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IANGHEN VAR
Stavo appunto
fantasticando intorno a questa passeggiata, verso le cinque della mattina,
nella mia camera dell’Albergo di Bisanzio, e così tra il sonno e la veglia,
vedendo lontano la collina di Superga, cominciavo a dire alla mia hanum viaggiatrice:
– «Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno fra due catene non
interrotte....» – quando mi comparve dinanzi, col lume in mano, il mio amico
Yunk «bianco vestito» e mi domandò con gran meraviglia: – Che cosa accade
questa notte a Costantinopoli?
Tesi l’orecchio e sentii un
rumore sordo e confuso che veniva dalla strada, un suono di passi affrettati
per le scale, un mormorio, un fremito, che pareva di giorno. Mi affacciai alla
finestra e vidi giù nell’oscurità un gran correre di gente verso il Corno
d’oro. Corsi sul pianerottolo, afferrai un cameriere greco che scendeva le
scale a precipizio e gli domandai che cos’era accaduto. Egli si svincolò
dicendo: – Ianghen var, per Dio! Non avete sentito il grido? – E poi
soggiunse scappando: – Guardate la cima della Torre di Galata. – Tornammo alla
finestra e guardando giù verso Galata vedemmo tutta la parte superiore della
gran torre illuminata da una luce purpurea vivissima, e una gran nuvola nera
che s’alzava dalle case vicine in mezzo a un vortice di scintille e s’allargava
rapidamente sopra il cielo stellato.
Subito il
nostro pensiero corse ai formidabili incendii di Costantinopoli, e specialmente
a quello spaventevole di quattr’anni innanzi; e il nostro primo sentimento fu
di terrore e di compassione. Ma immediatamente dopo, – lo confesso e me ne
vergogno, – un altro sentimento egoistico e crudele, – la curiosità del pittore
e del descrittore, – prese il disopra e, – confesso anche questo, – ci
scambiammo un sorriso che il Doré avrebbe potuto cogliere a volo per stamparlo
sulla faccia d’uno dei suoi demoni danteschi. Chi ci avesse aperto il petto, in
quel momento, non ci avrebbe trovato che un calamaio e una tavolozza.
Ci vestimmo e scendemmo in
furia giù per la gran strada di Pera.
Ma la nostra curiosità, per
fortuna, fu delusa. Non eravamo ancora arrivati alla torre di Galata che
l’incendio era quasi spento. Finivano di bruciare due piccole case; la gente
cominciava a ritirarsi; le strade erano allagate dall’acqua delle pompe e
ingombre di mobili e di materasse, fra le quali andavano e venivano,
nell’oscurità grigia del mattino, uomini e donne in camicia, tremanti dal
freddo, levando in cento lingue un vocìo assordante, nel quale non si sentiva
più che quel resto di paura che dà sapore alla chiacchiera dopo un grave
pericolo svanito. Vedendo che tutto stava per finire, scendemmo verso il ponte
per consolarci del nostro dispetto scellerato colla levata del sole.
Qui assistemmo a uno
spettacolo che valeva quello d’un incendio.
Il cielo cominciava appena
a chiarirsi dietro le colline dell’Asia. Stambul, scossa per poco al primo
annunzio dell’incendio, era già rientrata nella quiete solenne della notte. Le
rive e il ponte erano deserti; tutto il Corno d’oro dormiva, coperto da una
bruma leggerissima e immerso in un silenzio profondo. Non moveva una barca, non
volava un uccello, non stormiva un albero, non si sentiva un respiro. Quella
interminabile città azzurra, muta e velata, pareva dipinta nell’aria, e
sembrava che, gettando un grido, avrebbe dovuto svanire. Costantinopoli non ci
s’era mai mostrata in un aspetto così aereo e così misterioso; non ci aveva mai
presentato più vivamente l’immagine di quelle città favolose delle storie
orientali, che il pellegrino vede sorgere improvvisamente dinanzi a sè, e vi
trova, entrando, un popolo immobile, pietrificato, negli infiniti atteggiamenti
di una vita affaccendata ed allegra, dalla vendetta improvvisa d’un Re dei
geni. Stavamo là appoggiati alle spallette del ponte, contemplando quella scena
meravigliosa, senza più pensare all’incendio, quando sentimmo prima un vocìo
fioco e confuso di là dal Corno d’oro, come di gente che chiedesse soccorso, e
poi uno scoppio di grida altissime: – Allà! Allà! Allà! – che risonarono
improvvisamente nel vano enorme e silenzioso della rada, e nello stesso tempo
apparve sulla sponda opposta, e si slanciò giù per il ponte, correndo
precipitosamente verso di noi, una folla rumorosa e sinistra.
– Tulumbadgi! – gridò
uno dei guardiani del ponte. – (I pompieri!)
