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UN
POETA SCONOSCIUTO.
Arturo
Ghigheri è uno dei ricordi più ameni della mia
gioventù; ameno tanto che, nelle giornate nere, io me lo
risuscito e me lo rivolgo nella mente come un personaggio del
Ferravilla, per rimettermi di buon umore. E mi par che il suo
ritratto non sia fuor di luogo in queste pagine perchè egli è
un esempio singolare dei curiosissimi impasti di ignoranza inconscia
e d'ambizioni e di illusioni fanciullesche, che possono uscire da
certe scuole, dove l'educazione del buon senso ha l'ultimo posto,
quando non è relegata fuor dell'uscio.
In
che modo fosse entrato nella nostra allegra brigata fiorentina, tutta
composta di precoci delinquenti letterari, non ricordo bene: egli si
ficcava da per tutto con certe sue industrie di galoppino ossequioso,
ed era così buono di pasta, garbato e servizievole, che finiva
con farsi benvolere anche da quelli che lo trattavan da principio
come un intruso importuno.
Era
parmigiano, se non sbaglio, perchè scambiava l'u col v
nei dittonghi, e impiegato in una società d'assicurazione
contro la grandine. Aveva venticinque anni e una figura lepida:
bassetto di statura e mingherlino, un viso grasso e senza barba, che
pareva gonfio, con due occhi fuor dell'orbita e una bocca tonda e
sempre aperta, arieggiante il muso del pesce luna; vestito sempre con
certa eleganza, ma con un taglio di panni un po' scarso, che gli
lasciava scoperte lo rotondità posteriori, le scarpette
scollate e due enormi polsini; i quali si vedevano biancheggiare da
un capo all'altro di via Calzaioli. Portava un'eterna tuba sul capo e
un fiore perpetuo all'occhiello, camminava a piccoli passi rapidi, e
spesso, per le strade appartate, quando aveva faccende di premura,
pigliava la corsa, facendosi guardar da tutti come un borsaiolo
inseguito.
Sotto
quella onesta tuba d'impiegato era spuntato un giorno, credo
all'improvviso, il bernoccolo dell'ambizione letteraria. E da che
cosa, in qual maniera gli fosse potuto nascere non si capiva, poichè
pareva rigorosamente digiuno d'ogni studio letterario antico o
recente, ed era manifesto che la natura gli aveva negato anche il più
lontano pretesto di cercar la gloria nel calamaio. E la cosa riusciva
più strana perchè, fuor della letteratura, nel suo
ufficio d'Assicurazioni, si diceva ch'egli fosse un fior d'impiegato.
La
sua passione era la poesia lirica.
Doveva
essersi svegliato una mattina con una strofa nella testa, piovutagli
Dio sa di dove, e aver detto: — Prendo la via delle lettere, —
come avrebbe detto: — Prendo l'abbonamento al Niccolini.
Quando
entrò nella nostra compagnia aveva già sfornato una
dozzina di poesie di soggetto patriottico o amoroso. Eran tutte
brevissime, tutt'al più di quattro o sei quartine di
settenari, perchè "le poesie" diceva lui "debbono
essere come lampi". Ma che cosa fossero le sue d'ingenuo, di
slavato, di sciapito, di povero, di nullo è impossibile dirlo.
Eran roba che sfuggiva alla critica come il semolino alla forchetta,
o che appena si poteva paragonare a certi versi di libretti d'opera
diventati, per la loro sciocchezza, altrettanto famosi che la musica
divina a cui servirono indegnamente di falsariga. E le aveva tutte
scritte in caratteri pidocchini sur un quadernetto di carta velina,
formato di tre fogli cuciti con un punto di fil di seta, e grande
quanto la mano, che con un soffio si mandava per aria. Sotto una di
queste poesie c'era scritto in caratteri più grandi:
—
Declamata dalla giovine filodrammatica tal dei
tali, a una colazione della casa tale, la mattina del 3 di settembre
del 1808, in Voghera. — Sotto un'altra:— Encomiata dal
tal dei tali, cugino in secondo grado di Niccolò Tommaseo. —
Il suo "bagaglio" poetico stava tutto in quei tre foglietti
trasparenti. La sua persona, il suo vestiario, il cervello, il
quadernetto, i versi, ogni cosa era in armonia: tutto era minuscolo,
leggero, volante, sfuggevole, aeriforme ad un modo.
