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Fra scuola e casa
IL
LIBRAIO DEI RAGAZZI
Povero
martire! Ogni volta che entrai nella sua bottega, ci risi molto; ma
ne uscii pieno d'ammirazione e di pietà.
Aveva
la libreria, o meglio la sua stanza di tortura, a un angolo di via
Giusti, accanto alla Scuola municipale Norberto Rosa, poco lontano da
un altro libraio delle scuole elementari, il quale gli disputava la
piccola clientela con un'avidità scellerata.
Era
una bottega tipica di libraio da ragazzi, ossia una miscela strana di
cose disparate, minute, graziose, inutili, necessarie e ridicole,
appunto come il cervello degli avventori. Ci aveva davanti una
vetrina molto grande e poco pulita, piena di grammatichette e di
trattatelli d'aritmetica, fra i quali erano esposte in disordine
scatole aperte di pennini, ciotolette di polverino di vari colori con
dentro confitti compassi e matite, mazzetti di trottole appesi in
reticelle di spago, foglie e pistilli per far fiori finti, stampo di
soldati coloriti, pezzetti di regolizia, libretti di preghiere e
palline da gioco. Sul vetro in fondo, in mezzo ai ritratti in
litografia di Leone XIII o di re Umberto, era appiccicato un cartello
dipinto, con su scritto: — Nuovo gioco della Barca; —
e sotto uno zaino di latta, con l'iscrizione in grandi caratteri: —
Busta scolastica immortale, brevettata. E tutt'intorno
calendari con figurine, carte da lettera infiorate o frangiate,
modelli di disegno per lavori d'uncinetto, mescolati ad alcuni libri
straordinari l'Osservatore del Gozzi, le Mie Prigioni, i
Promessi Sposi, la Vita del Franklin, ingialliti,
invecchiati là in un triste abbandono, chi sa da quant'anni.
Compiva la bizzarria di quella mostra una piccola flora libraria
destinata alle serve che accompagnano alla scuola i ragazzi: una
serie di volumetti tozzi e plebei, dalle copertine verbose, come La
vera chiave del tesoro. La cuoca piemontese e il Segretario
galante; tra i quali si leggeva (e non era fuor di posto) un
avviso a stampatelli: — Ruolini per militari, — e
attaccato al vetro davanti un altro avviso scritto a mano: — Si
comprano e si vendono francobolli di qualsiasi nazione.
La
bottega era piccola e buia, e c'era in fondo, di faccia alla porta un
lungo banco dietro al quale il libraio e sua moglie sostenevano gli
assalti delle bande scolaresche, come dietro a una barricata. Il
libraio era un tipo anche lui, come la sua bottega: un uomo sui
cinquant'anni, piccolo e leggermente scrignuto, con una larga faccia
scialba e sbarbata da cuoco malaticcio, irascibile ma buono, con
quattro peli di spazzola sulla fronte e una voce grossa e tremula da
brontolone, continuamente minaccioso, ma dotato di una pazienza
infinita.
Mi
ricordo sempre della prima volta che andai da lui, per fargli certe
domande, intorno al suo commercio, pochi minuti avanti che s'aprisse
la scuola, che è l'ora in cui i compratori s'affollano. Gli
dissi: — È una vitaccia, non è vero? — Il
pover uomo non ebbe bisogno di rispondermi: tre ragazzi risposero per
lui, tre piccoli avventori petulanti, che si presentarono col mento
al banco, e cantarono tutti e tre a una voce, come se avessero
concertato il terzetto sul marciapiede:
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Mi dia un quinterno di carta a righe azzurre
senza margine, un quaderno con la copertina rossa rigatura numero
tre, e la facciata dell'esposizione sulla copertina, e un pennino
di quelli con la gobba, ma fatti in questo modo, che non faccia la
bava e guardi che lo provo
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Voglio un quaderno di rigatura due con la
copertina gialla e il ritratto della regina Margherita, un foglio
di carta da disegno, più pulito dell'altra volta, e una
matita da disegno da due soldi, ma buona, e ci faccia la punta
come si deve da una parte e dall'altra.
