cipressi; e fra le due rive, un incrociarsi
continuo di legni a vela, di navi da guerra imbandierate, di vaporini affollati
che paiono colmi di fiori, di bastimenti asiatici di forme antiche e bizzarre,
di lancie del Serraglio, di barchette signorili, di stormi d’uccelli che radono
le acque: una bellezza piena d’allegria e di vita, dinanzi alla quale lo
straniero che aspetta l’uscita del corteo imperiale, non può che immaginare un
Sultano bello come un angelo e sereno come un fanciullo.
Mezz’ora prima, v’erano già
nella piazza due schiere di soldati vestiti alla zuava, che dovevano far ala al
passaggio del Sultano, e un migliaio di curiosi. Non c’è nulla di più strano
della raccolta di gente che si vede per il solito in quell’occasione. C’erano
ferme qua e là parecchie splendide carrozze chiuse, con dentro delle turche
«dell’alta signoria» guardate da giganteschi eunuchi a cavallo, immobili
accanto gli sportelli; alcune signore inglesi in carrozze da nolo scoperte;
varii crocchi di viaggiatori col cannocchiale a tracolla, fra i quali vidi il
contino conquistatore dell’albergo di Bisanzio, venuto forse, il crudele! per
fulminare d’uno sguardo di trionfo il suo rivale potente e infelice. Tra la
folla giravano parecchie figure cappellute, con un album sotto il braccio, che
mi parvero disegnatori venuti per schizzare furtivamente le sembianze
imperiali. Vicino alla banda musicale c’era una bellissima signora francese,
vestita un po’ stranamente, d’aspetto e di atteggiamenti arditi, che stava
dinanzi a tutti, che doveva essere un’avventuriera cosmopolitica venuta là per
dar nell’occhio al Gran Signore, poichè le si leggeva sul viso «la trepida
gioia d’un gran disegno». C’erano di quei vecchi turchi, sudditi fanatici e
sospettosi, che non mancano mai al passaggio del loro Sultano, perchè vogliono
proprio assicurarsi coi loro occhi che è vivo e sano per la gloria e la
prosperità dell’universo; e il Sultano esce appunto ogni venerdì per dare al
suo buon popolo una prova della propria esistenza, potendo accadere, come
accadde più volte, che la sua morte naturale o violenta sia tenuta segreta da
una congiura di corte. C’erano dei mendicanti, dei bellimbusti musulmani, degli
eunuchi sfaccendati, dei dervis. Fra questi notai un vecchio alto e sparuto,
dagli occhi terribili, immobile, che guardava verso la porta del palazzo con
un’espressione sinistra; e pensai che aspettasse il Sultano per piantarglisi
davanti e gridargli in faccia come il dervis delle Orientali al Pascià
Alì di Tepeleni: – Tu non sei che un cane e un maledetto! – Ma di questi ardimenti
sublimi non si dà più esempio dopo la sciabolata famosa di Mahmud. C’erano poi
varii gruppi di donnine turche, in disparte, che parevano gruppi di maschere, e
quella solita accozzaglia di comparse da palco scenico che è la folla di
Costantinopoli. Tutte le teste si profilavano sull’azzurro del Bosforo, e
probabilmente tutte le bocche dicevano le stesse parole.
