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IL SIGNOR COSO.
Le sue
qualità più notevoli erano un profondo disprezzo per l’arte della parola e un grande
amore per la pesca con l’amo; il quale amore derivava in parte da quel
disprezzo, perchè diceva egli stesso che spessissimo andava a pescare non per
altro che per isfuggire alla noia di barattar del fiato col prossimo.
Quando lo
conobbi non era più giovane; ma anche da giovane dicevano i suoi vecchi amici
che era sempre stato restìo al parlare come un tirchio allo spendere. Non che
fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma
accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il
resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della
mano invitava l’uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere
l’espressione dell’idea ch’egli aveva abbozzata. Con un come si dice? si
liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma,
tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli.
[33] Per questo gli avevan dato il soprannome di Coso. –
“Sai, questa mattina ho veduto coso, laggiù.... Dice che per quell’affare....
tu sai.... niente; salvo il caso.... ma neanche nel caso.... Tu m’intendi –„.
Era questa la forma tipica del suo discorso. – Tu sai.... coso – diceva d’un
amico ammalato, e non si curava neppure di dir che era morto: indicava con un
gesto che se n’era andato. Fu lui che annunziò agli amici l’elezione del nuovo
Papa, il cardinale Pecci. – Eletto – disse. – Chi hanno eletto? – Coso –
rispose; e non pronunziò il nome che alla seconda domanda.
Era in parte
affettazione, come si dice che usasse fra certi nobili francesi del secondo
Impero; ma era più che altro una grande pigrizia, venuta a poco a poco a tal
segno, che gli dava molestia anche il parlare degli altri. Quando sentiva un
amico esprimere, discutendo, il proprio pensiero con un periodo filato e
lunghetto, lo guardava con l’aria di deriderlo per quella fatica inutile
ch’egli faceva, come avrebbe guardato uno che si stroncasse a sollevare un
baule per la curiosità di saper quanto pesa. Quando il racconto di qualcuno si
prolungava oltre un minuto, non faceva complimenti: chiudeva gli occhi e
fingeva di dormire. Dal tempo che andava a scuola, dove a nessun professore era
mai riuscito di cavargli più di quindici righe su qualunque soggetto di componimento,
egli era venuto restringendo sempre più il suo linguaggio, nel quale ai
vocaboli si sostituivano i gesti, e alla pronunzia scolpita un barbugliamento
d’addormentato. Egli aveva un gesto per dire: – Non ti fidar del tale: è un
briccone; – un gesto per annunziare che una [34] commedia aveva fatto
fiasco, che un certo affare non premeva, che d’un altro affare non si voleva
impicciare; e tutte le gradazioni dello stupore, della maraviglia, del
dispiacere esprimeva con una sola esclamazione, diversamente intonata: – Oh
diavolo! – E s’aveva un bel burlarlo di questa sua stranezza: egli scrollava le
spalle e rispondeva: – Chiacchieroni! – Una volta sola, ch’io mi ricordi, egli
fece il miracolo di esprimere senza reticenze, benchè in forma laconica, un suo
pensiero filosofico, per dar ragione della sua maniera di parlare. Udendo
ripetere una sentenza del Michelet: – Nous mangeons immensément trop; – da
che derivano alla società, secondo lo scrittore francese, infiniti mali,
egli disse che a quella si doveva sostituire un’altra sentenza: – Noi parliamo
troppo – poichè di quasi tutti i nostri guai la vera cagione era questa.
Ma non si
può credere fino a che punto arrivasse nel far economia di sillabe: fino a non
farsi capire dal fiaccheraio, al quale, invece di: – Alla Stazione di Porta
Nuova – diceva: – Alla Nuova –; fino a non pronunziar mai che una delle due
parole di cui si componesse il titolo del giornale, ch’egli chiedeva al
rivenditore; fino a bandire dal suo vocabolario tutti i superlativi e gli avverbi
lunghi; tanto che a sentirgli dire un giorno: irremissibilmente e
un’altra volta: mortificatissimo, lo guardammo tutti stupiti. Da ultimo,
poi, avendo inteso da un amico toscano un verbo non prima conosciuto: cosare,
se n’era impadronito con la gioia d’un matematico che scopre una nuova
formola algebrica, e con quello s’alleggeriva anche più la fatica [35] ingrata del parlare. Non diceva più al cameriere della trattoria che
levasse l’olio dal fiasco; ma: – Cosami quel fiasco –, e così, cosare
un plico, per mettervi il suggello, e a un amico, indicandogli un uscio
fresco di vernice: – Bada, che ti cosi l’abito. – Se avesse trovato
nella lingua altre dieci parole come cosa e cosare, non gli
sarebbe occorso altro vocabolario, e ne avrebbe avuto d’avanzo.
Poichè
pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall’esprimere
il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare. Questo era
seguìto a lui: le facoltà di pensare e di parlare gli s’erano arrugginite ad un
tempo. Egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo
linguaggio, e dall’inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza
per ogni cosa. È questo l’ultimo e peggior danno nel quale incorrono tutti
coloro che per pigrizia rifuggono usualmente dalla fatica di tradurre il
proprio pensiero in parole. Negli ultimi suoi anni Coso non leggeva nemmeno più
i giornali: si contentava di raccoglier le notizie politiche al caffè o per la
strada, e quando gliele davano con troppi particolari, tagliava la parola in
bocca all’amico, dicendogli: – Insomma, hanno cosato il bilancio –
oppure: – alle corte, avremo un ministero Coso –, e aggiungeva un
gesto che significava: – Basta, basta; ho capito; oh che fastidio!
Coso
abbandonò questa valle di lacrime e di parole una diecina d’anni fa, in una
città dell’Italia meridionale, dove era andato per ragion d’impiego. E tal
morì qual visse, se è vero quanto si riseppe da un suo nipote, che [36] l’assistette negli ultimi giorni: un capo armonico, a dir la verità, che
potrebbe aver inventato una fiaba. Io la ripeto com’egli la disse, affermandoci
che non ci metteva nulla di suo.
Presentendo la propria fine, il buon Coso, che aveva avuto sempre
religione, fece chiamare il prete. A un certo punto il nipote, che stava
all’uscio, sentì il prete dire con voce grave, in cui la pietà velava il
rimprovero: – No, caro signore, io non posso acconsentire a una domanda fatta
in codesto modo.
Il malato
gli aveva espresso il suo desiderio con la sua parola solita: il coso.
Pensando
ch’egli volesse qualche oggetto, un ricordo caro di famiglia, da rivedere
l’ultima volta, il sacerdote aveva guardato intorno per la camera. Poi, da un
atto dell’infermo avendo compreso, s’era risentito. Il coso era il
Viatico.
L’infermo
s’espresse meglio, e fu contentato. Ma per poco il suo malaugurato vezzo di cosare
non gli costò la salute dell’anima.
Certo
quelli che si lasciano andare fino a un tal segno son rari. Ma quanti non sono
quelli che parlano presso a poco al modo di Coso; che, per infingardaggine
intellettuale o per disprezzo dell’arte volgare del discorso, non dànno del
proprio pensiero che briciole e sgoccioli, non mettono nella conversazione che
la materia bruta del loro concetto, lasciando agli altri la cura di lavorarla,
come una faccenda indegna di loro? Il mondo n’è pieno. Ma se l’uomo si può
definire “l’animale parlante„, codesti non sono uomini.... sono cosi.
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