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LE TURCHE
È una grande sorpresa per
chi arriva a Costantinopoli, dopo aver inteso parlar tanto della schiavitù
delle donne turche, il veder donne da tutte le parti e a tutte le ore del
giorno, come in una qualunque città europea. Pare che appunto in quel giorno a
tutte quelle rondini prigioniere sia stato dato il volo per la prima volta e
che sia cominciata un’èra nuova di libertà per il bel sesso musulmano. La prima
impressione è curiosissima. Lo straniero si domanda, al vedere tutte le donne
con quei veli bianchi e quelle lunghe cappe di colori ciarlataneschi, se son
maschere o monache o pazze; e siccome non se ne vede una sola accompagnata da
un uomo, pare che non debbano essere di nessuno, che siano tutte vedove o
ragazze, o che appartengano tutte a un qualche grande ritiro di «malmaritate».
Nei primi giorni non ci si può persuadere che tutti quei turchi e tutte quelle
turche che s’incontrano e si toccano senza guardarsi e senza accompagnarsi mai,
possano avere tra loro qualcosa di comune. E ogni momento s’è costretti a
fermarsi per osservare quelle strane figure e per meditare su quello
stranissimo uso. Son queste dunque, si dice, son proprio queste quelle
«avvincitrici di cuori», quelle «fonti di piacere», quelle «piccole foglie di
rosa» e «uve primaticcie» e «rugiade del mattino» e «aurore» e «vivificatrici»
e «lune splendenti» di cui mille poeti ci hanno empita la testa? Queste le hanum
e le odalische misteriose, che a vent’anni, leggendo le ballate di
Victor Hugo all’ombra d’un giardino, abbiamo sognate tante volte, come creature
d’un altro mondo, di cui un solo amplesso avrebbe consunto tutte le forze della
nostra giovinezza? Queste le belle infelici, nascoste dalle grate, vigilate
dagli eunuchi, separate dal mondo, che passano sulla terra, come larve,
gettando un grido di voluttà e un grido di dolore? Vediamo che cosa c’è ancora
di vero in tutta questa poesia.
–
Prima di tutto, il viso
della donna turca non è più un mistero, e perciò una gran parte della poesia
che la circondava è svanita. Quel velo geloso che, secondo il Corano, doveva
essere «un segno della sua virtù e un freno ai discorsi del mondo», non è più
che un’apparenza. Tutti sanno come è fatto il jasmac. Sono due grandi
veli bianchi, di cui uno, stretto intorno al capo come una benda, copre la
fronte fino alle sopracciglia, s’annoda dietro, nei capelli, al di sopra della
nuca, e ricade sulla schiena, in due lembi, fino alla cintura; l’altro copre
tutta la parte inferiore del viso, e va ad annodarsi col primo, in modo che par
tutto un velo solo. Ma questi due veli, che dovrebbero essere di mussolina e
stretti in maniera da non lasciar vedere che gli occhi e la sommità delle
guancia, sono invece di tulle radissimo, e allentati tanto, che lasciano vedere
non solo il viso, ma gli orecchi, il collo, le treccie, e spesso anche i
cappellini all’europea, ornati di penne e di fiori, che portano le signore
«riformate». E perciò accade appunto il contrario di quello che si vedeva una
volta, quando alle donne attempate era lecito di andare col viso un po’ più
scoperto, e alle giovani era imposto di coprirsi più rigorosamente. Ora son le
giovani, e specialmente le belle, quelle che si mostrano meglio, e son
le vecchie che per ingannare il mondo portano il velo fitto e serrato. Quindi
un’infinità di bei misteri e di belle sorprese, raccontate dai romanzieri e dai
poeti, non sono più possibili; ed è una fiaba, fra le altre, quella che lo
sposo veda per la prima volta il viso della sua sposa nella notte nuziale. Ma
fuorchè il viso, tutto è ancora nascosto; non si può intravvedere nè il seno,
nè la vita, nè il braccio, nè il fianco; il feregé nasconde
rigorosamente ogni cosa. È una specie di tonaca, guernita d’una pellegrina, di
maniche lunghissime, larga, senza garbo, cadente come un mantellaccio dalle
spalle ai piedi, di panno l’inverno, di seta l’estate, e tutta d’un colore,
quasi sempre vivissimo: ora rosso vivo, ora ranciato, ora verde; e l’uno o
l’altro predomina d’anno in anno, rimanendo inalterata la forma. Ma benchè
insaccate in quel modo, tanta è l’arte con cui sanno aggiustarsi il jasmac, che
le belle paiono bellissime, e le brutte graziose. Non si può dire che cosa
fanno con quei due veli, con che grazia se li dispongono a corona e a turbante,
con che ampiezza e con che nobiltà di pieghe li ravvolgono e li sovrappongono,
con che leggerezza e con che elegante trascuranza li allentano e li lasciano
cadere, come li fanno servire nello stesso tempo a mostrare, a nascondere, a
promettere, a proporre degli indovinelli e a rivelare inaspettatamente delle
piccole meraviglie. Alcune pare che abbiano intorno al capo una nuvola bianca e
diafana, che debba svanire ad un soffio; altre sembrano inghirlandate di gigli
e di gelsomini; tutte paiono di pelle bianchissima, e prendono da quei veli
delle sfumature nivee e un’apparenza di morbidezza e di freschezza che
innamora. È un’acconciatura ad un tempo austera e ridente, che ha qualche cosa
di sacerdotale e di virgineo; sotto la quale pare che non debbano nascere che
pensieri gentili e capricci innocenti.... Ma vi nasce un po’ d’ogni cosa.
