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LE MURA
Il giro intorno alle
antiche mura di Stambul lo volli far solo, e consiglio ad imitarmi tutti
gl’Italiani che andranno a Costantinopoli, perchè lo spettacolo delle grandi
rovine solitarie non lascia un’impressione veramente profonda e durevole se non
in chi è tutto inteso a riceverla, e può seguire liberamente il corso dei suoi
pensieri, in silenzio. C’era da fare una passeggiata di circa quindici miglia
italiane, a piedi, sotto i raggi del sole, per strade deserte. – Forse – dissi
al mio amico – a metà strada mi piglierà la tristezza della solitudine e
t’invocherò come un Santo; ma tant’è, voglio andar solo. – Alleggerii il
portamonete per il caso che qualche ladro suburbano avesse voluto vederci
dentro, gittai qualchecosa «dentro alle bramose canne» per poter dir poi a me
stesso: – «taci, maledetto lupo» –; e m’incamminai alle otto della mattina,
sotto un bel cielo lavato da una pioggerella della notte, verso il ponte della
Sultana Validè.
Il mio
disegno era d’uscire da Stambul per la porta del quartiere delle Blacherne, di
percorrere la linea delle mura dal Corno d’oro fino al castello delle Sette
Torri, e di ritornare lungo la riva del Mar di Marmara, girando così intorno a
tutto il grande triangolo della città musulmana.
Passato il ponte, svoltai a
destra e m’innoltrai nel vasto quartiere chiamato Istambul-disciaré, o Stambul
esterna, che è una lunga striscia di città, compresa fra le mura ed il porto,
tutta casupole e magazzini d’oli e di legna, stata distrutta più volte dagli
incendii. Fra le viuzze e la riva del Corno d’oro, lungo la quale si stende una
fila di piccoli scali e di seni pieni di bastimenti e di barconi, c’è un viavai
fitto di facchini, di ciucci e di cammelli, un rimescolìo di gente strana e di
cose sporche, e un urlìo incomprensibile, che fa pensare a quei porti
meravigliosi del mar dell’Indie e del mar della China dove s’incontrano i
popoli e le merci dei due emisferi. Le mura che rimangono da questo lato della
città, sono alte cinque volte un uomo, merlate, fiancheggiate di cento in cento
passi da piccole torri quadrangolari, e in molte parti rovinate; ma sono il
tratto meno notevole e per arte e per memorie delle mura di Stambul.
Attraversai il quartiere del Fanar, passando sulla riva ingombra di fruttaioli,
di pasticcieri, di venditori d’anice e di rosolio, e di cucine esposte all’aria
aperta, in mezzo a gruppi di bei marinari greci atteggiati come le statue dei
loro Numi antichi; girai intorno al vastissimo ghetto di Balata; percorsi il
quartiere silenzioso delle Blacherne, e uscii finalmente di città per la porta
chiamata Egri-Kapú, poco lontana dalla riva del Corno d’oro. Tutto questo è
presto detto; ma è una camminata di un’ora e mezzo, ora in salita, ora
in discesa, intorno a laghi di mota, sopra ciottoli enormi, per vicoli senza
fine, sotto volte oscure, a traverso a vasti spazii solitari, senz’altra guida
che la punta dei minareti della moschea di Selim. A un certo punto si
cominciano a non veder più nè faccie nè abiti di franchi; poi spariscono le
casette all’europea; poi il ciottolato, poi le insegne delle botteghe, poi
l’indicazione delle strade, poi ogni rumor di lavoro; e più si va innanzi, più
i cani guardano torvo, più i monelli turchi fissano con l’occhio ardito, più le
donne del volgo si nascondono la faccia con cura, fin che ci si trova in piena
barbarie asiatica, e la passeggiata di due ore pare che sia stata un viaggio di
due giorni.
Uscendo da
Egri-Kapú, voltai a sinistra e vidi improvvisamente un larghissimo tratto delle
mura famose che difendono Stambul dalla parte di terra.
Sono passati
tre anni da quel momento; ma non posso ricordarmene senza provare un sentimento
vivissimo di maraviglia. Non so in quale altro luogo dell’Oriente si trovino
così raccolte la grandezza dell’opera umana, la maestà della potenza, la gloria
dei secoli, la solennità delle memorie, la mestizia delle rovine, la bellezza
della natura. È una vista che ispira insieme ammirazione, venerazione e
terrore; uno spettacolo degno d’un canto d’Omero. A primo aspetto, si
scoprirebbe il capo e si griderebbe: – Gloria! – come dinanzi a una schiera
interminabile di giganteschi eroi mutilati.
