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DIVERSI MODI DI STUDIAR LA LINGUA.
Suppongo
ora che tu mi domandi in qual modo dovrai proseguire, allargando il campo dello
studio, dopo aver fatto la preparazione che accennai riguardo ai vocaboli.
Darò alla
tua domanda cinque risposte, le quali mi furon date (quattro per iscritto e una
a voce) da cinque studiosi, che interrogai per conto tuo.
L’aristocratico.
Io non
sono un registratore nè un magazziniere della lingua. Non mi servii mai della
penna per questo studio. Lessi e leggo gli scrittori migliori di tutti i secoli
con la matita alla mano, sottolineo ogni parola e ogni locuzione che mi riesca
nuova, e mi paia efficace, e usabile anche da uno scrittore del tempo presente,
e cerco d’imprimerla nella memoria insieme con la frase o col periodo a cui
appartiene, e, più che altro, con l’idea ch’essa esprime o concorre ad
esprimere. Non volli mai trascrivere a parte frasi, locuzioni o parole perchè,
se si metton sulla [97]
carta, non si fa più sforzo della memoria per
ritenerle, sapendo che si rileggeranno poi; e anche perchè, quando si hanno di
queste raccolte, facilmente si cede alla tentazione d’andarvi a far provvista
prima di mettersi a scrivere, onde avviene che nello scritto si scopra la mano
del raccoglitore; e per quest’altra ragione, finalmente, che i modi registrati
così solitari, quando poi s’è dimenticato il posto che occupavano, la serie
d’idee a cui eran legati, il significato e il valore che ricavavano dal
contesto, s’adoperano spesso in un senso che non è quello per l’appunto che
avevano dove li abbiamo trovati. Dunque, sottolineo soltanto, e questo mi basta
a riparare poi alle dimenticanze. Tutti i miei libri son pieni di sottolineature.
Quando, dopo un pezzo, ne riapro uno, scorrendolo con l’occhio solamente, vi
ritrovo in pochissimo tempo tutto quanto v’è di meglio in materia di lingua, e
con la memoria delle voci e delle frasi mi ravvivo quella dei pensieri, la
quale corregge alla sua volta, se mi s’è alterato nella mente, il concetto del
significato e del valore d’ogni frase e d’ogni voce. Così le mie note
linguistiche sono sparse in centinaia di volumi, e questa, a mio giudizio, è la
maniera più intellettuale di studiar la lingua. Per me un periodo è come un
viso umano: certi studiosi della lingua ne staccano un occhio, un orecchio, il
naso, il mento, e li conservano a parte: io mi stampo nella mente tutto il
viso; voglio dire che affido la memoria della parola a quella dell’idea.
Aggiungo che quest’uso di sottolineare i libri me ne rende particolarmente
piacevole e utile la seconda lettura, perchè, ritrovandovi segnate tutte le mie
prime [98] impressioni, dalle quali spesso riescon diverse le seconde,
mi vien fatto di cercare le ragioni delle diversità, che derivano o da un
diverso stato dell’animo, o da nuove cognizioni acquisite, o da gusti mutati, e
quest’operazione mentale ha per effetto d’imprimermi più profondamente nella
memoria le parole e le frasi. E non è da credere che riesca poi troppo
difficile il ritrovare, per chiarirsi d’un dubbio, una data parola o locuzione
in quel mare di segni, perchè quest’uso di sottolineare fortifica ed estende
straordinariamente la facoltà della memoria locale; tanto che di moltissime di
quelle si ricorda fino il punto della pagina dove restano e il tratto
particolare della matita con cui si sono segnate. Io ho dinanzi agli occhi
della mente centinaia di frasi e di vocaboli sottolineati in centinaia di
pagine, in cima, in fondo, nel mezzo, da un lato e dall’altro, chiari e netti
per effetto della sottolineatura come se fossero in caratteri rilevati. Il mio
dizionario, il mio frasario è la mia biblioteca. I miei fiori di lingua non
sono stretti in mazzi, ordinati in tepidari, affollati in aiuole; ma sparsi sur
un vastissimo spazio, piantati nella terra dove nacquero, olezzanti all’aria
aperta e viva; e le corse che ho da fare col pensiero per rivederli mi fanno
bene alla salute dello spirito, mi accrescono le forze e l’agilità della mente.
Per mantenermi nel possesso del mio materiale linguistico mi debbo rimettere
ogni tanto in conversazione diretta coi grandi maestri da cui lo presi, e
questo mi dà occasione e modo di raccogliere dalla loro bocca nuovi tesori.