–
È difficile definire la
bellezza della donna turca. Posso dire che quando ci penso vedo un viso
bianchissimo, due occhi neri, una bocca purpurea e un’espressione di dolcezza.
Quasi tutte però son dipinte. S’imbiancano il viso con pasta di mandorle e di
gelsomino, s’ingrandiscono le sopracciglia con inchiostro di china, si tingono
le palpebre, s’infarinano il collo, si fanno un cerchio nero intorno agli
occhi, si mettono dei nei sulle guance. Ma fanno questo con garbo; non come le
belle di Fez, che si danno delle pennellate da imbianchini. La maggior parte
hanno un bel contorno ovale, un nasino un po’ arcato, le labbra grossette, il mento
rotondo, colla fossetta; molte hanno le fossette anche nelle guance; un bel
collo lunghetto e flessibile; e mani piccine, quasi sempre coperte, peccato,
dalle maniche della cappa. Quasi tutte poi sono grassotte e moltissime di
statura più che mezzana: rarissime le acciughe e i crostini dei nostri paesi.
Se hanno un difetto comune, è quello di camminar curve e un po’ scomposte, con
una certa cascaggine di bambolone cresciute tutt’a un tratto; il che deriva, si
dice, da una mollezza di membra, di cui è cagione l’abuso del bagno, ed anche
un po’ dalla calzatura disadatta. Si vedono, infatti, delle donnine
elegantissime, che debbono avere un piedino di nulla, calzate di babbuccie da
uomo o di stivaletti lunghi, larghi e aggrinziti, che una pezzente europea sdegnerebbe.
Ma anche in quella brutta andatura hanno un certo garbo fanciullesco che,
quando ci si è fatto l’occhio, non dispiace. Non si vede nessuna di quelle
figure impettite, di quelle mostre da modista, così frequenti nelle città
europee, che vanno a passetti di marionetta, e che par che saltellino sopra uno
scacchiere. Non hanno ancora perduto la pesantezza e la trascuranza naturale
dell’andatura orientale, e se la perdessero, riuscirebbero forse più maestose,
ma meno simpatiche. Si vedono delle figure bellissime e di bellezza
infinitamente svariata, poichè c’entra col sangue turco, il sangue circasso,
l’arabo, il persiano. Ci sono delle matrone di trent’anni, di forme opulente,
che il feregé non basta a nascondere, altissime, con grandi occhi scuri,
colle labbra tumide, colle narici dilatate, – pezzi di hanum da far
tremare cento schiave con uno sguardo, – vedendo le quali, par davvero una
ridicola e temeraria spacconata quella dei signori turchi che pretendono
d’esser quattro volte mariti. Ce n’è dell’altre, piccolette e paffutelle, che
han tutto rotondo – volto, occhi, naso, bocca – ed un’aria così queta, così
benevola, così bambina, un’apparenza di rassegnazione così docile al loro
destino, di non essere che un trastullo e una ricreazione, che passandogli
accanto, vi verrebbe voglia di mettergli in bocca una caramella. Ci son poi
anche le figurine svelte, sposine di sedici anni, ardite e vivacissime, cogli
occhi pieni di capricci e d’astuzie, che fanno pensare con un sentimento di
pietà al povero effendi che le ha da tenere in freno e al disgraziato eunuco
che le deve tener d’occhio. E la città si presta mirabilmente a inquadrare, per
dir così, la loro bellezza e il loro vestiario. Bisogna vedere una di quelle
figurine col velo bianco e col feregé purpureo, seduta in un caicco, in
mezzo all’azzurro del Bosforo; o adagiata sull’erba, in mezzo al verde bruno
d’un cimitero; o anche meglio, vederla venir giù per una stradetta ripida e
solitaria di Stambul, chiusa in fondo da un grande platano, quando tira vento,
e i veli e il feregé svolazzano, e scoprono collo, piedino e calzina; e
v’assicuro che in quel momento, se fosse sempre in vigore l’indulgente decreto
di Solimano il Magnifico, che multa d’un aspro ogni bacio dato alla moglie e
alla figliola altrui, allungherebbe un calcio all’avarizia anche Arpagone. E
non c’è caso che quando tira vento, la donna turca s’affanni a tener basso il feregé,
perchè il pudore delle musulmane non va più in giù delle ginocchia, e
s’arresta qualche volta assai prima.