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A
me un pezzo di gomma da dieci soldi, ma che non si rompa subito
come quella della settimana passata, che mio padre ha detto, pare
impossibile, son birbonate, una riga bianca da cinque centesimi, e
anche una carta grande da soldati coi bersaglieri al passo di
corsa.
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Il
libraio incrociò le braccia sul petto, soffiò, e disse:
— Dite le vostre impertinenze uno alla volta.
Ricominciarono
tutti e tre insieme.
Allora,
secondo la sua abitudine, egli mise fuori un fischio lungo e sottile,
che voleva dire: — domine, aiutami! — ultima espressione
della sua pazienza; n'erano già passati ventisette quella
mattina! Poi chiamò in soccorso la moglie, la quale tirò
indietro per le spalle due dei ragazzi, perchè il terzo
potesse cantar da sè solo; e dopo che li ebbe serviti tutti e
tre, leticando, il pover uomo si rivolse a me e ricominciò le
sue lamentazioni. Il comico era, come parlava dei ragazzi, usando lo
stesso linguaggio che s'usa per gli uomini. — Eran gente piena
di pretensioni e senza scrupoli. A casa e a scuola saranno stati
bambini, ma, in commercio, dimostravan tutti quarant''anni.
Era un mestiere da rimetterci l'anima, il suo. Guadagnar cinque soldi
sopra cento quaderni; dover lottare con la concorrenza d'un vicino
che gli aveva già portato via mezzi gli avventori dando per
cinque centesimi un quaderno, un pennino e un pezzo di carta
asciugante, ciò che obbligava lui a dare, oltre al quaderno,
alla carta asciugante e al pennino, anche una figurina di
decalcomania; aver che fare con una clientela ignorante e
incivile, ma fornita d'una esperienza maravigliosa in materia di
cancelleria, e d'una furberia matricolata in affari di quattrini; e
poi con una genia di parenti che non si facevano vivi se non per
difendere le piccole e grosse furfanterie dei figliuoli; sì,
era proprio una vitaccia, un ammattimento, di cui io non avrei potuto
farmi un'idea. — Un commercio da cani, son cani, — era il
suo intercalare. — In parola d'onore, — concluse —
preferirei d'aver bottega da libraio in mezzo ai galeotti. Eccone
uno.
Entrava
in quel momento un ragazzo, ch'egli conosceva di nome e di gesta, ed
io assistei a uno dei cento battibecchi che riempivan la sua
giornata.
Il
ragazzo, un bel capetto da scapaccioni, con una berrettina rossa
messa di sghembo, s'avvicinò al banco, che gli arrivava al
naso, e disse con una voce da caporale di cattivo umore:
—
Un quaderno da un soldo, carta numero due.
Il
libraio: — Hai il soldo?
Il
ragazzo buttò il soldo sul banco.
Il
libraio: — Sei poi sicuro che è il numero due?
—
Ho detto numero due.
—
Ecco il quaderno.
—
Mi dia insieme il pennino e la decalcomania.
—
Ecco il pennino e
la decalcomania.
—
Voglio anche un foglio grande di carta
asciugante.
—
Uno grande, non posso. Mezzo.
—
E allora io ripiglio il soldo.
Il
libraio mise fuori il solito fischio. Poi mi disse piano: — Che
vuole? Mi tocca a darglielo, se no va a far propaganda a scuola, e mi
porta via mezza dozzina d'avventori. — E gli diede il foglio
grande.
—
Adesso, — continuò il ragazzo, —
mi dia ancora quattro ostie verdi.
—
Una legnata tra capo e collo ti dò,
mascalzone indiscreto! — gridò il libraio. — Tu mi
vorresti spogliare con un soldo, eh? Va fuori subito, o ti caccio via
a calci nel groppone!
