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LA LINGUA CHE NON SI PARLA.
Via via
che procederai nello studio, sempre più sarai maravigliato del gran numero di
parole e di locuzioni vive, che, pure essendo usate da scrittori d’ogni regione
d’Italia, non si sentono mai, o di radissimo, nella conversazione della gente
colta fuor della Toscana, come se non appartenessero alla lingua parlata; e
dalla considerazione di questa povertà della lingua che si parla intorno a te,
sempre più sarai eccitato a studiare.
Per
dimostrarti la verità di quanto affermo, ti cito alcuni modi notati da me, fra
i moltissimi ch’io non sento mai dire nè da piemontesi, nè da lombardi,
nè da liguri, nè da veneti, che anche parlino e scrivano decorosamente la
lingua. Pensa un poco tu pure se t’occorse mai d’udir le parole malmenìo,
rigirìo, rodìo, rosicchío, pigío, friggío, brusío, sbatacchío, fulminío,
almanacchío, battío (battío di mani), delle quali si comprende alla
prima il significato anche da chi non le abbia mai udite nè lette. Così intesi
mille volte accennare, per esempio, quelle pieghe graziose che fanno per
grassezza il collo e le gambe dei bambini; ma mai, posso dir mai in vita mia,
con la parola più propria, che è riseghinetta, o riségolo. [181] Occorre spessissimo di dir le cose seguenti: la fanghiglia,
che rimane nelle strade dopo la pioggia; una quantità di roba vegetale, guasta
o non adoperabile, che fa impaccio e lordura; un laidume invecchiato sulla
persona o sur un muro; una macchia di sudiciume vistosa; un’operazione lunga e
noiosa da non cavarne costrutto nessuno; una stanzuccia misera e stretta; un
segreto intrigo amoroso; un aiuto o guadagno o risorsa inaspettata; un
soffio di vento che vien da una fessura o apertura; un minuzzolo di che che
sia, in senso spregevole; l’irritamento che fanno alla gola certe vivande
fritte nell’olio o nel burro non più fresco; la bella mostra che fanno di sè
cose o persone, o il crescere, cuocendo, di certe pietanze, che riescono più
abbondanti che non paressero; e inquietarsi, arrabbiarsi a trattar con qualcuno
o a far qualche cosa. Ebbene, io non sento mai, o quasi mai dir queste cose con
le parole usatissime in Toscana e dagli scrittori: belletta, pattume o pacciame,
loia, struggibuco, sgabuzzino, ripesco, rincalzo, spiffero, trìtolo, rancico,
compariscenza, appariscenza, compàrita, assaettamento. Così non mi ricordo
d’aver mai inteso da un mio corregionale i verbi anfanare (andar qua e
là senza saper dove), frucchiare (metter le mani, per smania di darsi
faccenda, in più e diverse cose), frizzare (vuol far lo spiritoso, ma
non frizza), frullare (mi sentii frullare un sasso accanto
all’orecchio), rigirare (rigirarsela bene), raccenciarsi,
rinquattrinarsi, spappolare (di cosa morbida che, toccandola, si disfà fra
le dita); nè i modi: aver entratura con uno, trovar l’inchiodatura (trovar
modo o argomento certo di far che che sia), avere il restío, [182] avere il suo ripieno (in
una cosa, vale a dire il fatto suo), averla graziata, far monte, farla
bassa, baciar basso, lavorar di fine, gettarsi in grembo a uno, levarla del
pari, fare una cosa a saetta, dare un’indossata a un abito, stare a uscio e
bottega; e potrei seguitare per decine di pagine.
Non è a
dire che queste e altre parole e maniere siano sconosciute: molti le sapranno o
le sanno; ma non le usano parlando perchè non le hanno alla mano, perchè esse
non fanno parte del loro vocabolario orale, di quella provvisione di lingua che
si porta con sè, e che si spende giornalmente, nella conversazione ordinaria; e
però, quanto all’uso, è come se non le sapessero.
Dunque,
se non ti vuoi ridurre a parlar la lingua povera che generalmente si parla,
bada bene, leggendo, a tutti quei modi che intorno a te non senti mai dire, e
cerca quali sono i modi che s’usano di solito in luogo di quelli, e raffronta
gli uni con gli altri; e per stamparti nella mente quelli insoliti, e perchè
non vadano dentro gli armadi chiusi, ma restino sugli scaffali aperti della
memoria, dove ti s’offrano alla vista e alla mano a ogni occorrenza, lega
ciascun d’essi a un tuo pensiero, immaginando un fatto, un luogo, un’occasione,
in cui tu lo possa usare, e anche una persona nota a cui tu lo abbia a dire, e
anche l’accento e il gesto con cui lo diresti. Se non farai questo, sfuggiranno
di mente anche a te come agli altri, e ti troverai, parlando la lingua, nella
condizione di quei moltissimi sfortunati ai quali, nelle discussioni e
nell’opera, l’arguzia vittoriosa, l’argomento convincente, lo spediente utile
si presentano sempre troppo tardi, quando il momento di servirsene è passato.
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