–
Una cosa che stupisce,
sulle prime, è la loro maniera di guardare e di ridere, che scuserebbe
qualunque giudizio più temerario. Accade spessissimo che un giovane europeo,
guardando fisso una donna turca, anche di alto bordo, sia ricambiato con uno
sguardo sorridente o con un sorriso aperto. Non è raro nemmeno che una bella hanum
in carrozza, faccia, di nascosto all’eunuco, un saluto grazioso colla mano
a un giovanotto franco a cui si sia accorta di piacere. Qualche volta, in un
cimitero o in una strada appartata, una turca capricciosa s’arrischia perfino a
gettare un fiore passando, o a lasciarlo cadere in terra coll’intenzione
manifesta che sia raccolto dal giaurro elegante che le vien dietro. Per questo
un viaggiatore fatuo può prendere dei grandi abbagli, e ci sono infatti degli
europei scimuniti, che, essendo stati un mese a Costantinopoli, credono in
buona fede d’aver rubata la pace a un centinaio di sventurate. C’è senza
dubbio, in quegli atti, un’espressione ingenua di simpatia; ma c’entra in parte
assai maggiore uno spirito di ribellione, che tutte le turche hanno in cuore,
nato dall’uggia della soggezione in cui sono tenute, e al quale danno sfogo,
come e quando possono, in piccole monellerie, non fosse che per far dispetto,
in segreto, ai loro padroni. Fanno in quel modo più per fanciullaggine che per
civetteria. E la loro civetteria è d’un genere singolarissimo, che somiglia
molto ai primi esperimenti delle ragazzine quando cominciano ad accorgersi
d’esser guardate. È un gran ridere, un guardare in su colla bocca aperta in
atto di stupore, un fingere d’aver male al capo o a una gamba, certi atti di
dispetto il feregé che le imbarazza, certi scatti da scolarette, che
sembran fatti più per far ridere che per sedurre. Mai un atteggiamento da
salotto o da fotografia. Quella po’ d’arte che mostrano è proprio un’arte
rudimentale. Si vede, come direbbe il Tommaseo, che non hanno molti veli da
gettar via; che non sono abituate ai lunghi amoreggiamenti, ad «essere circuite
alla muta» come le donne geroglifiche del Giusti; e che quando hanno una
simpatia, invece di star lì tanto a sospirare e a girar gli occhi, direbbero
addirittura, se potessero esprimere il loro sentimento: – Cristiano, tu mi
piaci. – Non potendolo dire colla voce, glie lo dicono francamente, mostrando
due belle file di perle luccicanti, ossia ridendogli sul viso. Sono belle
tartare ingentilite.
–
E son libere: è una verità
che lo straniero tocca con mano appena arrivato. È una esagerazione il dire
come Lady Montague che son più libere delle europee; ma chiunque è stato a
Costantinopoli non può a meno di ridere quando sente parlare della loro
«schiavitù». Le signore, quando vogliono uscire, ordinano agli eunuchi di
preparar la carrozza, escono senza chiedere il permesso a nessuno, e tornano a
casa quando vogliono, purchè sia prima di notte. Una volta non potevano uscire
senz’essere accompagnate da un eunuco, o da una schiava, o da un’amica, e le
più ardite, se non volevano altri, dovevano almeno condur con sè un
figlioletto, che fosse come un titolo al rispetto della gente. Se qualcheduna
si faceva veder sola in un luogo appartato, era facilissimo che una guardia di
città o un qualunque vecchio turco rigorista la fermasse e le domandasse: –
Dove vai? D’onde vieni? Perchè non hai nessuno con te? Così rispetti il tuo
effendi? Torna a casa! – Ma ora escon sole a centinaia, e se ne vedono a tutte
le ore per le vie dei sobborghi musulmani e della città franca. Vanno a far
visita alle amiche da un capo all’altro di Stambul, vanno a passar delle mezze giornate
nelle case di bagni, fanno delle gite in barchetta, il giovedì alle Acque dolci
d’Europa, la domenica alle acque d’Asia, il venerdì al cimitero di Scutari, gli
altri giorni alle isole dei Principi, a Terapia, a Bujukderé, a Kalender, a far
merenda colle loro schiave, in brigatelle di otto o dieci; vanno a pregare alle
tombe dei Padiscià e delle Sultane, a vedere i conventi dei dervis, a visitare
le mostre pubbliche dei corredi nuziali, e non c’è effigie d’uomo, non che le
accompagni o le segua, ma che, se anche son sole, ardisca di far loro
un’osservazione. Vedere un turco in una via di Costantinopoli, non dico a
braccetto, ma al fianco, ma fermo per un momento a discorrere con una «velata»,
quando anche portassero scritto in fronte che son marito e moglie, parrebbe a
tutti la più strana delle stranezze, o per meglio dire un’impudenza inaudita,
come nelle nostre vie un uomo e una donna che si facessero ad alta voce delle
dichiarazioni d’amore. Da questo lato le donne turche sono veramente più libere
che le europee, e non si può dire questa libertà quanto la godano, e con che
matto desiderio corrano allo strepito, alla folla, alla luce, all’aria aperta,
esse che in casa non vedono che un uomo solo, ed hanno finestre e giardini
claustrali. Escono e scorazzano per la città coll’allegrezza di prigioniere
liberate. C’è da divertirsi a pedinarne una a caso, alla lontana, per vedere
come sanno sminuzzarsi e raffinarsi i piaceri del vagabondaggio. Vanno nella
moschea più vicina a dire una preghiera e si fermano a cicalare un quarto d’ora
con un’amica sotto le arcate del cortile; poi al bazar a dare una capatina in
dieci botteghe, e a farne metter sottosopra un paio, per comprare una
bagattella; poi pigliano il tramway, scendono al mercato dei pesci,
passano il ponte, si fermano a contemplare tutte le treccie e tutte le
parrucche dei parrucchieri di via di Pera, entrano in un cimitero e mangiano un
dolce sopra una tomba, ritornano in città, ridiscendono al Corno d’oro
scantonando cento volte e guardando colla coda dell’occhio ogni cosa – vetrine,
stampe, annunzi, signore che passano, carrozze, insegne, porte di teatri –
comprano un mazzo di fiori, bevono una limonata da un acquaiolo, fanno
l’elemosina a un povero, ripassano il Corno d’oro in caicco, ricominciano a far
dei nastri per Stambul; poi pigliano il tramway un’altra volta, e
arrivate sulla porta di casa, son capaci di tornare indietro, per fare ancora
un giro di cento passi intorno a un gruppo di casette; tale e quale come i
ragazzi che escon soli la prima volta, e che in quell’oretta di libertà ci
vogliono far entrare un po’ di tutto. Un povero effendi corpulento che volesse
tener dietro a sua moglie per scoprire se ha qualche ripesco, rimarrebbe
sgambato a mezza strada.
