|
LE PAROLE NUOVE.
(Pareri d’un senatore, d’un filologo, d’una signora,
d’un ingegnere industriale e d’un bello spirito).
*
Per
parole nuove intendo principalmente quelle che noi prendiamo a prestito da
lingue straniere per designare nuove cose (come istituzioni, invenzioni,
usanze), per le quali non abbiamo nella nostra lingua parole proprie, perchè
son cose che non ebbero origine, ma furono introdotte da paesi stranieri nel
nostro. Come di altre parole e locuzioni si domanda: – È errore? Non è errore?
– di queste si suol domandare: – Si può o non si può dire? O che parola
italiana vi si potrebbe sostituire? – A questo riguardo, invece di stenderti un
lungo elenco di vocaboli, e di ripeterti (chè altro non potrei fare) le
discussioni che si fecero e si fanno sulla convenienza d’accettarne alcuni e di
rifiutarne altri, e sui vocaboli italiani che potrebbero far le veci dei rifiutati,
credo più opportuno il riferirti certi [258]
pareri che mi furon dati intorno all’argomento
da persone di dottrina e di buon senso, alcuni molti anni fa, altri di recente;
dai quali tu potrai dedurre una norma generale da seguire, parlando e
scrivendo.
un senatore.
– Come ho
da fare, signor Senatore? – domandai a un dotto toscano, scrittore
elegantissimo (ahimè! son più di trent’anni, e il valentuomo è morto da un
pezzo). – Come si può conciliare la necessità d’usar le parole nuove col dovere
di non offendere la purità della lingua?
Rivedo il
buon sorriso arguto con cui mi rispose: – La purità della lingua? Ma nessuna
lingua è pura, e non deve, nè può essere. Non potrebbe esser pura che la lingua
d’un popolo, il quale non avesse commercio nè di cose nè d’idee con alcun altro
popolo, non solo, ma che, non mutando in nulla mai nè le idee nè le cose
proprie, ossia, non pensando e non progredendo, non avesse mai bisogno di
variare e d’arricchire il proprio linguaggio; che sarebbe perciò un linguaggio
morto, e morto il popolo stesso. Nessuna lingua è ricca abbastanza da poter
designare in termini che già possegga tutti gli oggetti e i concetti nuovi che
porta con sè il progresso universale di ogni forma del lavoro umano: deve
quindi ogni lingua accettare e produrre continuamente nuovi termini. La maggior
parte di questi, a chi vorrebbe la lingua immobile, paiono voci impure, che la
deturpino e la snaturino. Ma le cause [259]
dell’alterazione della lingua essendo
inevitabili e necessarie, è così illogico e impossibile il respingere le nuove
parole per amor della purità linguistica, come sarebbe il respingere le cose e
le idee per conservare immutato il modo di vivere e di pensare della propria
nazione. Sono i barbarismi superflui e le parole nostre storpiate o usate in
senso improprio e i traslati e i costrutti ripugnanti all’indole della lingua
nazionale, quelli che la offendono e la imbastardiscono: non le parole
straniere di cui non si può fare di meno. Si può dire che macchiassero la purità
della lingua i primi italiani che nominavano coi termini ora in uso tutte le
nuove armi inventate dopo la scoperta della polvere? E quelli che chiamavano
coi loro nomi d’origine tutti i concetti e le istituzioni che ci vennero dalla
rivoluzione francese, e che fra noi hanno conservato quei nomi, non più
discussi ora, e quasi neppur più riconosciuti come stranieri? E quelli che
usavano per i primi le parole telegrafo, piroscafo, dagherrotipo, fotografia, e
cento altre simili? Non si dia dunque pensiero per questo riguardo, perchè non
offenderà la purità della lingua usando le parole nuove, e necessarie, più che
non ne offenda l’armonia pronunziando o scrivendo i nomi di personaggi storici
o d’amici suoi francesi, inglesi o tedeschi, che le occorra di rammentare nei
suoi discorsi o nei suoi scritti.
un filologo.