La cinta delle mura e delle
torri enormi si stende fin dove arriva lo sguardo, salendo e scendendo a
seconda delle alture e degli avvallamenti, dove bassissima che par che si
sprofondi nella terra, dove alta che par che coroni la sommità d’una montagna;
svariata d’infinite forme di rovine, tinta di mille colori severi, dal calcareo
fosco quasi nero al giallo caldo quasi dorato, e rivestita d’una vegetazione
rigogliosa d’un verde cupo, che s’arrampica su per i muri, ricasca in ghirlande
dai merli e dalle feritoie, si rizza in ciuffi alteri sulla cima delle torri,
s’ammucchia in piramidi altissime, vien giù quasi a cascatelle dalle cortine, e
colma brecce, spaccature e fossati, e si avanza fin sulla via. Sono tre ordini
di mura che formano come una gradinata gigantesca di rovine: il muro interno,
che è il più alto, fiancheggiato, a brevi distanze eguali, da grossissime torri
quadrate; quel di mezzo, rafforzato da piccole torri rotonde; l’esterno senza
torri, bassissimo, e difeso da un fosso largo e profondo, anticamente riempito
dalle acque del Corno d’oro e del Mar di Marmara, ora coperto d’erba e di
cespugli. Tutte queste mura sono ancora, presso a poco, quali erano il giorno
dopo la presa di Costantinopoli: perchè sono pochissima cosa i ristauri fatti
da Maometto e da Bajazet II. Vi si vedono ancora le breccie che v’apersero i
cannoni enormi d’Orbano, le tracce dei colpi degli arieti e delle catapulte,
gli squarci delle mine, e tutti gl’indizii dei luoghi dove si diedero gli
assalti più furiosi e si opposero le resistenze più disperate. Le torri rotonde
delle mura di mezzo sono quasi tutte rovinate fino alle fondamenta; le torri
delle mura interne, quasi tutte ritte; ma smerlate, scantonate, ridotte in
punta alla sommità come tronchi d’alberi enormi acuminati a colpi d’accetta, e
screpolate di cima in fondo o incavate alla base come scogli rosi dal mare.
Pezzi smisurati di muratura, rotolati giù dalle cortine, ingombrano la
piattaforma del muro di mezzo, quella del muro esterno ed il fosso. Piccoli
sentieri serpeggiano fra le macerie e le erbaccie e si perdono nell’ombra cupa
della vegetazione alta, fra i macigni e gli scoscendimenti della terra messa a
nudo dai muri precipitati. Ogni tratto di bastione compreso fra due torri è un
quadro stupendo di rovine e di verde, pieno di maestà e di grandezza. Tutto
è colossale, selvatico, irto, minaccioso, e improntato d’una bellezza pomposa e
triste, che impone la riverenza. Par di vedere le rovine d’una catena
sterminata di castelli feudali, o i resti d’una di quelle muraglie prodigiose
che circondavano i grandi imperi leggendarii dell’Asia orientale. La
Costantinopoli del secolo decimonono è sparita; si è dinanzi alla città dei
Costantini; si respira l’aria del quattrocento; tutti i pensieri corrono al
giorno dell’immensa caduta e si rimane per un momento sbalorditi e sgomenti.
La porta per cui ero
uscito, chiamata dai turchi Egri-Kapú, era quella famosa porta Caligaria, per
la quale fece la sua entrata trionfale Giustiniano, ed entrò poi Alessio
Comneno per impadronirsi del trono. Dinanzi v’è un cimitero musulmano. Nei
primi giorni dell’assedio era stato messo là quello smisurato cannone d’Orbano,
intorno al quale lavoravano quattrocento artiglieri e che cento buoi stentavano
a smovere. La porta era difesa da Teodoro di Caristo e da Giovanni Greant, contro
l’ala sinistra dell’esercito turco che si stendeva fino al Corno d’oro. Da quel
punto fino al Mar di Marmara non c’è più un sobborgo nè un gruppo di case. La
strada corre diritta fra le mura e la campagna. Non v’è nulla che distragga
dalla contemplazione delle rovine. Mi misi in cammino. Andai per un lungo
tratto in mezzo a due cimiteri; uno cristiano a sinistra, sotto le mura; un
altro maomettano, a destra, vastissimo e ombreggiato da una selva di cipressi.
Il sole scottava; la strada si stendeva dinanzi a me bianca e solitaria, e
sollevandosi a poco a poco tagliava con una linea retta, sulla sommità
dell’altura, il cielo, limpidissimo. Da una parte le torri succedevano alle
torri, dall’altra le tombe succedevano alle tombe. Non sentivo che il rumore cadenzato
del mio passo e di tratto in tratto il fruscìo di un lucertolone fra i cespugli
vicini. Andai così per un lungo tratto, fin che mi trovai impensatamente
davanti a una bella porta quadrata, sormontata da un grande arco a tutto sesto
e fiancheggiata da due grosse torri ottagone. Era la porta d’Adrianopoli, la
Polyandria dei Greci; quella che sostenne nel 625, sotto Eraclio, l’urto
formidabile degli Avari, che fu difesa contro Maometto II dai fratelli Paolo e
Antonino Troilo Bochiardi, e che divenne poi la porta delle uscite e
dell’entrate trionfali degli eserciti musulmani. Nè dinanzi nè intorno non
c’era anima viva. Improvvisamente uscirono di galoppo due cavalieri turchi, mi
ravvolsero in un nuvolo di polvere e sparirono per la strada d’Adrianopoli; poi
tornò a regnare un silenzio profondo.