Noi ci tirammo da una
parte.
Un’orda di selvaggi
seminudi, col capo scoperto, coi petti irsuti, grondanti di sudore, vecchi,
giovani, neri, nani e giganti cappelluti e rapati, faccie d’assassini e di
ladri, quattro dei quali portavano sulle spalle una piccola pompa e pareva una
bara di fanciullo; armati di lunghe aste uncinate, di fasci di corde, d’ascie,
e di picconi, – ci passarono accanto, urlando e anelando, cogli occhi dilatati,
coi capelli sparsi, coi cenci al vento, stretti, impetuosi e biechi, – e gettandoci
in viso una tanfata d’odor di belve, disparvero nella strada di Galata, d’onde
ci giunsero le loro ultime grida fioche di Allà, e poi fu di nuovo un silenzio
profondo.
L’impressione
che mi fece quell’apparizione tumultuosa e fulminea in quella quiete arcana
della grande città addormentata, non la so esprimere; – so che compresi e vidi
in un momento mille scene d’invasioni barbariche, di saccheggi e d’orrori di
paesi e di tempi lontani, che fino allora la mia immaginazione si era sforzata
inutilmente di rappresentarsi al vivo, e che mi domandai se quella era la
città, se quello era proprio il ponte, su cui, di giorno, passavano degli
ambasciatori europei, delle signore vestite alla parigina e dei venditori di
giornali francesi.
Un minuto
dopo, il silenzio solenne del Corno d’oro fu rotto di nuovo da un gridìo
lontano, e un’altra turba scamiciata e selvaggia ci passò dinanzi, come un
turbine, sul ponte ondeggiante e sonante, levando un frastuono confuso di urli,
di sbuffi, d’aneliti, di risa soffocate e sinistre, e un’altra volta le grida
prolungate e lamentevoli di Allà si perdettero per le strade di Galata, seguite
da un silenzio mortale.
Poco dopo
passò un’altra turba, e poi una quarta, e poi altre due, e infine passò il
pazzo di Pera, nudo dalla testa ai piedi, mezzo morto dal freddo,
gettando grida acutissime, inseguito da un branco di monelli turchi, che
disparvero con lui e coi pompieri dietro le case della riva franca; e sulla
grande città, dorata dai primi raggi dell’aurora, tornò a regnare un altissimo
silenzio.
Di lì a poco si levò il
sole, comparvero i muezzin sui minareti, si mossero i caicchi, si svegliò il
porto, cominciò a passar gente sul ponte e a spandersi intorno il rumor sordo
della vita cittadina, e noi ritornammo verso Pera. Ma l’immagine di quella
grande città assopita, di quel cielo albeggiante, di quella pace solenne, di
quelle orde selvaggie, ci rimase così profondamente stampata nella mente, che
oggi ancora non ci rivediamo una volta senza ricordarcela, con un misto
piacevolissimo di stupore e di paura, come una scena veduta nella Stambul
d’altri secoli, o sognata nell’ebbrezza dell’hascisc.
Così non vidi
lo spettacolo di un incendio a Costantinopoli; ma se non lo vidi coi miei
occhi, conobbi tanti testimonii oculari di quello che distrusse Pera nel 1870,
e ne raccolsi notizie così minute, che posso dire d’averlo visto colla mente, e
descriverlo forse con non minore evidenza che se ne fossi stato anch’io
spettatore.
