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IL
PROFESSOR PADALOCCHI
Appena
arrivato a Torino, il signor Ernesto Parletti, impiegato regio,
trentanovenne e scapolo, andò a far visita al cavaliere
professor Padalocchi, suo vicino di casa d'altri tempi, ch'egli non
aveva più visto da sette anni. Non vi sarebbe andato, forse,
se avesse saputo che nel giro di quel settennio, per effetto di una
lenta malattia di fegato, il professore s'era venuto inferocendo a
segno nella sua antica passione di linguaio, da costringere anche i
suoi ultimi e più pazienti amici a voltargli le spalle. In
fatti, di raccoglitore amoroso di fiori e di gemme della lingua, di
purista severo e un po' litigioso, ma, per la bontà
dell'indole, sopportabile, e qualche volta ameno, quale il Parletti
l'aveva conosciuto, egli s'era ridotto a poco a poco un semplice
chiappino di vocaboli e di modi errati, uno spazzaturaio di
francesismi, un pedante accattabrighe senza discrezione e senza
riguardi, col quale non c'era più verso di ragionare; e già
si diceva che battesse la strada del manicomio. Ma l'impiegato,
credendo di ritrovarlo come l'aveva lasciato, gli si presentò
con la cordialità e col rispetto antico.
Lo
trovò affondato nella sua vecchia poltrona, ingiallito e
risecchito; ma con gli occhietti ancora luccicanti, e con una voce
piena e viva, ch'era segno di buono stomaco e di vigor di nervi. Egli
si mostrò lieto della visita, fece sedere il visitatore
davanti al suo tavolino, ch'era coperto, come sempre, di vocabolari,
di grammatiche e di lessici logori e postillati, e rinsaccandosi
nella veste da camera, gli domandò benevolmente: — O
come sta il nostro caro signor Parletti? come sta? come sta?
L'impiegato
tentennò il capo.
—
Quanto a salute, — rispose, — non
troppo bene, da qualche mese…
Il
professore l'interruppe, sorridendo. — Mi dispiace davvero, —
disse; — ma... mi scusi. Dicendo non troppo bene ella
non dice punto di star male: dice di non star bene eccessivamente.
L'impiegato
rise, ricordandosi della consuetudine che aveva il professore di
fargli ogni tanto un sermoncino filologico. Ed esclamò
bonariamente: — Ah! Il signor professore è sempre
quello, sempre con la proprietà della lingua. E ha ragione.
Dunque, sto poco bene.... Ma è cosa di nulla. L'aria di Torino
mi rimetterà presto. Del rimanente... non mi lagno. Lei forse
lo saprà: son stato tre anni a Foggia, due anni a Parma; poi
fui promosso segretario e traslocato....
—
Trasferito — disse il professore.
—
Trasferito a Firenze, dove passai tre anni
veramente fortunati. Lei sa che ho pochi bisogni. A Firenze la vita è
facile. Con trecento lire al mese..,.
—
Il mese.
L'impiegato
lo guardò, incerto s'egli facesse sul serio o per chiasso. Poi
riprese: — Avevo trecento lire il mese, delle attribuzioni più
confacenti ai miei mezzi, dei buoni superiori. Insomma, ero nel mio
centro, salvo il desiderio di tornar qui, che ebbi sempre. Aggiunga
che, per una felice combinazione, trovai là sotto-segretario
il Degiorgi, che lei ha conosciuto in casa mia, un giovane distinto e
simpatico, in cui avevo una fiducia illimitata, e che in una certa
circostanza critica mi diede una di quelle prove d'amicizia, che si
ricordano per tutta la vita. Basta. Mi hanno rimandato a Torino, e
ora sono completamente soddisfatto. E lei, signor cavaliere?
