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LA LINGUA FACETA.
Questa tu
devi studiare in particolar modo se sei di natura tagliato al faceto, ossia
inclinato a osservare e a rappresentare ad altri il lato ridicolo delle cose, e
a esprimere molti dei tuoi pensieri, anche non lepidi in sè, in forma
scherzosa; poichè per noi, che non abbiamo imparato la lingua dalla balia, non
c’è cosa più difficile che scherzare con garbo e ottener con la parola
l’effetto del riso.
Perchè
sia difficile lo spiega con grande evidenza il Leopardi nei Pensieri che
furono pubblicati dopo la sua morte; nei quali troverai un tesoro
d’osservazioni acutissime sulla lingua italiana.
Egli dice
che il ridicolo (per quanto si riferisce al linguaggio, non alla sostanza)
“nasce da quella tal composizione di voci, da quell’equivoco, da quella tale
allusione, da quel giocolino di parole, da quella tal parola appunto, di
maniera che se sostituite una parola in cambio d’un’altra, il ridicolo
svanisce„.
Ora, per
questa ragione appunto noi otteniamo [229] difficilmente il
nostro intento nei discorsi faceti che facciamo in italiano: perchè ci manca la
maggior parte di quelle parole e locuzioni, dalle quali nasce il ridicolo, e
quasi sempre usiamo in luogo di quelle gli stessi modi che useremmo per dire
sul serio le cose che diciamo per far ridere.
*
È una
verità che non occorre di dimostrare. L’avrai osservata molte volte tu stesso
nei discorsi tuoi e in quelli degli altri. Tu devi sentire alla prima qual
maggior effetto comico si possa ottenere in certi casi dicendo invece di
“tremar dal freddo„: – batter la diana o pigliar le pispole; invece
di “dar poco da mangiare a uno„: tenergli alta la madia; invece di
“ridurgli il vitto„: alzargli la mangiatoia; invece di “non ha la testa
a segno„: gli va male l’oriolo; invece di “picchiare, dar lo busse a
uno„: pettinarlo, rosolarlo, tamburarlo, fargli una tamburata, dargli le
croste o le paghe o le briscole. – E senti che più facilmente
farai ridere se invece di “scappare, indebitarsi, dire l’opposto di quello che
s’è detto, far le occorrenze sue, tirar calci, andar tutto d’un pezzo e
impettito„ dirai: – spronar le scarpe, inchiodarsi, rivoltar la frittata,
far gli offici di sotto, lavorar di pedate, aver mangiato la minestra o lo
stufato di fusi. – E non c’è bisogno di farti notare che diversità
d’effetto comico corra fra le espressioni: un abito che “si comincia a scucire„
e che comincia a fischiare; fra “abito lungo e largo o logoro o scarso o
mal fatto„ e palandrana, biracchio, paraguai, saltamindosso; [230] fra “brodo allungato„ e brodo di carrucola, fra
“cattiva minestra„ e sbroscia o basoffia, fra “miseria„ e trucia,
“paura„ e battisoffia, “cattivo quadro„ e cerotto; “persona
acciaccosa e di malumore„ e deposito: – Andiamo a far visita a
quel deposito del signor Gaudenzio! – Molte di queste parole e locuzioni
sono ridicole per sè medesime, e bastano da sè in molti casi a destar
l’ilarità, dove non gioverebbe a destarla un particolare o un’osservazione
arguta aggiunta alla frase o alla descrizione e all’aneddoto.
*
Per
dimostrarti quant’è ricca in questo campo la nostra lingua, ti cito ancora una
serie di modi d’uso comune in Toscana, che noi non usiamo se non raramente; di
alcuni dei quali è evidente il significato; e d’una parte degli altri lascerò
che cerchi il significato tu stesso, perchè ti resti meglio impresso nella
memoria.
