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LA SCUOLA IN CASA
C'è nella
nostra società, da un po' di tempo, una nuova forma di vita
domestica, e quasi una specie nuova di famiglia borghese, della quale
sono il tipo i miei vicini di pianerottolo. È la famiglia
invasa dalla scuola, dominata, soffocata dal ministero
dell'istruzione pubblica, convertita in un istituto
scientifico-letterario, nel quale il padre e la madre son ridotti a
non far altro ufficio che di bidelli. Il buon capo di casa, onesto
industriale, che fa quattrini a palate, e la sua buona signora,
figliuola d'un ricco fabbricante di sete, hanno tre femmine e tre
maschi, sei visi tondi e biondi, che si scolorano e si aguzzano tutti
gli anni, dai primi di giugno a mezzo luglio, sotto l'oppressione
degli esami, per tornar pieni e rosati in fin d'ottobre ad affrontar
nuovi programmi scolastici e nuovi frontespizi di professori, i quali
li faranno dimagrare e ingiallire come l'anno avanti, nello stesso
giro di tempo. La ragazza più grande, diciannovenne
appassionata del greco e del professore Graf, fa il primo corso di
lettere all'Università, dove ha innamorato due studenti e un
uditore; la seconda è al terzo corso
della Scuola professionale, in cui c'è una maestra maligna che
l'ha presa in disgrazia, e la più piccola, alla quarta
elementare, nelle scuole municipali della sezione Sclopis, nella
quale ha una rivale letteraria che le ruba la pace. Il figliuol
maggiore studia legge, ed è il cruccio del padre perchè
non ha voglia di far nulla; il secondo fa la seconda del Liceo, e
amareggia la vita alla mamma perchè s'ammazza a studiare; il
minore va alla Scuola tecnica, dove si danna l'anima per il disegno,
a cui non è nato, e per cui s'affliggono, di riverbero, l'uno
e l'altro parente. Due cameriere e un servitore, che hanno presa
mezza la giornata dal servizio d'accompagnamento, portano in tasca
gli orari di tre istituti diversi, donde cavan materia di chiacchiere
e di pettegolezzi infiniti, poichè conoscono oramai nome,
connotati e miracoli di ogni singolo membro di tutti e tre i corpi
insegnanti. In casa è un continuo arrivare e partire, un
aprire e chiuder continuo di zaini, d'assicelle e di tele cerate, un
perpetuo rimescolìo d'oggetti di cancelleria, da parerci la
bottega d'un libraio scolastico la mattina d'un giorno d'esame; e si
sentono delle bizzarre conversazioni tra le persone di servizio: —
Esci a quest'ora? — Sì, c'è il greco. —
Bada che oggi non c'è lezione dei diritti
e doveri. — Hai l'esame di
matematica questa mattina? — No, esco prima perchè c'è
da comperare un maledetto doppio decimetro, per il principino, e un
compasso, che lo pigli il malanno.
Ma
l'ora più tempestosa è quella del lavoro, la sera,
prima di desinare. Ciascuno si scervella nella camera propria, e da
tutte e sei le camere, che danno in un corridoio, s'odono
esclamazioni di lottatori alle prese con le traduzioni e coi
problemi, frammenti di soliloqui filosofici, formule chimiche,
aoristi, date storiche, frasi d'antologia, sospironi, scricchiolii di
seggiole scosse da moti d'impazienza, e tuffatine rabbiose di penne
metalliche nei calamai sempre asciutti. E il campanello suona ogni
cinque minuti. Entra il ripetitore di greco, arriva un povero diavolo
del Valentino che dà lezioni straordinarie di trigonometria,
viene una maestrina bisognosa a imbeccare il compito alla figliuola
piccina, e s'intoppano per il corridoio studenti e studentesse, che
galoppano da una camera all'altra ad aiutarsi a vicenda, a scambiarsi
dizionari, trattati, testi di traduzione clandestini, e carta
asciugante. Qualche volta s'affaccia alla camera della signorina più
grande la cameriera più giovane che frequenta le scuole
festive, a domandare il tempo d'un verbo per la composizione di
dopodomani; e i servitori, passando in punta di piedi, si soffermano
agli usci ad ascoltare le strane cose dette dalle voci gravi dei
professori e dalle voci incerte degli scolari. —.... Del
dialetto dorico, parlato nella Tessaglia, nella Beozia.... i
frammenti d'Alceo, di Saffo, di Corinna.... — At Romae
Lentulus, cum cœteris, qui principes coniurationis
erant.... — Badi bene, signorina: abbiamo detto che il
primo treno parte alle 4.55 e percorre 48 chilometri l'ora: se quello
che lo deve raggiungere.... — Poi i ripetitori, l'un dopo
l'altro, escono, interpellati nell'anticamera dal padre e dalla
madre, ai quali, a voce bassa, recitano ciascuno il suo discorsetto,
pieno di lodi misurate con arte fina, che li lascia racconsolati, ma
persuasi profondamente che, a voler che i ragazzi profittino davvero,
bisogna "ribadire, ribadire, ribadire".