Si cominciava a parlare
appunto in quei giorni delle stravaganze d’Abdul Aziz. Già da un pezzo si
parlava della sua insaziabile avidità di denaro. Il popolo diceva: – Mamhud
avido di sangue, Abdul-Megid di donne, Abdul-Aziz d’oro. – Tutte le speranze
che s’erano fondate su di lui, principe imperiale, quando, ammazzando un bue
con un pugno, diceva: – Così ammazzerò la barbarie, – erano già svanite d’un
pezzo. Le tendenze a una vita semplice e severa, di cui aveva dato prova nei
primi anni del suo regno, amando, come si diceva, una donna sola, e
ristringendo inesorabilmente le spese enormi del Serraglio, non erano più che
una memoria. Forse erano anche anni ed anni che aveva smesso affatto quegli
studi di legislazione, d’arte militare e di letteratura europea, di cui s’era
fatto tanto scalpore, come se in essi riposassero tutte le speranze della
rigenerazione dell’Impero. Da molto tempo non pensava più che a sè stesso. Ogni
momento correva la voce di qualche sua escandescenza contro il ministro delle
finanze che non voleva o non poteva dargli tutto il denaro ch’egli avrebbe
voluto. Alla prima obbiezione scaraventava addosso alla malcapitata Eccellenza
il primo oggetto che gli cadeva nelle mani, recitando per filo e per segno, con
quanta voce aveva in gola, la formola antica del giuramento imperiale: per il
Dio creatore del cielo e della terra, per il profeta Maometto, per le sette
varianti del Corano, per i centoventiquattromila profeti di Dio, per l’anima di
mio nonno e per l’anima di mio padre, per i miei figli e per la mia spada,
portami del danaro o faccio piantare la tua testa sulla punta del più alto
minareto di Stambul. E per un verso o per un altro veniva a capo di quel che
voleva, e il danaro estorto in quella maniera, ora lo ammucchiava e se lo
covava gelosamente come un avaro volgare, ora lo profondeva a piene mani in
capricci puerili. Oggi era il capriccio dei leoni, domani delle tigri, e mandava
incettatori nelle Indie e nell’Affrica; poi per un mese filato cinquecento
pappagalli facevano risonare i giardini imperiali della stessa parola; poi gli
pigliava il furore delle carrozze e dei pianoforti che voleva far sonare
sorretti dalla schiena di quattro schiavi; poi la mania dei combattimenti dei
galli, a cui assisteva con entusiasmo, e appendeva di sua mano una medaglia al
collo dei vincitori, e cacciava in esilio, di là dal Bosforo, i vinti; poi la
passione del gioco, dei chioschi, dei quadri; la corte pareva tornata ai tempi
del primo Ibraim; ma il povero principe non trovava pace, non faceva che
passare da una noja mortale a un’inquietudine tormentosa; era torbido e triste;
pareva che presentisse la fine infelice che lo aspettava. A volte si ficcava
nel capo di dover morire avvelenato, e per un pezzo, diffidando di tutti, non
mangiava più che ova sode; altre volte, preso dal terrore degl’incendi, faceva
togliere dalle sue stanze tutti gli oggetti di legno, persino le cornici degli
specchi. In quel tempo appunto si diceva che, per paura del fuoco, leggesse di
notte al lume d’una candela piantata in un secchio d’acqua. E malgrado queste
follie, di cui si diceva che fosse la prima cagione una cagione che non c’è
bisogno di dire, egli conservava tutta la forza imperiosa della volontà antica,
e sapeva farsi obbedire e faceva tremare i più arditi. La sola persona che
potesse sull’animo suo era sua madre, donna d’indole altera e vana, che nei
primi anni del suo regno faceva coprire di tappeti di broccato le strade dove
passava suo figlio per andare alla moschea, e il giorno dopo regalava tutti
quei tappeti agli schiavi che li andavano a levare. Però, anche nel disordine
della sua vita affannosa, fra l’uno e l’altro dei suoi grandi capricci, Abdul
Aziz aveva pure dei capricci piccolissimi, come quello di volere sopra una data
porta un dipinto a fresco di natura morta, con quei certi frutti e quei certi
fiori, combinati in quella data maniera, e prescriveva accuratamente ogni cosa
al pittore, e stava là lungo tempo a contare le pennellate, come se non avesse
altro pensiero al mondo. Di tutte queste bizzarrie, frangiate chi sa come dalle
mille bocche del Serraglio, tutta la città parlava, e forse fin d’allora
s’andavano raccogliendo le prime fila della congiura che lo rovesciò dal trono
due anni dopo. La sua caduta, come dicono i Musulmani, era già scritta, e con
essa la sentenza che fu poi pronunziata sopra di lui e sopra il suo regno. La
quale non è molto diversa da quella che si potrebbe dare su quasi tutti i
Sultani degli ultimi tempi. Principi imperiali, spinti verso la civiltà europea
da un’educazione superficiale, ma varia e libera, e dal fervore della
giovinezza desiderosa di novità e di gloria, vagheggiano, prima di salire sul
trono, grandi disegni di riforme e di rinnovamenti, e fanno il proposito fermo
e sincero di dedicare a quel fine tutta la loro vita, che dovrà essere una vita
austera di lavoro e di lotta. Ma dopo qualche anno di regno e di lotte inutili,
circondati da mille oracoli, inceppati da tradizioni e da consuetudini
avversati dagli uomini e dalle cose, spaventati dalla grandezza non prima
misurata dell’impresa, se ne sdanno sfiduciati, per domandare ai piaceri quello
che non possono avere dalla gloria, e perdono a poco a poco, in una vita tutta
sensuale, perfino la memoria dei primi propositi e la coscienza del loro
avvilimento. Così accade che al sorgere d’ogni nuovo Sultano si faccia sempre,
e non senza fondamento, un pronostico felice a cui segue sempre un disinganno.