Questi
esordì bruscamente: – Anche lei! Ma non c’è che il nostro paese dove la
letteratura abbia tanto tempo da perdere. Che bisogno ha [260] di pareri in una
quistione di semplicissimo buon senso? Sulle parole straniere assolutamente
necessarie per designar nuove cose, non c’è da discutere: bisogna usarle; e non
è nemmeno il caso di dire: bisogna: s’usano, le usan tutti, e la
quistione è risolta. Il dubbio può cadere su tutte quelle voci e locuzioni
nuove che servono ad esprimere nuovi aspetti di cose, nuove relazioni fra di
esse, modificazioni nuove d’idee e di sentimenti, nuovi ordini di idee,
principalmente in politica, in arte, in filosofia; e intendo la filosofia che è
materia delle conversazioni comuni. In questo campo, come ha detto un maestro,
ci sono in ogni lingua, in qualunque momento considerata, parole e frasi
straniere messe in prova, delle quali alcune rimarranno, altre saranno
sostituite da altre, che l’uso formerà e farà prevalere alle prime; parole
nazionali di cui si va mutando il significato; processi di differenziazione,
per dirla coi matematici, che si vanno compiendo, ma che non sono interamente
compiuti. Ora, rispetto all’uso di questo materiale mobile della lingua,
ciascuna nazione fa come una moltitudine in cammino; nella quale c’è chi si
spinge alla testa della colonna, chi rimane alla coda e chi si tiene nel mezzo.
Lei, come scrittore, non ha da andare nè tra i primi nè tra gli ultimi; ma deve
camminare fra gli uni e gli altri. Il criterio della scelta lo ha da ricavare
dall’uso. Delle parole nuove usi quelle che s’usano generalmente e che
generalmente sono capite. Fra due parole che s’usino, una straniera e una
italiana, con non determinata prevalenza di questa o di quella, ma tutt’e due
egualmente intese dai più, si tenga [261]
all’italiana. E in tutti i casi in cui la
parola italiana, che alcuni vorrebbero sostituire all’esotica, non è capìta dai
più, non c’è da tentennare: poichè si parla e si scrive per farsi capire dai
più, usi l’esotica, e non si dia altro pensiero. Fuor di questa norma, che
anche un ragazzo troverebbe da sè, non si fanno che vanissime ciance.
una signora.
Era una
signora toscana, coltissima, che avrebbe potuto presedere un’Accademia, e non
aveva ombra di pedanteria. – Io non le posso dire – rispose – che quello che
lei certamente pensa. Si ricorda i versi del Giusti a proposito della parola diligenza?
Il cambio delle
voci
Fra gente e gente, come l’ombra al corpo,
Tien dietro al cambio delle cose umane;
Nè straniero vocabolo corrompe
L’intrinseca virtù d’una favella
Quando lo stile riman paesano.
Se lei
parla e scrive in buon italiano, una lingua tutta italiana di sostanza,
d’impasto e di colore, nessuno dirà che parla o che scrive male per il fatto
che a quando a quando usi una parola non italiana per dire una cosa che nella
nostra lingua non ha ancora la parola che la esprima. So bene che ad alcune
delle parole straniere già divulgate c’è chi propone di sostituire altre parole
nostre, e che, se queste calzano, e se hanno da prevalere, ciò che è
desiderabile, bisogna pure che qualcuno le cominci a usare. Ma in questo io
m’attengo a una regola che mi è suggerita da un sentimento più forte di quello [262] della lingua.
Delle parole italiane che si vorrebbero sostituire alle straniere ce n’è che si
posson dire senza che ne scapiti la naturalezza del discorso, e quelle le dico.