–
Per vedere il bel sesso
musulmano, bisogna andare un giorno di gran festa alle Acque dolci
d’Europa, in fondo al Corno d’oro, o a quelle d’Asia, vicino al villaggio di
Anaduli-Hissar; che sono due grandi giardini pubblici, coperti da boschetti
foltissimi, attraversati da due piccoli fiumi, e sparsi di caffè e di fontane.
Là sopra un vasto piano erboso, all’ombra dei noci, dei terebinti, dei platani,
dei sicomori, che formano una successione di padiglioni verdi, per cui non
passa un raggio di sole, si vedono migliaia di turche sedute a gruppi e a
circoli, circondate di schiave, d’eunuchi, di bambini, che merendano e
folleggiano per una mezza giornata, in mezzo a un via vai di gente infinito.
Appena giunti si rimane come trasognati. Par di vedere una festa del paradiso
islamitico. Quella miriade di veli bianchissimi e di feregé scarlatti,
gialli, verdi e cinerei, quegli innumerevoli gruppi di schiave vestite di mille
colori, quel formicolìo di bimbi in costume di mascherine, i grandi tappeti di
Smirne distesi in terra, i vasellami argentati e dorati che passano di mano in
mano, i caffettieri musulmani, in abito di gala, che corrono in giro portando
frutti e gelati, gli zingari che danzano, i pastori bulgari che suonano, i
cavalli bardati d’oro e di seta che scalpitano legati agli alberi, i pascià, i
bey, i giovani signori che galoppano lungo la riva del fiume, il movimento
della folla lontana che sembra il tremolìo d’un campo di camelie e di rose, i
caicchi variopinti e le carrozze splendide che arrivano continuamente a versare
in quel mare di colori altri colori, e il suono confuso dei canti, dei flauti,
delle zampogne, delle nacchere, delle grida infantili, in mezzo a quella
bellezza di verde e d’ombra, svariata qua e là da piccole vedute luminose di
paesaggi lontani; presentano uno spettacolo così festoso e così nuovo che al
primo vederlo vien voglia di batter le mani e di gridare: – Bravissimi! – come
a scena di teatro.
–
Ed anche là, malgrado la
confusione, è rarissimo il cogliere sul fatto un turco e una turca che
amoreggino cogli occhi o si scambino dei sorrisi e dei gesti d’intelligenza. Là
non esiste la galanteria coram populo come nei nostri paesi; non ci sono
nè le sentinelle melanconiche, che vanno e vengono sotto le finestre, nè le
retroguardie affannose che camminano per tre ore sulle orme delle loro belle.