La prima fiamma s’accese in
una piccola casa di via Feridié, in Pera, il giorno cinque di giugno, stagione
in cui una buona parte della popolazione agiata di Costantinopoli villeggia sul
Bosforo; al tocco dopo mezzogiorno, ora in cui quasi tutti gli abitanti della
città, anche europei, stanno chiusi in casa a far la siesta. Nella casa di via
Feridié non c’era che una vecchia serva; la famiglia era partita la mattina per
la campagna. Appena s’accorse dell’incendio, la vecchia si slanciò nella strada
e si mise a correre gridando: – Al fuoco! – Subito accorse gente dalle case
intorno, con secchie e con piccole pompe –, perchè era già caduta la legge
insensata che proibiva di spegnere gli incendii prima che arrivassero gli
ufficiali dei Seraschierato –, e, come sempre, si precipitarono tutti verso la
fontana più vicina per prender acqua. Le fontane di Pera, a cui i portatori
d’acqua vanno ad attingere, a certe ore, per le famiglie del quartiere, vengono
tutte chiuse a chiave dopo la distribuzione, e l’impiegato che le ha in
custodia non può più aprirle senza il permesso dell’autorità. In quel momento
appunto v’era accanto alla fontana una guardia turca della municipalità di
Pera, che aveva la chiave in tasca, e stava là spettatrice impassibile
dell’incendio. La folla affannata lo circonda e gl’intima di aprire. Egli rifiuta
dicendo che non ha l’ordine. Gli si stringono addosso, lo minacciano, lo
afferrano: egli resiste, si dibatte, grida che non leveranno la chiave che dal
suo cadavere. Intanto le fiamme avvolgono tutta la casa e cominciano ad
attaccarsi alle case vicine. La notizia dell’incendio si propaga di quartiere
in quartiere. Dalla sommità della torre di Galata e di quella del Seraschiere,
i guardiani hanno visto il fumo e messo fuori le grandi ceste purpuree, segnale
degl’incendii di giorno. Tutte le guardie di città corrono per le strade
battendo i loro lunghi bastoni sul ciottolato e mettendo il grido sinistro: – Ianghen
var! – C’è il fuoco! – a cui rispondono con rulli cupi e precipitosi i
mille tamburi delle caserme. Il cannone di Top-hané annunzia il pericolo alla
immensa città con tre colpi che risuonano dal mar di Marmara al mar Nero. Il
Seraschierato, il serraglio, le ambasciate, tutta Pera e tutta Galata sono
sottosopra; e pochi minuti dopo arrivano a spron battuto in via Feridié il
ministro della guerra, un nuvolo di ufficiali, un esercito di pompieri, e
cominciano precipitosamente il lavoro. Ma come accade quasi sempre, quel primo
tentativo riuscì inutile. Le strade strettissime non concedevano libertà di
movimenti; le pompe non servivano, l’acqua era insufficiente e lontana; i
pompieri, mal disciplinati, come sempre, e piuttosto intesi a crescere che a
scemare la confusione, per pescare nel torbido; e per di più scarseggiavano i
facchini per il trasporto delle robe, essendone andato un gran numero, quel giorno,
alla festa nazionale armena che si celebra a Beicos. È a notarsi, inoltre, che
le case di legno erano allora in assai maggior numero che non siano ora, e che
anche le case di pietra e di mattoni avevano, come quelle di legno, dei tetti
sottili, difesi da radissime tegole, e perciò facilissimi ad accendersi. E non
v’era nemmeno il vantaggio che presenta, in simili occasioni, la popolazione
musulmana, la quale, fatalista ed apatica com’è in faccia alla sventura, non si
atterrisce gran fatto all’aspetto d’un incendio, e se non aiuta abbastanza a
spegnere, non intralcia almeno l’opera degli altri con la propria
forsennatezza. Quella era popolazione quasi tutta cristiana e perdette
immediatamente la testa. L’incendio non abbracciava ancora che poche case, che già
in tutte le strade d’intorno era un tramestìo indescrivibile, un precipitar di
mobili dalle finestre, un tumulto di pianti e di grida, uno sgomento, un
ingombro, contro cui non potevano nè le minaccie, nè la forza, nè le armi.
Un’ora era appena trascorsa dall’apparire delle prime fiamme, e già tutta la
strada Feridié era accesa, e gli ufficiali e i pompieri indietreggiavano
rapidamente da tutte le parti, lasciando qua e là morti e feriti, e la speranza
di soffocar l’incendio sul nascere era perduta. Per maggior disgrazia tirava
quel giorno un vento fortissimo che abbatteva le fiamme delle case ardenti
sopra i tetti delle case vicine, in larghe vampe orizzontali, che parevano
tende ondeggianti, in modo che il fuoco penetrava in tutte le case dal tetto, come
rovesciatovi sopra da un vulcano. L’accensione era così rapida, che le famiglie
raccolte nelle case, sicure d’essere ancora in tempo a portar via una parte dei
loro averi, si sentivano tutt’a un tratto crepitare il tetto sul capo, e appena
riuscivano a metter in salvo la vita. Le case s’accendevano l’una dopo l’altra
come se fossero state intonacate di pece, e subito, dalle innumerevoli
finestrine prorompevano le fiamme lunghe, diritte, mobilissime, come serpenti
smaniosi di preda, che si curvavano fino a lambire la strada quasi per cercar
vittime umane. L’incendio non correva, volava, e prima di avvolgere, copriva,