—
Ha capito? — disse poi, voltandosi verso
di me, quando il ragazzo fu scappato; — che ladri! — Ma
queste erano rose e fiori a petto del resto. Ce n'era di quelli che
venivano a far delle minaccie: n'era venuto uno il giorno prima, il
quale per non aver avuto, oltre al quaderno, come dall'altro
libraio, una scatoletta di pennini
usati, gli aveva detto: — Io a
scuola comando a tre banchi; io le porto via tre banchi, sa lei? —
Ce n'era altri, che per quella maledetta ambizione di far vedere che
scrivon fino, compravano un quaderno di rigatura troppo fitta per
loro, e avvertiti poi dal maestro che quello non serviva, gli
riportavano il quaderno già imbrattato, con la pretensione
ch'egli lo cambiasse, e se non lo cambiava, cominciavano a strillare
e a piangere da far affollare la gente sul marciapiede. C'era dei
farabutti che, speso il soldo paterno in caramelle, venivano a
domandargli il quaderno a credito, dicendo che avevano scordato il
soldo a casa o che quella mattina c'era l'esame, supplicandolo,
giurando che avrebbero pagato la mattina dopo; e agguantato il
quaderno, non si facevan più vedere. — E c'è di
peggio, caro signore. Approfittano dell'affluenza dei giorni d'esame,
sei o sette d'accordo, vengono qui a far confusione, due o tre
intascan la roba senza pagare, e se la battono. Bisognerebbe essere
in dieci al banco, e avere un questurino alla porta. Mi fanno
mangiare il cuore, le dico... Sia maledetto l'acido fenico! — E
così dicendo, si turò il naso, perchè era
entrata una scolaretta ben vestita, a cui i parenti facevano i
suffumigi ogni giorno, per preservarla dal coléra. —
M'appestano anche la bottega! — esclamò, quando potè
tirare il respiro. — Venga, venga dell'altre volte, se ne vuol
vedere e sentire di tutte le tinte. Son cani.
Tornai
qualche giorno dopo, e lo trovai con una certa faccia, come se avesse
piantati nelle carni tutti i pennini di buona giunta che aveva
distribuiti nella mattinata. Aveva avuto un tu per tu col padre d'un
ragazzo, il quale gli doveva quattro soldi per quattro quaderni: il
padre gli era capitato in bottega con un viso d'ammazzasette. —
Lei dice che mio figlio non l'ha pagato! Ma io i soldi gli ho sempre
dati! — Ma io non li ho mai ricevuti! — Ma mio figlio non
mente! Misuri le parole! Farò i miei passi! — Era fuori
dei gangheri, raccontandomi la scena, quando un ragazzo, di sulla
porta, domandò con voce rauca:
—
Vuol comprare un francobollo della Bolivia?
—
Crepa! — rispose.
E
continuò — Son cani. E i parenti ci tengon mano? Bisogna
vedere. Vengon qui quelli di prima inferiore a comprare il libro di
lettura con le vignette, e se lo portano a scuola. Lei sa la grazia
che hanno a maneggiare la roba. Per la smania di veder subito
l'elefante e il leone, abbrancano le pagine con tutt'e cinque le
dita; come farebbero di uno strofinaccio. Può pensare come lo
riducono. Ebbene, non vengono il giorno dopo i signori padri e madri
dirmi: — O che sudiceria di libro ha caricato al mio figliuolo?
— Dia un'occhiata, signore; guardi libri mi portano a legare!
E
mi pose sotto gli occhi un libro di lettura che mi fece dare una
risata. Io non avevo visto mai un povero volume giustiziato a quel
modo, nè credevo che a tanto potessero giungere, lavorando
insieme, l'artiglio e il naso infantile. Pareva che ci si fosse
baloccata una famiglia di gatti dentro a un magazzino di carbonaio.
—
E pretendono che lo rimetta a nuovo, —
soggiunse il libraio, dopo il solito fischio, — capisce? E son
capaci, quando lo vengono a riprendere, di sostenermi in faccia che
l'ho insudiciato io; io, mondo infame! Se questo è un mestiere
da battezzati!