Ce n’è altre che non si possono dire senza far maravigliare e sorridere chi
ascolta e senza passar per saccenti che si voglia in materia di lingua dettar
la legge, e queste non le dico e non le scrivo, perchè preferisco usare un
barbarismo al far ridere e all’esser tacciata di saputella. Così non voglio e
non posso dire teletta invece di toeletta, nè posa invece
di consolle, nè rinfresco invece di buffé, e con buona
pace del nostro buon B., dirò cupè, finchè lui od altri non abbiano
trovato in luogo di quella parola qualcosa di più spiccio di scompartimento
anteriore della diligenza, che quando è detto per non dire la parola barbara,
è ridicolo. Questa è la mia regola riguardo alle parole nuove: parlare e
scrivere italiano quanto più puramente si può, senza far ridere; perchè
nell’uso delle parole ciascuno ha un suo sentimento proprio della convenienza,
al quale nessun’autorità linguistica può comandare. Ma già dev’esser pure
l’opinione sua, com’è di quasi tutti, e lei non m’ha interrogata che perchè
gliela confermassi; e se le avessi espresso un’opinione contraria, non ne
avrebbe tenuto nessun conto. Stia dunque col Giusti. L’importante è che lo
stile rimanga paesano.
un ingegnere
industriale.
Sono
ameni i puristi sine labe che non vogliono le parole nuove. È perchè non
vivono nel nuovo mondo. Se ci vivessero, se sapessero il [263] numero enorme
di nuove parole che hanno portato con sè e rese necessarie i progressi delle
industrie minerarie e metallurgiche, il telegrafo, il telefono, l’elettricità,
le macchine tessili, la stampa, e cento altre cose; se toccassero con mano che
non passa quasi giorno senza che si scopra o s’inventi qualche nuovo strumento,
o procedimento, o particolare di congegno o di tecnica, che non può aver altro
nome fuor di quello che gli dà chi lo inventa, si sdarebbero dall’impresa per
disperati. Per ogni dieci o cento parole che occorrono, e che son prese da una
lingua straniera o coniate alla meglio fra noi dalla gente che n’ha bisogno,
essi ne propongono una, che dicono italiana, o meno barbara. Ma a che pro? Chi la
mette in corso? E quale scrittore ha mai fabbricato nuove parole, che sian
diventate d’uso comune? D’uno dei più fecondi e popolari scrittori francesi del
settecento, si dice che n’abbia coniate di suo e mandate in giro due sole;
delle quali una è morta. E, infatti, l’azione d’uno scrittore, per quanto
autorevole, non è che pochissima cosa, per non dire nulla affatto, rispetto
all’azione collettiva del popolo, che di certe parole nuove ha bisogno subito,
e le piglia dove sono e come le trova, o se le fabbrica da sè, nel modo che gli
comoda e gli garba. Conosco una sola nuova parola italiana che in quest’ultimi
anni sia stata coniata da un pubblicista, e abbia avuto una certa fortuna: ed è
tramvia, che entrò nei regolamenti e nelle leggi. Ma moltissimi che scrivono
tramvia, dicono parlando tranvai, e tranvai o tram si
dice dalla grande maggioranza in Toscana e altrove; e anche di quelli che usano
[264] la
parola ufficiale, chi la fa femminile e chi maschile, e chi pronunzia tramvia
e chi tranvia, poichè il suono amv non è della lingua
italiana; e non è ancor certo che a tramvia debba restar la vittoria.
Dunque? Io lascerei gridare i linguisti, e farei il comodo mio, come tutti
fanno, senza il loro permesso, e come s’è sempre fatto da per tutto, da che
mondo è mondo e le lingue vanno da sè, come i fiumi.
un bello spirito.