– Affogare
nel cappello, nelle scarpe, nel soprabito – Aver roba in corpo o in
manica – Aver paglia in becco – Avere il baco (con qualcuno; avercela,
senza dimostrarlo, o volerlo dimostrare) – Avere i bachi (essere
inquieto o di malumore) – Aver famiglia in capo – Aver la fregola (di
fare una cosa) – Aver messo il tetto – Alzare i mazzi – Andare, darsi ai
cani – Andare in dolcitudine – Attaccare il lucignolo – Bastonare la
messa (dirla in furia), una cosa qualunque (abborracciarla e
venderla a vil prezzo) – Batter la solfa – Battere il trentuno – Campare con
uno stecco unto – Dar le pere – Dare fune o spago – Dare una lunga a uno
[231] (intrattenerlo, senza spedirlo) – Dare un’untatina – Dar
nelle girelle o nelle girandole – Essere al lumicino, al moccolino, al
moccoletto – Essere uno spianto (una rovina: quell’affare è stato un vero spianto
per il tale) – Essere in pernecche – Fare un bollo (vuol prender
moglie quello spiantato? Farebbe un bel bollo!) – Far polvere (sollevare
scompigli: non faccia tanta polvere: abbia un po’ più di prudenza) – Fare
una buca (un cassiere nella cassa) – Fare un passio (una cosa lunga
di cosa che dovrebbe esser breve) – Far baciabasso (per umiliazione, per
adulazione, sottomettersi) – Girare a uno la cuccuma, la còccola, il boccino
– Grattar gli orecchi – Levar le repliche – Mangiare a macca – Macinarsi il
patrimonio – Mettere in purgo (una notizia non sicura) – Non mondar
nespole (S’egli lavora, l’altro non monda nespole) – Pagar con le
gomita – Piantare un melo – Piantare un porro – Prendere al bacchio (alla
cieca, alla ventura) – Prender pelo – Prendere una lùcia, una briaca, una
bertuccia – Ridursi all’accattolica – Spianare il gobbo, le costure – Scuotere
la polvere – Sonarla a uno – Sonare a mattana – Sbarbare (Non riuscire
in una cosa: s’è messo a tradurre Orazio; ma non ce la sbarba) –
Tagliare le calze – Venir le cascaggini (d’una cosa che ci annoia: mi fa
venir le cascaggini). E soltanto per esprimere facetamente l’idea
del mangiare con avidità, o molto, o soverchio: diluviare, digrumare,
dipanare, scuffiare, sgranocchiare, dimenare le ganasce, ungere, sbattere, far
ballare il dente, far ballare il mento, ingubbiarsi, rimpippiarsi, rimbuzzarsi,
spolverare, dar ripiego a quant’è in [232] tavola, mangiare
a scoppiacorpo, macinare a due palmenti, mangiar con l’imbuto, divorare a
quattro ganasce. E fermiamoci qui, per non fare un’indigestione.
*
Certo che
le parole non hanno per tutti la stessa faccia. Molte che hanno effetto comico
per alcuni, per altri non l’hanno, e questo non è soltanto delle parole di tal
genere, ma, in generale, di tutte; e deriva dall’aver ciascuno un suo
particolare sentimento della lingua, che è la ragione per cui della lingua
stessa ciascuno tende ad appropriarsi certe forme a preferenza d’altre, o ad
usarle in un significato più o men lievemente diverso da quello in che altri le
usano. Ma il senso comico delle parole, in special modo, è un senso che si
affina grandemente con l’osservazione, coi raffronti, e via via che, avanzando
con gli anni, si scoprono negli uomini, e nelle cose, nuove e più intime
sorgenti di ridicolo; e quand’è affinato, dà nello studio della lingua mille
diletti. Sono ben lontano dal credermi in questo più fine di Caio o di Tizio; e
non di meno, m’accade di ridere o sorridere di molte parole, ogni volta che le
leggo o le sento, come di certe forme e di certi atteggiamenti del viso umano,
versi buffi o mosse allegre o burattinesche. Per esempio: – Briachite –
Briachella (uno che piglia spesso piccole sbornie). – Non è briaco: ha
soltanto un po’ d’accollo (l’inclinazione del collo come sotto un peso)
– Sbiobbo (d’uno rachitinoso e con gran bazza) – Musceppia (bambina
o ragazzetta saputella) – Patìto (l’innamorato) – Pateracchio (per
[233] conclusione spiccia, specialmente di matrimonio: si videro,
si piacquero e fecero subito il pateracchio) – Un tient’a mente (uno
scapaccione) – Stanga, stangato (per bulletta, un uomo in bulletta) – Pispilloria
(discorso a carico di qualcuno, o lungo e noioso) – Scarpata (pedata)
– Ciucata (cavalcata con gli asini) – Cacheroso (svenevole) – Bacherozzolo
(per bambino) – Frittura (di molti bambini) – Sguerguente (uno
che fa atti strani o sgarbati) – Squarquoio (di vecchio cascante) – Rubapianete
(ladro di chiesa) – Spulcialetti – Squarciavento – Spiantamondi –
Strizzalimoni – Picchiapetto – Frustamattoni – Sottaniere – Religionaio
– Miracolaio – Pretaio (uno che bazzica preti) – Mogliaio (che non
esce mai d’attorno a sua moglie) – Fantajo (dilettante d’ancelle, direbbe
la signora Piesospinto); e di verbi non cito che pissipissare, indragonire,
rinfichisecchire, insatanassare, sfanfanare (struggersi d’amore), cicisbeare,
matrimoniarsi, rivogare.... Giusto, mi vengono in mente due versi di Neri
Tanfucio:
Povera truppa, quanti serviziali
T’ho visto rivoga’ nel deretano!