Intanto
gli avventori si succedevano, serviti dalla moglie: ragazzine del
popolo, con pettinature e voci da maschi;
ragazzetti vestiti con eleganza; piccoli sbrindelloni
col viso schiccherato d'inchiostro; dei grandi gamberoni di quarta;
delle signorine di dieci anni, vestite alla moda, che volgevano
intorno delle occhiate soavi o sprezzanti; e compravano un quinterno
di carta da lettera, un gessetto, una pistola da un soldo, una tavola
pitagorica. Una bimba di terza si fece cambiare due volte le
decalcomanie,
perchè
le figurine "non erano interessanti." Un avventore col
guscio in capo contò sul banco quattro centesimi spiccioli, e
penò un pezzo a ripescare il quinto perduto in fondo a una
tasca, sotto una manata di bucce di castagne. Uno piccolissimo che
teneva la mano per aria col soldo, non si ricordava più di
quello che dovesse comprare; e il libraio fu costretto a nominargli
pazientemente dieci o dodici cose, fin che imbroccò la giusta,
o lo potè mandare con Dio. Un altro, un muso da non volerlo in
casa nemmeno dipinto dal Michetti, mise un soldo sul banco, e poi,
distratto, credendo d'aver già il fatto suo, se no scappò
senza prender nulla; e tornò di lì a poco minaccioso,
col piglio d'un derubato, a gridare: — Ehi! E il quaderno che
ho pagato? E il mio soldo?... il soldo che mi ha preso?
—
C'era anche degli sbarazzini, che avevan dei debiti vecchi, e che
mettendo le monete sul banco, dicevano: — Ecco i quattro soldi;
ma si ricordi bene che con questo ho pagato tutto!... — e
rimanevano un momento lì, con l'aria di volere una ricevuta.
Il libraio sbuffava, metteva fuori il fischio solito, rispondeva ogni
tanto col pugno stretto davanti alla bocca, come per dire: —
Ah! se potessi servirmene! — Povero diavolo, ed era incapace di
dare un biscottino sul naso. Una volta acceso un fiammifero per veder
bene una mezza lira che gli aveva data un avventore di dubbia fama. E
mi disse: — Faccio così perchè mi han già
dato per mezzi franchi dei bottoni di stagno lavorati... ma lavorati
con un'abilità! Che cani! E tu cosa vuoi? — domandò
a un piccolo rompicollo, che aveva in capo una gran penna di gallo.
—
Mi dia, — quegli rispose, — un
quaderno verde con la stampa della Suonatrice
d'arpa.
Il
libraio gli mise sul banco il quaderno verde con la Suonatrice
d'arpa.
Il
ragazzo lo respinse con mal garbo, dicendo: — Non ho detto
questo.
—
Come, non hai detto questo? — domandò
il libraio, incrociando le braccia.
—
No, signore, — rispose il ragazzo con la
più franca disinvoltura; — ho domandato un quaderno
turchino col monumento di Emanuele Filiberto.
Il
libraio lasciò cascare le braccia e mi guardò. Poi,
servito il ragazzo: — Ha veduto, che mutria? — esclamò.
E soggiunse: — Ha mai visto rivoltar la frittata in una maniera
più impertinente, lei?... Ebbene, io n'ho conosciute nel mio
mestiere delle facce di ferro fuso; ma una compagna non m'era
ancor capitata, com'è vero Dio.
E
dopo aver rifiutato una giunta impossibile a un altro cialtroncello,
il quale, per vendetta, andandosene via, gli mostrò un palmo
di lingua, il pover uomo si lasciò andar giù sulla
seggiola, cacciando le mani fra i suoi quattro peli di spazzola e
mettendo un sospiro d'angoscia. La mattinata era finita.