Quello
che mi fa dispetto, in quest’affare delle parole nuove, di cui mi son molto
occupato per pura curiosità, è l’ipocrisia dei pedanti: è che molti di loro
condannano certe parole senza dire quali altre vi si hanno da sostituire, e
qualche volta riconoscendo che non ce n’è altre; o ne propongono tre o quattro,
che equivale a non proporne alcuna, perchè è un sostituire a una questione
un’altra quistione; e che, in ogni caso, combattendo una parola in uso e
proponendone un’altra, sono certi certissimi di fare un buco nell’acqua; ciò
che vuol dire che seccano la gente sapendo di non ottenere altro effetto che
quello di seccare. Mi fa anche più dispetto il vedere che molte delle parole
nuove ch’essi non registrano o bollano di barbarismi nei dizionari e nelle
dissertazioni o dispute filologiche, o cancellano con tanto di frego nei
componimenti dei loro discepoli, le usano poi essi stessi a tutto pasto,
parlando, perchè non possono farne di meno, perchè non si farebbero capire o si
farebbero canzonare usando quelle che ci vogliono sostituire. Per esempio, io
giocherei tutti [265] e due gli occhi che di tutti quanti i proscrittori del
barbarismo consommé o consumé non ce n’è uno che abbia mai detto,
non ci sarà mai uno che dirà in nessun luogo, in nessun caso, a nessun
cameriere o cuoco o albergatore o serva d’Italia: – Mi dia un consumato o
un brodo ristretto. – E l’esempio val per cento. O che razza di gioco a
partita doppia è codesto? Se quelle parole le dicono, perchè non le scrivono?
Se non osano di scriverle, perchè le dicono? Sono bene costretti a scriverne e
a lasciarne scrivere tante altre che ai loro padri fecero orrore. Ma la lingua
s’altera! Ma sono secoli che si va alterando; ma tutto s’altera col tempo: i
costumi, le idee, la vita, il mondo: non s’ha da alterare la lingua? Ma la
vanno alterando essi medesimi, che usano molte parole non usate dalla
generazione antecedente, che ne usano da vecchi molte altre, che non usavano da
giovani. Dicevano essi da ragazzi le parole: patinaggio, scatingring,
fonografo, cinematografo, sport, automobile, motocicletta? E bisogna ben
che le dicano ora per forza. Io vorrei che con la macchina maravigliosa del
romanziere Wells ci potessimo trasportare tutti quanti nel venticinquesimo
secolo, per veder che faccia farebbero a leggere il vocabolario della Crusca
del 2400! E allora, a che serve questo dire e non scrivere, prescriver con la
penna e accettar con la bocca, e pensar d’arrestare una moltitudine che corre
agguantando Tizio e Caio per il colletto?
[266]
*
Ma tu mi
dirai che non t’ho riferito che giudizi anonimi. Ebbene, consultiamo insieme
uno scrittore grande e purissimo. Ecco quello che ti direbbe Giacomo Leopardi,
condensando in un breve discorso quanto è scritto sparsamente nei sette volumi
dei Pensieri postumi.
–
Conservare la purità della lingua è un sogno, un’immaginazione, un’ipotesi
astratta, un’idea non mai riducibile ad atto, se non solamente nel caso d’una
nazione che, sia riguardo alla letteratura e alla dottrina, sia riguardo alla
vita, non abbia ricevuto e non riceva nulla da nessuna nazione straniera. Le
cose vivendo sempre, e modificandosi sempre continuamente e moltiplicandosi le
conosciute, e non potendo una lingua esser mai perfettamente fornita del
necessario fin ch’ella non esprime perfettamente e convenientemente tutte le
cose e tutte le possibili modificazioni delle cose di questo mondo, ne segue la
necessità ch’ella s’accresca sempre di nuovi modi; i quali è ben naturale che a
noi italiani vengano in gran parte di fuori, perchè la vita ci viene in gran
parte d’altronde. Molte di queste parole e modi nuovi sono comuni a tutte le
lingue colte d’Europa, e però sono europeismi, non barbarismi, perchè non
è barbaro quello che è proprio di tutto il mondo civile e proprio per ragione
appunto della civiltà, com’è l’uso di queste voci che deriva dalla stessa
civiltà e dalla stessa scienza d’Europa. E d’altra parte l’esempio dei nostri
classici (quasi tutti) che hanno arricchito la [267]
nostra lingua con derivar vocaboli e modi dal
latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, e li hanno resi italiani di
fatto, ci ammonisce che la lingua italiana è capacissima d’appropriarsi voci e
maniere d’altre lingue. E non solo può, ma lo deve fare, perchè quanto più la
nostra lingua è diligente nel non voler perdere (cosa ottima), tanto più per
necessaria conseguenza dev’essere industriosa nel guadagnare, per non
somigliarsi al pazzo avaro che per amor del danaro non mette a frutto il
danaro, ma si contenta di non perderlo e di guardarlo senza pericoli. Voler
respingere le parole nuove è voler mettere l’Italia fuori del mondo.
