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VERGOGNA FUOR DI LUOGO.
Non
basta, per parlar bene, sfuggire l’affettazione; bisogna pure, quando occorre,
non aver timore di parere affettati; bisogna vincere un sentimento naturale e
comunissimo, specie fra noi italiani dell’Italia settentrionale, che si
potrebbe chiamare la “vergogna fuor di luogo„ della lingua.
Noi,
parlando italiano, siamo tutti riluttanti ad usare parole e frasi che non
appartengano a quello scarso materiale linguistico che si possiede comunemente
nella nostra regione, e la nostra riluttanza deriva dal timore di parer pedanti
e ricercati adoperando modi insoliti; i quali appunto ci paiono strani e affettati
per la sola ragione che non siamo assuefatti a dirli e a sentirli.
Per
ispiegarti chiaramente la cosa ti riferisco una discussione che, mutate poche
parole, dovetti sostenere e m’occorse di sentire cento volte.
Mi
domanda un tale se non c’è in italiano una parola che significhi “stringer
molto la persona con cintura o con busto o con altro, in modo [71] che essa paia meglio disposta, ma che non abbia più liberi i movimenti.„
– Certo
che c’è. Striminzire. Una ragazza striminzita nel busto. Dice
anche il Giusti, per analogia, di persone striminzite in una carrozza
troppo piccola.
– Striminzire!
Che parola strana!
– Strana
perchè? Per il suono? Non è mica più strana d’impazientire e d’indolenzire,
che tutti dicono.
– Ma
questa non l’ho mai intesa.
– È d’uso
comune in Toscana, è in tutti i dizionari, la usano molti italiani d’ogni
provincia.
– Eppure,
che so io? Parlando, non l’userei.
– Per che
ragione?
– Non
so.... Non oserei.
– Ma per
la stessa ragione si dovrebbe interdire l’uso d’una quantità d’altre parole
proprie, necessarie, italianissime. Per esempio, userebbe le parole rimpulizzire,
spericolarsi, spiaccicare, stintignare, baluginare, che in certi casi
significano una cosa che non si può dire per l’appunto con un altro modo?
– Spiaccicare!
Baluginare! Stintignare! (dopo aver pensato un po’, sorridendo). – No,
glielo dico sinceramente, non oserei. Saranno parole italianissime, e anche
usatissime in altre parti d’Italia; ma fra noi paiono strane.
– E
picchia sullo strano! Ma strana le parrà ogni parola che non abbia mai intesa.
Quelle parole non paiono punto strane e affettate, paiono naturalissime a tutti
coloro che le usano dove sono generalmente usate. La cagione dell’effetto che
producono in lei non sta in esse medesime; ma nel fatto che lei non è usato a
sentirle. Lei [72] stesso adopera ora come naturali parole e frasi che, anni
fa, la prima volta che le intese, le saranno parse cercate col lumicino. Il
tipo dell’affettato e dell’inaffettato, in materia di lingua, ha detto un grande
maestro, non è altro che l’assuefazione.
– Avrà
ragione. E non di meno.... che vuol che le dica? Se, parlando in famiglia o fra
amici, mi venissero sulla punta della lingua le parole stintignare,
striminzire, baluginare, me le terrei in bocca, perchè son certo che tutti
quanti, udendole da me, rimarrebbero come stupiti, e direbbero fra sè, e
fors’anche forte: – Cospetto! Tu peschi nel vocabolario; tu diventi un
linguista. Che lusso!
– Ma se
tutti ragionassero così, la lingua italiana, fra noi, rimarrebbe sempre allo
stesso punto; nessuno arricchirebbe mai il suo vocabolario d’una sola parola;
dai dieci anni in su si rimpasterebbero sempre lo stesso miserabile frasario
elementare. Se tutti avessero sempre ceduto a codesto sentimento, nell’Italia
settentrionale, in Piemonte, per esempio, si parlerebbe ancora l’italiano come
si parlava quarant’anni fa.
– O non
si parla ora come si parlava allora?
– Ah no,
per fortuna. Sono usati ora anche fra noi, parlando italiano, sono anzi
diventati comunissimi una quantità di vocaboli e di locuzioni che quand’ero
ragazzo erano affatto sconosciuti. Quarant’anni fa non le sarebbe mai occorso
di sentir dire da un piemontese schiacciare un sonno, appisolarsi, fare uno
spuntino, fare ammodo, uomo di garbo, gente per bene, mi frulla per il
capo, andare in visibilio, prendere in tasca, faticare parecchio, e
via discorrendo. Ora io [73]
sento questi modi ogni momento da giovani, da
signore, da gente che non pensa neppur per ombra a parlare scelto, e non c’è
caso che chi li ascolta si stupisca e sorrida con l’aria di dire: – Che lusso!
– Eppure, quando furono intesi qui le prime volte, tutti quei modi debbono
esser parsi strani come paiono a lei quelli che ho citati.
– Le
ripeto che avrà ragione; ma.... (tra sè, scrollando il capo) Striminzire!
Stintignare! Baluginare!
Così è. E
l’ha detto un grande scrittore, che di queste cose s’intendeva: – La locuzione
della lingua in cui si scrive, la locuzione propria, unica, necessaria, può far
ridere, esclamare, urlare, dov’essa non è conosciuta in fatto; e però sono
impicci da cui uno non può uscir solo: l’unico mezzo d’uscirne è d’uscirne
tutti insieme. – Il che vuol dire che tutti quanti dobbiamo adoperarci a
mettere in commercio, parlando, quella parte di lingua che manca al nostro uso
regionale, e che ci è necessaria, anche a costo di far ridere, esclamare e
urlare. Incomincia dunque tu a far la tua parte. Ricordo certe famiglie
d’impiegati piemontesi e lombardi, stabilite in Firenze capitale, nelle quali i
bambini, che in casa parlavano italiano, portavano ogni giorno dalla scuola una
parola o una frase nuova, di cui il padre e la madre ridevano: ne ridevano la
prima volta, poi ci s’avvezzavano, e poi dicevano quelle parole e quelle frasi
essi medesimi, da prima come per celia, dopo senz’avvedersene; e così il
bambino arricchiva il dizionario e insegnava a parlare alla famiglia. E così
devi far tu nel giro delle persone fra cui vivi, usando [74] francamente le parole insolite, come se ti venissero spontanee, vincendo
la “vergogna fuor di luogo„ che è la cagione principale della nostra perpetua
miseria in materia di lingua. Miseria che conserviamo di conseguenza anche
nello scrivere, perchè tutto quel materiale di lingua, che conosciamo ma non
usiamo parlando, non ci verrà mai pronto all’occorrenza quando scriviamo, lo
dovremo sempre andar a cercare, e non lo cercheremo per pigrizia, o lo useremo
male, e sarà sempre per noi come quelle stoviglie di casa che non si tiran
fuori dall’armadio che per i pranzi solenni, dove gl’invitati s’accorgono alla
prima che non siamo assuefatti ad usarle.
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