Abdul-Aziz
non si fece aspettare. All’ora fissata, s’udì uno squillo di tromba, la banda
intonò una marcia di guerra, i soldati presentarono le armi, un drappello di
lancieri uscì improvvisamente dalla porta del palazzo, e si vide apparire il
Sultano a cavallo, che venne innanzi lentamente, seguito dal suo corteo.
Mi passò
dinanzi a pochi passi, ed ebbi tutto il tempo di considerarlo attentamente.
La mia
immaginazione fu stranamente delusa.
Il re dei re, il sultano
scialacquatore, violento, capriccioso, imperioso, – che era allora sui
quarantaquattr’anni, – aveva l’aspetto di una buonissima pasta di turco, che si
trovasse a fare il sultano senza saperlo. Era un uomo tarchiato e grasso, un
bel faccione con due grandi occhi sereni e una barba intera e corta, già un po’
brizzolata di bianco; aveva una fisonomia aperta e mansueta, un atteggiamento
naturalissimo, quasi trascurato; e uno sguardo quieto e lento in cui non
appariva la minima preoccupazione dei mille sguardi che gli erano addosso.
Montava un cavallo grigio bardato d’oro, di bellissime forme, tenuto per le
briglie da due palafrenieri sfolgoranti. Il corteo lo seguiva a grande
distanza, e da questo solo si poteva capire che era il Sultano. Il suo
vestimento era modestissimo. Aveva un semplice fez, un lungo soprabito di color
scuro abbottonato fin sotto il mento, un paio di calzoni chiari e gli stivali
di marocchino. Veniva innanzi lentissimamente, guardando intorno con
un’espressione tra benevola e stanca, come se volesse dire agli spettatori: –
Ah! se sapeste come mi secco! – I musulmani s’inchinavano profondamente; molti
europei si levavano il cappello: egli non restituì il saluto a nessuno.
Passando dinanzi a noi, diede uno sguardo a un ufficiale d’alta statura che lo
salutava colla sciabola, un altro sguardo al Bosforo, e poi uno sguardo più
lungo a due giovani signore inglesi che lo guardavano da una carrozza, e che si
fecero rosse come due fragole. Osservai che aveva la mano bianca e ben fatta,
ed era appunto la mano destra, colla quale, due anni dopo, si aperse le vene
nel bagno. Dietro di lui passò uno stuolo di pascià, di cortigiani, di pezzi
grossi, a cavallo; quasi tutti omaccioni con gran barbe nere, vestiti senza
pompa, silenziosi, gravi, cupi, come se accompagnassero un convoglio funebre;
dopo, un drappello di palafrenieri che conducevano a mano dei cavalli superbi;
poi uno stuolo d’ufficiali a piedi col petto coperto di cordoni d’oro; passati
i quali, i soldati abbassarono le armi, la folla si sparpagliò per la piazza,
ed io rimasi là immobile, cogli occhi fissi sulla cima del monte Bulgurlù,
pensando alla singolarissima condizione in cui si trova un sultano di Stambul.