come un mare di fuoco. Dalla via Feridiè irruppe furiosamente nella via di
Tarla-Bascì, di qui tornò indietro e invase come un torrente la via di Misc,
poi infiammò come una foresta secca il quartiere Aga-Dgiami, poi la via
Sakes-Agatsce, poi quella di Kalindgi-Kuluk, e poi di strada in strada, coprì
di fuoco tutta la china di Yeni-Sceir, e s’incrociò col turbine di fiamme che
veniva giù strepitando e muggendo per la gran strada di Pera. Non c’erano
soltanto mille incendii da spegnere, mille nemici sparsi da combattere; erano
come le insidie e i colpi di mano inaspettati d’un grande esercito, che pareva
fosse guidato astutamente da una volontà unica, per cogliere nella rete la
città intera, e non lasciar scampo a nessuno. Erano tanti torrenti di lava che
si riunivano e s’incrociavano, precipitando e spandendosi in laghi di fuoco con
una rapidità che preveniva tutti i soccorsi. In capo a tre ore metà di Pera era
in fiamme. Una miriade di colonne di fumo vermiglio, sulfureo, bianco, nero,
fuggivano rapidissimamente rasente i tetti e s’allungavano a perdita d’occhi
lungo le colline, ottenebrando e tingendo di colori sinistri i vasti sobborghi
del Corno d’oro; per tutto era un turbinio furioso di cenere e di scintille; e
il vento sbatteva contro le case ancora intatte dei bassi quartieri una vera
grandine di braci e di tizzi, che spazzavano le strade come scariche di
mitraglia. Le strade dei quartieri accesi non erano più che grandi fornaci,
sopra alcune delle quali le fiamme formavano come un fitto padiglione, e là
precipitavano e saltellavano con un fracasso orrendo i pini del mar Nero delle
travature dei tetti, i travicelli sottili dei ciardak, i balconi
vetrati, i minareti di legno delle piccole moschee, che pareva rovinassero
spezzati da un terremoto. Per le strade ancora accessibili, si vedevano
passare, come spettri, illuminati da bagliori d’inferno, lancieri a cavallo,
ventre a terra, che portavano in tutte le direzioni gli ordini del
Seraschierato; ufficiali del Serraglio, col capo scoperto e la divisa
abbruciacchiata; cavalli sciolti di soldati caduti; frotte di facchini carichi
di masserizie, sciami di cani ululanti, turbe di fuggiaschi che inciampavano e
stramazzavano urlando giù per le chine, tra i feriti, i cadaveri e le macerie,
e sparivano tra il fumo e le fiamme, come legioni di dannati. Per un momento,
fu visto immobile dinanzi all’imboccatura d’una strada accesa del quartier
Aga-Dgiami, il Sultano Abdul-Aziz, a cavallo, circondato dal suo corteo,
pallido come un cadavere, cogli occhi dilatati e fissi nelle fiamme, come se
ripetesse tra sè le parole memorabili di Selim I: – Ecco il soffio ardente
delle mie vittime! Io lo sento, che distruggerà la città, il mio serraglio e me
pure! – E poi disparve in un nuvolo di cenere, trascinato dai suoi cortigiani.
Tutto l’esercito di Costantinopoli e tutta l’innumerevole turba dei pompieri
era in moto, a frotte, a lunghissime catene, a semicerchi immensi che
abbracciavano interi quartieri, sorvegliati e diretti da visir, da ufficiali di
corte, da pascià, da ulema; in alcuni punti, per tagliar la strada alle fiamme,
fervevano battaglie disperate; case dietro case, in pochi minuti, cadevano
sotto le scuri; i tetti formicolavano di gente ardita che affrontava il fuoco a
bruciapelo, e cadevano a capofitto nei crateri aperti sotto i loro piedi, e
altri vi succedevano, come in una mischia, ostinati, gettando grida selvaggie,
e agitando i fez abbruciacchiati in mezzo al fumo color di foco. Ma l’incendio
s’avanzava vittorioso in mezzo ai mille getti d’acqua, sorpassando a grandi
salti piazze, giardini, grandi edifici di pietra, piccoli cimiteri, e faceva da
tutte le parti retrocedere pompieri, soldati e cittadini, come un esercito in
rotta, flagellandoli alle spalle con una pioggia di carboni roventi. Si
compievano, anche in quell’orrenda confusione, dei belli atti di coraggio e di
umanità. Si videro in molti punti, fra le rovine ardenti delle case, sventolare
i veli bianchi delle Suore di Carità, curve sui moribondi; dei turchi che si
slanciarono tra le fiamme e ricomparvero poco dopo sollevando sulle braccia
scorticate dei bambini cristiani; altri musulmani che, dinanzi a una casa
infiammata, immobili, colle braccia incrociate in mezzo a una famiglia
cristiana in preda alla disperazione, offrivano freddamente cento lire turche a
chi salvasse un ragazzo europeo rimasto nel fuoco; alcuni che raccoglievano in
drappelli, per le strade, i bimbi smarriti, e li legavano colle bende del
turbante, per restituirli poi ai parenti; altri che aprivano le loro case ai
fuggitivi seminudi; più d’uno, che, per dar un esempio di coraggio e di
disprezzo dei beni terreni, mentre la propria casa bruciava, stava seduto nella
via sopra un tappeto, fumando tranquillamente il narghilè, e si faceva in là,
con suprema indifferenza, man mano che le fiamme s’avvicinavano. Ma il coraggio
e la freddezza d’animo non valevano più oramai contro quella tempesta di fuoco.