Ecco il modo di studiar la lingua, ch’io consiglierei ai giovani. Non empite
dei quaderni di note, chè [99]
v’avvezzate a pescar la parola per la parola,
la frase per la frase. Non serve avere in mente una locuzione se non è legata a
un pensiero, e se il pensiero vi resta, vi resterà quella con esso, senza
bisogno di metterla a sedere sulla carta, di dove non accorrerà più pronta al
vostro bisogno, e dovrete andarla a prendere e tirar fuori a forza. Trattate la
lingua da gran signori, non da pitocchi. Ospitatela nel grande palazzo della
vostra memoria; non la soffocate nei ripostigli oscuri degli scartabelli. La
lingua è pensiero, è sentimento, è bellezza; cercate nei grandi scrittori
queste tre cose; pensate, commovetevi, dilettatevi, e imparerete la lingua;
essa vi deve entrare nella mente e nell’animo a raggi d’idee, a ondate
d’affetto, a scosse d’ammirazione. E il modo ch’io consiglio è anche il solo
che non stanchi mai; chè, anzi, tanto più riesce gradevole e profittevole
quanto più, andando innanzi con gli anni, s’impara a pensare, e il leggere con
la matita alla mano diventa un abito che non si può più smettere; dovechè la
pazienza di raccogliere, trascrivere e rileggere delle note morte, facilmente
si perde, tanto più quanto si fa più vivo e acuto il pensiero. Il mio è uno
studio, un modo da pensatore e da artista; l’altro è una fatica, come direbbe
il Carducci, da spazzaturai di parole. Nello studio della lingua sono
aristocratico.
Il
classificatore.
Io sono
nello studio della lingua, come in ogni altra cosa, un uomo d’ordine, e in
questo vo fino alla pedanteria. Fin da quando principiai, mi persuasi che il
metodo migliore di studiare [100]
era quello di raccogliere con la penna e di
disporre nella mia raccolta il materiale della lingua come si dispongono i libri
nelle biblioteche, per ordine di materie. Mi fissai prima una serie di titoli,
sotto i quali potessi raggruppare tutte le voci e locuzioni che venivo notando
negli scrittori man mano che procedevo nelle mie letture. Presi tanti quaderni,
scrissi sopra ciascuno uno dei titoli, e sotto ciascun titolo feci una seconda
serie di divisioni. Per esempio, nel quaderno Natura: – Cielo, mare,
fenomeni meteorologici, vegetazione, ecc. –; nel quaderno Passioni: – amore,
gioia, ira, odio, e via discorrendo. Un quaderno per i ritratti fisici, uno
per i ritratti morali, uno per il movimento (sia d’esseri
viventi, sia di cose inanimate), uno per il vestire, per il mangiare,
per il parlare, per le arti belle, per la critica
letteraria, per il linguaggio faceto, per i suoni e rumori;
e potrei proseguire. Ogni parola o locuzione ch’io legga negli scrittori, o
senta dire, o trovi nel vocabolario, la quale io mi voglia appropriare, la
scrivo nel quaderno, e sotto il titolo, a cui si riferisce. Dopo che cominciai questo
lavoro, furon fatte varie pubblicazioni informate allo stesso concetto, ad uso
degli studiosi; ma io tirai innanzi egualmente, con la persuasione che nessuna
di quelle opere, anche se più ampia e meglio ordinata, m’avrebbe giovato quanto
quella che andavo facendo io medesimo; perchè fra il materiale di lingua scelto
e raccolto da altri e quello scelto e raccolto da noi, per ciò che riguarda la
memoria, corre presso a poco la stessa differenza che tra il ricordare dei
versi propri e il ricordare dei versi altrui. In pochi anni, facendo [101] poco ogni giorno, ho raccolto un materiale ricchissimo.