È un monarca maomettano,
pensavo, e ha la reggia ai piedi di una città cristiana, Pera, che gli
torreggia sul capo. È sovrano assoluto d’uno dei più vasti imperi del mondo, e
ci sono nella sua metropoli, poco lontano da lui, dentro ai grandi palazzi che
sovrastano al suo Serraglio, quattro o cinque stranieri cerimoniosi che la
fanno da padroni in casa sua, e che trattando con lui, nascondono sotto un
linguaggio reverente una minaccia perpetua che lo fa tremare. Ha nelle mani un
potere smisurato, gli averi e la vita di milioni di sudditi, il mezzo di
soddisfare i suoi più pazzi desiderii, e non può cambiare la forma della sua
copertura di capo. È circondato da un esercito di cortigiani e di guardie, che
bacerebbero l’orma dei suoi piedi, e trema continuamente per la propria vita e
per quella dei suoi figliuoli. Possiede mille donne fra le più belle donne
della terra, ed egli solo, tra tutti i musulmani del suo impero, non può dare
la mano di sposo a una donna libera, non può aver che figli di schiave, ed è
chiamato egli stesso: – Figlio di schiava, – da quello stesso popolo che lo
chiama «ombra di Dio». Il suo nome suona riverito e terribile dagli ultimi
confini della Tartaria agli ultimi confini del Maghreb, e nella sua stessa
metropoli v’è un popolo innumerevole, e sempre crescente, su cui non ha ombra
di potere e che si ride di lui, della sua forza e della sua fede. Su tutta la
faccia del suo immenso impero, fra le tribù più miserabili delle provincie più
lontane, nelle moschee e nei conventi più solitarii delle terre più selvaggie,
si prega ardentemente per la sua vita e per la sua gloria; ed egli non può fare
un passo nei suoi stati, senza trovarsi in mezzo a nemici che lo esecrano e che
invocano sul suo capo la vendetta di Dio. Per tutta la parte del mondo che si
stende dinanzi alla sua reggia, egli è uno dei più augusti e più formidabili
monarchi dell’universo; per quella che gli si stende alle spalle, è il più
debole, il più pusillo, il più miserevole uomo che porti una corona sul capo.
Una corrente enorme d’idee, di volontà, di forze contrarie alla natura e alle
tradizioni della sua potenza, lo avvolge, lo soverchia, trasforma sotto di lui,
intorno a lui, suo malgrado, senza che se n’avveda, consuetudini, leggi, usi,
credenze, uomini, ogni cosa. Ed egli è là, tra l’Europa e l’Asia, nel suo
smisurato palazzo bagnato dal mare, come in una nave pronta a far vela, in
mezzo a una confusione infinita d’idee e di cose, circondato d’un fasto
favoloso e d’una miseria immensa, già non più nè due nè uno, non più
vero musulmano, non ancora vero europeo, regnante sopra un popolo già in parte
mutato, barbaro di sangue, civile d’aspetto, bifronte come Giano, servito come
un nume, sorvegliato come uno schiavo, adorato, insidiato, accecato, e intanto
ogni giorno che passa spegne un raggio della sua aureola e stacca una pietra
dal suo piedestallo. A me pare che se fossi in lui, stanco di quella condizione
così singolare nel mondo, sazio di piaceri, stomacato d’adulazioni, affranco
dai sospetti, indignato di quella sovranità malsicura ed oziosa sopra quel
disordine senza nome, qualche volta, nell’ora in cui l’enorme Serraglio è
immerso nel sonno, mi butterei a nuoto nel Bosforo come un galeotto fuggitivo,
e andrei a passar la notte in una taverna di Galata in mezzo a una brigata di
marinai, con un bicchiere di birra in mano e una pipa di gesso fra i denti,
urlando la marsigliese.
Dopo una mezz’ora, il
Sultano ripassò rapidamente in carrozza chiusa, seguito da un drappello
d’ufficiali a piedi, e lo spettacolo fu finito. Di tutto, quello che mi fece un
senso più vivo, furono quegli ufficiali in grande uniforme, che correvano
saltellando, come una frotta di lacchè, dietro la carrozza imperiale. Non vidi
mai una prostituzione simile della divisa militare.
Questo spettacolo del
passaggio del Sultano, è ora, come si vede, una cosa assai meschina. I sultani
d’altri tempi uscivano in gran pompa, preceduti e seguiti da un nuvolo di
cavalieri, di schiavi, di guardie dei giardini, d’eunuchi, di ciambellani, che
visti di lontano, presentavano l’aspetto, come dicevano i cronisti
entusiastici, «d’una vasta aiuola di tulipani.» I sultani d’oggi invece par che
rifuggano dalle pompe come da un’ostentazione teatrale della grandezza perduta.