Povera
anima tribolata! Io tornai da lui molte volte nel corso dell'anno ed
ebbi modo di conoscere tutti quanti i tormenti del suo miserando
mestiere. D'inverno ci aveva la calamità della neve: gli
portavan la neve attaccata gli zoccoli, gli scrollavano davanti al
banco i mantelli ed i cappelli fradici, gli riducevano la bottega in
una pozzanghera. D'estate, tornando da scappatelle in campagna e
vuotandosi le tasche per far posto alla roba che compravano, gli
coprivano il pavimento di terra, di sabbia, e d'erbacce, fra cui
guizzavano dei grilli vivi e delle lucertole moribonde, che facevano
strillare di spavento sua moglie. A Natale ci aveva il martirio dei
fogli infiorati per le lettere di augurio, dei quali non eran mai
contenti, e ogni avventore meditava mezz'ora prima di scegliere, e
molti anche avevano la sfacciataggine di restituirgli il foglio dopo
due giorni, dicendo che a casa l'avevan trovato brutto, e
c'era già mezza lettera scritta! A capo d'anno, poi, il
flagello dello strenne, quell'usanza barbara, che Dio ne
guardi a levarla, di regalare la penna, la stampa o la regolizia a
tutti i mascalzoni che si dicevano sue pratiche, e ne veniva
un diluvio da ogni angolo di Torino. Si presentavano a mezze dozzine
per volta, delle maschere non mai vedute, con pretensioni dell'altro
mondo. Ed egli diceva: — Non v'ho mai visti! — Ed essi: —
Siamo sempre venuti! — E lui: — Siete un branco
d'impostori! — E loro: — Guardi come parla! — E
allora egli faceva una sortita impetuosa d'assediato, e li cacciava
fuori con una riga alla mano; e quelli dalla strada gli facevano lo
corna o si picchiavano il pugno sulla guancia enfiata, e lo trattavan
di mangiamosche e di carta sporca; al che l'infelice,
soffocato dalla rabbia, rispondeva: — Ladri! Cani! Chiamo la
guardia civica! — fin che, spossato, rientrava nella sua
fortezza, e si buttava sulla sedia, gemendo: — Dò fuoco
alla bottega! È impossibile tirare avanti! Mi demoliscono!
Son finito!
Qualche
volta mi spassavo un po' a contraddirlo, quando dava addosso alle
crescenti speranze, e anche cercavo di persuadergli la
rassegnazione, ragionandolo. — Lei ha torto a rodersi il fegato
a quel modo contro i ragazzi, perchè — senta —
delle tre l'una: o son migliori di quello che eravam noi all'età
loro, e c'è da rallegrarsene; o son tali e quali, e non
abbiamo il diritto di lagnarci; o son peggio, e la colpa non è
d'altri che nostra, perchè, insomma, è il nostro sangue
che ci hanno nelle vene, e i saggi che ci danno sono il frutto della
nostra educazione: di qui non si scappa. — A queste
osservazioni non rispondeva, come se gli avessi parlato arabo: non
faceva che ripetere: — Son cani — e tirava innanzi. —
Ma il più ameno era sempre il frasario che usava, discorrendo
dei ragazzi. Secondo lui, il nostro Codice penale aveva una grande
lacuna. Ribatteva in special modo sulla difficoltà, sul merito
che c'era a conservarsi onesti avendo che fare con quella
gente. C'era dei ragazzi che gli venivano a proporre ogni specie di
birberie, come di comprare per mezza lira dei libri rubati in casa
che valevano dieci o quindici lire l'uno. E conosceva dei colleghi
che ne approfittavano. — Ma io ho le mani pulite, —
diceva; — tratto coi birbanti, ma da galantuomo. Nessuno di
questi malviventi mi trascinerà mai accanto a lui alla Corte
d'Assise. — La settimana avanti, per esempio, gli s'era
presentala una bambina a comperare per dieci lire di "auguri a
sorpresa",; dieci lire graffiate alla mamma, senza dubbio; e lui
l'aveva rimandata con un rabbuffo da levarle l'appetito per una
settimana. C'era da ridere, sopra tutto, a sentirlo parlare degli
originali con cui si doveva confondere, degl'imbroglioni che gli
facevan perder la testa con mille forme di contratti, di permute, di
piccoli prestiti, di vendite a mora, di mercimoni complicati,
escogitati con mia sottigliezza di vecchi faccendieri, che lo
lasciavan pieno di stupore e vergognoso della propria grossezza.