Questo metodo presenta due grandi vantaggi. Il primo è che, ricorrendo ogni
tanto ciascuna serie di note, per l’affinità che è fra di esse, che l’una tira
l’altra come le ciliege, molto facilmente si richiamano alla memoria tutte o in
gran parte. Il secondo è che, per la stessa ragione dell’affinità, riesce
singolarmente piacevole il rileggerle. Ogni volta ch’io ripasso ciascuna di
quelle filze di parole e di modi di dire, che si riferiscono tutti a un
soggetto unico, mi si ravviva, con l’ammirazione della ricchezza e della
varietà della nostra lingua, la volontà e il piacere di studiarla. Mi par di
sentire un linguista maraviglioso che sfoggi tutta la sua dottrina mettendo
fuori rapidamente tutto il vocabolario e tutto il frasario che si possono usare
a quel dato proposito, o che si diverta a dire in cento modi diversi, con cento
gradazioni di significato, con cento sfumature di colore quella data cosa; o
una folla di persone che della stessa cosa discorrano tutte insieme, rivoltando
l’idea per tutti i versi, accennandone tutti i particolari, studiandosi
ciascuna di non servirsi della espressione altrui. È anche un altro diletto
dell’immaginazione vivissimo. Quando leggo le pagine del movimento, per
esempio, io vedo passare con tutte le andature, scarrierare, arrancare,
ballettare, sbalzellare, saltabeccare, giravoltolare, capitombolare,
volicchiare, sguizzare, frullare, sfarfallare, ecc., ecc., movere in tutti i
modi possibili mille forme animate e inanimate, una danza universale, un caos
agitato d’immagini, che m’eccita il pensiero come lo spettacolo reale d’un
vasto movimento [102] svariatissimo d’esseri viventi e di cose. Quando entro
nella partizione dell’Ira, mi par d’entrare in una bolgia dell’inferno,
in mezzo a una moltitudine d’energumeni, dove ciascuno grida una delle parole o
delle frasi notate, e in queste vedo le immagini delle facce accese e gli atti
violenti che accompagnano le voci, di cui l’una risponde all’altra, come in
un’assemblea politica fuor della grazia di Dio. E le pagine dell’Amore! Non
avete idea della dolcezza che mettono nell’animo tutte quelle parole e frasi
d’amore ardente, tenero, voluttuoso, disperato, beato, che paiono di tante
coppie d’innamorati invisibili, le quali spandano nell’aria, passando di volo,
il grido del loro cuore. E così nel vocabolario dei Suoni, voci, rumori, mi
par di passare da una sala di concerti in un’officina, dall’officina sur un
campo di battaglia, dal campo di battaglia nell’arca di Noè; e scorrendo le
pagine del mangiare e bere ho l’illusione di sedere a una mensa di
gastronomi eccitati, che non parlino d’altro che di pappatoria, sfoggiando
tutta la loro dottrina terminologica intorno all’oggetto della loro passione; e
ripassando la raccolta relativa alla Natura, vedo aurore e tramonti,
rapide variazioni di tempo, aspetti diversi della campagna, e passo fiumi,
corro mari, salgo montagne, scendo nelle viscere della terra, percorro in poche
pagine tutte le latitudini e assisto a cento diversi fenomeni del cielo e della
terra. V’ho data un’idea del mio metodo? Il quale offre ancora altri vantaggi.
Ogni volta che ho da scrivere, rileggo prima le pagine dov’è raccolto un
materiale di lingua relativo al mio soggetto, e non solo mi ravvivo nella
memoria, in quel modo, in pochi [103] minuti, una quantità
di voci e di locuzioni che mi possono giovare; ma quella rapida lettura mi dà
una scossa alla fantasia, mi desta nella mente una folla d’immagini, che
formano come un preludio sinfonico, che sono per me come una prima ispirazione
efficacissima al lavoro che sto per imprendere. Aggiungete che, raccogliendo e
ordinando il materiale della lingua in questa forma, l’atto di riflessione che
s’ha da fare sopra una quantità di parole e di frasi dubbie per determinare la
divisione in cui si debbono inscrivere, vi fa penetrar più addentro con la
mente nel significato di ciascuna; e che la lettura ripetuta di tante serie di
modi di senso affine vi assuefà a meditare sulle sfumature dei significati, vi
chiarisce il criterio della scelta, vi raffina il senso della lingua. In fine,
quello che io feci e continuo a fare è un dizionario mio, del quale ho una
grande padronanza, nel quale ritrovo con grande facilità ogni parola o frase di
cui non abbia o tema di non avere esatta memoria; un dizionario in cui godo a
tuffar le mani come in un mucchio di monete o di gemme che io mi sia guadagnate
o che abbia trovate io stesso a una a una; un tesoro di lingua accumulato con
gran cura, che io amo, che mi compiaccio d’arricchire e d’abbellire, come una
casa piena di cose belle e utili, perfezionandone a mano a mano l’ordine e
l’assetto, con sentimento di proprietario e d’artista. Ecco come studiai e
studio la lingua. Mi ci volle molta pazienza in principio; poi feci il lavoro
con piacere; ora lo continuo con amore. E non credo che ci sia metodo migliore:
per le teste costrutte come la mia, ben inteso.
[104]
Lo
mnemonico.
In che
modo studiai la lingua? In un modo semplicissimo, per il quale non occorre il
calamaio. È la buon’anima di mio padre, dantista appassionato, che me ne diede
l’idea. Un giorno, dopo avermi letto e commentato il canto dei Serpenti,
ch’egli considerava come un miracolo di potenza descrittiva: – Vedi – mi disse
– in queste cinquanta terzine, oltre le stupende bellezze d’invenzione e
d’armonia, in quanti diversi modi son dette mirabilmente cose difficilissime a
dirsi, quale maravigliosa proprietà di vocaboli, e quanta ricchezza di lingua!