Io mi domando sovente che cosa direbbe uno di quei primi monarchi se,
risorgendo per un momento dal suo sepolcro di Brussa o dal suo turbè di
Stambul, vedesse passare uno di questi suoi nepoti del secolo diciannovesimo,
insaccato in un soprabito nero, senza turbante, senza spada, senza
gemme, in mezzo a una folla di stranieri insolenti. Io credo che arrossirebbe
di rabbia e di vergogna, e che in segno di supremo disprezzo gli farebbe, come
Solimano I ad Hassan, tagliare la barba a colpi di scimitarra, che è la più
crudele ingiuria che si passa fare a un osmano. E veramente, fra i sultani
d’ora e quei primi, i cui nomi risonarono in Europa tra il secolo XII e il XVI
come scoppi di folgore, corre la stessa differenza che tra l’impero ottomano
dei nostri giorni e quello dei primi secoli. Quelli raccoglievano davvero in sè
la gioventù, la bellezza e il vigore della loro razza; e non erano soltanto
un’immagine vivente del proprio popolo, una bella insegna, una perla preziosa
della spada dell’islamismo; ma ne costituivano per sè soli una vera
forza, e tale, che non c’è chi possa disconoscere nelle loro qualità personali
una delle cagioni più efficaci del meraviglioso incremento della potenza
ottomana. Il più bel periodo è quello della prima giovinezza della dinastia che
abbraccia centonovantatrè anni da Osmano a Maometto II. Quella fu davvero una
catena di principi fortissimi, e fatta una sola eccezione, e tenuto conto dei
tempi e delle condizioni della razza, austeri e saggi e amati dai propri
sudditi; spesso feroci, ma di rado ingiusti, e sovente anche generosi e
benefici verso i nemici; e tutti poi quali si capisce che dovessero essere dei
principi di quella gente, belli e tremendi d’aspetto, leoni veri, come le loro
madri li chiamavano «di cui il ruggito faceva tremare la terra.» Gli
Abdul-Megid, gli Abdul-Aziz, i Murad, gli Hamid non sono che larve di padiscià
in confronto di quei giovani formidabili, figli di madri di quindici e di padri
di diciott’anni, nati dal fiore del sangue tartaro e dal fiore della bellezza
greca, persiana, caucasea. A quattordici anni comandavano eserciti e
governavano provincie, e ricevevano in premio dalle proprie madri delle schiave
belle ed ardenti come loro. A sedici anni erano già padri, a settanta lo
diventavano ancora. Ma l’amore non infiacchiva in loro la tempra gagliardissima
dell’animo e delle membra. L’animo era di ferro, dicevano i poeti, e il corpo
era d’acciaio. Avevano tutti certi tratti comuni, che si perdettero poi nei loro
nepoti degeneri: la fronte alta, le sopracciglia arcate e riunite come quelle
dei persiani, gli occhi azzurrini dei figli delle steppe, il naso che si
curvava sulla bocca purpurea «come il becco d’un pappagallo sopra una ciliegia»
e foltissime barbe nere, per le quali i poeti del serraglio si stillavano a
cercar paragoni gentili o terribili. Avevano «lo sguardo dell’aquila di monte
Tauro e la forza del re del deserto; colli di toro, larghissime spalle, petti
sporgenti che poteva contenere tutta l’ira guerriera dei loro popoli», braccia
lunghissime, articolazioni colossali, gambe corte ed arcate, che facevano
nitrir di dolore i più vigorosi cavalli turcomanni, e grandi mani irsute che
palleggiavano come canne le mazze e gli archi enormi dei loro soldati di
bronzo. E portavano dei soprannomi degni di loro: il lottatore, il campione, la
folgore, lo stritolatore d’ossa, lo spargitore di sangue. La guerra era dopo
Allà il primo dei loro pensieri, e la morte era l’ultimo. Non avevano il genio
dei grandi capitani, ma erano dotati tutti di quella prontezza di risoluzione
che quasi sempre vi supplisce, e di quella feroce ostinatezza che consegue non
di rado i medesimi effetti. Trasvolavano, come furie alate, pei campi di
battaglia, mostrando di lontano le lunghe penne d’airone confitte nei turbanti
candidi, e gli ampi caffettani tessuti d’oro e di porpora, e i loro urli
selvaggi ricacciavano innanzi le schiere macellate dalla mitraglia serba e
tedesca, quando non bastavano più i nerbi di bue di mille sciaù furibondi.