Conosceva certi stillini, certi piccoli scrocchi diabolici, ch'eran
le sue bestie nere, una minaccia perpetua pel suo negozio; e ne
parlava con un misto d'ammirazione e di terrore, come parlerebbe un
finanziere di rivali potenti, coi quali fosse costretto a lottare, e
da cui temesse qualche tiro da andarne per aria. — Vede quello
là con lo calze verdi? — mi disse una mattina,
accennandomi un piccolo frusta-mattoni della terza elementare, che
giocava con la trottola in mezzo alla strada. — Quello là,
— soggiunse abbassando la voce, — è più
furbo di me, di lei e di tutti i librai di Torino messi in un mazzo.
Quello là mi mangierebbe la bottega in un mese, se non stessi
in guardia! — E concluse con un sospiro, e col ritornello
solito: — Cani.... le dico.
Ci
aveva però delle giornate azzurre, rarissime, nelle quali,
dopo aver fatto la solita sfuriata contro la genìa,
ammetteva qualche eccezione: erano giorni in cui gli avevan dato
un po' di respiro. — Certo, — diceva a modo di
concessione, — ci sono anche dei galantuomi fra quella gente
lì; della gente coscienziosa, incapace di.... Ce n'è di
quelli che hanno cuore, dei ragazzi che si vuotan le scarselle, qui
al banco, per comprare libri e carta ai compagni poveri. La settimana
scorsa un piccino di sette anni che si comprava un modello di carta
della basilica di Superga, visto entrare un mendicante, gli gettò
nel cappello il suo franco, e rimase a mani vuote. Tre anni fa, per
esempio, il giorno di San Gaudenzio, tre ragazzi della seconda mi
portarono un mazzetto. Non son tutti scellerati.... nemmeno in
galera. — Questa era la più affettuosa espressione della
sua indulgenza. Ma il dì seguente io gli cascavo in bottega,
finita appena una dimostrazione ostile che gli avevan fatta davanti
alla porta, dopo avergli lasciato sul banco, a guisa di biglietti di
visita, dei rosicchi di mela e dalle nespole biascicate; e allora
negava anche le eccezioni onorevoli: la generazione nuova era una
marea montante di scelleraggine, l'Italia era perduta, a luglio egli
avrebbe chiuso bottega, la sua salute era andata, non gli restavan
che pochi mesi di vita. E metteva fuori un sibilo lunghissimo in cui
pareva che esalasse l'anima sua.
L'ultima
scena a cui assistetti nella sua bottega fu impagabile.
Entrò
un ragazzo della quarta elementare, una faccia proibita, ch'egli
guardò con sospetto.
—
Costui viene per farmi qualche tiro, — mi
disse piano. Era un personaggio di sua conoscenza; avevano avuto che
dire il giorno innanzi per una spugnetta da lavagna.
Il
ragazzo s'avvicinò, mise un soldo sul banco e disse forte: —
Mi dia una carta da bestie.
Il
libraio lo guardò un momento per traverso, pensando che sotto
quella richiesta ci fosso un'ingiuria. Ma il ragazzo rimase
impassibile. Era quella, d'altra parte, l'espressione di cui si
servivano tutti per dire una di quelle stampe colorite, dove son
rappresentati gli animali più comuni.
Il
libraio si voltò a cercare la stampa negli scaffali, tenendo
sempre d'occhio il suo nemico: poi gli mise il foglio sul banco.
—
C'è l'asino? — domandò il
ragazzo.
Il
libraio fremette; ma tacque, dignitosamente.
Quegli
prese il foglio e se n'andò.
Allora
il buon uomo cominciò a esaminare attentamente il soldo,
voltandolo con gran riguardo fra le punte delle dita, e dicendomi: —
Lo guardo perchè alle volte, per vendetta, me li portano
imbrattati di sterco. — Poi uscì dal banco e guardò
tutt'intorno per il pavimento, o mi disse: — Guardo.... perchè
ci son stati di quelli che hanno sparso dei piccoli petardi, e ne
seguì un fracasso d'inferno, che un po' più mia moglie
abortiva. — Poi guardò bene il davanti del banco,
dicendomi che certuni, mentre egli era voltato a cercare negli
scaffali, gli avevano appiccicato al banco una gran testa asinina di
carta rossa, e poi erano venuti in folla i compagni a far baccano
sulla porta. Esaminato il banco, uscì fuori dalla bottega, e
rientrò un momento dopo, rassicurato, dicendomi: — Non
ha sputato sulle vetrine. — Ma gli venne un nuovo sospetto, e
tornò a uscire, e soggiunse rientrando: — Ho dato
un'occhiata al marciapiede, perchè alle volte ci scrivono col
carbone: — Libraio ladro, — e questo scredita il negozio.