Chi impara questo canto a memoria si mette in capo più materiale di lingua che
non ne potrebbe raccogliere da qualche volume di bella prosa. – Io imparai quel
canto a memoria. Fu questo il mio primo passo sulla via che tenni poi. Avendo
esperimentato che con quel canto m’ero appropriato una quantità di modi, i
quali mi venivano facilmente alle labbra o alla penna anche nel discorrere o
nello scrivere di cose che non avevano alcuna relazione con la materia del
canto medesimo, pensai: – Non sarebbe un buon modo d’imparar la lingua quello
di mandar a mente della poesia, che è facile a imparare e a ritenere? – E
d’allora in poi andai cercando e studiando poesie e frammenti di poesie,
particolarmente ricche di buona lingua; ma, si noti, di lingua più conforme a
quella della prosa che non sia il così detto linguaggio poetico; la quale si
trova in special modo nella poesia faceta o satirica, famigliare o popolare che
si voglia dire. Ricordo che la seconda cosa che [105] imparai fu un
capitolo del Berni, e la terza i duecento versi sciolti della Gita a
Montecatini del Giusti: uno dei componimenti poetici, ch’io mi conosca
nella letteratura italiana, più fitti di modi e di costrutti del linguaggio
parlato, e più facili a ritenersi, benchè non rimato, per la fluidità
insuperabile dello stile. Con questo criterio scelsi poi tutte le altre poesie.
Esperimentai un particolare vantaggio nell’imparar sonetti; le cui locuzioni,
entrando nella mente strette e chiuse in una breve forma compiuta, vi rimangono
impresse più distintamente, quasi in disparte, e pronte tutte insieme a ogni
richiamo del pensiero; e però imparai centinaia di sonetti di tutti i secoli.
La facilità, che acquistai con quest’esercizio, di mandar versi a mente, non è
credibile da chi non n’abbia fatto la prova; nè sarei creduto se dicessi quanti
me ne insaccai nella testa. E non ne perdetti, in molti anni, che un’assai
piccola parte, perchè ebbi ed ho ancora la consuetudine di riandare di quando
in quando, un poco per volta, e con cert’ordine, la materia acquistata. Spesso,
nei ritagli di tempo, nelle passeggiate solitarie, e di notte, quando non viene
il sonno, e dovunque aspetti qualcuno, mi ridico mentalmente dei versi. Ma
quello che me li stampò nella memoria in forma incancellabile è l’uso, a cui sempre
m’attenni e m’attengo, quando m’occorrono lacune e incertezze, di non ripararvi
mai ricercando il testo; ma di cercare tranquillamente e pazientemente nel mio
capo le parole e le frasi che mancano, o che si sono alterate; nel qual lavoro
mi move una curiosità d’indovinatore d’enigmi, che me lo rende oltremodo
piacevole. Dopo aver studiato per [106] lungo tempo
nient’altro che versi, mi diedi alla prosa, scegliendo nei migliori scrittori
quelle pagine diventate celebri per forza d’eloquenza, nelle quali è un ritmo
oratorio che rende più facile l’impararle a mente. E studiai e so a menadito
parecchie delle più belle parlate dei personaggi del Decamerone, decine
di pagine del Machiavelli, quasi intera l’apologia di Lorenzino dei Medici,
lettere del Caro, frammenti di dialoghi di Galileo, discorsi del Carducci,
molti dei passi migliori dei Promessi sposi. Il maggior vantaggio di
questo studio è che con le parole e le frasi mi restano nella mente la
struttura dei periodi, la musica dello stile, l’andamento del pensiero, proprio
di ciascuno scrittore. E in che modo vi restano! Non lo può immaginare chi non
ha fatto un’egual prova. A rischio di farla ridere alle mie spalle, le dico che
tutta quella prosa, quando la ridico a me stesso, o alla muta o di viva voce,
non mi par più roba d’altri, ma mia; che mi par veramente che tutti quei
pensieri siano usciti in quella data forma dal fondo del mio cervello; ed è
così fatta l’illusione, che quando in luogo d’una parola o d’una frase del
testo me ne scappa un’altra, sento l’errore subito e scatto, quasi offeso, come
un musicista che senta una stonatura in una melodia propria sonata da un altro.