Tutte
sentenze d’oro, come dice il Giusti. Ma poichè potresti esser tentato d’abusarne,
seguendo l’esempio dei molti barbari che dalle lingue straniere pigliano a
prestito una parola ogni dieci, ti presento come antidoto un mio amico di
gioventù; la cui immagine mi salta sempre davanti quando nel parlare italiano
sto per dire una parola o una frase francese, non perchè manchi alla mia lingua
il modo corrispondente, ma per iscansare la fatica di cercarlo.
Ho
l’onore di presentarti il visconte La Nuance.
[268]
IL VISCONTE LA NUANCE.
La famiglia
dei visconti La Nuance è antica e numerosissima.
Il
giovine italiano, al quale avevamo posto quel soprannome, era nobile veramente
(del che non si boriava punto); ma povero come noi, figliuolo d’un
esattore, e impiegato egli stesso, non ricordo in che amministrazione dello
Stato. Essendo cresciuto in Savoia, dove suo padre era stato parecchi anni,
aveva imparato il francese prima e meglio dell’italiano, e quella era rimasta
la sua lingua preferita, e diventata il suo vanto, la sua gloria, il vero titolo
di nobiltà, del quale egli andava superbo; affermando, naturalmente, ch’era la
più bella d’ogni lingua antica e moderna, superiore senza confronto e per ogni
rispetto alla nostra. Quindi le continue discussioni e battaglie che seguivano
fra lui e gli amici, e le infinite canzonature che gli piovevano addosso; delle
quali non si risentiva mai, poichè a un’ostinazione invincibile in quella sua
idea, in quella soltanto, egli accoppiava una bonarietà inalterabile, che gli
faceva tollerare anche gli scherzi più mordenti.
[269]
Ci stizziva in particolar modo il suo continuo interpolare
nel discorso italiano vocaboli e frasi francesi, come se la nostra fosse una
mezza lingua, che non bastasse ad esprimere perfettamente nessun pensiero; e
non men di questo la ostentazione ch’egli faceva di quell’italiano
infranciosato, quasi compiacendosi di non avere della lingua propria che
un’infarinatura, quanto gli occorreva appunto per i suoi ristretti bisogni di
impiegato. E usava nella più parte dei casi il modo francese anche sapendo il
modo italiano, poichè in ogni parola o frase di quella lingua egli sentiva o
diceva di sentire una sfumatura di significato (una nuance, diceva
sempre) che nella nostra lingua non si poteva rendere. Era quasi sempre
un’immaginazione sua; ma non c’era verso di sconficcargliela dal capo. Citava
un modo francese, e diceva in aria di sfida: – Sentiamo, come direste in
italiano? – Noi gli citavamo un modo nostro che, per consenso di tutti,
significava per l’appunto lo stesso. Ed egli no, s’incapava a negare. – Ci
s’avvicina – rispondeva –; ma è un’altra nuance; no, ce n’est pas ça
tout à fait. – No, far riscontro non voleva dire precisamente faire
pendant, averne un ramo non significava tal quale être toqué, dire
di uno roba da chiodi o ira di Dio non era propriamente lo stesso
che pis que pendre. – Un’altra nuance, un’altra nuance, qualche
cosa di sopraffino, l’idea d’un’idea, un nonnulla, ch’egli non sapeva dire, ma
che sentiva. E quando poi si faceva la prova inversa, aveva la faccia fresca di
tradurre disinvolto in dégagé, traccheggiarsi in se dandiner e
vattelapesca in que sais-je! Noi gli coprivamo la voce con una [270] urlata, ed egli rispondeva urlando: –
Traducete in italiano il Marivaux, se vi riesce! Traducete il Labiche! – E tu
traduci il Berni, traduci il Giusti, traduci il Parini! – Fiato sprecato.