Di là,
voltando le spalle alle mura, mi avanzai per la strada d’Adrianopoli, discesi
nel vallone del Lykus, salii sopra un’altura, e mi trovai dinanzi al vastissimo
piano ondulato e arido di Dahud-Pascià, dove tenne il quartier generale
Maometto II, durante l’assedio di Costantinopoli. Stetti qualche tempo là
immobile, guardando intorno con una mano sugli occhi, come per cercare le
traccie dell’accampamento imperiale e rappresentarmi il grande e strano
spettacolo che doveva offrire quel luogo sul finire della primavera del 1453.
Là proprio rifluiva, come al suo cuore, la vita di tutto l’enorme esercito che
stringeva nel suo formidabile amplesso la grande città moribonda. Di là
partivano gli ordini fulminei che movevano le braccia di centomila operai, che
facevano trascinare per terra duecento galere dalla baia di Besci-tass alla
baia di Kassim-Pascià, che spingevano nelle viscere della terra eserciti di
minatori armeni, che sguinzagliavano da cento parti i drappelli d’araldi ad
annunziar l’ora degli assalti, e facevano, nel tempo che s’impiega a contare le
pallottoline d’un tespì, tendere trecentomila archi e sguainare trecentomila
scimitarre. Là i messi pallidi di Costantino s’incontravano coi genovesi di
Galata venuti a vender l’olio per rinfrescare i cannoni d’Orbano e colle
vedette musulmane che spiavano dalla riva del Mar di Marmara se apparissero
all’orizzonte le flotte europee a portar gli ultimi soccorsi della cristianità
all’ultimo baluardo dei Costantini. Là era un formicolìo di cristiani
rinnegati, d’avventurieri asiatici, di vecchi sceicchi, di dervis macilenti,
laceri e stremati dalle lunghe marcie, che andavano e venivano affannosamente
intorno alle tende di quattordicimila giannizzeri, fra schiere interminabili di
cavalli bardati, fra lunghissime file di alti cammelli immobili, in mezzo a
catapulte e a baliste infrante, a rottami di cannoni scoppiati, a piramidi di
palle enormi di granito; incrociandosi con le processioni dei soldati polverosi
che portavano a due a due, dalle mura all’aperta campagna, cadaveri sformati e
feriti urlanti, a traverso una nuvola perpetua di fumo. In mezzo all’accampamento
dei giannizzeri s’alzavano le tende variopinte della Corte, e al di sopra di
queste, il padiglione vermiglio di Maometto II. E ogni mattina, allo spuntar
del giorno, egli era là, ritto dinanzi all’apertura del suo padiglione, pallido
della veglia affannosa della notte, col suo gran turbante ornato d’un pennacchio
giallo e il suo lungo caffettano color di sangue, e fissava il suo
sguardo d’aquila sull’immensa città che gli si stendeva dinanzi, tormentando
con una mano la folta barba nera e coll’altra il manico d’argento del suo
pugnale ricurvo. Accanto a lui c’era Orbano, l’inventore del cannone
prodigioso, che doveva pochi giorni dopo, scoppiando, slanciare le sue ossa
sulla spianata dell’Ippodromo; l’ammiraglio Balta-Ogli, già turbato dal
presentimento della sconfitta, che fece cadere sul suo capo il bastone d’oro del
Gran Signore; il comandante temerario dell’Epepolin, il grande castello mobile,
coronato di torri e irto di ferro, che cadde poi incenerito davanti alla porta
di San Romano; una corona di legisti e di poeti abbronzati dal sole di cento
battaglie; un corteo di pascià colle membra coperte di cicatrici e i caffettani
lacerati dalle freccie; una folla di giannizzeri giganteschi colle lame nude
nel pugno e di sciaù armati di verghe di acciaio, pronti a far cadere le teste
e a lacerare le carni ai ribelli e ai vigliacchi; tutto il fiore di quella
sterminata moltitudine asiatica, piena di gioventù, di ferocia e di forza, che
stava per rovesciarsi, come un torrente di ferro e di fuoco, sugli avanzi
decrepiti dell’Impero bizantino; e tutti, immobili come statue, tinti di rosa
dai primi raggi dell’aurora, guardavano all’orizzonte le mille cupole argentee
della città promessa dal Profeta, sotto le quali sonavano, in quell’ora, le
preghiere e i singhiozzi del popolo codardo. Io vedevo i visi, gli
atteggiamenti, i pugnali, le pieghe delle cappe e dei caffettani, e le grandi
ombre che s’allungavano sul terreno incavato dalle ruote dei cannoni e delle
torri. Ma a un tratto, lasciando cader gli occhi sopra una grossa pietra mezzo
affondata nella terra, e leggendovi una rozza iscrizione, quel gran quadro
disparve come una visione fantasmagorica, e vidi sparpagliarsi per la pianura
brulla una moltitudine allegra di cacciatori di Vincennes, di zuavi e di
fantaccini dai calzoni rossi; sentii cantare le canzonette della Provenza e
della Normandia; vidi il maresciallo Saint-Arnaud, Canrobert, Forey, Espinasse,
Pelissier; riconobbi mille volti e mille colori vivi nella mia memoria e cari
al mio cuore fin dall’infanzia... e rilessi con un sentimento inesprimibile di
sorpresa e di piacere quella povera iscrizione. La
quale diceva: – Eugène Saccard, caporal dans le 22° léger, 16 Juin 1854.