Da questo segue che nel parlare e nello scrivere non m’accorgo punto delle
locuzioni che adopero, prese dalle pagine che so a memoria; poichè mi son tutte
così profondamente fitte nel capo, così intimamente compenetrate coi pensieri
abituali, che non le posso più discernere da quell’altro materiale linguistico
che abbiamo tutti nella mente fin dall’infanzia, senza [107] saper nè quando nè come vi sia penetrato. La ho persuasa
della bontà del mio metodo? Io ne son persuaso per modo dall’esperienza, che a
quanti giovani mi chiedon consiglio, do questo consiglio: – Studiate a mente.
Una pagina di prosa o di poesia, bella e ricca di lingua, che vi stampiate
nella memoria, che vi appropriate, che vi assimiliate in maniera da parervi che
sia pensiero, arte, musica vostra, vi gioverà più di cento letture, più d’un
monte di note, più d’un mese impiegato a scartabellar dizionarî. Studiate anche
una cosa sola ogni mese e vedrete qual vantaggio ne avrete dopo un anno.
Cominciate con la poesia, passate poi alla prosa. Oltre all’imparare il
materiale della lingua, scoprirete a poco a poco le più segrete virtù musicali
degli stili, le finezze più squisite dell’arte dello scrivere, senza sforzo,
per il solo effetto della ripetizione. Vi formerete una biblioteca mentale in
cui troverete un piacere e un conforto grandissimo in mille congiunture della
vita, ogni giorno, ogni momento; un’Antologia che avrete sempre aperta dinanzi
agli occhi, dovunque siate, come una visione permanente dello spirito; una
raccolta inestimabile di bellezze di lingua, non solitarie e fredde, ma
contessute e armonizzate dall’arte dei grandi maestri, animate dal pensiero,
scaldate dall’ispirazione: forma e sostanza, splendore e sapienza ad un tempo.
Io pensavo da principio che l’amore di questa maniera di studio mi sarebbe
scemato con gli anni; ma non scemò: si fece più vivo. Ogni passo di scrittore
ch’io so a memoria è per me come un amico e un maestro di lingua che
m’accompagna da per tutto, sempre pronto a rallegrarmi e a insegnarmi qualche
cosa. Oggi ancora, quando leggo una poesia [108] o uno squarcio di
prosa magistrale, dico a me stesso: – Facciamoci un nuovo amico, – e me lo
faccio, con una facilità maravigliosa oramai. Ella, per bontà sua, dice che
sono uno scrittore. Ebbene, sono diventato uno scrittore in questo modo. E può
scrollar le spalle chi vuole: io continuo.
Il
miscellaneo.
Un metodo,
io? Ma le pare che un arruffone par mio possa avere un metodo? Io non sono che
un dilettante, che studia la lingua per ispasso, in una maniera affatto
irragionevole. Ho un così detto Gran libro della lingua, nel quale
esperimento tutti i metodi; ma seguo di preferenza quello che tengono
inconsciamente i bambini nell’imparare a parlare: un curiosissimo libro, in cui
si rispecchia il disordine matto della mia mente, il perpetuo trescone che
ballano le idee nel mio capo. Lo vuol vedere? È una maraviglia di scapigliatura
intellettuale. Mentre lei lo sfoglierà, io le darò le spiegazioni occorrenti, e
può darsi che si diverta.
Dicendo
questo, tirò giù da uno scaffale un grosso registro, che pareva il Libro
maestro di una Casa di commercio, e me lo mise aperto sul tavolo.
– Veda –
mi disse – le prime pagine. Io vi cominciai a notare parole e frasi prese dagli
scrittori, man mano che li andavo leggendo, senz’ordine di tempo nè di materie.
