|
LA LINGUA E L’AMOR PROPRIO.
Ritorno a
te, giovinetto.
Hai visto
che cosa s’ha da rispondere a chi dice: – Che importano le parole? – A quella
risposta debbo fare un’aggiunta, che ti persuaderà anche meglio della necessità
di studiare la lingua.
In tutti
i paesi del mondo sono argomento di ridicolo gli errori di lingua. Non è qui il
caso di cercare da quale intima sorgente della ragione e del sentimento questo
ridicolo nasca. Si ride degli errori dei bambini, piacevolmente, perchè nei
bambini è naturale l’errore; si ride degli errori della gente del popolo, con
un senso di compatimento, perchè derivano da un’ignoranza scusabile; si ride
degli spropositi di chi appartiene alle classi colte, facendone le beffe,
perchè sono effetto d’un’ignoranza colpevole. E avrai osservato che si ride
involontariamente, spesso a nostro malgrado, anche degli errori delle persone
che amiamo e rispettiamo. È quasi un istinto irresistibile, come al veder fare
certe smorfie a chi mangia e certi traballoni a chi cammina.
[26]
Ora,
com’è naturale in tutti questo sentimento, è anche naturale che tutti, chi più,
chi meno, si vergognino e si stizziscano di suscitarlo. Benchè ancora
giovinetto, tu avrai visto più volte anche uomini che non hanno alcuna
pretensione a letterati, e che tollerano ogni specie di scherzi, risentirsi al
veder ridere d’una parola o d’una frase sbagliata che sia loro sfuggita di
bocca. Esiste veramente nell’uomo un particolare amor proprio, che si potrebbe
definire l’amor proprio della parola, e che è singolarmente delicato e
irritabile. Non ti lasciar ingannare da chi lo nega e dice di ridersene. Che
cosa importano le parole? Ma l’importanza loro, che tanta gente finge di
disconoscere, è dimostrata di continuo e da per tutto da infiniti segni. Domanda
a quanti bazzicano caffè e trattorie da molti anni, quante volte hanno inteso a
un tavolino accanto, anche fra gente di professioni lontanissime dalla
letteratura, discussioni accanite e interminabili sull’italianità o sul
significato d’un vocabolo. Vedi nei giornali che pubblicano corrispondenze dei
piccoli comuni, quante volte i corrispondenti, polemizzando, si scherniscono e
si dànno a vicenda dell’asino per uno svarione di lingua o di sintassi.
Interroga qualunque scrittore noto, che non abbia reputazione di strapazzar la
grammatica, e ti dirà quante lettere di sconosciuti riceve, che invocano il suo
giudizio sulla legittimità d’una voce o d’una locuzione, sulla quale è corsa
una scommessa. Fatti dire da maestri e da professori quante lettere ricevano da
padri e da madri, che rivendicano la correttezza d’una parola o d’una frase
segnata come errore in un componimento del loro figliuolo, ragionando, citando [27] esempi e accalorandosi come linguisti offesi nell’orgoglio. E quanti
battibecchi seguono negli uffici di tutte le amministrazioni, per piccole
quistioni di lingua, fra redattori di minute risentiti d’un appunto linguistico
e superiori feriti nel sentimento della propria autorità letteraria! E in
quante assemblee un discorso per ogni verso sensato fallisce allo scopo per una
frase sgrammaticata che fa ridere! E quanti sono gli uomini politici, anche
illustri, al cui nome è rimasto appiccicato per tutta la vita, come un’insegna
derisoria, uno sproposito di lingua, sfuggito loro una volta più per
sbadataggine che per ignoranza! Vedi se importano o no le parole, e per
l’effetto che producono negli altri gli errori, e per il risentimento e le
amarezze che da quegli effetti vengono a noi, e se sia da darsi retta a chi
sconsiglia i giovani dallo studio della lingua, come da un perditempo.
E puoi
farne la prova tu stesso. A chiunque ti dica che studiar la lingua è tempo
perso, se te lo dice in italiano, prova a dir lì per lì ch’egli ha fatto un
errore di proprietà o di grammatica, e vedrai che salta su, smentendo subito sè
stesso, e ti rimbecca: – Come? Vuoi fare il maestro a me?... Ma studia prima la
lingua!
E qui,
supponendo che tu sia oramai arcipersuaso, chiudo la triplice prefazione, e mi
metto in cammino.
[28]
DEL PARLARE.
Le miserie della loquela.
La prima
cosa che ti devi proporre, mettendoti a studiare la lingua, è d’imparare a
parlarla correttamente e facilmente.
A darti
fermezza in questo proposito gioverà più che altro la consuetudine, che tu devi
prendere, d’osservare la scorrettezza, la rozzezza, lo stento, le infinite
miserie e ridicolaggini del modo di parlare dei più, non già nelle classi
sociali inferiori, ma in quella medesima a cui tu appartieni.