Di là
ripassai per il vallone del Lykus e ritornai sulla strada che fiancheggia le
mura, sempre solitaria e sempre serpeggiante fra le rovine e i cimiteri. Passai
dinanzi all’antica porta militare di Pempti, ora murata; attraversai un’altra
volta il Lykus, che entra nella città in quel punto, e arrivai finalmente
dinanzi alla porta chiamata del Cannone, dal gran cannone d’Orbano, che v’era
appostato davanti; la porta contro cui rivolse il suo ultimo assalto l’esercito
di Maometto. Alzando gli occhi alla sommità delle mura, vidi dietro ai merli
parecchie orribili faccie nere, coi capelli scarmigliati, che mi guardavano in
aria di stupore. Seppi poi che s’era annidata là una tribù di zingari, ficcando
le sue capanne nelle spaccature delle cortine e delle torri. Qui le traccie
della lotta sono veramente gigantesche e superbe: le mura sventrate,
crivellate, stritolate; le torri dimezzate ed informi, le piattaforme sepolte
sotto monti di ruderi, le feritoie squarciate, il terreno sconvolto, il fosso
ingombro di rottami colossali, che sembrano massi di roccie franati da una
montagna. La battaglia tremenda sembra stata combattuta il giorno innanzi e le
rovine raccontano meglio d’una voce umana l’orribile eccidio di cui furono
spettatrici. E fu poco meno che il medesimo dinanzi a tutte le porte, per tutta
la lunghezza delle mura. La lotta cominciò allo spuntare del giorno. L’esercito
ottomano era diviso in quattro enormi colonne, e preceduto da centomila
volontarii, che formavano un’immensa avanguardia predestinata alla morte. Tutta
questa carne da cannone, questa turba indisciplinata e temeraria di tartari, di
caucasei, d’arabi, di negri, guidati dai sceicchi, eccitati dai dervis,
cacciati innanzi a nerbate da un esercito di sciaù, si slanciò per la prima
all’assalto, carica di terra e di fascine, formando una sola catena e cacciando
un urlo solo dal Mar di Marmara al Corno d’oro. Arrivati sulla sponda del fosso,
una grandine di ferro e di pietre li arresta e li macella; cadono a cento a
cento, schiacciati dai macigni, crivellati dalle freccie, fulminati dalle
palle, arsi dalle vampe delle spingarde, vecchi, fanciulli, schiavi, ladri,
pastori, briganti; altre turbe, spinte da turbe più lontane, sottentrano; in
poco tempo il fosso e le sponde sono coperte di mucchi di cadaveri, di membra
palpitanti, di turbanti insanguinati, d’archi, di scimitarre; su cui altri
torrenti d’armati passano muggendo e vanno a frangersi e a insanguinarsi ai
piedi delle cortine e delle torri, sotto un rovescio più fitto di giavellotti e
di sassi, in una nuvola densa che nasconde le mura, i difensori, i morti, la
strada; fin che mille trombe ottomane fanno sentire i loro squilli selvaggi sopra
il tumulto della battaglia, e la grande avanguardia dimezzata e sanguinosa
retrocede confusamente da tutta la linea delle mura. Allora Maometto II
sguinzaglia all’assalto il grosso delle sue forze. Tre grandi eserciti, tre
fiumane d’uomini, condotti da cento Pascià, sorvolati da mille stendardi,
s’avanzano, s’allargano, coprono le alture, allagano le valli, scendono levando
un frastuono spaventoso di trombe, di timballi e di spade, e gettando un grido:
– La Ilah illa lah! – che rimbomba come uno scoppio di fulmine dal Corno
d’oro alle Sette Torri, spiccano la corsa e vanno a precipitarsi contro le mura
come un oceano in tempesta contro una riva di roccie tagliate a picco. Allora
comincia la grande battaglia, ossia cento battaglie, alle porte, alle breccie,
nei fossi, sulle piattaforme, ai piedi delle cortine, da un capo all’altro
dell’enorme baluardo secolare di Costantinopoli. Dieci mila feritoie vomitano
la morte sopra duecento mila vite. Dall’alto delle cortine e delle torri
ruzzolano i macigni, le travi, le botti piene di terra, le fascine accese. Le
scale, cariche d’assalitori, rovinano; i ponti levatoi delle torri di assedio
precipitano; le catapulte fiammeggiano. Schiere dietro schiere s’avventano e
ricadono, sfolgorate, sulle macerie, sui molti sfracellati, sui moribondi, nel
sangue, nell’acqua, sulle armi dei compagni, dentro a un fumo fitto, illuminato
qua e là dalle vampe improvvise del fuoco greco, fra i sibili rabbiosi della
mitraglia, fra gli scoppi delle mine, fra gli urli dei mutilati, fra i rimbombi
formidabili delle diciotto batterie di Maometto, che fulminano la città dalle
alture. Di tratto in tratto la battaglia si rallenta come per riprender
respiro, e allora sulla larga breccia di porta San Romano, a traverso il fumo