Intanto,
alcuni hanno finito e chiudono i libri con fracasso; la tavola è
apparecchiata, il desinare è pronto. Ma in tre o quattro
camere si dibattono ancora, come in tante gabbie, tre o quattro
disgraziati, sbuffando, dimenandosi sullo seggiole e battendo i pugni
sui tavolini: l'uno con un verso d'Orazio a traverso alla gola,
l'altro impuntato nella chiusa d'un componimento che non vuol venire,
un terzo che annaspa intorno ad una assaettata controprova di
operazioni che dà delle differenze sconsolanti. Il padre,
impaziente, fa le volte del leone intorno alla tavola; i ragazzi,
affamati, s'impinzano di grissini; la minestra raffredda; la cuoca
brontola che il desinare va a male; la signora va e viene come
un'anima in pena; tutta la casa è in agitazione....
Finalmente, tutti hanno terminato. Ora ci sarà un po' di
pace.... Che illusione! La scuola invade anche la mensa. Sei voci
sonore e infaticabili ricadono ostinatamente sulla cronaca
giornaliera dei sei istituti, criticando lavori, riferendo rimproveri
e spropositi, monellerie di colleghi, passi d'autori, parole greche e
latine, motti di maestri e di professori. E son dieci, venti, trenta
tra professori, maestri, direttori, direttrici e presidi,
continuamente citati, ritrattati, commentati, rivoltati per tutti i
versi e serviti in tutte le salse. La signora vorrebbe parlare delle
sue faccende di casa e delle sue visite, e l'avvocato dei suoi affari
e dei suoi amici: domandano un poco di respiro, pregano, comandano:
li fanno chetare alla fine e ottengono un momento d'attenzione. Ma
subito dopo la scuola riprende il di su, la studentessa e il liceista
s'accapigliano per la strofa alcaica, l'alunna della professionale
offende quella delle elementari con una frase sprezzante, lo scolaro
delle tecniche consulta l'universitario "sui mezzi di
sussistenza del potere pubblico", e s'impegnano discussioni
minute e interminabili sulle difficoltà comparate dei corsi e
delle materie, paragoni tra i professori, controversie
sull'italianità d'un vocabolo e sui confini d'un
continente.... E poichè, gli uni divorando e gli altri
vociando, questi cominciano a mangiare un piatto quando gli altri
finiscono, il servizio procede alla diavola, alla signora salta la
bizza, il padre pesta i piedi e mastica sagrati, e mentre il
servitore, rientrando in cucina con l'orecchio intronato dai soliti
nomi, domanda alla cameriera: — Chi sarà mai questo
vescicante di Senofonteo? — la cuoca, rimproverata per il riso
stracotto, sbatte le molle nel muro, gridando:— Non si campa
più in questo manicomio di professori!