Troverai
molti che, parlando italiano, perdono ogni vivacità dello spirito, come se
cambiassero natura; che ti fanno sospirar mezzo minuto ogni parola, come avari
a cui ogni parola costasse uno scudo, e par che le posino l’una dopo l’altra
con gran riguardo come oggetti fragili e preziosi; che per raccontar la cosa
più semplice e più futile fanno una lunga e lenta tiritera, che metterebbe alla
prova la pazienza d’un santo.
Conoscerai
altri che, per parlar corretto, si [29] rifanno ogni momento
indietro a rettificar una parola o a correggere una frase, ti presentano due
volte un periodo, prima in brutta copia e poi messo a pulito, ti fanno
assistere a tutta la faticosa fabbricazione del proprio discorso, pezzo per
pezzo e giuntura per giuntura, e quando credi che l’abbian finito, v’aggiungono
ancora qualche commento e gli dànno qualche ritocco; dopo di che, affaticati
dal lavoro fatto, non hanno più capo ad ascoltare la tua risposta.
Sentirai
parecchi, che metton fuori ogni tanto una parola o una frase francese, o del
dialetto, o del loro gergo professionale, con l’aria di non avvedersene, o di
dirla per dar varietà capricciosa o colorito comico al discorso; ma in realtà
perchè non sanno l’espressione corrispondente italiana; e screziano così il
loro italiano per modo, che non si sa ben dire che lingua parlino, e par
di sentire di quei sonatori ambulanti che suonano tre strumenti, tutti e tre
malamente, in una volta sola.
Udirai
certi tali, che cercano di nascondere gli spropositi come i prestigiatori fanno
sparire le pallottole, assordandoti con un precipizio di parole; che per
distrarre la tua attenzione dalla loro grammatica alzano la voce o dànno in
risate fuor di proposito, e si mangiano a mezzo le forme verbali di cui non
sono sicuri, e confondono le frasi dubbie con l’accompagnamento d’una specie di
rantolo catarrale, somigliante al rugliare che fanno i cani tra l’uno e l’altro
latrato.
Ma chi
può dire tutte le industrie puerili e ridicole a cui si ricorre per salvare il
decoro nella disperata lotta con la lingua italiana? Gli uni si riducono a
parlare più coi gesti e con gli [30] ammicchi che con le
parole; gli altri vanno avanti a furia d’intercalari e di luoghi comuni, coi
quali coprono tutti gli sbrani e tappano tutti i buchi del discorso; questi,
per prender tempo a cercare il vocabolo, sciorinano dei ma che non hanno
più fine, o piantano dei però enormi, su cui s’appoggiano come sopra un
bastone; quelli, per poter raccogliere il periodo che scappa da tutte le parti,
fanno lunghe pause, anche nel dire una bazzecola, fingendo un lavorìo profondo
del pensiero, o una distrazione improvvisa, o una svogliatezza di gente
annoiata, che dica tanto per dire, senza badare a quello che dice. Quante arti,
quante fatiche e figure ridicole per iscansare il ridicolo di non saper parlare
la propria lingua!
Ma per
compier la mostra bisogna ricordare anche quelli che non parlano; quelli che
nelle compagnie dove si parla italiano non vanno, o ci vanno come a un castigo,
e ci stanno come sulle spine, senza rifiatare, o parlando il meno possibile,
anche con danno proprio, e a costo di parere imbronciati o villani; quelli che,
per la stessa ragione, pigliano in uggia i conoscenti, e anche gli amici
italianeggianti, e da questi si fanno prendere in uggia alla volta loro,
burlandoli come d’una ostentazione di saccenti e d’aristocratici; quelli che
vanno più oltre, che non nascondono la propria antipatia, dandole un altro
colore, verso tutti quegli italiani d’altre regioni, coi quali, per farsi
intendere, dovendo trattar con loro per forza, sono costretti a parlare
italiano. E c’è ancora la famiglia numerosissima degli screanzati
incorreggibili, che in qualunque compagnia si trovino, pure sapendo di non
esser capiti, s’ostinano sfacciatamente a parlare il [31] proprio dialetto, a sventolare la bandiera della propria ignoranza, sulla
quale hanno scritto: – Chi mi capisce, bene; chi non mi capisce, s’accomodi –;
somiglianti a quegli ubbriachi allucinati, che tiran via a ragionar coi
pilastri.
Ma c’è
nella gran famiglia dei poveri della parola un personaggio, che tu devi
conoscere più intimamente degli altri, perchè rappresenta una tendenza
pericolosa e comunissima, dalla quale più che da ogni altra ti hai da guardare.
Egli sarà il primo d’una serie di personaggi singolari, che io conobbi, e che
ti farò conoscere man mano, per ammaestramento e per ricreazione, nel corso del
viaggio che faremo insieme.
Ti
presento per il primo il signor Coso.
[32]
|