L’amore si fa tutto in casa. Se qualche volta, in una strada solitaria, si
sorprende un giovane turco che guarda in su a una finestrina ingraticolata
dietro la quale scintilla un occhietto nero o spunta una manina bianca, si può esser
quasi certi che è un fidanzato. Ai fidanzati soli si permette il servizio di
ronda e di scorta e tutte le altre fanciullaggini dell’amore ufficiale, come
quella di parlarsi di lontano con un fiore, con un nastro, o per mezzo del
colore d’un vestito o di una ciarpa. E in questo le turche sono maestre. Hanno
migliaia di oggetti, tra fiori, frutti, erbe, penne, pietre, ciascuno dei quali
possiede un significato convenuto, che è un epiteto o un verbo od anche una
proposizione intera, in modo che possono mettere insieme una lettera con un
mazzetto e dir mille cose con una scatolina o una borsa piena di oggettini
svariatissimi, che paiono riuniti a caso; e siccome il significato d’ogni
oggetto è per lo più espresso in un verso, così ogni amante è in grado di comporre
una poesia amorosa od anche un poemetto polimetrico in cinque minuti. Un
chiodetto di garofano, una striscia di carta, una fettina di pera, un pezzetto
di sapone, un fiammifero, un po’ di fil d’oro e un grano di cannella e di pepe,
vogliono dire: – È molto tempo che t’amo –, che ardo –, che languisco –, che
muoio d’amore per te. – Dammi un po’ di speranza – non mi respingere –
rispondimi una parola. – E oltre all’amore, c’è modo di dir mille cose: si
possono far dei rimproveri, dar consigli, avvertimenti, notizie; ed è una
grande occupazione delle giovanette, al tempo dei primi palpiti, quella
d’imparare questo frasario simbolico, e di comporne delle lunghe lettere
dirette a dei bei sultani ventenni, veduti in sogno. E fanno lo stesso per il
linguaggio dei gesti, alcuni dei quali sono graziosissimi; quello che fa
l’uomo, per esempio, fingendo di lacerarsi il petto con un pugnale, che
significa: – Sono lacerato dalle furie dell’amore –; a cui la donna risponde
lasciando cader le braccia lungo i fianchi, in modo che s’apra un poco dinanzi
il feregé, che vuol dire: – Io t’apro le mie braccia. – Ma non c’è forse
un Europeo che abbia mai visto far queste cose; le quali, d’altra parte, sono
oramai piuttosto tradizioni che usi; e non s’imparano dai Turchi, i quali
arrossirebbero di parlarne, ma da qualche ingenua hanum, che le confida
a qualche amica cristiana.
–
Per questo mezzo pure si
conosce il modo di vestire della donna turca fra le pareti dell’arem, quel bel
costume capriccioso e pomposo, di cui tutti hanno un’idea, e che dà a ogni
donna la dignità d’una principessa e la grazia d’una bambina. Noi non lo
vedremo mai, eccetto che la moda lo porti nei nostri paesi, perchè, se anche un
giorno cadrà il feregé, le turche saranno allora vestite all’europea anche
di sotto. Che rodimento per i pittori e che peccato per tutti! Bisogna
raffigurarsi una bella turca «svelta come un cipresso» e colorita «di tutte le
sfumature dei petali della rosa» con una berrettina di velluto rosso o di
stoffa argentata, un po’ inclinata a destra; colle treccie nere giù per le
spalle; con una veste di damasco bianco ricamata d’oro, colle maniche a gozzi e
un lunghissimo strascico, aperta dinanzi in modo da lasciar vedere due grandi
calzoni di seta rosea, che cascano con mille pieghe su due scarpettine ritorte
in su alla chinese; con una cintura di raso verde intorno alla vita; con
diamanti nelle collane, negli spilloni, nei braccialetti, nei fermagli, nelle
treccie, nella nappina del berretto, sulle babbuccie, sul collo della camicia,
sulla cintura, intorno alla fronte; lampeggiante da capo a piedi come una
madonna delle cattedrali spagnuole, e adagiata, in un atteggiamento infantile,
sopra un largo divano, in mezzo a una corona di belle schiave circasse, arabe e
persiane, ravvolte, come statue antiche, in grandi vesti cadenti; – o
immaginare una sposa «bianca come la cima dell’Olimpo», vestita di raso
cilestrino e tutta coperta da un grande velo intessuto d’oro, seduta sopra
un’ottomana imperlata, dinanzi alla quale lo sposo, inginocchiato sopra un
tappeto di Teheran, fa la sua ultima preghiera prima di scoprire il suo tesoro;
– o rappresentarsi una favorita innamorata, che aspetta il suo signore nella
stanza più segreta dell’arem, non più vestita che della zuavina e dei
calzoncini, che mettono in rilievo tutte le grazie del suo corpo flessibile, e
le danno l’aspetto d’un bel paggio snello e elegante; e bisogna convenire che
quei brutti turchi «riformati» colla testa pelata e il soprabito nero, hanno
assai più di quello che meritano. Questo vestiario di casa, però, va soggetto
ai capricci della moda. Le donne, non avendo altro da fare, passano il tempo a
cercare nuove acconciature; si coprono di gale e di fronzoli, si mettono penne
e nastri nei capelli, bende intorno al capo, pelliccie intorno al collo e alle
braccia; prendono qualcosa ad imprestito da tutti i vestimenti orientali;
mescolano la moda europea colla moda turca; si mettono delle parrucche, si
tingono i capelli di nero, di biondo, di rosso, si sbizzarriscono in mille modi
e gareggiano fra di loro come le più sfrenate ambiziose delle grandi città
europee. Se un giorno di festa, alle Acque dolci, si potessero far sparire con
un colpo di bacchetta magica tutti i feregé e tutti i veli, si
vedrebbero probabilmente delle turche vestite da regine asiatiche, altre da
crestaine francesi, altre da gran signore in abbigliamento da ballo, altre da
mercantesse in pompa magna, da vivandiere, da cavallerizze, da greche, da
zingarelle: tante varietà di vestiario quante se ne vedono nel sesso mascolino
sul ponte della Sultana Validè.