Aggiungete
a questo un particolare comico: che egli non rideva mai.
Naturalmente,
quando entrò nella nostra brigata, non destando la gelosia di
nessuno, ebbe del sapone da tutti. E allora prese animo a "tastare
l'opinione pubblica" come egli diceva, per la prima volta. —
Se riesco, — disse, — come spero, lascio l'impiego e mi
do tutto all'Arte. Ma prima voglio tastar l'opinione con uno
pseudonimo. In queste cose, bisogna andar con cautela. — Una
sera gli cercammo tutti insieme un "nome di guerra" al che
dava una grande importanza, e dopo lunghe ricerche e discussioni egli
approvò con calore quello suggeritogli da un di noi: —
Qualcosacè; — poichè nei momenti
d'entusiasmo egli soleva ripetere, senza saperlo, le parole che disse
Andrea Chènier andando alla ghigliottina: si batteva una mano
sulla fronte e esclamava: — Eppure, qui dentro qualche cosa
c'è! — Con questa stramberia di pseudonimo, mandò
la meglio delle sue poesie amorose al giornale letterario Le
veglie fiorentine, e stette aspettando la risposta con gran
trepidazione.
Il
direttore, un giovane arguto, amico nostro, che noi pregammo d'essere
pietoso, gli rimandò la poesia con qualche complimento,
dicendogli che il suo giornale aveva "per legge" di non
pubblicare poesie
Arturo
Ghigheri si consolò del rifiuto coi complimenti, e mandò
una poesia politica intitolata: Francia e Italia.
Il
direttore gli rispose lodandolo, ma dicendo che il suo giornale non
pubblicava poesie che potessero suscitare odi e provocare
conflitti fra le nazioni.
L'idea
che i suoi versi fossero parsi pericolosi all'Europa gli accarezzò
così dolcemente l'amor proprio, ch'egli inghiottì senza
pena anche il secondo rifiuto, e mandò subito una terza
poesia, Al Mare, in versi sciolti; certissimo, questa volta,
di vederla pubblicata.
Gli
rispose allora, in nome del direttore, il segretario di redazione,
dicendogli: — Il nostro direttore non pubblica versi sciolti. È
una fissazione, una stortura, che cosa vuole? Non c'è rimedio.
Egli odia i versi sciolti fin dall'infanzia, implacabilmente, per
istinto. Le rimando il manoscritto con dolore. —
A
questo terzo rifiuto il poeta s'insospettì; ma d'un sospetto
che adombrò appena la sua illusione. Egli pensò che ci
fosse nelle sue poesie qualche "piccola imperfezione esteriore"
— di quelle che sfuggono nell'impeto dell'ispirazione, qualche
parola o frase non "abbastanza classica" che il giornalista
e noi stessi, per delicatezza, non gli volessimo accennare. Tirò
fuori il suo ragnatelo di quadernetto, o posandolo aperto in mezzo al
tavolino della birreria, ci pregò di esser sinceri, di
indicargli i nei, se ce n'erano. Ma non badò quasi alle poche
osservazioni che, pro forma, gli fece qualcuno. Egli pareva
assorto in un pensiero che espresse poi a mezza voce, come parlando
tra sè, con una locuzione di recente acquisto: — Già....
mi manca il lenocinio della forma. —
E
un momento dopo, tutt'a un tratto, battendo il pugno sul tavolino,
gridò: — Perdio, voglio farmi uno stile!
A
quell'uscita, ridemmo tutti; ma egli, senza badarci, soggiunse che
capiva benissimo come gli mancassero gli studi e come avesse bisogno
di famigliarizzarsi con gli autori. E ci chiese dei consigli.
Uno
gli domandò: — Ha letto il Parini?
Egli
rispose con serena disinvoltura: — No.
Un
altro gli domandò: — Ha letto il Foscolo?
—
Un poco, — rispose; — ma, lo
confesso, di volo.
Un
terzo gli domandò: — Ha letto il Carducci?
—
No, — rispose; — ma (testuale) l'ho
inteso molto nominare.
Qui
mancò poco che andassimo a traverso alle seggiole;
ma non badando nemmen questa volta alle nostre risa, egli continuò:
— Eh si, ho delle lacune.... ma ora mi piglio tutti questi
autori e la prima giornata che ho di permesso me il leggo dal primo
all'ultimo tutti d'un fiato. In ventiquattr'ore se ne insacca della
roba, e con un po' di ritentiva.... Infine, qualche cosa c'è
qui dentro. Tutto sta a rompere il ghiaccio. I principî, si sa,
son duri per tutti.