Vede che si salta dal Boccaccio al Giusti, da Gino Capponi al Guicciardini, dal
Cellini al Leopardi. Noti qui, fra gli estratti di due trecentisti, uno studio
sulla [109] terminologia del vestiario femminile, che feci sulla
traduzione d’un romanzo francese, fatta da Ferdinando Martini; e più oltre,
accanto a una pagina d’aggettivi prediletti da Dante, una serie di locuzioni
relative al vino, pescate nel ditirambo del Redi. Questo le può dare un’idea
del metodo. E ora veda lei, più innanzi, se ci si raccapezza. Nelle
pagine seguenti, in fatti, trovai il più strano disordine che si possa
immaginare. Elenchi di proverbi toscani; infilzate di vocaboli e di frasi
ingiuriose; una pagina intitolata: – Vari modi di dar dell’asino al
prossimo; in un’altra pagina, sotto un grosso titolo: – Alla gogna – registrati
tutti i più marchiani francesismi e idiotismi d’uso corrente nei giornali e
nella conversazione, e ad alcuni di quelli scritto accanto: – Guardati! –;
quelli appunto, mi spiegò l’amico, che solevano più spesso scappare anche a lui
nello scrivere e nel parlare. Alternati con questi, altri elenchi di frasi e di
parole, abbracciati da grandi graffe, lungo le quali era scritto: – Ti fanno
paura? – e disse ch’erano modi efficaci ch’egli non usava mai, e che aveva
messi in mostra in quella forma per rammentare a sè stesso d’usarli. Poi una
serie di dizionarietti speciali: di giochi fanciulleschi, di difetti fisici, di
motti scherzosi, di colori, di piante, di strumenti di lavoro, illustrati di
figurine schizzate con la penna, per chiarire il significato e facilitare la
memoria delle parole. C’eran disegnati un violino e una finestra, con su
scritti i nomi di tutte le loro parti, e una figura umana in caricatura, che
aveva scritto sopra il capo: pera, sul naso: nappa, sul mento: bietta,
su ventre: buzzo, sulle mani: mestole, sulle gambe: seste,
[110] sulle scarpe: – ciotole. Lessi una Pagina delle
busse, nella quale erano notate tutte le forme di percossa possibili, dal rovescione
al biscottino, con tutti i verbi con cui si può designare l’azione: accoccare,
appiccicare, appioppare, allungare, ammenare, appoggiare, assestare, azzeccare,
ammollare, affibbiare, barbare, distendere, consegnare, fiancare, misurare,
piantare, rifilare, rivogare, somministrare, tirare: un tesoro di gentilezze.
Di tanto in tanto, in grandi caratteri: – Esercizi ginnastici – e sotto,
un dialogo strambo, nel quale due persone, collegando a dispetto dei santi le
idee più disparate, si palleggiano tutte le locuzioni registrate nelle dieci o
venti pagine precedenti; o aneddoti o descrizioni bizzarre, in cui tutte quelle
locuzioni sono pigiate a forza, o periodi a chiocciola, dove una stessa idea è
espressa parecchie volte di seguito in forma diversa. Alcuni di questi
esercizi, intitolati Scrigni poetici, erano sonetti e versi sciolti, nei
quali l’amico aveva incastrato una quantità di modi, per ricordarli meglio, in
grazia del ritmo. Fra due di queste poesiole c’era un discorso d’un pedante
marcio, tutto tessuto di quei vocaboli e di quelle frasi antiquate, che
nessuno usa più parlando, ma che qualcuno s’ostina ancora a scrivere, sfidando
eroicamente il ridicolo; altrove il discorso d’un lezioso; più là il soliloquio
d’uno sgrammaticante, con le sgrammaticature più frequenti nella
conversazione della gente per bene. Mi cadde sottocchio, fra l’altro, una
pagina di Spazzature, dov’era raccolto un buon numero di quelle frasi
fatte, calìe letterarie, o fiori secchi di rettorica, che ricorrono di continuo
nei discorsi e nei brindisi, e che son diventati odiosi [111] a tutti oramai, anche a quelli che li usano, quando li
sentono usare dagli altri. Ma sopra ogni cosa attirò la mia attenzione e mi
parve strana una grande quantità di parole e di frasi segnate a capo e a piè di
pagina, sui margini, tra riga e riga, a traverso lo scritto, un po’ da per
tutto, alcune in istampatello, altre inquadrate in quattro tratti di penna, o
scritte con matita rossa, verde o turchina, o sormontate da un Nota bene, o
fiancheggiate da un punto esclamativo, o da un crocione, o da una bandierina
disegnata: parole e frasi, che l’amico mi disse d’aver appuntate così a caso,
dove prima gli veniva, man mano che le intoppava nei libri, e contrassegnate in
quella maniera, perchè attirassero il suo sguardo e gli si rinfrescassero nella
memoria quando egli sfogliava il librone per cercarvi o per notarvi altre cose.
Tutto il librone n’era tempestato, e anche molte di queste note illustrate da
piccoli schizzi di figure umane, di mobili, d’utensili, d’oggetti d’ogni
genere; e v’eran qua e là delle pagine bianche, preparate per altre note, coi
titoli già scritti. Trovai in ultimo un elenco di quei modi dialettali, che si
sogliono scansare con gran cura, benchè appartengano pure alla lingua, e siano
correttissimi, e nella pagina accanto una raccolta di frasi di complimento
antiche e moderne, alla quale faceva riscontro un piccolo dizionario di moccoli
smorzati, di quelle esclamazioni vigorose di maraviglia o di dispetto, che
la gente ben educata sostituisce ai sacrati autentici, quando è in una compagnia
a cui si devono dei riguardi. Arrivato a questo punto, benchè mi destasse un
senso d’ammirazione l’amor della lingua vivissimo che si [112] manifestava in quella strana rigatteria filologica, non
potei trattenere una risata. Ma il bottegaio non se n’ebbe per male;
tutt’altro. – Bene! – mi disse. – Mi fa piacere di vederla ridere. È il
commento che desideravo e aspettavo, perchè giustifica la mia mancanza di
metodo, ed è un modo di riconoscere che si può far dello studio della lingua
uno spasso amenissimo, come io faccio appunto. Studiando la lingua io scrivo
versi, recito la commedia, lavoro di mosaico, faccio ginnastica con la penna,
rivedo le bucce agli altri e a me stesso, rido, tesoreggio, disegno,
fantastico, e serbo una libertà di spirito che esclude ogni fatica e ogni noia.