Aveva
anche il coraggio di sostenere che il francese è più musicale dell’italiano. –
Troppe vocali, troppe vocali – diceva. – Si parla sempre con la bocca
spalancata. Per esempio, il famoso verso di Dante, nel racconto di
Francesca.... – e squarciando le a con una bocca da entrarci una rapa,
declamava: – Aaamor che aaa nullo aaamato aaamar
perdonaaa! Ma c’è da slogarsi le mascelle! – E noi gli citavamo bellissimi
versi francesi che avevano non meno a che il verso dantesco; ma non
serviva, perchè l’a francese, per lui, era un’altra a, di suono
più discreto dell’italiana. Nei versi francesi sentiva armonie misteriose che
al nostro grosso orecchio sfuggivano. – Per esempio, quel celebre verso del La
Fontaine, che Victor Hugo giudicò ammirabile:
Six forts
chevaux tiraient un coche;
che
maravigliosa, inimitabile armonia imitativa! – Di versi italiani, maravigliosi
per armonia imitativa, gliene citavamo a decine. – Ma non così fini – ribatteva
– non così fini! – Andava fino a dire che era ben più dolce l’au revoir che
l’a rivederci, benchè nel saluto francese ci siano come nel nostro due erre;
le quali, per giunta, egli arrotava in tal modo, che, a sentirlo, pareva
d’esser salutati da una sega arrugginita. – Au rrrevoirrr! Ma non
sentite che dolcezza? – E allora gli davamo del barbaro, dell’italiano
rinnegato, del traditore della [271] patria; al che egli rispondeva invariabilmente: – Des
bêtises! des bêtises! – guardandoci con un sorriso compassionevole, come
gente di una razza primitiva, parlanti ancora una lingua rudimentale.
Di
scrittori italiani parlava il meno possibile, e ci aveva le sue buone ragioni.
Quando
gli chiedevamo un giudizio sopra un nostro grande scrittore antico o moderno,
egli riconosceva con parole vaghe i meriti che noi ammiravamo in lui; ma
soggiungeva sempre che gli pareva lourd, sans souplesse, sans finesse. La
finezza era nel suo concetto la grande superiorità della lingua francese sulla
nostra, e affermava che soltanto in francese si poteva parlare con una signora
con delicatezza aristocratica, senza mai stonare, senza urtar mai le
convenienze e il buon gusto. Gli domandavamo se credeva davvero che il marchese
Gino Capponi e il barone Ricasoli, allora viventi, non sapessero sostenere una
conversazione con una patrizia fiorentina senz’urtare il buon gusto e le
convenienze. Egli aveva l’audacia di risponderci che non li aveva mai sentiti.
Lo investivamo qualche volta fieramente. – Come puoi giudicare della finezza
della lingua italiana tu, ostrogoto lacerator d’orecchi, che dici tutto il
lungo del cammino, una ragazza non si può più gentile, e giuocare
un ruolo, e venir di desinare? – Perchè erano di questo conio i
francesismi che egli schiantava. E allora ribatteva trionfalmente; – Ah! Ah!