E ricominciò
a figliar poesie microscopiche, che ricopiava man mano sul quaderno.
Nè farò
tante — diceva, — che qualcheduna che s'imponga bisogna
che mi riesca per forza.
Egli tirava al
capolavoro così in furia o a casaccio, profondamente persuaso
che, anche senz'ombra di cultura, ostinandosi a sfiondare dei versi,
si potesse cogliere a volo un'ode immortale, come anche chi non ha
mai preso in mano un fucile, tempestando il bersaglio di palle, può
dar nel centro una volta.
Ma quanto più
lo conoscevamo tanto più ci appariva maraviglioso. Non so in
che occasioni, per via di terzi, era riuscito a barattar qualche
parola, a una cantonata o davanti a un caffè, col Prati, con
l'Aleardi, col dall'Ongaro, ed altri; dopo di che non mancava mai di
fermarli, sprofondando la tuba, ogni volta che gl'intoppava. E ci
portava religiosamente le loro notizie. — Prati è
infreddato. — Aleardi prese un torcipiede, avantieri mattina,
uscendo dall'Accademia di belle arti. — Questo per lui era
stare a giorno della letteratura contemporanea. Il più bello è
che dopo un certo tempo, per darsi l'aria di familiarità con
quei signori, non li nominava più che col nome di battesimo;
ciò che dava luogo a equivoci continui.
— Stassera arriva Domenico. — Chi, Domenico? —
domandavamo. Era Francesco Domenico Guerrazzi. — Ho incontralo
in via degli Uffizi Andreino — Andreino? Quale Andreino? —
Eh diavolo, il traduttore del Fausto, Andrea Maffei.
Ma
queste vanesiate che in un altro avrebbero fatto stomaco, in lui
riuscivano piacevoli, tanta era l'ingenua franchezza che ci metteva.
Ed era ingenuo e buono al segno che non solo reggeva alla celia, ma
il più sovente non la capiva. Accadeva alle volte che
trovandoci sette o otto insieme a un canto di strada, di notte, a
strascicar la conversazione, egli diceva ex abrupto:— Sentite
questi pochi versi che....
A
quelle parole, dicendo tutti a una voce: — Con permesso! —
scappavamo tutti a un punto per quattro strade diverse, come per
sfuggire allo scoppio d'una palla a mitraglia, senza farci più
rivedere; e mentre il giorno dopo credevamo di trovarlo offeso, egli
non dava il minimo segno di rancore, come se avesse creduto davvero
alla simultaneità d'un bisogno urgente in tutti e sette i suoi
uditori.
In
seguito, essendosi messo a fare, com'egli diceva, degli studi enormi
di lingua poetica, cioè a ribruscolar per liriche e poemi
certe frasi, che sloggiava poi, come trovate lì per lì,
nel nostro crocchio, noi ci mettemmo d'intesa per non lasciargliele
mai terminare. Cominciava a dire, per esempio, in una discussione:
—
Quando sorge nell'animo concitato...,
Appena
riconosciuta la frase di magazzino, ci rivolgevamo la parola a
vicenda, sopra un altro argomento, tutti in coro, coprendogli la
voce; e così si rifaceva tre o quattro volte, fin che egli
rinunciava a esporre la sua perla, guardandosi intorno stupito coi
suoi due occhi di pan tondo; ma senza mostrar mai d'accorgersi del
nostro perfido gioco. Ma non si sarebbe creduti a dirle tutte. Per
citarne ancor una, la sua maniera preferita per far credere che
conosceva a fondo un prosatore o un poeta, era di lamentare che non
gli fosse reso giustizia abbastanza. Udendo una sera parlar del
Leopardi, esclamò con accento di sincera indignazione:
—
Che poeta!... E così poco conosciuto!
Oppure,
d'uno scrittore che ammirasse diceva: — Quello lì.. va
lasciato stare! — Lasciate star l'Ariosto, fate il piacere! —
Guerrazzi? Oh quanto al Guerrazzi lasciamolo stare.
E
si chiudeva infatti, per fortuna dell'autore ammirato, in un silenzio
di pesce.