diradato, si vede per qualche momento ondeggiare il mantello di porpora di
Costantino, scintillare le armature di Giustiniani e di Francesco di Toledo, e
agitarsi confusamente le terribili figure dei trecento arcieri genovesi. Poi la
mischia si riaccende, il fumo rinasconde le breccie, le scale si riappoggiano
alle mura, e ricominciano a cader rovine su rovine e cadaveri su cadaveri alla
porta d’Adrianopoli, alla porta Dorata, alla porta di Selymbria, alla porta di
Tetarté, alla porta di Pempti, alla porta di Russion, alle Blacherne,
all’Heptapyrgion; e turbe armate dietro turbe armate, che par che escano dalla
terra, seguitano a irrompere contro le mura, valicano il fosso, superano le
prime cortine, cadono, risorgono, s’arrampicano su per le macerie, strisciano
sui cadaveri, sotto nuvoli di freccie, sotto tempeste di palle, sotto nembi di
fuoco. Finalmente gli assalitori, diradati e sfiniti, cedono, retrocedono, si
sparpagliano, e un grido altissimo di vittoria e un coro solenne di canti sacri
s’innalza dalle mura. Dall’altura di fronte a San Romano, Maometto II,
circondato da quattordicimila giannizzeri, vede, e rimane qualche tempo incerto
se debba ritentare l’assalto o rinunziare all’impresa. Ma girato uno sguardo
sui suoi formidabili soldati che lo guardano in volto fremendo d’impazienza e
d’ira, si rizza superbamente sulle staffe e getta un’altra volta il grido della
battaglia. Allora è la vendetta di Dio che si scatena. I giannizzeri rispondono
con quattordicimila grida in un grido; le colonne si movono; una turba
di dervis si spande per il campo a rianimare i dispersi, i sciaù arrestano i
fuggenti, i pascià riformano le schiere, il Sultano, brandendo la sua mazza di
ferro, s’avanza tra uno sfolgorìo di scimitarre e d’archi, in mezzo a un mare
di turbanti e di caschi; sulla porta di San Romano torna a rovesciarsi una
grandine di freccie e di palle; Giustiniani, ferito, scompare; gl’italiani,
scoraggiti, si scompigliano; il gigantesco giannizzero Hassan d’Olubad sale per
il primo sui baluardi; Costantino, combattendo in mezzo agli ultimi suoi
valorosi della Morea, è precipitato dai merli, lotta ancora sotto alla porta,
stramazza in mezzo ai cadaveri...; l’Impero d’Oriente è caduto. La tradizione
dice che un grande albero segnava il luogo dove fu trovato il corpo di Costantino;
ma non ne vidi più traccia. Fra quei ruderi, dove corsero rigagnoli di sangue,
la terra era tutta bianca di margheritine e di ombrellifere, sulle quali
svolazzava un nuvolo di farfalle. Colsi un fiore per ricordo, sotto gli sguardi
attoniti degli zingari, e mi rimisi in cammino.
Le mura mi
si stendevano sempre dinanzi a perdita d’occhi. Nei luoghi alti nascondevano
affatto la città, in modo che chi non l’avesse saputo, non avrebbe pensato mai
che dietro quelle rovine solitarie e silenziose, ci potesse essere una vasta
metropoli, coronata di grandi monumenti e abitata da un grande popolo. Nei
luoghi bassi, invece, apparivano dietro i merli punte inargentate di minareti,
sommità di cupole, tetti di chiese greche, vette di cipressi. Qua e là, per uno
squarcio delle cortine, vedevo di sfuggita, come per una porta improvvisamente
aperta e chiusa, un pezzo di città: gruppi di case che parevano abbandonate,
vallette deserte, orti, giardini, e più lontano, sfumati nella chiarezza bianca
del mezzogiorno, i contorni fantastici di Stambul. Passai dinanzi alla porta
murata di Tetartè, non indicata che da due torri vicinissime. In quel tratto le
mura sono meglio conservate. Si vedono dei lunghi pezzi delle cortine di
Teodosio II, quasi intatte; delle belle torri del prefetto del Pretorio Antemio
e dell’imperatore Ciro Costantino, che portano ancora gloriosamente sul capo
invulnerato la loro corona di quindici secoli, e par che sfidino un nuovo
assalto. In alcuni punti, sulle piattaforme, ci sono delle capanne di contadini,
che danno un risalto inaspettato, colla loro fragile piccolezza, alla salda
maestà delle mura, e paion nidi d’uccelli appesi ai fianchi dirupati d’una
montagna. E a destra sempre cimiteri, boschi di cipressi in salita e in
discesa, vallette grigie di pietre sepolcrali; qui un convento di dervis, mezzo
nascosto da una corona di platani; là un caffè solitario; più in là una fontana
ombreggiata da un salice; e di là dai boschetti, sentieri bianchi che si
perdono nella campagna alta ed arida, sotto un cielo abbagliante, in cui
ruotano degli avoltoi.