A momenti, pareva che, scemando un poco il vento, l’incendio rimettesse della
sua furia; ma subito il vento ricominciava a soffiare con maggior veemenza, e
le fiamme, che s’erano appena risollevate, tornavano a curvarsi con impeto e a
vibrare come freccie le loro punte diritte e implacabili, levando uno strepito
cupo e precipitoso, rotto dagli scoppi improvvisi delle farmacie piene di
petrolio, dalle detonazioni del gaz sparso per le case, di cui i tubi disfatti
mandavano fuori rigagnoli di piombo fuso; dai tetti che rovinavano d’un colpo
come schiacciati da una valanga; dal crepitìo dei giardini di cipressi che si
contorcevano e s’infiammavano a un tratto, sciogliendosi in una pioggia di
resina ardente; dai gruppi di vecchie case di legno, che s’accendevano
scoppiettando come fuochi d’artifizio, e sprigionavano fasci enormi di fiamme
bianche in cui parevano che soffiassero mantici di cento officine. Era uno
stritolamento, un rovinìo, una distruzione rabbiosa, che pareva prodotta nello
stesso tempo da un incendio, da un’inondazione, da una convulsione della terra
e dalla rapina d’un esercito. Nessuno aveva mai nè visto nè sognato un simile
orrore. La popolazione pareva impazzita. Per le strade di Pera era un
rimescolamento vertiginoso e un urlìo forsennato come sul ponte d’un bastimento
nel momento del naufragio. In mezzo ai mobili rotolati, sotto al balenìo delle
spade degli ufficiali, fra gli urti e le bastonate dei facchini e dei portatori
d’acqua, in mezzo ai cavalli dei Pascià e alle frotte dei pompieri che
passavano di corsa investendo e rovesciando quanto incontravano, famiglie
italiane, francesi, greche, armene, poveri e ricchi, donne e fanciulli,
smarriti, smemorati, si cercavano brancolando, si chiamavano gridando e
piangendo, soffocati dal fumo e accecati dalle scintille; passavano
ambasciatori, seguiti da drappelli di servi, carichi di carte e di libri; frati
che innalzavano un crocifisso sopra la folla; gruppi di donne turche che
portavano fra le braccia gli oggetti più preziosi dell’arem; stuoli di gente
curva sotto spoglie di chiese, di teatri, di scuole, di moschee; e a quando a
quando, una nuvola enorme di fumo caliginoso, spinta giù da una ventata
improvvisa, immergeva tutti nelle tenebre e cresceva lo scompiglio e il
terrore. A crescere ancora gli orrori di quel disastro, c’era, come sempre, ma
più quel giorno che mai, una miriade di ladri d’ogni paese, sbucati da tutti i
covi di Costantinopoli, riuniti a drappelli d’intesa fra loro, e vestiti da
facchini, da signori o da soldati, i quali entravano nelle case e rubavano a man
salva, e correvano poi in frotte a Kassim-Pascià e a Tataola, a depositarvi il
bottino; e i soldati li cacciavano, stendendosi in cordoni, e assalendoli a
pattuglie, e seguivano lotte, dispersioni e inseguimenti, che aggiungevano
sgomento a sgomento. I pompieri, i facchini, i portatori d’acqua, spalleggiati
dai loro parenti, stretti in bande brigantesche, sotto gli occhi delle famiglie
desolate di cui ardevano le case, interrompevano il lavoro, e mettevano a
prezzo d’oro la continuazione. I mobili ammucchiati a traverso le strade
strette, difesi dalle famiglie, erano presi d’assalto da torme di predoni,
colle armi alla mano, e poi ridifesi, come barricate, dall’assalto di altri
predoni. Turbe di fuggitivi, incontrandosi colle loro robe nei varchi angusti, si
disputavano ferocemente la precedenza del passaggio, e lasciavano il terreno
ingombro di gente soffocata o ferita. Ma già dopo le prime quattr’ore
d’incendio, la furia del foco era tale che pochi s’affannavano più per le
proprie robe, e a tutti pareva già molto di metter in salvo la vita. Due terzi
di Pera ardevano, e le fiamme, correndo sempre più rapidamente in tutte le
direzioni, accerchiavano quasi all’improvviso dei vasti spazii prima che la
gente, ch’era dentro, se ne avvedesse. Centinaia di sventurati, stretti in