Frattanto
seguitava a scaricar poesie e a mandarne a tutti i giornali, non
scoraggiandosi mai dei rifiuti, ai quali attribuiva sempre tutt'altra
cagione che la vera; e ad ogni rifiuto, dopo averlo giustificato con
noi, esclamava: — Eppure..., qui dentro qualche cosa c'è!
A
quando a quando, però, gli nasceva un dubbio; ma fuggitivo.
Egli prendeva ora l'uno o l'altro a braccetto e domandava con accento
affettuoso: — Dimmi la verità: credi che riuscirò
a farmi un nome?
—
Tu l'hai già, — gli rispose una
volta un di noi, senza ridere.
E
lui, franco: — Sì.... capisco.... in una piccola
cerchia. Ma la vera fama è ben altro. Ah! mio caro, la via è
lunga e difficile, io non mi faccio illusioni.
Egli
era veramente d'una ingenuità senza fondo. Noi lo studiavamo
con curiosità quasi amorosa. Cercando di scoprire come fosse
potuto sorgere e come potesse mantenersi in lui un concetto così
sformato delle sue facoltà, lo tastavamo su cento argomenti,
ci affacciavamo alla sua mente da cento parti, e non ci vedevamo che
lunghi anditi nudi, una casa assolutamente smobiliata, in cui le
illusioni letterarie potevano ballare una danza perpetua, in una
libertà assoluta, cantando un canto che nell'edifizio vuoto si
ripercoteva con tanta sonorità da non lasciargli sentire
alcuna voce dal di fuori. Il nostro buon amico Socci definiva
mirabilmente il suo cervello: — Un asilo infantile d'idee.
Ma
i rifiuti dei giornali s'andarono accumulando per modo che,
stuzzicato anche da noi, egli finì con credere a una guerra
segreta d'invidiosi, congiurati a impedirgli di farsi un nome, e
allora, avendogli noi suggerito di fondare un giornaletto letterario,
che gli sarebbe servito di bandiera e di spada, scoprimmo ch'egli
covava quest'idea da lungo tempo. Aveva fatto il conto che trecento
lire gli sarebbero bastate per le spese d'annunzi e per i primi due
numeri; possedeva qualche risparmio; qualche cosa avrebbe
raggranellato fra i conoscenti. Lo nostre esortazioni lo decisero.
Trovò lui il titolo del giornale: Forse!, ch'era
un'allusione alle proprie speranze, galoppò una settimana per
Firenze, con la tuba e le scarpette, in cerca d'uno stampatore e d'un
segretario, e si mise per morto alla caccia epistolare dei
corrispondenti in tutte le parti d'Italia.
E
qui si palesò tutta quanta la sua prodigiosa facoltà
d'illusione.
Egli
s'era immaginatlo (e in questo non s'ingannava, poveretto) che il
giornale si sarebbe avviato bene e presto, se avesse avuto per
critico musicale Giuseppe Verdi, per corrispondente letterario da
Parigi Victor Hugo, per collaboratore a Londra Carlo Dickens, ed
altri, della stessa tacca, in altri paesi. E non è da stupire
che accogliesse sul serio questa idea poichè egli era nel
mondo intellettuale com'è nel mondo fisico il bambino, che non
avendo concetto nè senso di distanze o di grandezze, allunga
le mani per afferrare lo stelle. Intatti, scrisse a tutti. Il
processo della sua illusione era ammirabile. Diceva oggi a un amico,
dandogli di gomito, con la coscienza di dire una cosa molto ardita: —
Se si potesse avere la collaborazione di Hugo, eh? che ne dici? Che
colpo! — Il giorno dopo diceva a un altro amico, come la cosa
più naturale del mondo: — Sai, ho scritto per la
collaborazione a Victor Hugo. — Tre giorni appresso diceva a un
terzo: — Una buona notizia. Abbiamo la collaborazione di Victor
Hugo. — E aspettando la risposta da Parigi, ci credeva davvero.
Nè
il Verdi, nè l'Hugo, nè il Dickens, non si sa perchè,
non accettarono l'offerta. Ma il Forse ne fece di meno.