Ma
suona anche là l'ora della pace. Quando tutto l'Ateneo è
addormentato, il signore e la signora tirano un lungo respiro,
dimenticando a un tratto il martirio patito, poichè, in fondo,
sono alteri tutti e due dell'aura intellettuale che spira nella loro
casa, ed hanno per il proprio sangue un'ammirazione tenerissima, alla
quale danno sfogo ogni sera, mentre s'avviano lentamente verso la
camera matrimoniale. Che la lingua sciorinata con così franca
disinvoltura da quei bravi figliuoli non sia che un tessuto vernacolo
ritinto d'italiano e rabescato di barbarie e di pedanteria, del
quale, poveretti, non si spoglieranno più per la vita; che
quei giovani cervelli non siano che magazzini di fatti, di parole e
di date, sotto a cui gli strumenti della ragione, non affinati
dall'esercizio, rimangono informi e arrugginiscono; che da quei
magazzini di cognizioni monche e affastellate scappi ogni giorno, per
le spaccature del solaio sovraccarico, altrettanta roba di quanta ce
n'entra, e che di mezza quella che resta essi dovranno disfarsi più
tardi, con molta fatica e spreco di tempo, come d'una inutile
rigatteria, per far posto a mille cose necessarie che ora
disprezzano; il buon padre e la buona madre non se lo sognan nemmeno.
Che sotto l'accumularsi di tutta quella borra accademica non
s'ingentilisca il loro cuore, nè s'innalzi il loro carattere,
nè arda una scintilla d'entusiasmo per alcuna grande idea; che
anche nel boccino dei più piccoli brilli già una meta
fissa d'ambizione mondana, a cui correranno a qualunque costo e per
qualunque via, facendo a schiaffi e a pedate, senza veder altro scopo
nè riconoscere altra legge alla vita; che, infine, crescendo
sotto l'imminenza della rivoluzione più formidabile e più
logica della storia, essi non vi siano preparati in alcun modo nè
a scuola nè in casa, e le vadano incontro alla cieca, portando
intatti tutti i pregiudizi ereditari e l'egoismo spensierato e le
illusioni miserande della loro classe, come gente briaca che corra
per una china fiorita a un abisso; di tutto questo i due onesti
coniugi non hanno il più lontano sospetto.
Quei
cari figliuoli sanno tante cose! Quanto son più innanzi che
non fossero il padre e la madre all'età loro! Veramente, un
gran passo avanti s'è fatto.... Ed essendo quella la dolce ora
soporifera, in cui si cerca di ravviare tutti i fili attorti delle
cure domestiche e di abbellir con l'immaginazione ogni cosa per
potersi addormentare a cuor tranquillo, si mettono tutti e due
all'opera piacevole con un buon accordo di concertisti. Il
primogenito è una fantasia un po' sbalestrata e ribelle agli
studi; ma ha tanta vita e tanta arguzia! Metterà giudizio più
tardi e si leverà sugli altri con un colpo d'ala. La figliuola
grande ha in orrore le faccende di casa; ma saprà tenere una
conversazione da far insuperbire un marito. La seconda è dura
al pianoforte, ma scrive come un angelo. Amalia è un piccolo
portento di memoria. Il figliuol minore ha il dono della parola, non
c'è casi: ha la gloria del Foro davanti a sè,
certissima, come se la pagasse un tanto l'anno a una Società
d'assicurazioni. E quanto al liceista, non c'è da discorrerne,
perchè è sempre stato la testa forte della famiglia. E
in fin dei conti, salvo qualche scartata perdonabile, sono anche
tutti buoni, convien riconoscerlo, dalla punta dei piedi alla punta
dei capelli. E l'uno rileva i meriti dimenticati dall'altro, si
citano a vicenda le arguzie e i motti precoci, e ripetono gli elogi a
prezzo fisso dei ripetitori, alternando le parole tenere e le
esclamazioni ammirative, fin che adagiano il capo sui cuscini. E
allora si voltano tutti e due come per confidarsi un secreto, mossi
da uno stesso pensiero: — Insomma, gli affari vanno bene.
Regaliamo un'altra perla alla patria.
Fine.
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