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Ho citato
quasi tutti modi dell’uso vivo toscano. Ma il linguaggio del ridicolo non può
essere circoscritto dall’uso, perchè a chi scherza e vuol far ridere tutto è lecito,
pur che rimanga nei confini più vasti della lingua. Nascendo anche il ridicolo
da contrasti e dissonanze tra la parola e l’idea, da parole usate in senso
insolito, inaspettate, strane o anche fuor d’ogni [234] proposito ragionevole, e dalla stessa affettazione o
pedanteria voluta del vocabolo o della frase, ne segue che qualsiasi modo vieto
o tronfio o poetico o arcaico, il quale, usato sul serio, stonerebbe
intollerabilmente, e farebbe ridere alle spese di chi lo dice, ottiene invece
l’effetto che si propone chi scherza, ed è quindi legittimo se a quest’effetto
è adoperato opportunamente e con garbo. È come di certi gesti e impostature e
alterazioni del viso e dell’accento, che riescono leziosi, sconvenienti e anche
odiosi quando in una persona sono abituali e inconsapevoli o affettazioni di
dignità e d’eleganza; ma che all’opposto riescono piacevoli quando son fatti
con l’intenzione di far ridere, contraffacendo qualcuno, per esempio. Gli
esempi sono così frequenti negli scrittori, che non mette conto di citarne; e
sono frequentissimi anche nelle conversazioni della gente colta. Noi tutti
abbiamo conosciuto o conosciamo certi belli umori che hanno la consuetudine di
rallegrar la gente dicendo cose comunissime o lepide con parole gravi e lambiccate
e in stile magniloquente. Io ebbi un amico, professore di lettere, il quale
faceva sbellicar dalle risa gli amici raccontando aneddoti faceti, e parlando
anche delle cose più ovvie con parole e giri di frase del Decamerone, ch’egli
sapeva quasi a memoria. Seriamente diceva d’esser rimasto in una trattoria attirato
dalla piacevolezza del beveraggio; descriveva un desinare suntuoso a cui
era stato invitato, con grandissimo e bello e riposato ordine servito, dove
lui, vago di vini solenni, aveva trovato il fatto suo bevendo del Caluso
e del Barolo in certi graziosi bicchieri, che d’ariento pareano; [235] e chiamava un avvocato: armario di ragione civile, e
una ragazza afflitta da pene amorose: – sventurata in amadore; e diceva
d’un farabutto: – Testimonianze false con sommo diletto dice, chiesto e non
richiesto –, e a un amico incontrato per la strada: – Dammi un fiammifero, se
tu hai in te alcuna favilluzza di gentilezza; e: – Grazie, cuore del
corpo mio! – e adoperava il con ciò sia cosa che con tanto garbo, e
qualche volta così all’impensata, e con un così forte contrasto col significato
e con l’intonazione del discorso, che strappava risate da mandarsi a male.
Non
trascurare dunque, leggendo gli scrittori e i dizionari, neppure quella parte
della lingua che è fuori d’uso, perchè certe voci e locuzioni muffite, che tu
quasi ributti dalla tua mente, ti possono servire in certi casi a dare un vivo
effetto comico a uno scherzo, il quale altrimenti riuscirebbe sciapito, a far
ridere con un gioco di parole semplicissimo, con una sola parola, con un
nonnulla. Nulla nella lingua è disprezzabile, tutto può giovare. La lingua
giocosa è infinita come le sorgenti del riso.
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