Ricordo
con piacere indicibile la sera ch'egli invitò gli amici a
festeggiare l'uscita imminente del primo numero con due fiaschi di
Chianti e due dozzine d'acciughe. L'ufficio del Forse era in
uno sgabuzzino nudo e poco pulito, ch'egli affittava a ore dalla
Direzione d'un giornaletto politico popolare, installato a un quarto
piano di via dei Servi. Il mobilio consisteva in una lunga tavola di
legno greggio, fatta di due assi e di due cavalletti, e in quattro
seggiole di paglia sbilenche. Due o tre sedemmo su dei vecchi cestini
rovesciati. Il Ghigheri ci presentò come segretario,
amministratore, correttore, tagliafasce e spedizioniere un piccolo
gobbo con la zazzera grigia, suo compaesano, che aveva scovato non so
dove, e la cui deformità compassionevole non ci tolse di dare
una grassa risata quando leggemmo sul suo biglietto di visita: Già
professore di lingue occidentali. Eh caspita! Sta bene il
rispetto dei disgraziati; ma ci son certe provocazioni.... Il
Ghigheri, col suo eterno fiore all'occhiello, era felice. La sua
faccia di pesce luna fosforeggiava. Aveva sopra alla testa un'aureola
luminosa di speranze. Ma che speranze! Era sicuro del fatto suo. Ci
domandò che cosa si dicesse del Forse per le vie di
Firenze. Aveva un primo numero splendido, con un sonetto inedito del
Prati, con una poesia sua intitolata: — Malcavti! —
diretta contro i suoi avversari; aveva fatto attaccare per la città
cento e cinquanta annunzi; s'era assicurata la collaborazione d'una
falange di signorine. Gli abbonati sarebbero piovuti a rifascio. Ci
fece vuotare i due fiaschi. Recitò dei versi. Parlò di
suo padre e di sua madre. Ubriaccò il gobbo. Pianse. Ci
trattenne fin che furon consumate le due candele di sego, e di
sull'uscio, quando uscimmo, ci ridisse: — Qualche cosa c'è
— con un accento così caldo e giubilante di persuasione,
che ci mandò fuori quasi commossi. Ma, ahimè! il
giornale, che uscì il giorno dopo, un quadratino di carta
floscia che pareva un fazzoletto da naso, era un così
miserando tritume di chincaglierie arcadiche e di luoghi comuni
scolareschi da superare anche lo più vituperevoli previsioni.
Figurarsi, poi, che c'era stampato il sonetto del Prati con una
terzina sola, e che il gobbo briaco aveva fatto nella terza pagina
tali sbagli d'impaginazione, che bisognava andar cercando qua e là
le membra sparse degli articoli come fanno i ragazzi coi piccoli cubi
dipinti per ricomporre il quadro nella scatoletta. Uscito il secondo
numero, il Forse spirò. Ma non senz'aver fatto un certo
rumore a cagione della originalità della sua Piccola posta,
alla quale il Ghigheri aveva data una grande ampiezza. Quel
poveretto aveva la disgrazia di non poter dirigere quattro parole a
una signorina senza cadere in equivoci deplorevoli. Alcuni di questi,
apparsi nel secondo numero, fecero il giro di mezza Firenze. —
Signorina L. S., Sassuolo. Mandateci qualcuna delle vostre
poesie. Le pubblicheremo in prima pagina. Siete già conosciuta
anche qui. Si sa che ne avete fatte dello belle! - Signora A. R.
D., Modena. — Buona la novella. Ma un po' fredda la chiusa.
Ci permette d'introdurvi qualche cosa di nostro? Con pochi tocchi si
otterrebbe l'effetto. — Signorina Z., Livorno. — A
quando la pubblicazione del poemetto? Se ci volesse accordare le sue
primizie! Ne avremmo un gran piacere noi e se ne avvantaggerebbe
forse il suo volume. — Per questo, la morte del giornale fu
sinceramente lamentata da molti.
Ma
il Ghigheri non si perse d'animo. Parlò di mene di nemici, di
congiura del silenzio; ma confessò pure che s'era arrischiato
con fondi insufficienti. — Se avessi potuto durare fino al
decimo numero!... Tutto sarebbe mutato. M'aveva promesso un articolo
Franceschino…
—
Chi, Franceschino?
—
De Sanctis. Il Verdi pareva ben disposto. Avevo
un monte di manoscritti. Basta, ritenterò. Non è una
strada coperta di rose, lo sapevo bene.
