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APOLOGIA DEL PEGGIORATIVO.
Eccomi qua, signorino. Sono il sor Accio, peggiorativo di professione,
vecchio come il primo topo; ma sempre sano e pien di vita come un ragazzo. Non
si sgomenti della mia faccia burbera e della mia voce grossa, chè sono un buon
diavolaccio in fondo, nonostante la mia reputazione di persona grossolana, e
benchè di solito si pronunzi il mio nome sporgendo il labbro di sotto in atto
di disprezzo. Vero è che io servo quasi sempre a esprimere sentimenti di
disistima e d’avversione, a sparlare del prossimo e a definir cose brutte e
sgradite; ma, insomma, sono utile, perchè avversione e disistima sono ben
sovente sentimenti onesti, e dir male di certa gente è dovere di coscienza, e
sono mai tante le cose brutte e sgradite che gli uomini sono costretti a
rammentare! E appunto perchè ho coscienza d’esser utile, mi fo lecito di
offrirle i miei servizi, e di farle, modestamente, una lezioncina di lingua.
Perchè,
parlando e scrivendo, ella si serve così raramente di me? Eppure io servo a dir
molte cose, che non si possono dir bene se non per mezzo mio. Di molte idee
accorcio [212] l’espressione; di certi sentimenti significo io solo certe
sfumature che altrimenti non si saprebbero rendere; a molte parole do un
particolare senso comico che per sè sole esse non hanno; e a chi esprime un
giusto sentimento di disprezzo o di sdegno, il mio suono stesso dà un certo
qual senso di sodisfazione, che nessun’altra parola gli darebbe, poichè è un
suono largo e forte, che gli riempie la bocca e gli fa stringere i denti, non è
vero? il suono come d’una palmata vigorosa, che pianti ben salda e
ribadisca l’idea.
O perchè
non si serve qualche volta di me quando vuol dire, per esempio: una trista idea,
una mala giornata, una mossa o un’entrata o un’uscita villana, una cattiva
ragione, un cattivo partito, una cattiva pratica, una brutta cera o un brutto
momento? Perchè, invece di usare due parole o una perifrasi, non dice invece: –
Questa è un’ideaccia – Oggi è una giornataccia – Il tale m’ha
fatto una mossaccia, un’entrataccia, un’uscitaccia – Codesta
che tu adduci è una ragionaccia – Ha trovato marito; ma è un partitaccio
– Quel giovane si mette male; ha delle praticacce – Il tale oggi si
deve sentir male; ha una ceraccia – Se càpita ora quel poco di buono, mi
piglia in un momentaccio –? Non esprimerebbe la sua idea con
maggior brevità e con po’ più forza? E se per dire che un tale d’una cert’arte,
ufficio o mestiere ha una certa pratica, ma affatto materiale, senza alcun lume
di scienza, o che un impertinente l’ha messo al punto di fare uno sproposito, o
che un trivialone di sua conoscenza ha mangiato come un bufalo, dormito come un
ghiro e tenuto dei discorsi indecenti, ella dicesse: – Non [213] ha che una certa praticaccia – m’ha messo a un puntaccio
– ha fatto una mangiataccia, una dormitaccia, dei discorsacci,
– non direbbe la cosa più alla svelta e con più vigore d’espressione?
E non son
mica grossolano come posso parere a primo aspetto, chè nel graduare o colorire
il significato delle parole ho io pure le mie industrie e le mie finezze. Fare
una levataccia, per esempio, non significa soltanto: levarsi più presto
del solito; ma dice anche la violenza che si fa alla propria pigrizia, e il
rincrescimento del farla. Fare una partaccia a uno non vuol dir solo
fargli un rimprovero acerbo, o, famigliarmente, una lavata di testa, ma anche
usare, facendogliela, aspre parole. Dicendo che uno ha un talentaccio, un
ingegnaccio, si dice che ha molto talento, molto ingegno, ma in qualche
lato manchevole, o poco ordinato, o non usato sempre degnamente: non si direbbe
del Manzoni o del Carducci. Poveraccio! esprime una sfumatura di
compassione o di pietà, che non si può sentire od esprimere riguardo a persone
che ispirano reverenza: ella può dire poverino o poveretto, ma
non poveraccio, di suo padre. Nell’espressione: un uomo fatto all’anticaccia,
v’è una leggiera intenzione di canzonatura che non è in fatto
all’antica. E con librucciaccio ella dice un libro non soltanto
meschino nella forma (chè libruccio significa meschino nella forma più
che nella sostanza) e non solo di poco pregio nella sostanza, ma anche in
questa rozzo e cattivo. E s’ella dice che un tale fa il comodaccio suo,
dice che fa il suo comodo con particolare indiscrezione e noncuranza del comodo
altrui e del dovere proprio. Vede quante piccole cose, quante [214] minute diversità e graduazioni di idee io servo a dire e
determinare!
E poi, ho
stampato tante parole di forte rilievo e di color vivo e gaio, a cui
nessun’altra equivale! Veda un po’ queste. Di un lavoro duro e misero, che dia
appena da vivere: – È un panaccio. – Mangiare un panaccio
arrabbiato. – Non t’immischiare con colui: è un arnesaccio, è robaccia.
– S’è preso un cosaccio d’avvocato, che gli mangerà fin l’ultimo soldo.
– Mi tocca a far certe facciacce per cagion sua! – S’è presentato con un
pajaccio di scarpe rotte. – O figliaccio e po’ d’un cane! – E
veda come servo anche a dare il fatto suo a un indegno, così di sbieco, senza
parere: – L’hanno fatto cavaliere l’altro giornaccio, o uno di questi giornacci
lo faranno. – Non è una bellezza? E non finirei più! Ma le dico ancor questa:
che servo io solo, in Toscana, senz’essere appiccicato ad altra parola, a
definire una persona: – È un ragazzo accio, ma accio bene; è un
farabutto, ma di quegli acci; – o sono adoperato tre volte per rincarare
la dose: – È un malandrinaccio.... accio, accio, accio. – E, in fine,
m’accecherà l’orgoglio; ma io penso che uno scrittore che non sa giovarsi del
fatto mio, o che mi trascura o mi disprezza, non può essere che uno scrittore
da un tanto il mazzo. E me ne scappo, perchè vedo avvicinarsi un tale, un
giovincello sdolcinato, con cui non me la dico, e non mi posso trovare insieme.
La lascio con lui, che cercherà di rivogarle la sua mercanzia. Ma ritornerò. A
rivederci a presto, e si guardi da un’indigestione di zuccherini.
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