folla, si slanciavano su per una stradicciuola tortuosa per cercare uno scampo,
e improvvisamente, a una svoltata, si vedevano venir contro un uragano di vampe
e di fumo, che li ricacciava indietro, forsennati, a cercare un’altra uscita. Famiglie
intere, – ed una, fra queste, di ventidue persone, – erano tutt’a un tratto
circondate, asfissiate, arse, carbonizzate. Presi dalla disperazione, si
rifugiavano nelle cantine dove rimanevano soffocati, si precipitavano nei pozzi
e nelle cisterne, s’impiccavano agli alberi, o dopo aver cercato inutilmente un
ricovero nei ripostigli più segreti della casa, smarrita la ragione, uscivano
all’aperto e correvano a buttarsi nelle fiamme. Dai luoghi alti di Pera, si
vedevano giù per le chine, in mezzo a cerchi di fuoco, famiglie inginocchiate
sulle terrazze, colle braccia tese e le mani giunte, che chiedevano al cielo il
soccorso che non speravano più dalla terra. Si vedevano venir giù di corsa
dalle alture di Pera e sparpagliarsi per Galata, per Top-hanè, per Funduclù,
per i bassi cimiteri, stormi di gente pallida e scapigliata, stravolta dal
terrore, che cercava ancora dove nascondersi, come se fosse inseguita dal
fuoco; fanciulli insanguinati, donne lacere, coi capelli arsi, che stringevano
fra le braccia bimbi morti o acciecati; uomini col viso e le braccia scorticate
che si scontorcevano per terra fra gli spasimi dell’agonia; vecchi
singhiozzanti come bambini, signori ridotti alla miseria che davan del capo nei
muri, giovanetti deliranti che andavano a cadere estenuati sulla riva del Corno
d’oro, famiglie che portavano cadaveri anneriti, sventurati impazziti dallo
spavento che trascinavano seggiole attaccate a uno spago o si serravano sul
petto delle bracciate di cocci e di cenci, prorompendo in grida lamentevoli o
in risa frenetiche. E intanto, continuavano a salire dai quartieri bassi, dagli
arsenali di Ters-hanè e di Top-hanè, dalle caserme, dalle moschee, dai palazzi
del Sultano, e correvano come a un assalto, urlando Janghen var e
Allà, su per le colline, fra il turbinìo della cenere e delle scintille,
sotto una pioggia di caligine ardente, per le strade coperte di tizzoni e di
rottami, battaglioni di nizam, bande di ladri, falangi di pompieri, generali,
dervis, messi della Corte, famiglie che tornavano indietro a cercare i parenti
perduti, predatori ed eroi, la sventura, la carità e il delitto, confusi in una
turba spaventevole, che montava rumoreggiando come un mare in tempesta,
colorata dai riflessi vermigli dell’immensa fornace. E poco lontano da quell’inferno,
rideva, come sempre, la maestà serena di Stambul e la bellezza primaverile
della riva asiatica, specchiata dal mar di Marmara e dal Bosforo, coperto di
bastimenti immobili; una folla immensa, che faceva nere tutte le rive,
assisteva muta e impassibile allo spettacolo spaventoso; i muezzin annunziavano
con lente cantilene dai terrazzi dei minareti il tramonto del sole; gli uccelli
roteavano allegramente intorno alle moschee delle sette colline; e i vecchi
turchi, seduti all’ombra dei platani, sopra le alture verdi di Scutari,
mormoravano con voce pacata: – È sonata l’ultima ora per la città dei Sultani.
– Il giorno prescritto è venuto. – La sentenza d’Allà si compisce. – Così sia –
Così sia.
L’incendio,
per fortuna, non si protrasse nella notte. Alle sette della sera s’accendeva,
per ultimo, il palazzo dell’ambasciata d’Inghilterra; dopo di che il vento
cessava improvvisamente, e le fiamme morivano, spontaneamente o soffocate, da
tutte le parti.
In sei ore due terzi di
Pera erano stati distrutti dalle fondamenta, nove mila case incenerite, due
mila persone morte.
Dopo
l’incendio famoso del 1756, che distrusse ottanta mila case, e spianò due terzi
di Stambul, sotto il regno di Otmano III, non s’era più visto un disastro così
tremendo; e nessun incendio, dalla presa di Costantinopoli in poi, mietè un
così gran numero di vite.