Dopo un altro quarto d’ora
di cammino arrivai dinanzi alla porta chiamata Yeni-Mewle-hane, da un famoso
convento di dervis che c’è davanti: una porta bassa, nella quale sono
incastrate quattro colonne di marmo, e ai cui lati s’innalzano due torri
quadrate, ornate d’un’iscrizione di Ciro Costantino, del 447, e d’un’iscrizione
di Giustino II e di Sofia, nella quale l’ortografia dei nomi imperiali è
sbagliata: saggio curioso della ignoranza barbarica del V secolo. Guardai
dentro la porta, sulle mura, intorno al convento, nei cimiteri: non c’era anima
nata. Riposai qualche momento appoggiato alle spallette del piccolo ponte che
accavalcia il fosso delle mura, e poi ripresi la mia strada.
Io darei il ricordo d’una
delle più belle vedute di Costantinopoli per poter trasfondere in chi legge
soltanto un’ombra del sentimento profondo e singolarissimo che provavo andando
così solo fra quelle due catene interminabili di rovine e di sepolcri, sotto
quel sole, in quella solitudine severa, in mezzo a quella immensa pace. Molte
volte, nei giorni tristi della mia vita, fantasticando, desiderai di trovarmi
fra una carovana di gente misteriosa e muta, che camminasse eternamente, per
paesi sconosciuti, verso una meta ignorata. Ebbene, quella strada rispondeva a
quel mio desiderio. Avrei voluto che non finisse mai. Ma non m’inspirava
mestizia; mi dava invece serenità e ardimento. Quei colori vigorosi della
vegetazione, quelle forme ciclopiche delle mura, quelle grandi linee del terreno
simili alle onde d’un oceano agitato, quelle solenni memorie d’imperatori,
d’eserciti, di lotte titaniche, di popoli scomparsi, di generazioni defunte,
accanto a quella città enorme, in quel silenzio mortale, rotto soltanto dal
frullo possente delle ali dell’aquile che spiccavano il volo dalla sommità
delle torri, mi destavano nella mente un ribollimento di fantasie gigantesche e
di desiderii smisurati, che mi raddoppiava il sentimento della vita. Avrei
voluto esser più alto di due palmi e vestire l’armatura colossale del
Grand’Elettore di Sassonia che avevo veduto nell’Armeria di Madrid, e che il
mio passo risonasse in quel silenzio come il passo misurato d’un reggimento
d’alabardieri del medioevo. Avrei voluto aver la forza d’un Titano per
sollevare fra le braccia i ruderi immani di quelle mura superbe. Camminavo
colla fronte alta, colle sopracciglia corrugate, colla mano destra serrata,
apostrofando a grandi versi sciolti Costantino e Maometto, rapito in una specie
d’ebbrezza guerriera, con tutta l’anima nel passato; e mi sentivo tanta
giovinezza nella mente e nel sangue, ed ero così beato d’esser solo, e così
geloso di quella solitudine piena di vita, che non avrei voluto incontrare
nemmeno il più intimo dei miei amici.
Passai dinanzi all’antica
porta militare di Trite, oggi chiusa. Le cortine e le torri sfracellate
indicano che dinanzi a quel tratto di mura debbono esser stati posti alcuni dei
grossi cannoni d’Orbano. Si crede anzi che fosse là una delle tre grandi
breccie che Maometto II accennò all’esercito il giorno prima dell’assalto,
quando disse: – Voi potrete entrare in Costantinopoli a cavallo per le tre
brecce che ho aperte. – Di là riuscii davanti a una porta aperta, fiancheggiata
da due torri ottagone, e riconobbi dal piccolo ponte a tre archi d’un bel color
d’oro, la porta di Selivri, da cui partiva la grande strada che conduceva alla
città di Selybmria, che le diede il nome, cangiato dai Turchi in Selivri.
Durante l’assedio di Maometto, difendeva quella porta Maurizio Cattaneo,
genovese. La strada conserva ancora alcune pietre del lastricato che vi fece
fare Giustiniano. Dinanzi c’è un vasto cimitero e di là dal cimitero il
monastero notissimo di Baluklù.