–
Gli appartamenti dove
stanno queste belle e ricche maomettane corrispondono in qualche modo al loro
vestiario seducente e bizzarro. Le stanze riserbate alle donne sono per lo più
in bei siti, da cui si godono vedute meravigliose sulla campagna o sul mare o
sopra una gran parte di Costantinopoli. Sotto, c’è un giardinetto chiuso da
alti muri, rivestiti d’edera e di gelsomini; sopra, una terrazza; dalla parte
della strada, dei camerini sporgenti e vetrati, come i miradores delle
case spagnuole. L’interno è delizioso. Sono quasi tutte piccole sale: i
palchetti coperti di stuoie chinesi o di tappeti, i soffitti dipinti di frutti
e di fiori, larghi divani lungo le pareti, una fontanella di marmo nel mezzo,
vasi di fiori alle finestre, e quella luce vaga e soavissima, che è tutta
propria della casa orientale, una luce di bosco, che so io? di claustro, di
luogo sacro e gentile, che impone di camminare sulla punta dei piedi, di parlar
con un filo di voce, di non dire che parole umili e dolci, di non discorrere
che d’amore o di Dio. Questa luce languida, i profumi del giardino, il mormorio
dell’acqua, le schiave che passano come ombre, il silenzio profondo che regna
in tutta la casa, le montagne dell’Asia di cui si vede l’azzurro a traverso i
fori delle grate e i rami del caprifoglio che fanno tenda alle finestre,
destano nelle europee, che entrano fra quelle mura per la prima volta, un
sentimento inesprimibile di dolcezza e di malinconia. La decorazione della
maggior parte di questi arem è semplice e quasi severa; ma ve ne sono pure
degli splendidissimi, colle pareti coperte di raso bianco rabescato d’oro, coi
soffitti di cedro, colle grate dorate, con suppellettili preziose. Dalle
suppellettili s’indovina la vita. Non si vedono che poltrone, ottomane grandi e
piccine, piccoli tappeti, sgabelli, panchettini, cuscini di tutte le forme e
materasse coperte di scialli e di broccati; un mobilio tutto mollezza e
delicature, che dice in mille modi: – Siedi, allungati, ama, addormentati,
sogna. – Ci si trovano qua e là degli specchietti a mano e dei larghi ventagli
di penne di struzzo; dalle pareti pendono dei cibuk cesellati; ci son gabbie
d’uccelli alle finestre, profumiere in mezzo alle stanze, orologi a musica sui
tavolini, balocchi e gingilli d’ogni maniera, che accusano i mille capricci
puerili d’una donnina sfaccendata che si secca. E non c’è soltanto il lusso
delle cose apparenti. Ci son case in cui tutto il servizio da tavola è
d’argento dorato, d’oro massiccio i vasi delle acque odorose, le serviette di
raso frangiate d’oro, e brillanti e pietre preziose nelle posate, nelle tazze
da caffè, nelle anfore, nelle pipe, nelle tappezzerie, nei ventagli; come ci
son altre case, e in molto maggior numero, si capisce, in cui nulla o quasi
nulla è mutato dall’antica tenda o capanna tartara, di cui tutta la masserizia
sta sul dorso di un mulo, dove tutto è pronto per un nuovo pellegrinaggio a
traverso l’Asia; case verginalmente maomettane ed austere, nelle quali, quando
sia giunta l’ora della partenza, non suonerà che la voce pacata del padrone,
che dirà: – Olsun! – Così sia! –
–
La casa turca è divisa,
come tutti sanno, in due parti: l’arem e il selamlik. Il selamlik
è la parte riserbata all’uomo. Qui egli ci lavora, ci desina, ci riceve gli
amici, ci fa la siesta, e ci dorme la notte quando amore «non gli detta
dentro». La donna non ci penetra mai. E come nel selamlik è padrone
l’uomo, nell’arem è padrona la donna. Essa ne ha l’amministrazione ed il
governo e ci fa quello che vuole fuorchè ricevervi degli uomini. Quando non le
garbi di ricevere suo marito, può anche fargli dire cortesemente che torni
un’altra volta. Una sola porta e un piccolo corridoio divide per lo più il selamlik
dall’arem; eppure sono come due case lontanissime l’una dall’altra. Gli
uomini vanno a visitar l’effendi e le donne vanno a trovar la hanum senza
incontrarsi e senza sentirsi, e il più delle volte son gente sconosciuti gli
uni agli altri. Le persone di servizio sono separate, e separate quasi sempre
le cucine. Ciascuno si diverte e scialaqua per conto suo. Raramente il marito
desina colla moglie, in ispecie quando ne ha più d’una. Non hanno nulla di
comune fuorchè il divano su cui s’avvicinano. L’uomo non entra quasi mai
nell’arem come marito, ossia come compagno e come educatore dei figliuoli; non
v’entra che come amante. Entrandovi, lascia sulla soglia, se può, tutti i
pensieri che potrebbero turbare il piacere ch’egli va a cercarvi; tutta quella
parte di sè stesso, che non ha che fare col suo desiderio di quel momento. Egli
va là per dimenticare le cure o i dolori della giornata, o piuttosto per
assopirne in sè il sentimento; non per domandar lume a una mente serena e
conforto a un cuore gentile. Nè la sua donna, sarebbe atta a quell’ufficio.
