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Un’altra mattina ci
troviamo in un carrozzone del tramway, in mezzo a due colossali eunuchi
neri, incaricati da un aiutante di campo d’Abdul-Aziz di condurci a visitare il
palazzo imperiale di Ceragan, posto sulla riva del Bosforo ai piedi del
sobborgo di Bescic-Tass. Mi ricordo del sentimento indefinibile, misto di
curiosità e di ribrezzo, che provavo guardando colla coda dell’occhio l’eunuco
che m’era accanto, il quale mi sorpassava di quasi tutta la testa, e teneva
stesa sul ginocchio una mano smisurata; e ogni volta che mi voltavo, sentivo un
profumo leggiero di essenza di bergamotto che usciva dai suoi panni lucidi e
corretti di cortigiano. Quando il carrozzone si fermò, misi la mano in tasca
per prendere il portamonete; ma la mano smisurata dell’eunuco m’afferrò il
braccio come una tanaglia di ferro, e i suoi grandi occhi di negro si fissarono
nei miei, come per dire: – Cristiano, non mi far questo affronto o ti slogo le
ossa. – Si discese dinanzi a una piccola porta arabescata, si percorse un
lunghissimo corridoio, dove ci venne incontro un drappello di servitori in
livrea, e infilate le babbuccie, si salì per una larga scala, che metteva alle
sale della reggia. Qui non ci fu bisogno d’evocare i ricordi storici per
procurarsi un’illusione di vita. L’aria era ancora calda dell’alito della
Corte. I larghissimi divani coperti di velluto e di raso, che si stendevano
lungo le pareti, erano proprio quelli su cui, poche settimane prima, si erano
sedute le odalische del Gran Signore. Un vago profumo di vita molle e fastosa
riempiva ancora l’aria. Si passò per un lungo giro di sale, decorate con uno
stile misto di europeo e di moresco, nitidissime e belle d’una certa semplicità
superba, che ci faceva abbassare la voce; mentre gli eunuchi, borbottando
spiegazioni incomprensibili, ci indicavano ora un angolo, ora una porta, con un
gesto circospetto, come se accennassero a un mistero. Le cortine di seta, i
tappeti di mille colori, le tavole di musaico, i bei quadri a olio messi a
contrallume, i begli archi a stalattiti delle porte tramezzate da colonnine
arabe, gli altissimi candelabri simili ad alberi di cristallo che tintinnavano
rumorosamente al nostro passaggio, si succedevano e si confondevano, appena
visti, nella nostra fantasia, tutta intesa a inseguire immagini fuggenti di
cadine sorprese. Non mi è rimasta dinanzi agli occhi che la sala da bagno del
Sultano, tutta di marmo bianchissimo, scolpito a stalattiti, a fiori penzoli, a
frangio e a ricami aerei, d’una delicatezza, da far temere che si stacchino a
toccarli colla punta delle dita. La disposizione delle sale mi ricordava
vagamente l’Alhambra. Camminavamo in fretta sui tappeti spessissimi, senza far
rumore, quasi furtivamente. Di tanto in tanto un eunuco tirava un cordone, una
tenda verde s’alzava, e vedevamo, per un’ampia finestra, il Bosforo, l’Asia,
mille navi, una gran luce; poi tutto spariva ad un tratto lasciandoci come
abbarbagliati da un lampo. Da una finestra vedemmo di sfuggita un piccolo
giardino, chiuso da alti muri, lindo, compassato, monacale, che ci rivelò in un
momento mille segrete malinconie di belle donne assetate d’amore e di libertà,
e disparve improvvisamente dietro la tenda. E le sale non finivan mai, e alla
vista d’ogni nuova porta, affrettavamo il passo per affacciarci inaspettati
alla nuova sala; ma non si vedeva più nemmeno lo strascico d’una veste, le
odalische erano scomparse, un silenzio profondo regnava in ogni parte, il
fruscìo che ci faceva voltare indietro curiosamente non era che il fruscìo
delle tende pesanti di broccato che ricadevano sulla soglia della porta; e il
tintinnìo dei candelabri di cristallo c’indispettiva come se fosse la risata
argentina di qualche bella nascosta, che ci schernisse. E infine ci venne in
uggia quell’andare e venire senza fine per quella reggia muta, fra quelle
ricchezze morte, vedendo riflesse a ogni passo, dai grandi specchi, quelle
faccie nere d’eunuchi, quel drappello sinistro di servitori pensierosi, e i
nostri due visi attoniti di vagabondi; e uscimmo quasi correndo, e provammo un
gran piacere nel ritrovarci all’aria libera, fra le case miserabili, in mezzo
alla popolaglia cenciosa e vociferante del quartiere di Top-hanè.
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