E
si rituffò nella lirica. Lo vedevamo qualche volta a sera
tarda girare a passetti rapidi per piazza del Duomo, con la tuba in
mano, che creava. Una sera lo trovai tutto solo, piantato a un
canto di via del Cocomero, immerso nei suoi pensieri. Me gli feci
accanto in punta di piedi, e battendogli una mano sulla spalla—
Che cosa fai? — gli dissi.
Egli
si voltò in tronco e rispose: — Mi faccio uno stile.
—
E chi vuoi aggredire? — domandai. Credeva
che gli avessi domandato che cosa stava facendo in quei giorni. Stava
facendo appunto una raccolta di modi del Giordani perchè, dopo
averci pensato bene, aveva riconosciuto la necessita di fortificarsi
anche nella
prosa. — La mia grande difficoltà — disse —
sono i trapassi. —
S'era invaghito di questa parola, di cui non capiva perfettamente il
significato. Parlava ogni momento di trapassi. — Bel trapasso!
— diceva, udendo leggere un bel periodo di giornale.
Poi,
per un po' di giorni, scomparve. Risapemmo che aveva presa e destata
una passione: una letterata un po' frolla, con un lungo collo
d'uccello spennato, moglie d'un impiegato del ministero della guerra;
la quale gli aveva mandato un miriagramma di versi martelliani per il
secondo numero del Forse. Gliela vedemmo una sera a braccetto.
Egli aveva il viso trionfante. Porse si riprometteva da quell'amore
un soffio d'ispirazione nuova e potente, e fors'anche gli pareva che
giovasse alla sua gloria quel po' d'aureola dongiovannesca
sovrapposta alla corona di poeta. Venne una volta fra noi, e accennò
misteriosamente alla sua passione con certe frasi straordinarie, che
noi gli tagliammo in bocca subito, col solito artifizio, appena ci
accorgemmo che erano state pescate nel Giordani. Ma l'intrighetto non
durò. Ci dissero che il marito, indovinato il trapasso
della moglie dal ministero della guerra al Parnaso, aveva messo
il poeta alla porta. Una sera egli ci lesse una poesia satirica di
due strofette, alludente al marito, la quale mi ricordo che terminava
con questo verso:
Nacqui
poeta e guai a chi mi tocca!
Ma
si capiva che il chi doveva averlo toccato. Di più egli
aveva un segno rosso sotto un orecchio. Ci disse che era la rosa d'un
bacio. A noi, veramente, pareva una legnata. Ma non ci riuscì
di saper altro.
Andato
a picco l'amore, ritornò in mezzo a noi, con tutta la
freschezza delle sue prime speranze. A dire il vero, c'era più
d'uno nella compagnia, a cui quella allucinazione ostinata cominciava
a dar sui nervi, e che aveva una matta voglia di spiattellargli in
faccia una buona volta la verità nuda e cruda. Ma noi li
persuademmo a tacere. Era un così buon ragazzo! E d'altra
parte, che sugo c'era a ferirlo brutalmente nell'amor proprio, se
tutti se ne potevano spassare a loro piacere? Una volta solo lo vidi
aversi per male d'uno scherzo, e fu una sera che un di noi, che aveva
in mano il famoso quadernetto dei versi, lo mise sopra un piattino da
caffè, che non copriva tutto, e soffiandovi sotto, lo mandò
come un volante agli amici d'un tavolo vicino. Il Ghigheri corse a
raccoglierlo e, mettendolo in tasca, disse con risentimento: —
Non si gioca coi manoscritti.
Non racconto le
burlette innumerevoli e i tiri birboni che gli si fecero da noi e da
altri: lettere supplichevoli di editori, carte di visita di grandi
scrittori stranieri, fatte stampare apposta, e ficcate nella
serratura del suo uscio, e altre cose simili; delle quali egli non
faceva che sorridere bonariamente perchè le considerava come
anticipazioni scherzose d'un tempo avvenire, in cui gli sarebbero
state fatte sul serio. E fra una celia o l'altra continuava a
scodellar poesie e a trascriverle sul quadernetto; il quale,
nondimeno, non so per che proprietà miracolosa, le conteneva
tutte senza crescer mai di volume o serbando sempre bianche le ultime
pagine. Ma sotto il furore poetico gli durava l'idea fissa del
giornale. E dopo molti sforzi, infatti, riuscì finalmente a
rimetterlo fuori. Ne uscirono questa volta quattro numeri, la piccola
posta tornò a far del chiasso; ma il giornale morì
di fame in capo a un mese come l'anno avanti.