Egli non si cura nemmeno di presentarsele circondato di quella qualsiasi gloria
d’ingegno o di sapere o di potenza, che potrebbe renderlo più amabile. A che
pro? Egli è il dio del tempio e l’adorazione gli è dovuta; non ha bisogno di
farsi valere; la preferenza ch’egli dà alla donna che ricerca basta a far sì
ch’essa gli dia con un sentimento di gratitudine che sembra amore l’amplesso
desiderato da lui. «Donna» per lui significa «piacere». Quel nome porta il suo
pensiero diritto a quel senso; è anzi quasi il nome stesso del senso; e per
questo gli pare impudico il pronunziarlo, e non lo pronuncia mai; e se ha da
dire: – M’è nata una femmina – dice: – M’è nata una velata, una nascosta, una
straniera. – Così non ci può essere un’intimità vera fra loro, perchè v’è
sempre tra l’uno e l’altro come il velo del senso, il quale nasconde quegli
infiniti segretissimi recessi dell’anima, che non si vedono se non a traverso
la limpidezza d’una famigliarità lunga e tranquilla. Oltrechè la donna, sempre
preparata alla visita, abbigliata e atteggiata quasi per quel momento, intesa
sempre a vincere una rivale o a conservare una predominanza che è continuamente
in pericolo, dev’essere sempre un po’ cortigiana, far forza a sè stessa perchè
tutto sorrida intorno al suo signore, anche quando il suo cuore è triste,
mostrargli sempre la maschera ridente d’una donna fortunata e felice, perchè
egli non se ne uggisca e se ne sdia. Perciò il marito la conosce di rado come
sposa, come non ha e non può averla conosciuta figliuola, sorella, amica; come
non la conosce madre. Ed essa lascia così isterilire a poco a poco in sè
medesima le qualità nobili che non può rivelare o che non le sono pregiate;
s’abitua a non curare se non quello che le si cerca, e soffoca spesso
risolutamente la voce del suo cuore e del suo spirito, per trovare in una certa
sonnolenza di vita animalesca, se non la felicità, la pace. Ha, è vero, il
conforto dei figliuoli, e il marito li cerca e li abbraccia dinanzi a lei; ma è
un conforto amareggiato dal pensiero che forse, un’ora prima, egli ha baciato i
figliuoli d’un’altra, che bacierà forse un’ora dopo quelli d’una terza, e che
bacierà quelli d’una quarta tra qualche anno. L’amore d’amante, l’affetto di
padre, l’amicizia, la confidenza, tutto è diviso e suddiviso, ed ha il suo
orario, i suoi riguardi, le sue misure, le sue cerimonie; quindi tutto è freddo
e insufficiente. E poi v’è sempre in fondo qualcosa di sprezzante e di
mortalmente ingiurioso per la donna nell’amore del marito che le tiene ai
fianchi un eunuco. Egli le dice in sostanza: – Io t’amo, tu sei «la mia gioia e
la mia gloria», tu sei «la perla della mia casa»; ma sono sicuro che se questo
mostro che ti sorveglia fosse un uomo, tu ti prostituiresti al tuo servitore.
–
Variano però grandemente le
condizioni della vita coniugale secondo i mezzi pecuniarii del marito, anche
non tenuto conto di questo, che chi non ha mezzi di mantenere più d’una donna è
costretto ad avere una moglie sola. Il ricco signore vive separato di casa e di
spirito dalla moglie, perchè può tenere un appartamento od anche una casa per
lei sola, e perchè, volendo ricevere amici, clienti, adulatori, senza che le
sue donne sian viste o disturbate, è costretto ad avere una casa separata. Il
turco di mezzo ceto, per ragioni d’economia, sta più vicino a sua moglie, la
vede più sovente e vive con essa in maggiore famigliarità. Il turco povero, in
fine, che è costretto a vivere nel minor spazio e colla minor spesa possibile,
mangia, dorme, passa tutte le sue ore libere colla moglie e coi figliuoli. La
ricchezza divide, la povertà unisce. Nella casa del povero non c’è differenza
reale tra la vita della famiglia cristiana e quella della famiglia turca. La
donna, che non può avere una schiava, lavora, e il lavoro rialza la sua dignità
e la sua autorevolezza. Non è raro che essa vada a tirar fuori il marito ozioso
dal caffè o dalla taverna, e che lo spinga a casa a colpi di pantofola. Si
trattano da pari a pari, passano la sera l’uno accanto all’altro davanti alla
porta di casa; nei quartieri più appartati, vanno sovente insieme a far le
spese per la famiglia; e occorre molte volte di vedere, in un cimitero
solitario, il marito e la moglie che fanno merenda vicino al cippo d’un
parente, coi loro bambini intorno, come una famigliuola d’operai dei nostri
paesi. Ed è uno spettacolo più commovente appunto perchè è più singolare. E non
si può, vedendolo, non sentire che c’è qualcosa di necessario e
d’universalmente ed eternamente bello in quel nodo d’anime e di corpi, in quel
gruppo unico d’affetti; che non c’è posto per altri; che una nota di più in
quell’armonia la guasta o la distrugge; che s’ha un bel dire e un bel fare, ma
che la forza prima, l’elemento necessario, la pietra angolare d’una società ordinata
e giusta è là; – che ogni altra combinazione d’affetti e d’interessi è fuori
della natura; – che quella sola è una famiglia, e l’altra un armento; – che
quella sola è una casa, e l’altra un lupanare.