Non è un metodo; ma un modo che credo convenientissimo a tutte le teste
disordinate e svolazzatoie com’è quella che porto sulle spalle. Veda, io non
darei questo libraccio per un peso eguale di biglietti da cento. E se lo
stampassi, credo che farebbe furore. Certo sarebbe il trattato linguistico più
originale che si sia pubblicato mai, e forse non il più inutile. Dopo la mia
morte, chi sa! O lo lascerò alla Biblioteca Vittorio Emanuele, di Roma.
Il
vocabolarista.
Per
imparar la lingua io leggo assiduamente, oltre gli scrittori, il Vocabolario.
Non lo leggo soltanto perchè è il solo libro che, se non tutta, contiene quasi
tutta la lingua; ma anche perchè mi diletta l’immaginazione, senza turbarmi
l’animo, non movendo in alcun modo le passioni; dalle quali rifugge la mia
indole tranquilla. Dico di più: che per me non c’è altro libro che diletti
altrettanto, per poco che l’immaginazione [113] del lettore si
presti a vivificar la lettura. Per me le parole sono creature umane, e le
colonne, strade, dove passa una folla maravigliosa. In questa folla incontro
conoscenti e sconosciuti; indifferenti che lascio passare, figure curiose con
cui mi soffermo, vecchi amici che mi son famigliari fin dai primi anni, persone
con le quali ebbi relazione un tempo, e che dimenticai in seguito, e che
riconosco con piacere, e altre che cercai un pezzo nel regno dei libri, senza
trovarle, e a cui faccio festa, come si fa a un amico inaspettato, che ci venga
a cavar da un impiccio. Vedo nelle parole immagini di scienziati, di poeti, di
pedanti, di villani, di beceri, di patrizi, d’operai, facce benigne e sinistre,
e buffe, e tragiche, e figure di ragazze snelle e gentili, di donnine semplici
o affettate, e di vecchie venerabili, sei volte secolari, che parlarono col
Boccaccio e con Dante, e serbano la fresca vivacità della giovinezza. E
ciascuna mi desta un pensiero, e alla più parte mi scappa detto qualche cosa,
passando. – Ti saluto, simpatia! – Mi rallegro con lei, finalmente assunta
all’onore del Vocabolario. – Passa via, svergognata. – O lei, che mille volte
m’è entrata e mille volte sfuggita dalla mente, quando si risolverà a
rimanervi? – Te non ti ci voglio, chè non t’ho mai potuta patire. – Si
fermi lei, e mi dica bene una volta quello che vuol dire, chè non l’ho mai
saputo per l’appunto. – Le parole seguite da derivati e diminutivi mi danno
l’immagine di padri o di madri con un codazzo di figliuoli e di nipoti grandi e
piccoli; quelle cadute fuor d’uso, di superstiti d’altre età, che si
trascinino, e non si ritrovino in mezzo alla folla giovanile [114] che passa, o d’ombre di trapassati, ricordate nel
dizionario da una lapide; quelle di significati diversi, di faccendieri che
facciano ogni arte; le nuove, d’origine straniera, di viaggiatori arrivati di
fresco, con la valigia alla mano. E incontro greci e romani antichi, e italiani
d’ogni secolo, e visi e vestiari di tutte le regioni d’Italia. Tutti i
mestieri, tutte le scienze, usi e costumi di ogni classe sociale e d’ogni
popolo, tutti gli stati dell’animo, tutte le forme e tutti gli strumenti
dell’operosità umana, tutti gli aspetti della natura e tutte le epoche della
storia mi passano dinnanzi nel Vocabolario. Ed è il mio maggior diletto appunto
questo passaggio continuo dall’una all’altra idea disparatissima, questo
procedere a salti, a volate subitanee da cose materiali a cose ideali, da un
polo all’altro del mondo intellettuale, questa fuga vertiginosa di luoghi,
d’oggetti, di genti, d’orizzonti, di secoli, nella quale il mio pensiero balena
più fitto, la mia fantasia batte più rapidamente l’ali che nell’impeto
d’un’inspirazione creatrice. E quanti ricordi mi destano le parole! Moltissime,
sonandomi nella mente, risvegliano e fanno uscire dai recessi della memoria volti,
nomi, casi, momenti della vita, che da più o meno tempo vi stavano rimpiattati
e ignorati. Una parola antiquata o poetica mi rammenta una persona che spesso
la diceva, facendone pompa fra gli amici, i quali ne sorridevano, toccandosi a