Voi v’importate! È segno che non avete delle buone ragioni, che vi
sentite battuti, battuti a piatta cucitura, ridotti a.... Come direste
in italiano aux abois? – O vile Gallo, agli estremi! [272] – rispondevamo noi. E lui, col suo solito sorriso di
commiserazione: – È un’altra nuance; non c’è il senso comico; è un’altra
nuance tutt’affatto.
Non
disperavamo di persuaderlo, non di meno. Alle volte lo pigliavamo con le buone,
ragionando; gli parlavamo della grande ricchezza della lingua italiana, di cui
una gran parte non è nei dizionari; della sua mirabile facoltà di adattarsi a
tutti i toni, agli stili più diversi, e alla traduzione d’ogni lingua, serbando
il colore dell’originale, senza snaturare l’indole propria; della grande
quantità e varietà di “tipi e di conii ch’ella possiede per poter formare voci
e modi d’uno stesso genere di significazione„, delle innumerevoli desinenze
frequentative, diminutive e disprezzative dei suoi verbi, e dell’elasticità e
capacità e mutabilità stupenda del suo periodo; e cercavamo di dimostrargli
che, nel più dei casi, quando una parola francese non si può tradurre in una
italiana dello stesso valore, questo deriva dal fatto che la francese è usata
in vari significati, per ciascuno dei quali noi abbiamo una parola propria; e
via discorrendo. Ma era come dire al muro. Egli rispondeva che noi facevamo
della letteratura, ch’egli intendeva parlare della lingua di conversazione,
e ribatteva il suo chiodo, che soltanto in francese si poteva conversare con
grazia e con spirito, e che al confronto del francese l’italiano era lourd,
poco pieghevole, privo di nuances, una lingua d’accademici e di
professori. E noi in coro, come sempre: – Bugiardo rinnegato! – Gallaccio odioso!
– Va’ fuori d’Italia! – Che il diavolo t’importi! – Smettila, o
t’assommiamo [273] a calotte! – E lui,
col suo eterno sorriso: – È inutile. Non mi farete demordere dalla mia
opinione.
Ma quello
che agli amici non era mai riuscito d’ottenere parve che l’ottenesse il
Governo, trasferendolo improvvisamente da Torino, con suo grande rammarico, in
non so quale città del Veneto; poichè, forse per lasciarci una buona memoria di
sè, per tutto il tempo che rimase ancora fra noi, non solo non mise più sul
tappeto e non accettò più nessuna discussione sulle due lingue, ma anche parlò
meno francescamente del solito, smettendo, se non altro, d’ostentare certi
francesismi per provocazione. Credemmo d’aver operato noi il miracolo, e ce ne
rallegrammo. Il giorno della partenza lo accompagnammo tutti alla stazione. Era
malinconico. Quando ci abbracciò, prima di salire nel vagone, si commosse. –
Ricordatevi di me – ci disse –, scrivetemi. E dimenticate i nostri battibecchi
per la lingua. – Ci strinse ancora la mano dallo sportello, dicendoci con le
lacrime agli occhi: – Addio! Addio! A rivederci! – E quel suo salutarci, contro
il suo solito, in italiano, ci parve il segno più certo del ravvedimento, e noi
pure salutammo con affetto l’amico, ridiventato italiano. Oppresso dalla
commozione, si ritirò in fondo al vagone prima del fischio della partenza.
Ma appena
il treno si mosse, si rilanciò al finestrino, e con voce più commossa di prima,
agitando il fazzoletto, gridò con diciotto erre: – Au revoir! Au revoir! Au
revoir!
Era la
frecciata del Parto.
– Trrraître!
– gli rispose uno degli amici.
Ma forse
egli non ci aveva tradito di proposito: [274]
soltanto, nell’impeto della commozione, gli
era uscito irresistibilmente dal cuore il saluto che all’orecchio suo sonava
più dolce.
E così,
nonostante l’ultimo ravvedimento, egli rimase per sempre nella nostra memoria
il visconte La Nuance, tipo perfetto e amenissimo dell’italiano con la cresta e
coi bargigli.
[275]
|