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LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA.
Cara
cugina,
Ringrazio
te, tuo marito e i tuoi figliuoli grandi e piccoli dell’allegra giornata che mi
faceste passare in casa vostra, e mantengo la promessa, che ti feci
nell’accomiatarmi, di rispondere per iscritto alle tue domande: – Ho fatto bene
a metter l’uso della lingua italiana in famiglia? Ti pare che i ragazzi ne
facciano profitto?
Risponderei
di sì, con gran piacere, alla prima domanda, se non avessi un gran dubbio sulla
risposta da dare alla seconda.
Osservai
in casa tua che l’uso dell’italiano in famiglia non giova gran fatto, che,
anzi, riesce quasi più dannoso che utile, se non è accompagnato dalla cura
continua di parlar bene, se non è vigilato, illuminato, corretto assiduamente
dal padre e dalla madre, se non si riduce, in somma, a essere uno studio
costante di tutti.
Osservai
nella tua famiglia, come già in altre, che i ragazzi si sono avvezzati a parlar
l’italiano con troppa disinvoltura. Sono belle [45] cose nel
parlare la vivacità, la scioltezza, la sicurezza di sè; ma solo quando non
derivino dal disprezzo della grammatica e dall’inconsapevolezza dello
sproposito. Ora, lascia che te lo dica, i tuoi figliuoli parlano con facilità
ammirabile un italiano compassionevole, d’un tessuto tutto piemontese, ricamato
d’ogni specie d’idiotismi e di modi di conio gallico, e in tutto il tempo che
stetti con voi non gl’intesi correggere, nè da te nè da tuo marito, neanche una
volta. In casa vostra, per quello che riguarda la lingua, regna la più
scapigliata anarchia. Girando per le stanze, feci ai tuoi figliuoli molte
domande, e sentii che a quasi tutte le cose dànno il nome dialettale o
francese: chiamano tiretto il cassetto, robinetto la chiavetta, comò
il cassettone, sopanta il palco morto. A tavola, in quella
discussione che fecero fra di loro intorno ai propri insegnanti, e in cui
parlarono, a dire il vero, con molto brio e con molta arguzia, intesi dire
dall’uno: – mi sono sbagliato, – dall’altro: – niente del tutto, – da
questo: – gli ho fatto un bacio, da quello: – Mio professore di
aritmetica, – da più d’uno: – Che s’immagini! – e: – Mai più! – per:
nemmen per sogno; da tutti, e parecchie volte, vizio per vezzo o
consuetudine (pover’a noi, se anche il carezzarsi la barba fosse un vizio!)
e chiamare (Dio di misericordia!) per domandare. Parlai di mode con
la tua Eleonora, e trovai che ha preso da te tutta quanta la terminologia
francese che tu hai presa dalla tua sarta, e discorrendo con Alberto dei suoi
prossimi esami raccolsi dalla sua bocca non so quante parole e frasi del
nefando linguaggio burocratico che tuo marito [46] porta a casa
dall’ufficio. In verità, s’io avessi ceduto alla tentazione, udendo parlare
italiano a quel modo, avrei fatto alla tua cara prole una continua
distribuzione di biscottini e di pacche. E quello che faceva più forte la
tentazione era il vedere che straziavano così ferocemente la lingua con una
faccia fresca da innamorare, senz’essere arrestati mai dal minimo dubbio, senza
dar mai segno di sentire le proprie stonature, tirando via con una speditezza e
con un tono, che uno straniero non pratico della nostra lingua, a sentirli, li
avrebbe presi per toscani pretti sputati, e di quelli che hanno la parola più
pronta e sicura.
Ah no,
cara cugina. Codesta non è una scuola di conversazione italiana; ma una
baldoria linguistica, dove si fa del vocabolario e della grammatica quello che
in certe baldorie bacchiche si fa delle stoviglie e del Galateo. A una scuola
così fatta mi par quasi preferibile l’uso del dialetto, col quale i tuoi
figliuoli, se non altro, non contrarrebbero abitudini viziose, che è un danno
grandissimo, poichè i barbarismi, gl’idiotismi, le frasi errate che il ragazzo
s’avvezza a dire in famiglia, dove si parli italiano a vanvera, gli si
attaccano alla lingua per modo che gli riesce poi difficile liberarsene anche
da uomo. Dicono che Napoleone primo abbia detto per tutta la vita section per
session, rentes voyagères per rentes viagères, point fulminant per
point culminant, e altri spropositi, per essersi avvezzato da ragazzo a
pronunziare in quel modo quelle parole, che in casa sua si pronunziavano male.
In certe famiglie, come tutti usano certi intercalari e hanno un certo modo di
gestire, così [47] dicono tutti gli stessi spropositi. Io ho osservato che i
figliuoli dei padri mal parlanti quasi tutti parlano male, anche se sono più
colti dei padri. Conosco un tale che disse per vent’anni scavezzare per scavizzolare,
traccheggiare per inseguire e vita libertina per vita
libera: un giorno lo chiarii dei tre errori, ed egli mi confessò che erano
un’eredità di famiglia, che in casa sua, dove s’era sostituita la lingua al
dialetto, egli aveva sempre inteso usar quelle parole in quel senso: alle
correzioni che gli erano state fatte da ragazzo, fuor di casa, non aveva
badato; poi nessuno non aveva più osato di correggerlo, per timore che se ne
vergognasse, e così era andato innanzi fino ai cinquanta, perdendo prima il
pelo che il vizio.
Dunque,
segui il mio consiglio: o ripigliate il dialetto in casa, o mettetevi
d’accordo, tu e tuo marito, per frenare la licenza linguistica dei vostri
rampolli, costituite fra voi una commissione di vigilanza e di censura, che non
lasci passare nessuno sproposito, che ristabilisca nella vostra famiglia,
filologicamente anarchica, l’impero della legge. I ragazzi, sulle prime,
s’impazientiranno, tenteranno di ribellarsi; ma finiranno con riconoscere la
ragione, e parleranno forse con minor facondia, che non sarà una gran
disgrazia, ma con maggior correttezza, che sarà una gran fortuna; e ve ne
saranno grati più tardi.
Intanto,
ti prego di dar loro qualche avvertimento, in forma canzonatoria, che è la più
efficace. Di’ a Eleonora che se mi racconterà qualche altra disgrazia arrivata
a qualche sua amica di scuola, vorrò sapere una buona volta di dove le
disgrazie partono e con che treno arrivano, [48] per potermi regolare.
Di’ a Enrico che me ne impipo per me ne rido e buggerìo per
baccano non sono parole pulite, e che il dire che un ragazzo di sette
anni è più vecchio d’uno di cinque, è ridicolo. A Luigina, che mi disse
tre volte: – Ho fatto una malattia – di’ che mi son dimenticato di
domandarle se non aveva di meglio da fare quando le è venuta quella
brutta idea. Avverti Mario che il dir che un ufficiale ha tre medaglie sullo
stomaco, invece di sul petto, è come dire che le medaglie gli sono
indigeste. Dirai anche nell’orecchio a tuo marito che il verbo consumare, in
italiano, è transitivo, e che quindi la candela consuma è un
piemontesismo, ch’egli non deve tramandare ai suoi discendenti.
E anche a
te un’osservazione nell’orecchio: brutto come tutto è brutto di molto.
Spero d’averti persuasa. E scusa la franchezza del critico poichè vien
dall’affetto del cugino.
Il tuo
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