Il
cavaliere tacque qualche momento. Poi disse con accento affabile: —
Mi gode l'animo della sua buona fortuna, glie l'assicuro. Ma....
poichè ho affetto per lei e la stimo, consenta ch'io le faccia
un'osservazione, che per me è un dovere d'amicizia. Io vorrei,
mi perdoni, ch'ella parlasse con maggior proprietà e con un
po' più di correttezza la propria lingua, da quell'uomo colto
e da quel buon italiano ch'ella è; cosa che non le costerebbe
se non un leggerissimo sforzo. Non si rammenta i miei consigli di
sette anni addietro? Io mi ricordo, per grazia d'esempio, d'averle
notato un giorno che mezzi, senz'altro, nel significato di
facoltà intellettuali, non è voce propria. Poi: essere
nel suo centro non è buon modo italiano; combinazione
per caso non regge. E anche distinto, nel senso di
egregio, ragguardevole, sarebbe da riprendere. Lascio correre il
simpatico, del quale oggi si abusa. Ma "fiducia
illimitata" per piena o intera, circostanza
critica per congiuntura difficile son francesismi scussi.
E perchè dice ella "completamente soddisfatto"
che è modo affettato e senza garbo, invece di compiutamente
o perfettamente, eh?
L'impiegato
rise da capo, ma un po' di mala voglia, perchè, in fondo,
senza pretenderla a linguista, s'era sempre creduto, se non altro, un
buon orecchiante, e anni prima aveva scritto in un giornale di Parma
certe rassegne cittadine, delle quali era stato detto che
avevano "buon sapore d'italianità". Rispose non di
meno con buona maniera: — Lei ha mille ragioni, cavaliere. Ma
veda, io, nella mia qualità d'impiegato contabile....
—
Computista, — osservò il
professore.
—
Come lei vuole, — disse il Parletti; —
nella mia qualità d'impiegato computista, non ho nè
l'obbligo nè la pretesa di parlare come un accademico della
Crusca: una volta che mi son fatto intendere, ho raggiunto il mio
scopo.
—
No, mi scusi, — ribattè con
vivacità il professore, — non basta. Basta per il volgo
rozzo o per i faccendieri sciamannati, che nulla hanno a cuore, fuor
dal danaro; ma non basta per un buon cittadino e un bravo ufficiale
dello Stato com'ella è. Intanto, noti, pretesa
è un brutto smozzicone della
parola pretensione. Una volta che
mi faccio intendere, è francese serio serio. Raggiunger
lo scopo non è modo usato dai
buoni parlanti. Lo scopo s'ottiene, si consegue, non si raggiunge.
Dica liberamente, se ha esempi o
ragioni da oppormi: discuteremo.
—
Non ho nulla da opporre, — rispose il
Parletti, un po' piccato. — Non ho che a pregarla di compatire
la pochezza della mia coltura.
—
L'insufficienza,
vuol dire. Ma non è il caso.
Appunto perchè la tengo in conto di persona colta io le faccio
queste osservazioni, delle quali ella più che altri mai è
in grado di trarre giovamento; e gliele faccio da amico.
—
E io non lo prendo in cattivo senso.
—
In cattiva parte, dica.
Non ne dubito, perchè la conosco. Ella pure conosce me. Io non
posso nè vincere nè nasconder l'animo mio. Per me,
veda, la lingua è tutto. Dove non è lingua, non è
nazione; dove la lingua è corrotta, son corrotti i pensieri e
i costumi, e la civiltà stessa è bacata, se ancora si
può dire che essa sia. Ora, in tal condizione è
l'Italia. Il perchè io credo che il combattere in difesa della
purità della nostra favella sia il primo dover civile d'ogni
onest'uomo, e stimo che l'adoperarsi a ricacciare di là
dall'Alpi una parola barbara sia opera altrettanto meritoria, più
meritoria che il respingere con l'archibugio alla mano un soldato
invasore. E avrebbe a essere una guerra di tutti, veda, una guerra
senza tregua, a parole e per iscritto, per via di precetto e
d'esempio, contro nemici ed amici, e fin coi più stretti
congiunti, a costo anche delle più care amicizie, e della pace
domestica, e della salute. Questa è la mia fede, e mi farei
squartare per essa. Per me, mi scusi, chi contamina la lingua è
un traditore della patria.
—
Ne convengo, — rispose l'impiegato con un
sorriso ironico.
—
È il francese j'en
conviens, badi bene.
—
Eh! andiamo! — esclamò il Parletti,
alzandosi impazientito. Ma si contenne, e si rimise a seder subito,
con l'idea di dare pacatamente al cavaliere una brava lezione, in
lingua inappuntabile, chiamando a raccolta tutte le sue frasi più
castigate.
—
Signor professore, — disse, — abbia
la bontà di ascoltarmi cinque minuti.