–
E v’è chi dice che le donne
orientali sono soddisfatte della poligamia e che non ne comprendono neppure
l’ingiustizia. Per creder questo bisogna non conoscere, non dico l’Oriente, ma
nemmeno l’anima umana. Se questo fosse vero, non seguirebbe quello che segue:
cioè che non v’è quasi ragazza turca la quale, accettando la mano d’un uomo,
non gli metta per condizione di non sposarne un’altra, lei viva; non ci
sarebbero tante spose che ritornano alla loro famiglia quando il marito manca a
quella promessa; e non ci sarebbe un proverbio turco che dice: – casa di
quattro donne, barca nella burrasca. – Anche se è adorata da suo marito, la
donna orientale non può che maledire la poligamia, per cui vive sempre con
quella spada di Damocle sul capo, di avere di giorno in giorno una rivale, non
nascosta o lontana e sempre colpevole, com’è necessariamente quella di una
moglie europea; ma installata accanto a lei, in casa sua, col suo titolo, coi
suoi stessi diritti; di vedere fors’anche una delle sue schiave, prescelta a
odalisca, alzare tutt’a un tratto la fronte dinanzi a lei, e trattarla da
eguale, e mettere al mondo dei figliuoli che hanno gli stessi diritti dei suoi.
È impossibile che il suo cuore non senta l’ingiustizia di quella legge. Quando
il marito amato da lei, le conduce in casa un’altra donna, essa avrà un bel
pensare che, facendo questo, l’uomo non fa che valersi d’un diritto che gli dà
il codice del Profeta. In fondo all’anima sua sentirà che v’è una legge più
antica e più sacra che condanna quell’atto come un tradimento e una prepotenza,
sentirà che quell’uomo non è più suo, che il nodo è sciolto, che la sua vita è
spezzata, ch’essa ha il diritto di ribellarsi e di maledire. E se anche non ama
suo marito, ha mille ragioni di detestare quella legge: l’interesse leso dei
suoi figliuoli, il suo amor proprio ferito, la necessità in cui è posta, o di
vivere abbandonata o di non essere più cercata dall’uomo che per compassione o
per un desiderio senz’amore. Si dirà che la donna turca sa che queste cose
accadono pure alla donna europea: è vero; ma sa pure che la donna europea non è
costretta dalla legge civile e religiosa a rispettare e a chiamar sorella colei
che le avvelena la vita, e che ha almeno la consolazione di esser considerata
come una vittima, e che ha mille modi di consolarsi e di vendicarsi senza che il
marito le possa dire, come può dire il poligamo a una delle sue mogli infedeli:
– Io ho il diritto di amare cento donne, e tu hai il dovere di non amar che me
solo.
–
È vero che la donna turca
ha molte guarentigie dalla legge e molti privilegi per consuetudine. È
generalmente rispettata con una certa forma di gentilezza cavalleresca. Nessun
uomo oserebbe alzar la mano sopra una donna in mezzo alla via. Nessun soldato,
anche nel tafferuglio d’una sedizione, s’arrischierebbe a maltrattare la più
insolente delle popolane. Il marito tratta la moglie con una certa deferenza
cerimoniosa. La madre è oggetto d’un culto particolare. Non c’è uomo che osi
far lavorare la donna per campare sul suo lavoro. È lo sposo che assegna una
dote alla sposa; essa non porta alla casa maritale che il suo corredo e qualche
schiava. In caso di ripudio o di divorzio, il marito è obbligato a dare alla
moglie tanto che basti per vivere senza disagio; e quest’obbligo lo trattiene
da usar con lei dei cattivi trattamenti, che le diano il diritto d’ottenere la
separazione. La facilità del divorzio rimedia in parte alle tristi conseguenze
dei matrimonii, fatti quasi sempre alla cieca per effetto della costituzione
speciale della società turca, nella quale i due sessi vivono divisi. Alla donna,
per ottenere il divorzio, basta poca cosa: che il marito l’abbia maltrattata
una volta, che l’abbia offesa parlando con altri, che l’abbia trascurata per un
certo tempo. Quando essa ha da lagnarsi di suo marito, non ha che da presentare
le sue lagnanze per scritto al tribunale; può, quando occorra, presentarsi in
persona a un vizir, al gran vizir stesso, da cui è quasi sempre ricevuta e
ascoltata senza ritardo e benignamente. Se non può andar d’accordo colle altre
mogli, il marito è tenuto a darle una casa separata; e se anche va d’accordo,
ha diritto a un appartamento per sè sola. L’uomo non può nè sposare nè
far sue odalische le schiave che la moglie ha portato con sè dalla |