Appena entrato nel
cimitero, trovai da me solo il luogo solitario dove sono sepolte le teste del
famoso Alì di Tepeleni, pascià di Giannina; dei suoi figli: Velì, governatore
di Trihala, Muctar, comandante d’Arlonia, Saalih, comandante di Lepanto; e di
suo nipote Mehemet, figlio di Velì, comandante di Delvina. Sono cinque
colonnine di pietra, terminate in forma di turbante, che portano tutte la data
del 1827, e un’iscrizione semplicissima, fatta da quel povero Solimano dervis,
amico d’infanzia d’Alì, che comperò le teste, dopo che furono staccate dai
merli del Serraglio, e le seppellì di sua mano. L’iscrizione del cippo d’Alì,
che è posto nel mezzo, dice: – Qui giace la testa del famoso Alì-Pascià
di Tepeleni, governatore del Sangiaccato di Giannina, il quale, per più di
cinquant’anni, s’affaticò per l’indipendenza dell’Albania. – Il che prova che
anche sui sepolcri musulmani si scrivono delle pietose menzogne. Mi arrestai
qualche momento a contemplare quella poca terra che copriva quel formidabile
capo, e mi venivano in mente le domande d’Amleto al teschio di Yorik. Dove sono
i tuoi Palicari, leone d’Epiro? Dove sono i tuoi bravi Arnauti e i tuoi palazzi
irti di cannoni e il tuo bel chiosco riflesso dal lago di Giannina e i tuoi
tesori sepolti nelle roccie e i begli occhi della tua Vasiliki? E pensavo alla
bellissima donna vagante per le vie di Costantinopoli, povera e desolata dai
ricordi della sua felicità e della sua grandezza, quando sentii un leggero
fruscio, e voltandomi, vidi un uomo lungo e stecchito, vestito d’una gran
tonaca scura, col capo scoperto, che mi guardava in aria interrogativa. Da un
cenno che mi fece, capii che era un monaco greco di Baluklù, che voleva farmi
vedere la fontana miracolosa, e m’incamminai con lui verso il monastero. Mi
condusse a traverso un cortile silenzioso, aperse una porticina, accese una
candela, mi fece scendere con sè per una scaletta, sotto una volta umida e
oscura, e fermandosi dinanzi a una specie di cisterna, sulla quale raccolse con
una mano la luce della fiammella, mi accennò di guardare i pesci rossi che
guizzavano nell’acqua. Mentre guardavo, mi borbottò un discorso incomprensibile
che doveva essere la favola famosa del miracolo dei pesci. Mentre i Musulmani
davano l’ultimo assalto alle mura di Costantinopoli, un monaco greco, in quel
convento, friggeva dei pesci. Improvvisamente s’affacciò alla porta della
cucina un altro monaco, tutto atterrito, e gridò: – La città è presa! – Che! –
rispose l’altro: – lo crederò quando vedrò i miei pesci saltar fuori della
padella. – E i pesci saltarono fuori sull’atto, belli e vivi, mezzi bruni e
mezzi rossi perchè non erano fritti che da una parte, e furono rimessi
religiosamente, come ognuno può pensare, nell’acqua dov’erano stati pigliati e
dove guizzano ancora. Finita la sua chiacchierata, il monaco mi gettò sul viso
alcune goccie dell’acqua sacra, che gli ricascarono in mano convertite in
soldi, e dopo avermi riaccompagnato alla porta, stette un pezzo a guardarmi,
mentre m’allontanavo, coi suoi piccoli occhi annoiati e sonnolenti.
E sempre, da una
parte, mura dietro mura e torri dietro torri, e dall’altra cimiteri ombrosi,
qualche campo verde, qualche vigneto, qualche casa chiusa, e di là, il deserto.
Qualche volta, guardando le mura da un luogo basso, mi pareva di vederne
l’ultimo profilo; ma fatta una breve salita, le vedevo di nuovo stendersi
dinanzi a me senza fine, e a ogni passo saltavan fuori le torri, lontano, l’una
dietro l’altra, a due, a tre insieme, come se accorressero sulla strada per
veder chi turbava il silenzio di quella solitudine. La vegetazione, in quel
tratto, è maravigliosa. Alberi frondosi si rizzano sulle torri, come sopra vasi
giganteschi; dai merli spenzolano ciuffi di fiori gialli e di fiori rossi e
ghirlande d’edera e di caprifoglio; di sotto ci son mucchi inestricabili di
corbezzoli, di lentischi, di ortiche, di pruni, in mezzo a cui sorgono dei
platani e dei salici, che coprono d’ombra il fosso e le sponde. Grandi tratti
di muro sono completamente coperti dall’edera, che trattiene come una rete i
mattoni e i calcinacci staccati, e nasconde le breccie e le feritoie. Il fosso
è coltivato a orticelli; sulle sponde pascolano capre e pecore custodite da
ragazzi greci, coricati all’ombra degli alberi; dai muri escono stormi
d’uccelli; l’aria è piena delle fragranze acute dell’erbe selvatiche; e spira
non so che allegrezza primaverile sulle rovine, che paiono inghirlandate e
infiorate per il passaggio trionfale d’una Sultana. Tutt’a un tratto mi sentii
nel volto un soffio d’aria salina, e alzando gli occhi vidi lontano, dinanzi a
me, l’azzurro del Mar di Marmara. Nello stesso punto mi parve che una voce
sommessa mi mormorasse nell’orecchio: – Il castello delle Sette Torri – e mi
fermai un momento in mezzo alla strada, con un sentimento vago d’inquietudine.
Poi ripresi il cammino, passai dinanzi all’antica porta Deleutera, oltrepassai
la porta Melandesia, e mi trovai in faccia al castello.
