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E la necropoli d’Eyub come
dimenticarla? Ci andammo una sera al tramonto, e m’è sempre rimasta nella
memoria, così come la vidi, illuminata dagli ultimi raggi del sole. Un caicco
leggerissimo ci condusse fino in fondo al Corno d’oro, e salimmo alla «terra santa»
degli Osmani per un sentiero ripido, fiancheggiato di sepolcri. In quell’ora
gli scalpellini che lavorano il giorno intorno ai cippi, e fanno echeggiare la
vasta necropoli dei loro colpi sonori, erano già partiti; il luogo era deserto.
Andammo innanzi, circospetti, guardando intorno se apparisse il volto severo
d’un iman o d’un dervis, poichè là, meno che in ogni altro luogo sacro, è
tollerata la curiosità profana di un giaurro; ma non vedemmo nè cappelli conici
nè turbanti. Arrivammo, con qualche trepidazione, sino a quella misteriosa
moschea d’Eyub, della quale avevamo visto mille volte dalle colline dell’altra
riva e da tutti i seni del Corno d’oro le cupolone scintillanti e i minareti
leggieri. Nel cortile, all’ombra d’un grande platano, s’innalza in forma di
chiosco, perpetuamente rischiarato da una corona di lampade, il mausoleo che
racchiude il corpo del portastendardo famoso del Profeta, morto coi primi
musulmani sotto Bisanzio, e ritrovato otto secoli dopo, sepolto su quella riva,
da Maometto il conquistatore. Maometto gli consacrò quella moschea, nella quale
vanno i Padiscià a cingere solennemente la spada d’Otmano; poichè è quella la
moschea più santa di Costantinopoli, come il cimitero che la circonda è il più
sacro dei cimiteri. Intorno alla moschea, all’ombra di grandi alberi,
s’innalzano turbè di Sultane, di vizir, di grandi della Corte, circondati di
fiori, splendidi di marmi e di rabeschi d’oro, e decorati d’iscrizioni pompose.
In disparte v’è il tempietto mortuario dei muftì coperto da una cupola
ottagona, nel quale riposano i grandi sacerdoti chiusi in enormi catafalchi
neri, sormontati da altissimi turbanti di mussolina. È una città di tombe,
tutta bianca e ombrosa, e regalmente gentile, che insieme alla tristezza
religiosa ispira non so che sentimento di soggezione mondana, come un quartiere
aristocratico, muto d’un silenzio superbo. Si passa in mezzo a muri bianchi e a
cancellate delicatissime da cui scende a ghirlande e a ciocche la verzura dei
giardini funebri, e sporgono i rami delle acacie, delle quercie e dei mirti, e
per le trine di ferro dorato che chiudono le finestre arcate dei turbè, si
vedono dentro, in una luce soave, i mausolei marmorei, tinti dei riflessi verdi
degli alberi. In nessun altro luogo di Stambul si spiega così graziosamente
l’arte musulmana di illeggiadrire l’immagine della morte e di farvi fissare il
pensiero senza terrore. È una necropoli, una reggia, un giardino, un panteon,
pieno di malinconia e di grazia, che chiama insieme sulle labbra la preghiera e
il sorriso. E da tutte le parti gli si stendono intorno i cimiteri, ombreggiati
da cipressi secolari, attraversati da viali serpeggianti, bianchi di miriadi di
cippi che par che si precipitino giù per le chine per andarsi a tuffare nelle
acque o che si affollino lungo i sentieri per veder passare delle larve. E da
mille recessi oscuri, allargando i rami dei cespugli, si vede a destra,
confusamente, Stambul lontana, che presenta l’aspetto d’una fuga di città
azzurrine, staccate l’una dall’altra; sotto, il Corno d’oro, su cui lampeggia
l’ultimo raggio del sole; in faccia, i sobborghi di Sudlugé, di Halidgi-Ogli,
di Piri-Pascià, di Hass-kioi, e più lontano il grande quartiere di Kassim e il
profilo vago di Galata, perduti in una dolcezza infinita di tinte tremole e
morenti, che non paion cosa di questa terra.
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