Sennonchè,
questa volta, le conseguenze furon diverse, pur troppo.
Noi non le
conoscemmo subito perchè, durante la vita del Forse, il
Ghigheri era vissuto in un altro giro d'amici; le sospettammo
soltanto quando ritornò nel nostro, due mesi dopo, come un
figliuol prodigo. Era seguito un mutamento in lui. Pareva affaticato
e impensierito. Chiedemmo informazioni qua e là:
ci fu detto che, a cagione delle sue
troppo prolungate distrazioni letterarie, era stato sfrattato dalla
Società d'assicurazioni, ch'egli si trovava al perso, e che
picchiava inutilmente in cerca d'impiego a tutti gli usci della
capitale. E del suo nuovo stato vedemmo ben presto i segni sulla sua
persona. La sua eterna tuba perdeva il pelo, il soprabitino luccicava
ai gomiti, la bianchezza dei grandi polsini s'andava come velando
d'un'ombra azzurrognola. Poi cominciammo a vederlo qualche volta un
po' pallido e con gli occhi pesti, il che ci fece sospettare che non
si nutrisse abbastanza. E allora anche quelli che l'avevan preso in
tasca non ebbero più per lui che un sentimento di schietta
pietà.
Ma
debbo dire che nascose e sopportò la bolletta eroicamente, non
chiedendo nulla a nessuno, accettando solo qualche desinare ogni
tanto, quasi per forza; sempre avviticchiato più stretto alle
sue speranze, e più amorosamente perduto dietro alla sua Musa.
Anzi, quanto più intristivano gli affari suoi, tanto più
fiorivano le sue illusioni. Gli venivan su dallo stomaco vuoto le più
audaci idee. Gliene sbocciava una nuova ogni giorno. Una volta, visto
la difficoltà d'aprirsi una strada in Italia, disegnava di'
andare in Francia, di farsi un nome là, e col battesimo
della gloria parigina ritornare in patria, dove, per certo, gli
sarebbero state spalancate tutte lo porte. Un'altra volta fece una
pensata stupefacente: scrivere un romanzo a chiave, — in
versi, s'intende, — un romanzo di cui nessuno capisse nulla,
che torturasse i cervelli come un enigma sovrumano; al quale poi
avrebbe fatto seguire un libriccino, la chiave, dove tutti i misteri
sarebbero stati svelati in modo da provocare nel lettore una
esclamazione continua di maraviglia e di stupore, un nuovo genere di
piacere artistico, acutissimo, quasi insopportabile, come quello d'un
uomo che ad ogni tic tac dell'orologio avesse la visione d'un mondo
nuovo. Un altro giorno, un'altra idea sfolgorante: una fiaba in
ottave, con illustrazioni di Domenico.... — Quale Domenico? —
Eh, diavolo, Domenico Morelli, il pittore in auge, la gloria
dell'arte napoletana. — Il libro avrebbe avuto un successo
immenso. Non c'era che la piccola difficoltà di persuadere
l'artista; ma egli diceva d'esser certo che, letta la fiaba, non gli
avrebbe rifiutata l'opera sua. E così sognando, sperando,
dimagrando, ripetendo sempre il suo "qualche cosa c'è",
correndo dietro a un impiego che correva più di lui, mangiando
non si sa come e mostrando un po' più ogni giorno le corde dei
panni, ma senza smettere mai il suo fiore all'occhiello, egli tirò
avanti per quasi un anno.
Poi
sparì tutto a un tratto, una sera, nel modo più strano.
