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*FQ*IL MALANNO DELL’AFFETTAZIONE.
Vi son
due modi di parlar male: la sciatteria e l’affettazione. Ma questo è peggior di
quello, perchè chi parla sciatto è soltanto ridicolo, e chi parla affettato è
ridicolo e insopportabile. Non occorre ch’io ti dica che cos’è l’affettazione.
Te lo dicono i modi proverbiali che la deridono: – Star sul quinci e sul
quindi. – Parlare in punta di forchetta. – Parlar come un libro stampato. – È
un misto di pedanteria e di leziosaggine. È la consuetudine di scegliere fra i
modi della lingua i meno comunemente usati, credendo che il parlar bene
consista nel parlar diversamente dagli altri; è il servirsi di vocaboli e di
frasi poetiche, anche nei discorsi famigliari, per dir le cose più usuali e più
semplici; è l’usar locuzioni e costrutti del bello stile letterario, per
isfoggio di cultura e d’eleganza, in luogo d’altre locuzioni e d’altri
costrutti alla mano, che si sdegnano come volgari, e che paiono volgari
per la sola ragione che tutti li sanno.
Hai visto
mai dei bellimbusti che fanno il [57] bocchino e par che
sorridano continuamente alla propria immagine, o tengon la bocca sempre aperta
per mostrare i denti bianchi; che pigliano atteggiamenti d’Apolli, gestiscono
coi gomiti stretti al busto e camminano in punta di piedi, dondolandosi come le
anitre e guardando intorno con gli occhi socchiusi o dilatati o languenti! Sono
caricature buffe e antipatiche, non è vero? E lo stesso effetto producono
quelli che parlano affettato. Ci dispiacciono perchè, parlando diversamente da
noi, hanno l’aria di dirci che noi parliamo male e che dovremmo parlare come
loro; non ci paiono sinceri perchè la sincerità parla semplicemente, ed essi
parlano con artificio; e non li possiamo prender sul serio perchè, lambiccando
a quel modo il proprio linguaggio, mostrano di dar più importanza alle parole
che alle cose e di parlar soltanto per farci sentire che parlan bene.
Senti un
po’. Se uno t’annunzia la morte d’un suo amico dicendoti: – Ieri, dopo una malattia
lunga e dolorosa, morì il tal dei tali, mio carissimo amico; morì fra le mie
braccia; le sue ultime parole furono per raccomandarmi i suoi poveri bambini,
che stavano accanto al letto piangendo –, tu sei preso da un sentimento di
pietà. Ma se ti dice invece: – Ieri, dopo un lungo e fiero morbo, mancò ai vivi
il tal de’ tali, amico mio dilettissimo; spirò sul mio seno, e i suoi supremi
accenti furono per commettere alle mie cure i suoi sventurati pargoletti, che
stavano all’origliere lacrimando; – tu, invece di commoverti, non credi al suo
dolore, e gli dài del buffone.
L’affettazione
falsa l’espressione d’ogni affetto, [58] spunta l’arguzia,
toglie forza alla ragione, vela la verità, distorna la confidenza, getta il
ridicolo su ogni cosa, rende uggiose e moleste, e qualche volta anche odiose,
facendole apparire sotto un falso aspetto, persone dotate di eccellenti qualità
d’animo. Ed è un difetto terribile, che guai a chi s’attacca, perchè diventa in
lui come una seconda natura, della quale egli perde la coscienza, e non se ne
libera più per la vita. Ed è un difetto disgraziatissimo, che il mondo deride e
flagella anche nelle persone più rispettabili, senza tregua e senza pietà, fino
alla morte.
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In
quest’affettazione eccessiva e ridicola non c’è pericolo che tu cada. Ma ti
devi guardare anche dall’ombra dell’affettazione, anche da quel difetto, nel
quale quasi tutti cadiamo, di usare, parlando, una quantità di parole e di
locuzioni non proprie del linguaggio parlato; fra le quali e le proprie, che
non ignoriamo, e che usiamo anche spesso, ci siamo avvezzati a non far
differenza. Di tali parole e locuzioni non ti posso fare un elenco compiuto,
che sarebbe troppo lungo; ma ti do qualche esempio in un dialogo nel quale un
Tizio mi racconta una sua avventura, ed io faccio il pedante della naturalezza
sui fiori della sua letteratura.
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