Lanciavano i loro cavalli a nuoto nei fiumi mulinando al disopra delle acque le
scimitarre stillanti di sangue; afferravano per la strozza e stramazzavano di
sella, passando, i pascià infingardi o vigliacchi; balzavano giù da cavallo,
nelle rotte, e piantavano i loro pugnali scintillanti di rubini nel dorso dei
soldati fuggiaschi; e feriti a morte, salivano, comprimendo la ferita, sopra un
rialto del campo, per mostrare ai loro giannizzeri il volto smorto ma ancora
minacciane e imperioso, finchè cadevano ruggendo di rabbia ma non di dolore.
Quale doveva essere il sentimento di quelle loro giovanette circasse o persiane
appena uscite dalla puerizia, quando per la prima volta, la sera d’un giorno di
battaglia, sotto una tenda purpurea, al lume velato d’una lampada, si vedevano
comparire davanti uno di quei sultani spaventosi e superbi, inebbriati dalla
vittoria e dal sangue? Ma allora essi diventavano dolci e amorosi, e stringendo
quelle mani infantili nelle loro gigantesche mani ancora convulse dalla stretta
della spada, cercavano mille immagini dai fiori dei loro giardini, dalle perle
dei loro pugnali, dai più belli uccelli dei loro boschi, dai più bei colori
delle aurore dell’Anatolia e della Mesopotamia per lodare la bellezza delle
loro schiave tremanti, fin che esse prendevano animo, e rispondevano nel loro
linguaggio appassionato e fantastico: – Corona del mio capo! Gloria della mia
vita! Mio dolce e tremendo Signore! Che il tuo volto sia sempre bianco e
splendido nei due mondi dell’Asia e dell’Europa! Che la vittoria ti segua da
per tutto dove ti porterà il tuo cavallo! Che la tua ombra si stenda sopra
tutta la terra! Io vorrei essere una rosa per olezzare sulla cima del tuo
turbante, o una farfalla per battere le ali sulla tua fronte! – E poi, colla
voce velata, raccontavano a quei grandi amanti appagati, che s’assopivano sul
loro seno, le loro storie fanciullesche di palazzi di smeraldo e di montagne
d’oro, mentre intorno alla tenda, per la campagna insanguinata ed oscura,
l’esercito feroce dormiva. Ma essi lasciavano ogni mollezza sulla soglia
dell’arem, e uscivano da quegli amori più fieri e più ardenti. Erano dolci
nell’arem, feroci sul campo, umili nella moschea, superbi sul trono. Di qui
parlavano un linguaggio pieno d’iperboli sfolgoranti e di minacce fulminee, ed
ogni loro sentenza era una sentenza irrevocabile che bandiva una guerra, o
innalzava un uomo all’apice della fortuna, o faceva rotolare una testa ai piedi
del trono, o scatenava un uragano di ferro o di foco sopra una provincia
ribelle. Così turbinando dalla Persia al Danubio e dall’Arabia alla Macedonia,
fra le battaglie, i trionfi, le caccie, gli amori, passavano dal fiore degli
anni a una virilità più bollente e più audace della giovinezza, e poi a una
vecchiaia della quale non s’accorgeva nè il seno delle loro belle nè il dorso
dei loro cavalli nè l’elsa della loro spada. E non solo nella vecchiaia, anche
nell’età verde avveniva qualche volta che, oppressi dal sentimento della loro
mostruosa potenza, sgomentati tutt’a un tratto, nel furore delle vittorie e dei
trionfi, dalla coscienza d’una responsabilità più che umana, e presi da una
specie di terrore nella solitudine della propria altezza, si volgevano con
tutta l’anima a Dio, e passavano i giorni e le notti nei recessi oscuri dei
loro giardini a comporre poesie religiose, o andavano a meditare il Corano
sulle rive del mare o a ballare le ridde frenetiche dei dervis o a macerarsi
coi digiuni e coi cilicii nella caverna d’un vecchio eremita. E come nella
vita, così nella morte si presentarono quasi tutti ai loro popoli in una figura
o venerabile o tremenda, sia che morissero colla serenità dei santi come il
capo della dinastia, o carichi d’anni di gloria e di tristezza come Orkano, o
del pugnale d’un traditore come Murad I, o nella disperazione dell’esilio come
Baiazet, o conversando placidamente fra una corona di dotti e di poeti come il
primo Maometto, o del dolore d’una sconfitta come il secondo Murad; e si può
dir con sicurezza che i loro fantasmi minacciosi sono quanto rimarrà di più grande
e di più poetico sugli orizzonti color di sangue della storia ottomana.
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