E
poi che vide il Padalocchi in atto di prestargli attenzione,
cominciò: — Io non ho bisogno di dire che mi vanto
d'essere italiano, e che nutro il massimo rispetto per la lingua
nazionale: chiunque, che abbia cuor di patriotta, lo nutre. Le dirò
anzi che un tempo sono stato anch'io appassionato per lo studio della
lingua, quanto era compatibile con l'impiego che coprivo, il quale
non mi consentiva d'approfondire alcuna materia estranea
all'amministrazione. Le dirò di più che, durante la mia
residenza a Firenze, avendo fatto relazione col cavaliere Fanfani,
che in fatto di lingua è una sommità, e avendo l'onore
di avvicinarlo soventi, lo consultavo, e lo stavo a sentire con
grande interessamento, e posso dire ch'egli ha contribuito moltissimo
a darmi quella modesta istruzione letteraria che mi lusingo d'avere:
tanto è che non scrivo come un barbaro, e che quel poco di
prosa dei miei resoconti d'ufficio mi valse diverse volte le
felicitazioni del mio direttore capo; il quale, tra parentesi,
senz'essere un letterato di mestiere, scrive alla perfezione.
Qui
riprese fiato, rallegrandosi del silenzio del professore, come di
segno ch'ei non trovasse nulla a ridire. Poi continuò:
—
Come vede, tengo la lingua italiana nel debito
conto. Ma non posso lasciar di dire che il farne l'assunto il più
importante della vita, come fanno certuni, e il sollevar questioni di
parole a ogni passo, mi pare che sia un andare all'eccesso, e quasi a
dire una mania, una tirannia, che paralizza il pensiero, e che, oltre
al mortificare e al mettere nell'imbarazzo la gente, finisce per
ispirare odio per la lingua, invece che amore, e, mi perdoni,
converte la conversazione in un incubo detestabile, in una schiavitù,
passi la parola, rivoltante. Scusi la mia franchezza, cavaliere. Ella
è d'ingegno e d'animo troppo elevato per aversi a male che le
si parli francamente.
E
qui tacque, maravigliato della eloquenza e della eleganza della sua
tirata, e prese un atteggiamento di vincitore.
Il
professore che era stato a sentire col capo basso, menando la matita
alla lesta sopra un taccuino stretto fra le ginocchia, udite le
ultime parole si morse lo labbra, e parve sul punto di metter fuori
una grossa impertinenza. Ma, la tenne dentro, e disse invece con
pacatezza forzata, lanciando al Parletti uno sguardo feroce al di
sopra degli occhiali: — Sa ella, signor mio, tra gallicismi,
neologismi, improprietà, locuzioni errate, quanti spropositi,
grandi e piccoli, ha snocciolati in quattro minuti?
—
Come! — esclamò l'impiegato.
—
Quarantasette! — disse il professore.
Il
Parletti saltò su per pigliar l'uscio; ma una curiosità
stizzosa lo rattenne.
—
Signorsì, — riprese il Padalocchi,
mostrando il taccuino, — e son qui a provarglielo. Apra bene i
buchi degli orecchi. Come ha incominciato? Non
ho bisogno di dire è un
pessimo traslato francese: si dice; non
occorre ch'io dica. Ella ha detto che
nutre rispetto per
la lingua nazionale; nutrire un
sentimento è una improprietà matricolata. Ha detto
chiunque scambio
d'ognuno, che
è errore. Ha detto per buon cittadino patriotta,
che non è voce di buona lega.
Poi: l'impiego che coprivo è
una frasaccia da pigliar con le molle, e non si approfondisce
uno studio come si approfondisce una
buca. Andiamo innanzi. I modi aver
l'onore, aver la bontà di fare
una cosa senton di francioso di qui a Piazza Castello. Nella frase è
una
sommità in fatto di lingua
v'hanno due pecche; una
sommità, che, riferito ad
uomo, è un astratto ridicolo, e il modo tra fatto
di, che tutti i purgati scrittori
riprovano. Avanti. Ha detto residenza
in vece di dimora,
relazione in luogo di conoscenza,
soventi in iscambio di sovente,
che è un solecismo
deplorabile. Ha detto interessamento
che è una parolaccia
mostruosa, diversi per
alquanti, che
è un granciporro, resoconto,
che non è altro che uno
sguaiato gallicismo capovolto. E non siamo che a mezzo cammino, badi
bene. Appassionato allo studio è
una delle solite metaforacce transalpine, che fanno stomaco.