Il giorno
seguente Pera offriva un aspetto meno spaventevole, ma non meno triste che
durante l’infuriare dell’incendio. Dov’era passato il fuoco, era un deserto, e
apparivano le forme nude e sinistre della grande collina; nuovi prospetti, una
luce nuova, vastissimi spazi coperti di cenere in mezzo ai quali non rimanevano
che le torricine affumicate dei camini, come monumenti funebri; quartieri
interi scomparsi come accampamenti di beduini portati via dall’uragano; strade
e crocicchi di cui non rimanevan più che le traccie nere e fumanti sulla terra,
fra le quali erravano migliaia di sventurati cenciosi e sparuti, che chiedevano
l’elemosina in mezzo a un via vai di soldati, di medici, di monache, di
sacerdoti d’ogni religione e d’impiegati di tutti i gradi, che distribuivano
pane e denaro, e guidavano lunghe file di carri carichi di materasse e di
coperte, mandate dal governo per la gente rimasta senza casa. Il governo aveva
fatto pure distribuire le tende dei soldati. Le alture di Tataola e il grande
cimitero armeno erano coperti d’accampamenti, in cui brulicava una folla
immensa. Per tutto si vedevano strati e monti di masserizie su cui sedevano
famiglie estenuate e istupidite. Nel vasto cimitero di Galata erano sparsi e
accatastati alla rinfusa, come in un bazar messo sottosopra, lungo i sentieri e
in mezzo ai sepolcri, divani, letti, cuscini, pianoforti, quadri, libri,
carrozze sconquassate, cavalli feriti legati ai cipressi, portantine dorate
d’ambasciatori e gabbie di pappagalli degli arem, custoditi da una folla di
servi e di facchini neri di caligine e cascanti di sonno. Una poveraglia
innumerevole, immonda, non mai veduta, girava per le strade a cercar chiodi e
serrature fra le macerie, scansando i soldati e i pompieri addormentati per
terra, sfiniti dalle fatiche della notte; si vedeva per tutto gente
affaccendata a rizzar baracche sulle rovine delle proprie case, con tende ed
assiti; famiglie inginocchiate in mezzo ai muri affumicati di chiese senza
tetto, dinanzi ad altari bruciati; gruppi di uomini e di donne che correvano
affannosamente, col capo chino, osservando viso per viso lunghe file di
cadaveri carbonizzati e sformati, e lì riconoscimenti, grida disperate, scoppi
di pianto, gente che stramazzava come fulminata, in mezzo a una processione di
lettighe e di bare, a un polverìo denso, a un’aria infocata, a un puzzo di
carni arse, a nuvoli di scintille che si sollevavano improvvisamente sotto le
vanghe e i picconi degli scavatori, e ricadevano sopra una folla fitta, lenta,
silenziosa, sbalordita, accorsa da tutte le parti di Costantinopoli, sopra alla
quale apparivano le faccie pallide e gravi dei Consoli e degli Ambasciatori,
che arrestavano i cavalli sui crocicchi, e guardavano intorno sgomentati
dall’immensità del disastro.
Eppure anche quell’immenso
disastro, come segue sempre nei paesi orientali, fu presto dimenticato. Quattro
anni dopo io non ne vidi più traccia, fuorchè qualche tratto di terreno sgombro
all’estremità di Pera, dinanzi all’altura di Tataola. Dell’incendio si parlava
già come d’un avvenimento molto lontano. Per qualche tempo, mentre le ceneri
erano ancora calde, i giornali avevano chiesto al governo dei provvedimenti:
che riordinasse il corpo dei pompieri, che mutasse le pompe, che si procurasse
maggior abbondanza d’acqua, che regolasse la costruzione delle case; ma il
governo aveva fatto il sordo e gli europei avevano rimesso il cuore in pace,
continuando a vivere alla turca, ossia fidando un po’ nel buon Dio e un po’
nella buona fortuna.