Questo edificio di
malaugurio, innalzato da Maometto II sull’antico Cyclobion dei Greci, per
difendere la città nel punto in cui le mura che la proteggono dalla parte di
terra si congiungono con quelle che la difendono dalla parte del Mar di
Marmara, e convertito poi in prigione di Stato, appena le ulteriori conquiste
dei Sultani, mettendo al sicuro Stambul dal pericolo d’un assedio, lo ebbero reso
inutile come fortezza; non è più ora che uno scheletro di castello, custodito
da pochi soldati; una rovina maledetta, piena di memorie dolorose e orribili,
che corrono in leggende sinistre per le bocche di tutti i popoli di
Costantinopoli, e non veduta dai viaggiatori, per solito, che di sfuggita,
dalla prora del bastimento che li porta al Corno d’oro. I Turchi lo chiamano
Jedi-Kulé, ed è per loro ciò che la Bastiglia per la Francia e la Torre di
Londra per l’Inghilterra: un monumento che ricorda i tempi più nefandi della
tirannia dei Sultani.
Le mura della città lo
nascondono agli occhi di chi guarda dalla strada, eccetto due delle sette
grandi torri che gli diedero il nome, delle quali non ce n’è più intere che
quattro. Nel muro esterno rimangono due colonne corinzie, che appartenevano
all’antica Porta dorata, per la quale fecero le loro entrate trionfali Narsete
ed Eraclio, e che è la stessa, giusta una leggenda comune ai musulmani ed ai
greci, per la quale passeranno i Cristiani il giorno che rientreranno vincitori
nella città di Costantino. La porta d’entrata è dentro le mura, in una piccola
torre quadrata, dinanzi a cui sonnecchia una sentinella in babbuccie, la quale
acconsente quasi sempre a lasciar entrare nello stesso tempo una moneta in
tasca e un viaggiatore nel castello.
Entrai e mi
trovai solo in un grande recinto, d’un aspetto lugubre di cimitero e di
carcere, che mi fece arrestare il passo. Tutt’intorno s’alzano mura enormi e
nere, che formano un pentagono, coronate di grosse torri quadrate e rotonde,
altissime e basse, alcune diroccate, altre intere e coperte da alti tetti
conici, rivestiti di piombo, e innumerevoli scale in rovina, che conducono ai
merli e alle feritoie. Dentro al recinto c’è una vegetazione alta e fitta,
dominata da un gruppo di cipressi e di platani, sopra i quali spunta il
minareto d’una piccola moschea nascosta; fra le piante più basse, i tetti d’un
gruppo di capanne, in cui dormono i soldati; nel mezzo, la tomba d’un vizir che
fu strangolato nel castello; qua e là i resti deformi d’un antico ridotto; e
fra i cespugli e lungo i muri, frammenti di bassorilievi, tronchi di colonne e
capitelli affondati nella terra, mezzo coperti dalle erbaccie e dall’acqua dei
pantani: un disordine bizzarro e triste, pieno di misteri e di minaccie, che
mette ripugnanza a inoltrarsi. Stetti un po’ incerto guardando intorno, e poi
andai innanzi, con circospezione, come per timore di mettere il piede in una
pozza di sangue. Le capanne erano chiuse, la moschea chiusa; tutto
solitario e quieto, come in una rovina abbandonata. In qualche punto dei muri
ci sono ancora tracce di croci greche, frammenti di monogrammi costantiniani,
ali spezzate d’aquile romane e resti di fregi dell’antico edifizio bizantino,
anneriti dal tempo. Su alcune pietre si vedono incise rozzamente delle
iscrizioni greche in caratteri minuti: quasi tutte iscrizioni dei soldati di
Costantino, che custodivano la fortezza, sotto il comando del fiorentino
Giuliani, il giorno prima della caduta di Costantinopoli; povera gente rassegnata
a morire, che invocava Iddio perchè salvasse la loro città dal saccheggio e le
loro famiglie dalla schiavitù. Delle due torri poste dietro alla Porta dorata,
una è quella in cui venivano chiusi gli ambasciatori degli Stati ch’erano in
guerra coi Sultani, e vi si leggono ancora sui muri parecchie iscrizioni
latine, delle quali la più recente è degli ambasciatori veneti imprigionati
sotto il regno d’Ahmed III, quando scoppiò la guerra della Morea. L’altra è la
torre famosa a cui si riferiscono le più lugubri tradizioni del castello: la
torre che racchiudeva un labirinto di segrete orrende, sepolcri di vivi, nelle
quali i vizir e i grandi della Corte aspettavano, pregando nelle tenebre,
l’apparizione del carnefice, o impazziti dalla disperazione, lasciavano sulle
pareti le traccie sanguinose delle unghie e del cranio. In uno di quei sepolcri
c’era il grande mortaio in cui si stritolavano le ossa e le carni agli ulema. A
pian terreno v’è lo stanzone rotondo, chiamato prigione di sangue, dove si
decapitavano secretamente i condannati, e si buttavano le teste in un pozzo,
detto il pozzo di sangue, di cui si vede ancora la |