— Ha capito, eh? — conchiuse finalmente, — che
razza di vita mi tocca a menare? Si sta meglio in un bosco pien di
briganti che in mezzo a questa canaglia! — E cominciò a
litigare con un altro ragazzo, domandandogli coi pugni sul muso "se
lo voleva far crepar tisico"; un ragazzo alto tre spanne, il
quale, avendo comprato due lapis e quattro soldi di decalcomanie,
pretendeva non solo che gli temperasse i due lapis da tutte e due
le parli, ma che gli attaccasse con lo sputo, sopra un foglio di
carta, l'una dopo l'altra, tutt'e ventiquattro le figurine. Dopo quel
giorno stetti un pezzo senza vederlo. Seppi che aveva avuto un colpo
al cuore da un "giornalaio" il quale aveva rizzato un banco
da giornali in faccia a lui; un birbaccione che vendeva pure libri di
scuola e oggetti di cancelleria, a un tal prezzo, con tali giunte,
da non poter esser altro che roba di malo acquisto: ed era per
lui uno spianto vero, che l'avrebbe ridotto sulla paglia in sei mesi.
E nel corso dell'anno non lo rividi più che una volta sul
finir di giugno, ritto in mezzo alla strada, davanti alla scuola,
pochi momenti prima dell'uscita, immobile e pensieroso, con lo
sguardo fisso su quello mura funeste, che racchiudevano tante anime
triste, tanti giuntatori, tanti tormentatori della sua vita. E dopo
averlo contemplato un poco, me gli avvicinai, proprio nel momento che
i ragazzi uscivano. La strada n'era piena; era un torrente di vita,
un vasto fremito sonoro che si spandeva da ogni parte, come
l'allegria d'una folata immensa d'uccelli. Dopo averlo salutato, mi
voltai a guardare quello spettacolo, sempre nuovo e amabile, che fa
passare tante speranze confuse nell'anima, e mi parve che anche lui,
il povero martire, non fosse al tutto indifferente; mi parve che
sotto il suo solito cipiglio irritato, in fondo in fondo, ci fosse
una leggerissima espressione di maraviglia e di simpatia, o come il
balenio velato del perdono. E gli dissi, accennandogli quel torrente
festoso: — Bello, non è vero?
Ma
invece di strappargli l'espressione dei sentimento insolito, la mia
domanda lo richiamò tutt'a un tratto ai sentimenti usati.
—
Sì, sì, sta bene, — riprese
con la sua voce burbera, benchè un po' raddolcita; — a
vederli così.... Ma (e qui uno scoppio di collera) bisogna
provarli negli affari, nel commercio! Lì la vorrei vedere,
signor mio!
E
voltato l'onesto scrigno, rientrò nella sua stanza di tortura.
Nella
quale m'affacciai a salutarlo l'ultima volta due mesi fa, al
riaprirsi delle scuole, perchè, passando di là per
caso, e vedendo nelle sue vetrine, in mezzo alle trottole e ai
sillabari, un libretto giallo che mi stava a cuore, non potei
trattenermi dal fargli i miei ringraziamenti. — Vedo che ce
l'ha anche lei, — gli dissi, mettendo il viso dentro.
—
Eh! che cosa vuole! — mi rispose, ritto
dietro al banco; — quell'asino d'un "giornalista" lì
in faccia l'ha messo subito fuori; l'ho dovuto prendere anch'io.
E
poi mi fece mi cenno e un sorriso, come per dirmi che l'aveva letto.
Io
aspettai con grande curiosità il suo giudizio. — Ebbene?
— gli domandai.
Egli
scrollò il capo in un certo modo, che prometteva poco.
Poi
mi espresse il suo giudizio letterario e pedagogico, con queste
semplici parole:
—
Ebbene... creda a me: son cani.
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