Così, nulla o quasi nulla
essendo mutato, si può andar sicuri che quello del 1870 non fu l’ultimo dei
grandi incendi dai quali «è scritto» che la città dei Sultani sia ogni tanti
anni desolata. Le case di Pera sono ora quasi tutte, è vero, di muratura; ma
costrutte la maggior parte malamente, da architetti senza studii e senza
esperienza, non invigilati dal Governo, e spesso anche costrutte dal primo
venuto, in maniera che molte rovinano prima d’esser terminate, e quelle che
rimangono su, non possono opporre alcuna resistenza alle fiamme. L’acqua,
specialmente a Pera, è sempre scarsa e soggetta a un monopolio vergognoso; e
siccome viene in gran parte dai serbatoi del villaggio di Belgrado, costrutti
dai Romani, manca affatto quando non cadono pioggie abbondanti in primavera e
in autunno; onde chi ha denari deve pagarla a peso d’oro e i poveri bevono
fango. I pompieri sono sempre piuttosto una grande banda di malfattori, che un
corpo ordinato di operai; banda composta di gente d’ogni paese, dipendenti più
di nome che di fatto dal Seraschierato, da cui non ricevono che una razione di
pane; inesperti, indisciplinati, ladri, detestati e temuti dalla popolazione
quanto il fuoco che non sanno spegnere, e sospetti, non senza fondamento, di
desiderare gl’incendi, come occasione di far bottino. Le pompe non
scarseggiano, è vero, e i turchi ne vanno alteri come di macchine meravigliose;
ma sono ridicole carabattole, che contengono una dozzina di litri d’acqua, e
mandano uno zampillo sottilissimo, piuttosto adatto a innaffiare giardini che a
spegnere incendi. E sarebbe nondineno una gran fortuna, se rimanendo questi
inconvenienti, fossero cessati gli altri, che sono molto più gravi. Non è
credibile, senza dubbio, quello che molti credono ancora, che il Governo, cioè,
susciti gl’incendii per allargare le strade, chè il danno e il pericolo
sarebbero troppo sproporzionati ai vantaggi; nè accade più come per il passato,
che il «partito d’opposizione» dia fuoco a un quartiere di Costantinopoli per
spaventare il Sultano, nè che l’esercito incendii un sobborgo per ottenere un
accrescimento di paga. Ma il sospetto, che gl’incendii siano molte volte
suscitati da coloro che ne possono trarre guadagno, è sempre vivo, e il fatto
provò troppo spesso che non è un sospetto infondato. Per il che la popolazione
vive in un’ansietà continua. Teme dei portatori d’acqua, dei facchini, degli
architetti, dei mercanti di legna e di calce, e massimamente dei servitori, che
sono la peggior genìa di Costantinopoli, legati la maggior parte con ladri, i
quali sono alla loro volta ordinati in associazioni e in comitati, da cui altre
compagnie occulte compran la roba rubata e facilitano con varii mezzi il
delitto. E la polizia locale mostra con questa gente una fiacchezza, per non
chiamarla indulgenza, la quale produce quasi gli effetti della complicità. Non
fu mai condannato un incendiario. Raramente i ladri, dopo gl’incendii, sono
colti e puniti. È anche più raro che gli oggetti sequestrati dalla polizia siano
restituiti ai proprietarii. Di più, essendoci a Costantinopoli del canagliume
di tutti i paesi, l’azione della giustizia è inceppata in mille modi dai
trattati internazionali; i Consolati reclamano a sè i malfattori della propria
nazione; i processi durano un secolo; molti delinquenti scappano; il timore del
castigo non serve quasi affatto di freno agli scellerati, e il saccheggio
negl’incendii è considerato da loro quasi come un privilegio tacitamente
riconosciuto dalle autorità, come era altre volte per gli eserciti il mettere a
sacco le città espugnate. Per questo la parola «incendio» significa ancora per
la popolazione di Costantinopoli «tutte le sventure» e il grido di Janghen
var è sempre un grido tremendo, solenne, fatale, al cui suono tutta la città
si rimescola fin nel più profondo delle sue viscere, come all’annunzio d’un
castigo di Dio. E chi sa quante volte la grande metropoli dovrà ancora essere
incenerita e rialzata sulle sue ceneri prima che la civiltà europea abbia
piantato la sua bandiera sul palazzo imperiale di Dolma-Bagcé!
Nei tempi andati, quando
scoppiava un incendio in Costantinopoli, se il Sultano si trovava in quel
momento nell’arem, gli portava l’annunzio del pericolo un’odalisca tutta
vestita color di porpora dal turbante alle babbuccie, la quale aveva l’ordine
di presentarsi a Lui in qualunque luogo egli fosse; fosse anche stato in
braccio alla più cara delle sue favorite. Essa non aveva che da presentarsi
sulla soglia: il color di fuoco dei suoi panni era l’annunzio muto della sventura.
Ebbene, chi crederebbe che fra tante immagini grandiose e terribili che mi si
affacciano alla mente quando penso agl’incendii di Costantinopoli, sia la
figura di quell’odalisca quella che scuote più vivamente tutte le mie fibre
d’artista? Io vorrei essere pittore per dipingere quel quadro, e supplicherò
tutti i pittori di dipingerlo, sin che n’abbia trovato uno che s’innamori
dell’argomento, e a lui sarò grato per la vita. Egli rappresenterà, in una
stanza dell’arem imperiale, tappezzata di raso e rischiarata da una luce
soavissima, sopra un largo divano, accanto a una circassa bionda di quindici
anni, coperta di perle, Selim I, il Sultano tremendo, che s’è svincolato
impetuosamente dalle braccia della sua cadina, e fissa i grand’occhi atterriti sopra
l’odalisca purpurea, muta, sinistra, ritta sulla soglia come una statua, la
quale, con un volto pallido che rivela la venerazione e il terrore, sembra
voler dire: – Re dei Re, Allà ti chiama e il tuo popolo desolato t’aspetta! – e
sollevando la cortina della porta, mostra di là da un terrazzo, in una grande
lontananza azzurrina, la città enorme che fuma.
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