Contribuire all'istruzione, invece
di giovare o cooperare, è una locuzione anche peggiore.
Compatibile, nel
senso in cui l'ha usato lei, è orribile. Poi ha buttato giù
un fascio di sgangherati francesismi dicendo avvicinare
una persona, lusingarsi,
andavo all'eccesso,
paralizzare il pensiero, il massimo
rispetto, direttore
capo (en chef), scrivere alla
perfezione.... Che altro c'è?
Sollevare quistioni! È
una frase bollata da tutti i linguisti. Non
lascerò di dire, per ometterò,
è un modo sgarbato. È
una leziosaggine il quasi a dire. È
una stranezza mortificare per
confondere. È
una sgrammaticatura "l'assunto il
più importante". È
una sgrammaticatura anche più sformata il finire
per invece di finire
con. E non basta. È
un'improprietà marchiana l'accoppiare il sostantivo odio
e il verbo ispirare,
che s'ha a dir soltanto dei
sentimenti degni. Ed è un modo falsissimo il dire mi valsero
delle lodi in luogo di mi
fruttarono. Ed è un odioso
costrutto francese "lei è d'animo troppo
elevato per"
invece di "troppo elevato
da".
E infine elevato per
nobile, manìa per
smania, felicitazioni per
congratulazioni, detestabile per
abbominevole, e
quel rivoltante appiccicato
a schiavitù, e'
son tutta robaccia d'oltremonte da buttare tra la spazzatura
turandosi il naso con la pezzuola. E tralascio il resto. Ahi! serva
Italia! E tenga a mente che si pronuncia ìncubo,
non incùbo,
Il
Parletti restò avvilito.
Ma
alla vista del sorriso di trionfo con cui il professore gli domandò:
— Ebbene, che ha da dire? — fu ripreso dal dispetto, e,
mandata giù la saliva amara, rispose seccamente: — Anzi
tutto, mi permetto di farle osservare....
—
Tre errori — interruppe il Padalocchi; —
si dice prima di tutto, mi faccio
lecito di osservarle, non di farle
osservare.
A
questo punto, finalmente, il Parletti perdette gli ultimi resti della
pazienza.
—
Eh! mi faccia il santo favore di finirla! —
gridò, pigliando il cappello. — Io non sono
soverchiamente suscettibile; ma il troppo stroppia, alla fin delle
fini. E le dirò, signor cavaliere, che i pedanti hanno fatto
il loro tempo, e che la sua mi pare una pedanteria sconveniente, se
lei parla sul serio, e uno scherzo di cattivissimo genere, se fa per
celia.
Il
professore si levò in piedi, e rispose lentamente, in tuono di
disprezzo:
—
Pedanti furon sempre chiamati dai barattieri
della lingua i custodi della sua purità e i vendicatori del
suo onor vilipeso. Mi glorio d'essere un pedante, signor Parletti.
Del resto.... suscettibile per
permaloso e " i pedanti hanno
fatto il loro tempo" sono due
dei più sconci e fetenti francesismi che appestino le bocche
italiane.
—
Se li tenga dunque, — rispose il Parletti
andando verso l'uscio — che saranno al loro posto nella
collezione di un pedante marcio!
—
Signor Parletti! —gridò il
Padalocchi infiammandosi. — Ella dimentica con chi parla!
—
L'ha dimenticato lei prima di me, —
rispose l'altro. — Ha dimenticato che chi veniva a farle visita
non era uno scolaretto di grammatica, ma un funzionario dello Stato!
—
Un'altra pestilenziale parola! — urlò
il professore. — Ebbene, no, non l'ho dimenticato. E le dirò
che è l'odio che ho contro la sua classe quello che m'ha fatto
uscire dei termini, se pur ne sono uscito; onesto odio, onde m'onoro,
e che durerà in me fino alla morte. Poichè siete voi
con le vostre scempiate voci e petulanti sgrammaticature
segretariesche, voi, dicasterica peste, con le vostre evasioni,
controemarginazioni, regolarizzazioni, e infiniti scerpelloni
d'acciabattoni, voi e la vostra cognata iniqua progenie dei curiali e
dei gazzettieri, quelli che trascinate all'ultimo esterminio la
lingua, e l'Italia con essa!