Stavamo
seduti davanti a un caffè di piazza del Duomo, sei o sette
amici. Egli era più triste del solito. Pareva che da un po' di
tempo avesse suggezione dei camerieri, che, fiutando la sua miseria,
gli davan delle sbirciate impertinenti. A un dato punto, eccitato un
poco dalla birra, che aveva forse bevuta a digiuno, cavò di
tasca il suo quadernetto di carta velina e principiò a leggere
dei versi dedicati a sua madre, nei quali, sotto la solita povertà
disperata della forma, c'era pure una certa dolcezza di sentimento; e
leggendo, si commosse; gli vennero le lagrime agli occhi. Ed ora
proprio sul punto d'ottenere un piccolo "successo di stima",
il primo della sua carriera letteraria, quando il destino avverso
c'entrò di mezzo. Egli teneva il quaderno aperto sopra una
mano, tirava vento, uno spiffero improvviso glielo portò via e
lo sbattè sul lastrico. Mentre si slanciava per raccattarlo,
una ventata più forte lo travolse più in là,
come una foglia secca. Qualcuno di noi si mise a ridere, i camerieri
si sbellicarono. Rosso in viso dal dispetto, egli continuò a
inseguire il manoscritto che continuò a scappare, rigirato dal
vento, danzando nel polverìo. Era una cosa buffa e triste ad
un tempo: mai non s'era vista una più miserevole immagine
dell'uomo che corre dietro a un'illusione! E pareva che il vento
infuriasse per fargli dispetto: i foglietti si scucirono, si
sparpagliarono, turbinarono più leggeri e più lesti, e
lui dietro sempre, piegato in due, tenendosi la tuba con una mano e
fendendo l'altra dietro ai suoi parti fuggenti, fin che disparve con
essi dietro al Duomo.... Che cosa seguì nell'animo suo? Fu
offeso dalle risate dei camerieri? Gli si mutò il cuore tutt'a
un tratto verso di noi? Chi lo può sapere! Il fatto è
che non tornò più quella sera, che non lo rivedemmo il
giorno dopo nè in seguito, e che nessuno de' suoi conoscenti
lo rivide più per Firenze d'allora in poi. E noi rimanemmo con
quell'ultima impressione comica e pietosa del povero Ghigheri portato
via con tutto il suo patrimonio poetico e tutte le sue speranze di
gloria da un soffio di tramontana.
Non
lo rividi più che una volta, dieci anni dopo, a Milano, dove
c'incontrammo a viso a viso, urtandoci quasi, a uno svolto di via
Solferino. Ci riconoscemmo subito. Egli mi salutò con certa
cordialità rattenuta e un po' malinconica. Non era gran che
mutato: aveva solo qualche pelo bianco alle tempie, e la bocca di
pesce luna un po' cascante dai lati. Ma non più fiore
all'occhiello, non più tuba, non più polsini: era
vestito come un lavorante pulito. Al primo saluto riconobbi la nota
buona della sua voce. Gli domandai: — E la poesia? — Egli
scrollò una spalla. — Ora son nella prosa, —
rispose, e mi spiegò la sua risposta mostrandomi una mano
aperta, in cui teneva un campione di frumento. Faceva il sensale di
granaglie.
Dopo
questo, un po' impicciati tutti e due, non trovando più altro
da dire, ci lasciammo.
—
Addio, — gli dissi.
—
Tanti auguri, — rispose.
Ma,
come seguo spesso fra persone che si rivedono dopo molti anni, fatti
appena dieci passi in direzioni opposte, ci voltammo tutti o due per
riguardarci, furtivamente.
Io
finsi d'essermi voltato per risalutarlo, e lui, con un sorriso
triste, si toccò la fronte con la mano, e disse qualche parola
che non intesi, ma che indovinai. — Eppure... qualche cosa c'è!
Poi
scantonò.
Povero
Ghigheri! L'illusione durava ancora!
Povero
Ghigheri?
Ah,
Dio buono, se ci si pensa.... Tutti quanti ci battiamo la mano sulla
fronte, dicendo: — Qualche cosa c'è! — Egli
credeva che dietro la sua fronte ci fosse della poesia, mentre non
c'eran che delle gramaglie. Sta bene. Ma altri crede che dietro la
propria ci sia molto di molte cose, mentre non c'è che un
piccolo campione di una cosa sola; altri crede che ci sia
tutta roba sua, mentre non c'è che della roba d'altri; altri,
infine, credendo d'averne cavato per vent'anni dei pensieri liberi e
generosi, s'accorge un bel giorno con amarezza, di non aver dato
fuori che delle cabalette, delle bugie ereditate e delle adulazioni
codarde per la consorteria sociale in cui è nato. E per tutti
viene il colpo di vento che ci strappa di mano il quadernetto, e
facciamo tutti la stessa magra figura correndogli dietro, fin che
scompariamo, come il Ghigheri, dietro a una chiesa. Ah! ridi di noi
alla tua volta, mio buon Ghigheri, e in grazia della sincerità
con cui mi riconosco della tua famiglia, se un giorno ravviserai il
tuo ritratto in queste pagine, accetta la canzonatura come vent'anni
fa, e perdona all'autore.
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