vicenda col gomito; un’altra mi fa riudir l’accento d’un lontano o d’un morto,
che la pronunziava in certo modo suo proprio; questa mi richiama alla mente un
linguista che le mosse guerra e uno che la difese, e le dispute che vi fecero
intorno, e le impertinenze che si [115] scambiarono pel
fatto suo; quella mi ricorda un verso celebre o un motto storico o una scena di
commedia o un angolo di salotto dove la intesi dire storpiata o a sproposito. E
a certi nomi di malattie mi si levan davanti le immagini di amici perduti;
rivedo certe tavole di banchettanti a leggere certi vocaboli gastronomici; in
certe parole onomatopeiche infantili risento la voce dei miei figliuoli
bambini; e molte mi fanno balenare alla mente le sembianze degli scrittori che
le predilessero: la fronte grave del Machiavelli, gli occhi ardenti del
Foscolo, il viso pallido del Leopardi. Ho detto in che modo mi diverto: mi
domanderete in che modo imparo. Vi dico come. M’arresto ogni momento a pensare.
Ecco, per esempio, un vocabolo, che soglio usare in un significato che non è
propriamente il suo: bisogna che me ne fissi nella mente, una volta per sempre,
il significato vero. Eccone un altro del quale abuso: vi segno accanto: liberarsene,
e segnerò poi quelli che troverò, che vi si possano sostituire. Segno una
parola d’uso comune, che non uso mai, benchè sia spesso necessaria: perchè non
l’uso? quale altra adopero invece? che differenza passa fra l’una e l’altra?
Trovo parole efficacissime e generalmente usate che in nessun modo mi si
vogliono appiccicare alla memoria, come se ci fosse nella loro forma e nel loro
suono qualche cosa di ripugnante all’occhio della mia mente e al mio senso
dell’armonia: e faccio un atto vivo della volontà per istamparmele nel
cervello. Ad ogni vocabolo segnato come fuor di corso, o d’uso non comune,
cerco quello che vi si è sostituito o che s’usa più comunemente in sua [116] vece; mi provo a definire il significato di certe parole
prima di leggere la definizione stampata, e raffronto con questa la mia;
m’esercito a cercare esempi di scrittori o dell’uso parlato corrente da
aggiungere a quelli che il Vocabolario registra; e via discorrendo. Vedete come
e quanto si può studiare sul Vocabolario! E non dico delle nuove parole che
imparo, che ignoravo affatto; delle nozioni elementari d’ogni scienza, che
acquisto o rettifico e chiarisco nella mia mente; dei proverbi, delle sentenze,
dei consigli pratici, utili alla vita, delle infinite immagini, sussidio
all’arte dello scrivere, che raccolgo passando. Sin dalla prima lettura segnai
con lunghi tratti di penna sui margini tutte le serie di parole che non giova
rileggere, e così procedo ora senza perder tempo. E di questa lettura non mi
stanco mai. Sebbene io abbia letto il Vocabolario tante volte che certe pagine,
certe colonne mi son rimaste nella memoria come armadi aperti, in cui vedo ogni
parola al suo posto, quasi nell’ordine alfabetico col quale v’è collocata, mi
dà sempre un nuovo diletto ogni lettura; qualche cosa da imparare trovo sempre,
sempre nuovi passaggi e contrasti inaspettati e strani fra vocaboli che si
toccano, nuovi richiami di ricordi, nuove sorgenti di comicità, nuovi segreti e
virtù e maraviglie del verbo umano. E v’entro con un senso sempre più vivo di
reverenza pensando di quale enorme lavoro di generazioni è il prodotto
quell’enorme materiale di lingua, che lunga e varia e venturosa vita ogni
parola ha vissuta, e per che mirabili vicende passeranno ancora la maggior
parte nei secoli, e che tesoro immenso di pensiero fu accumulato e si spargerà [117] ancora per il mondo per mezzo di quelle parole. Il
Vocabolario! Ma è il grande Museo, il tempio nazionale, la montagna sacra, sul
cui vertice risplende il genio della razza. E si tratta di freddo e vuoto
pedante chi lo studia! Ma io istituirei delle cattedre per leggerlo e per
commentarlo; ma.... Suona l’ora. Faccio punto. È l’ora della mia lettura
quotidiana. Salute.
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