—
Basta così! — rispose il Parlotti-
— Ora lei non offende soltanto l'ospite; lei intacca l'onore
dell'impiegato!
—
Intacca l'onore! — esclamò
il Padalocchi, con un sorriso di sarcasmo.
—
La prevengo che non tollero una parola di più!
—
La prevengo!
—
Esigo una
soddisfazione!
—
Esigere una
soddisfazione!
—
Ah! questo è troppo! — gridò
allora l'impiegalo. — Mi son frenato finora in omaggio alla sua
età....
—
In omaggio!
—
Saccentone insolente! Ci voglion dunque le vie
di fatto....
—
Voies de fait! —
gridò il cavaliere, mettendosi in parata. — In casa
mia?...
E
mentre il Parlotti, furibondo, afferrato un giunco da battere i
panni, cercava d'avvicinarseli per darglielo sul muso, quegli, di
dietro al tavolino, prese a tirargli addosso quanto si trovava a
mano, accompagnando i proiettili con parole d'ingiuria e con
affannose chiamate alla serva,
—
To', infrancesato mariuolo! Adelaide! Piglia su,
camarlingo dei barbarismi! Adelaide! A te, vile profanatore
dell'idioma gentil.... — e gli tirò lo strofinaccio, —
sonante..., — e gli lanciò il campanello, — e
puro...! — e gli scaraventò il calamaio. —
Adelaide!
Ma
nel far l'ultimo tiro o nel punto che l'altro stava per rifilargli un
colpo di giunco, trattandolo di "linguaiuolo screanzato" il
professore mise un piede in falso e stramazzò sull'impiantito,
battendo forte della guancia, sopra la gamba d'uno sgabello
rovesciato.
La
serva sopraggiunse gridando, il Parletti buttò via il giunco
ed accorse; fra tutti o due lo rialzarono e l'adagiarono sulla
poltrona: aveva la guancia enfiata, null'altro. Gli fecero allungar
le gambe sopra una seggiola, e appoggiare il capo sulla spalliera. La
serva che, al primo accorrere, aveva gridato: — Ai ladri! —
si rassicurò, vedendo la premura inquieta con cui l'impiegato
interrogava il suo padrone.
—
Signor cavaliere! — disse il Parletti con
aria contrita. — Perdoni se, in un accesso di collera, ho
mancato: sono spiacente dell'accaduto: mi valga di scusa il dolore
che ne provo.
All'udir
le parole accesso di collera, il professore, che aveva ancora
gli occhi chiusi, si scosse; alla frase spiacente dell'accaduto
aperse gli occhi; al dolore che provo lanciò al
Parietti un occhiata severa.
Poi
accennò che non serbava rancore.
—
Me lo dimostri — disse l'impiegato —
dandomi una stretta di mano.
—
No! — sospirò il Padalocchi. —
Stretta di mano non
è un bel modo. Lo riprende perfino il Fanfani, che gabella
tutto.... Ma, via, nel parlar familiare.... glielo passo.
E
porse la mano.
Il
Paletti se n'andò timidamente, o quando fu sull'uscio,
voltatosi indietro, disse ancora: — Lo rinnovo le mie scuse. —
Ed uscì.
—
Ancora questa! — mormorò il
professore, ansando e distendendosi sulle gambe una coperta che gli
porgeva la serva. — Le rinnovo
le mie scuse! È la frecciata
del Parto.
—
Ah! signor cavaliere, lei è troppo buono!
— esclamò la donna, premendogli sulla guancia un
pannolino immollato. — Lei dovrebbe sporger querela contro quel
mascalzone!
—
No, — rispose con voce stanca il
Padalocchi, accomodandosi per dormire. — È bello
combattere e cadere per la lingua, come per la patria.
Poi
mormorò: — In ogni caso, non sporgerei querela,
la moverei. Va, ostrogota.
E
quando fu solo: — Ostrogoti tutti! —esclamò. —
La barbarie ci affoga. È finita.
E
soggiunse con un fil di voce, addormentandosi:
—
Non c'è più lingua italiana.
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